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domenica 3 agosto 2014

… si fa presto a dire fresa. (6)

... il giorno della "SAGRA DELLA FRESA SANTUFILISE" (ovvero il 22 Agosto 2014) si avvicina. Con ospiti di riguardo e con tanta voglia di stare assieme. E' quasi completato anche il tavolo della presidenza del convegno. Tra gli altri ci saranno la dottoressa Rosanna Labonia, lo chef Mario Molinaro, lo scrittore Anton Francesco Milicia e l'artista Pietro De Seta. E ci saremo anche noi dell'Associazione culturale "Universitas Sancti Felicis" di San Fili.
Tu... sarai dei nostri?
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Per far le frese si utilizzava lo stesso impasto della pitta (ovvero “pasta di farina schiacciata a forma sferica e cotta la forno”… non raramente con un bel buco al centro). Quest’impasto era leggermente più liquido dell’impasto fatto per il pane e non raramente qualcuno, allo stesso, aggiungeva un filo d’olio.
Seguite tutte le fasi previste (impasto, lievitazione, riduzione a piccoli pani, schiacciata con foro scentrale, primo passaggio in forno, divisione in due parti a metà cottura e secondo passaggio in forno) ed ottenute finalmente le frese, li si lasciava un attimo a prendere aria per farle raffreddare e dare la possibilità delle stesse di perdere un’ulteriore quantità di vapore acqueo prima di impilarle o metterle in qualche capiente cesta.
A casa, a seconda delle possibilità a disposizione, le frese li si metteva a riposare in una paniera o li si infilava, tramite il provvidenziale buco, in una canna che si fermava, ad una certa altezza, con degli spaghi o del ferro filato a qualche trave… ccussì cumu si facìa ccu re sazizze.
Le frese con l’utilizzo di farina bianca o quanto meno brunette (integrali… ccu ra caniglia dintra) li si mangiavano prettamente in estate ed in autunno. Quelle ottenute con la farina di mais (migliu) o altri cereali e/o frutti farinabili si preferiva, più per necessità che per piacere, ovviamente, utilizzarle d’inverno.
In primavera o in estate, negli anni antecedenti gli anni Settanta del XX secolo, non era raro vedere qualche nostro compaesano - mi rivolgo ai sanfilesi - dirigersi nelle campagne circostanti il nostro centro abitato… munito di una “pezza” (strofinaccio con dentro la colazione) in cui c’era anche qualche pezzo di fresa.
Era uno spettacolo, poi, osservare i nostri nonni in campagna, in occasione di notevoli raccolte ortofrutticole estive o quando dovevano lavorare la terra per prepararla alla nuova semina o alla mietitura del grano.
In quei particolari giorni non raramente - al momento del pranzo - si vedeva l’intera famiglia “allargata” (ovvero tutti i presenti piccoli inclusi) inzuppare magari il pane o, meglio ancora, le frese nell’unico grosso piatto centrale stracolmo d’insalata di pomodori (con cipolla e magari patate bollite ed opportunamente affettate) da cui, contemporaneamente, si servivano tutti.
Belli quei grandi piatti. A proposito, com’è che li chiamavano dalle nostre parti questi particolari piatti? ... riennitani o riennisani?
Erano decisamente altri tempi: sono passati appena una quarantina d’anni da allora (si era agli inizi degli anni Settanta del XX secolo) eppure... sembrano essere passati secoli. Sembra che certe immagini, a San Fili e non solo a San Fili, certi odori e certi sapori appartengano ad un’epoca che nessuno di noi “tra i meno” ha mai vissuto né rivivrà mai.
Inutile dire che anche nelle frese, almeno finché le stesse erano un’ottima alternativa al pane, c’era una certa diversificazione di destinazione sociale, almeno nel corso della prima metà del secolo scorso: le frese bianche erano destinate ai cosiddetti “signori” mentre le brunette (integrali) o quelle ricavate con farina di mais o altre farine di valore inferiore, o comunque considerate tali, erano destinate alle classi meno abbienti... se se le potevano permettere.
Oggi, com’è strana la storia, è proprio il pane - e quindi le frese - bruniettu (ovvero i prodotti integrali) ad essere più ricercato e quindi più costoso di quello realizzato con semplice, malefica farina bianca.
Dicono che ciò che è integrale aiuta la digestione e migliora, grazie alle vitamine contenute nella buccia di determinati cereali e frutti, il nostro fisico. Dicono che la crusca sia un toccasano per la nostra salute eppure... una volta la caniglia (appunto la crusca) andava bene giusto per l’alimentazione dei maiali e magari per quelli della gente sottomessa da un sistema economico che non ha mai considerato, e continua a non considerare, un essere umano uguale all’altro.
Le frese, in particolare le brunette, venivano catalogate, fino a poco tempo addietro e dopo alterne vicende storiche, come un cibo dei poveri, un... prodotto senza futuro.
Oggi? ... specie nel Meridione d’Italia e non solo nel Meridione d’Italia potrebbero benissimo rivelarsi una stupenda alternativa alimentare. Anche e soprattutto per chi, magari tra sanfilesi doc, non ha vissuto nel nostro stupendo amato/odiato paesino i secoli antecedenti gli anni Settanta del XX secolo.
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace!

giovedì 31 luglio 2014

… si fa presto a dire fresa. (5)

... il giorno della "SAGRA DELLA FRESA SANTUFILISE" (ovvero il 22 Agosto 2014) si avvicina. Con ospiti di riguardo e con tanta voglia di stare assieme. E' quasi completato anche il tavolo della presidenza del convegno. Tra gli altri ci saranno la dottoressa Rosanna Labonia, lo chef Mario Molinaro, lo scrittore Anton Francesco Milicia e l'artista Pietro De Seta. E ci saremo anche noi dell'Associazione culturale "Universitas Sancti Felicis" di San Fili.
Tu... sarai dei nostri?
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San Fili, si legge ancora su qualche rivista di settore o su qualche sito internet fermatosi all’età della pietra (per non dire della “scarola”), è un paese con un’economia prevalentemente agricola. Persino su Wikipedia c’imbattiamo in tale concetto. Alla pagina dedicata al nostro amato/odiato paesino, nello spazio dedicato all’economia, infatti leggiamo: “Produzioni agricole: castagne, fichi, funghi e olive”, stop!
Inutile dire che una tale definizione ci fa pensare immediatamente ad una bellissima, o quantomeno autosufficiente, casa in campagna con annessa una piccola azienda agricola a conduzione familiare. Siamo, però, nella realtà alla fine degli anni Sessanta del XX secolo. In quegli anni  sul territorio sanfilese persistevano ancora tantissime piccole aziende agricole gestite o da coltivatori diretti, o da soggetti con contratto di colono mezzadro se non da piccoli coloni. In tanti, nel nostro paese, fino agli anni del secondo dopoguerra o al massimo ai primi anni del boom economico, tra l’altro venivano assunti o quantomeno chiamati a svolgere lavoro di “giornaliero di campagna”.
Fino a quei tempi, sì!, l’economia sanfilese era un’economia prevalentemente agricola… e non solo. Tra l’altro l’agricoltura si trasformava quasi per magia in industria di trasformazione dei prodotti alimentari e di prima distribuzione degli stessi. In quella situazione a San Fili, anche se pochi si facevano realmente ricchi (e molti di quei pochi tra l’altro lo erano già da secoli), riuscivano a sopravvivere circa 5000 persone. Era tale la popolazione residente, ovviamente a San Fili, agli inizi degli anni Cinquanta contro i poco meno di 3000 dei giorni nostri.
Inutile dire che parlando di San Fili in effetti non faccio altro che fotografare l’intera situazione dell’hinterland cosentino… malgrado San Fili qualche carta in più da giocare nei confronti delle realtà territoriali confinanti nel suo mazzo le avesse pure (“oggi come allora” e in parte “allora come oggi”): la ferrovia (oggi ci basterebbe la superstrada), il territorio poco esteso (quindi più facilmente gestibile), la posizione geografica e geopolitica, una manovalanza flessibile e preparata, tante menti nonché una presenza di acqua aria pulita e natura circostante decisamente di qualità.
In una popolazione con un’economia prevalentemente agricola è normale trovare, dicevamo, case di campagna, e non solo di campagna, tipiche e quindi con annessi il ricovero per gli animali da allevamento ed… il forno per cuocere il pane e le frese (per ritornare al nostro tema portante). Tanti piccoli forni, ad uso familiare o al servizio di più famiglie, erano presenti anche nel centro abitato di San Fili.
Come non ricordare, altresì, il notevole numero di mulini ad acqua, presenti lungo i vari torrenti che scorrono sul territorio sanfilese? … mulini dove si macinava di tutto: castagne, mais (migliu), orzo e tant’altro. Quindi? … non solo grano.
Di fatti lo stesso centro abitato di San Fili per alcuni versi poteva benissimo essere definito come una indiscutibile “casa colonica” o “casa di campagna” per famiglia allargata. Fino alla fine degli anni Sessanta del XX secolo era possibile imbattersi, camminando lungo le viuzze interne del nostro paesino, in tanti catuoji (locale a pianterreno dove venivano allevati e custoditi animali di allevamento o necessari se non utili alla conduzione della campagna) in cui troviamo maiali, galline, vitelli, muli, buoi, pecore, capre e chi più ne ha più ne metta.
All’odore non ci faceva caso nessuno: il naso, e non solo quello, dell’essere umano prima o poi si abitua a tutto. E per quanto riguarda invece l’igiene? …questo  ancora non era entrato a pieno titolo nel limitato vocabolario dei residenti.
Ci vorranno i primi anni Settanta per poter leggere un’ordinanza del sindaco del paese, che all’epoca era Alfonso Rinaldi, in cui veniva ordinato “l’allontanamento” dal centro abitato di determinati animali.
Gli odori in cui ci si imbatteva percorrendo le viuzze interne di San Fili negli anni precedenti gli anni Settanta del XX secolo erano molteplici ed alcuni, come nel caso di una bella infornata di pane ed affini, erano pure decisamente piacevoli.
La preparazione del forno, utilizzando i residui prodotti dalla pulizia dei boschi (frasche, risultati di putature ecc.) circostanti il villaggio di San Fili, iniziata  alle prime luci dell’alba: Servivano almeno due ore di fiamma viva per garantire una giusta temperatura all’interno del benevolo… antro del diavolo.
L’impasto nella majiddra (ottenuto con farina, sale e lievito madre… pochi vi aggiungevano un po’ d’olio e qualcuno - ad avercelo - anche qualche cucchiaio di zucchero) era già pronto da un pezzo. Dopotutto l’operazione era iniziata la sera precedente con la preparazione della “levatina”.
Al forno ci pensavano gli uomini di casa, alla majiddra le donne.
Non tutti avevano dei forni in casa o quantomeno nelle vicinanze della propria abitazione. In tanti, preparate le pagnotte pronte da infornare, si dirigevano verso amici o parenti che avevano fatto loro il piacere di mettergli a diposizione la propria struttura. Non era raro, nella San Fili degli anni Sessanta, vedere donne con una lunga tavola sulla testa trasportare con la stessa, opportunamente coperte da un panno bianco - magari per evitare l’affascino da parte di compaesani invidiosi -, le forme delle pagnotte (o già predisposte a pitta e quindi in buona parte per ottenere a fine cottura delle ottime frese) pronte per entrare nel forno opportunamente surriscaldato.
Anche questo… era uno spettacolo.
(continua).
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace!

mercoledì 30 luglio 2014

… si fa presto a dire fresa. (4)

... il giorno della "SAGRA DELLA FRESA SANTUFILISE" (ovvero il 22 Agosto 2014) si avvicina. Con ospiti di riguardo e con tanta voglia di stare assieme. E' quasi completato anche il tavolo della presidenza del convegno. Tra gli altri ci saranno la dottoressa Rosanna Labonia, lo chef Mario Molinaro, lo scrittore Anton Francesco Milicia e l'artista Pietro De Seta. E ci saremo anche noi dell'Associazione culturale "Universitas Sancti Felicis" di San Fili.
Tu... sarai dei nostri?
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La fresa, questo l’ho già detto, è un prodotto che nasce, non si sa se per un puro caso o per una tecnica frutto di un lungo studio di menti eccelse - personalmente opto per la prima ipotesi -, in epoche a dir poco remote. Sicuramente la conoscevano, ovviamente con le giuste varianti locali, sia gli antichi navigatori e colonizzatori greci che gli abitanti dei nuraghi in Sardegna. Sicuramente è nata nel corso della prima esperienza di panificazione tramite cottura a forno: una pagnotta magari cotta male, non opportunamente segnata in superfice, scoppiata per il vapore che si creò al suo interno e… bis-cottata (ovvero cotta due volte: una prima intera ed una seconda in più pezzi grazie proprio al botto che aveva fatto).
All’inizio quel povero improvvisato fornaio raccolse immediatamente i pezzi della pagnotta scoppiata e, deluso, cercò di capire dove avesse sbagliato.
Quel lavoro era da gettare: duro ed immangiabile… eppure. Eppure messane qualche briciola in bocca la stessa si scioglieva nella saliva e, diciamolo francamente, si mostrava più saporita del pane stesso.
Se poi alla saliva si sostituiva, anticipando il processo di riumidificazione, della semplice acqua o un qualsiasi altro magari più aromatico liquido ci si ritrovava d’incanto difronte ad una pietanza da re o quantomeno da soggetti alquanto facoltosi.
Quel primo provetto fornaio si rese conto oltretutto che la pagnotta bis-cottata (ovvero la fresa) a differenza del pane normale non andava subito a male e poteva essere usata anche dopo diverse settimane dalla sua cottura mantenendo quasi inalterato il sapore iniziale.
Quindi vide che il risultato dell’errore era cosa buona e, studiando il processo di tale errore, lavorò per facilitare il procedimento stesso: la fresa, grazie al citato errore - o per un semplice caso -, entrava in tal modo nella storia dell’Umanità.
Un prodotto alimentare a lunga conservazione oltretutto permetteva ai semplici lavoratori o agli avventurieri dei primi secoli di affrontare senza grossi problemi lunghe assenze dalle proprie abitazioni… dalla propria tribù.
Che ci crediate o no (chi scrive non ci crede) fu proprio grazie alla fresa che si misero su i primi pilastri delle grandi civiltà e quindi dei mitici imperi del passato.
Oltretutto quella ormai storica fallimentare prima infornata fece capire un’altra cosa importantissima al nostro eroe del fuoco e della pala: era necessario, per evitare che un numero eccessivo di pagnotte scoppiasse durante la cottura (la fresa è bella ma a lungo andare e col solo suo uso fa desiderare anche una bella fetta di pane fresco al nostro sempre più delicato palato). Le poche pagnotte che si erano salvate da quella sfortunata  infornata presentavano delle piccole crepe nella scorza: lateralmente o sulla parte superiore. Da tali crepe in effetti era fuoriuscito parte del vapore acqueo presente, in fase di cottura, all’interno della pagnotta… evitando che la stessa facesse boom come le sue consorelle.
Da tale esperienza il fornaio capì due cose importantissime: 1) per salvare la pagnotta, ovvero per toglierla integra dal forno dopo la giusta cottura, bisognava con un coltellino intaccarne la superfice; 2) per ottenere, volutamente e non per caso, ciò cui in seguito avrebbe chiamato semplicemente fresa, era necessario togliere la pagnotta a meta cottura dal forno, dividerla in due e rimetterla in forno per completare la cottura stessa.
Non solo: per quanto riguarda la fresa… meglio se la pagnotta veniva infornata leggermente schiacciata se non appiattita.
E se alla pagnotta appiattita si faceva anche un bel buco al centro? … a questo punto a tale rivoluzionario prodotto alimentare bastava semplicemente dare un nome. E che fosse un nome che ricordasse magari lo storico giorno in cui la prima pagnotta nella prima infornata finì in briciole grazie ad un non previsto… provvidenziale botto.
Se a scoprire la fresa (dire “inventarla” sarebbe una bestemmia in quanto a “crearla” può essere stata solo una... caritatevole sbadata divinità) sono stati quasi certamente i Greci o gli Egiziani... a darle il nome sono stati altrettanto quasi certamente gli antichi romani.
In latino, ma in parte l’ho già detto, troviamo il termine “fresus” in quanto participio passato del verbo “frendeo” ovvero “frantumare, sbriciolare” ma anche “fresa” in quanto “ferita, taglio”. E cos’è la fresa se non un prodotto ottenuto da un taglio e spesso sbriciolato o comunque mangiato a pezzi?
(continua).
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace.

lunedì 28 luglio 2014

… si fa presto a dire fresa. (3)

... il giorno della "SAGRA DELLA FRESA SANTUFILISE" (ovvero il 22 Agosto 2014) si avvicina. Con ospiti di riguardo e con tanta voglia di stare assieme. E' quasi completato anche il tavolo della presidenza del convegno. Tra gli altri ci saranno la dottoressa Rosanna Labonia, lo chef Mario Molinaro, lo scrittore Anton Francesco Milicia e l'artista Pietro De Seta. E ci saremo anche noi dell'Associazione culturale "Universitas Sancti Felicis" di San Fili.
Tu... sarai dei nostri?
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La fresa? … se dovessimo definirla con un concetto legato al latte immesso in commercio diremmo sicurante “pane parzialmente scremato (deumidificato o essiccato) a lunga conservazione”.
Inutile dire però che, così come il latte succitato, anche la fresa, in particolare la classica calabrese (ovvero quella ottenuta con farina di grano duro tipo “O” o rimacinata, sale, lievito madre e acqua delle nostre - una volta - stupende sorgive naturali), è decisamente molto di più. In alcuni casi è… vera e propria poesia.
Vi è mai capitato di passare nei pressi di un forno, magari un forno a legna, dove in quel particolare momento venivano sfornate delle fragranti frese? … credetemi: a me che è capitato preferisco non farmi ritornare in mente quel delizioso profumo che invadeva le mie sensibili narici invitando vigliaccamente tutto il mio essere ad entrare nell’antro del dio fornaio e rubargli sull’istante un prezioso pezzo del suo tesoro.
Quella fresa l’avrei mangiata sull’istante, continuando la mia passeggiata, senza neanche l’accortezza d’andarla a bagnare e/o a condire con gli altrettanto buoni e profumati prodotti della nostra terra: l’olio d’oliva, l’origano, l’aceto ed una bella spolverata di trito d’aglio. Quest’ultimo, ovviamente, a chi piace. E a me… piace!
… ecco, come volevasi dimostrare: drogato da questi ricordi me la sento già scricchiolare saporitamente sotto i denti, l’ancor tiepida fresa appena uscita dal forno. Me la sento sciogliersi nell’abbondante saliva che hanno messo in moto le mie traditrici assassine papille gustative. Esco, vado a farmi una dose.
E invece no, non esco perché ho intenzione di terminare al più presto questo pezzo: soffro in silenzio.
La fresa nasce, come variante del pane, proprio per essere un prodotto alimentare a lunga conservazione e nel Meridione d’Italia era uno dei principali alimenti di scorta per le navi e quindi utilissimo per i naviganti che dovevano affrontare lunghi viaggi e quindi erano nell’impossibilità di garantirsi prodotti farinacei freschi o pasti alternativi.
La fresa, opportunamente conservata - magari ‘mpicata a na canna - può benissimo essere consumata dopo mesi dalla sua produzione. E’ difficile che vada subito, ovvero nel giro di poche settimane, a male.
Storicamente la troviamo in grandi quantità stivata nelle navi che dalla Puglia e da qualche altra regione Meridionale imbarcavano i Crociati diretti in Terrasanta fiduciosi d’andare a liberare il Santo Sepolcro dagli infedeli mussulmani o quantomeno, perdendo nell’impresa la propria vita, di finire dritti dritti nelle amorevoli braccia del Signore a godere a priori dei frutti del Paradiso. Siamo agli inizi del Secondo Millennio (tra il 1000 ed il 1300 d.C.).
Non ci crederete ma proprio per questo, in particolare nella regione italiana famosa per le orecchiette, o per i mangialumache, la fresa, o frisella (meglio friseddhra),  è anche conosciuta con il nome di “pane dei Crociati”.
La fresa dopotutto era, e resta, un alimento nutriente e per renderlo immediatamente commestibile anche ad un soggetto magari privo di denti… basta immergerla in un po’ d’acqua. E se l’acqua è anche acqua di mare nell’azione si evita anche il gravoso compito di condirla con del sale.
Dai colonizzatori greci, fondatori della Magna Grecia, ai Crociati per finire ai nostri padri: contadini e non. Ossia dal Seicento/Quattrocento avanti Cristo fino a poco prima dei nostri giorni: tutto è cambiato sulle nostre tavole e nei nostri ricordi tranne - tra i suoi alti ed i suoi bassi - la presenza quasi costante della fresa sulle nostre tavole. Ed oggi più che mai la classica fresa sembra riuscire a guadagnare sempre più notevoli spazi negli scaffali dei negozi di generi alimentari.
(continua).
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace.

domenica 27 luglio 2014

… si fa presto a dire fresa. (2)

... il giorno della "SAGRA DELLA FRESA SANTUFILISE" (ovvero il 22 Agosto 2014) si avvicina. Con ospiti di riguardo e con tanta voglia di stare assieme. E' quasi completato anche il tavolo della presidenza del convegno. Tra gli altri ci saranno la dottoressa Rosanna Labonia, lo chef Mario Molinaro, lo scrittore Anton Francesco Milicia e l'artista Pietro De Seta. E ci saremo anche noi dell'Associazione culturale "Universitas Sancti Felicis" di San Fili.
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Il termine “fresa” (nel significato alimentare), con alcune piccole varianti, noi meridionale sicuramente l’abbiamo ereditato dai nostri padri greci. Ovviamente mi riferisco a quanti hanno dato vita alla cosiddetta “Magna Grecia” (tra il VI ed il V secolo avanti Cristo), ovvero a quel particolare periodo storico dove noi Meridionali eravamo la culla culturale del mondo conosciuto, Roma emetteva i suoi primi vagiti e al Nord Italia ancora neanche si sapeva cosa fossero gli acculturati, per i pochi indigeni presenti in loco, barbari.
... è San Fili, checché se ne dica, ha fatto parte a pieno titolo dell’antica, purtroppo dimenticata, Grande Grecia.
Troviamo il termine fresa sia in Sardegna che, seppure con una piccola differenza (forse più che legittima), in Puglia, in Campania ed in Sicilia. Nello Stato di Pulcinella  c’imbattiamo nella fresella (o frisella) mentre nella regione nota per le orecchiette ed in quella per i cannoli infatti la parola fresa diventa frisa... termine decisamente più vicino al termine frissa (tipo di bis-cotto alias cotto due volte) ancora in uso in Grecia.
Se Luigi Accattatis nel suo “Vocabolario del Dialetto Calabrese” ci suggerisce, ma non ce ne da’ certezza, che il termine fresa potrebbe derivare dal termine frissa presente in Grecia Vincenzo Dorsa, un altro autore calabrese, ipotizza una derivazione dello stesso termine dalla lingua latina. I Romani utilizzavano infatti i verbi frio (con significato di “sminuzzare, stritolare, sfarinare”) e frendeo ( con significato di “frangere, consumare”) da cui, in questo secondo caso, deriverebbe la parola fressus.
Onestamente, ed anche più giustamente rileggendo quel poco di storia che si ha in merito alla presenza della fresa nei paesi del Mediterraneo - quasi esclusivamente le coste colonizzate dall’antica Grecia e non i territori ricadenti nel vastissimo Impero Romano - , personalmente tendo per l’ipotesi lanciata da Luigi Accattatis: la fresa è una parola di origine greca. E noi calabresi siamo tra i legittimi eredi del patrimonio culturale lasciato all’Umanità dagli abitanti della mitica Magna Grecia.
La fresa è un’alternativa al pane, a volte l’unico alimento per tantissime persone che ci hanno preceduto su questa valle di lacrime (... o di stupidità umana. Perché se l’uomo fosse un po’ più intelligente e moralmente onesto tantissime lacrime potrebbe anche evitarsele), tra l’altro a lunghissima conservazione. Inutile precisare che non è o quantomeno non era realizzata solo con farina di grano. A volte tale tipo di farina infatti neanche lo vedeva come parte degli ingredienti usati per la sua realizzazione. Non raramente, in altri tempi, al posto della farina di grano venivano utilizzate farine di cereali e farinacei di minor valore commerciale: mais, lupini, orzo e via dicendo. La stessa farina integrale non era una prelibatezza per i palati ed una necessità corporale come ai giorni nostri. Oggi, credetemi sulla parola diversamente andate a controllare di persona, paghiamo più il pane integrale - o le frese, nel nostro caso - che non il pane bianco.
A proposito, dicevo che il termine fresa è utilizzato anche in Sardegna, terra non proprio ricadente nei territori conosciuti come appartenenti alla Magna Grecia. Eppure un altro nome dato al buonissimo pane carasau, oltre che “carta da musica”, è quello di “pane a fresa” ... e vi assicuro che c’è un più che valido motivo per chiamare “pane a fresa” il pane carasau.
Sapete come si fa il pane carasau? ... no? ... ve lo dico io!
Il pane carasau, così come la fresa, subisce una prima cottura, una divisione in due parti ed una seconda cottura. Da non credere: il procedimento nell’uno e nell’altro caso è identico... ovviamente con la diversità dei tempi previsti da tali prodotti. Ed anche il pane carasau, così come la fresa, nasce per garantire una lunga conservazione dello stesso.
Il sardo perché necessario ai pastori per lungo tempo lontani dalle proprie abitazioni e dalle proprie famiglie la greca perché ottima a garantire un alimento sempre a disposizione per i lunghi viaggi dei navigatori ellenici.
La fresa tra l’altro la ritroveremo, almeno per quanto riguarda il Meridione d’Italia, più volte legata a grandi spostamenti in nave che hanno fatto buona parte della storia del Mediterraneo.
Da non credere: siamo al tempo delle Crociate.
(continua).
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace.

sabato 26 luglio 2014

… si fa presto a dire fresa.

... il giorno della "SAGRA DELLA FRESA SANTUFILISE" (ovvero il 22 Agosto 2014) si avvicina. Con ospiti di riguardo e con tanta voglia di stare assieme. E' quasi completato anche il tavolo della presidenza del convegno. Tra gli altri ci saranno la dottoressa Rosanna Labonia, lo chef Mario Molinaro, lo scrittore Anton Francesco Milicia e l'artista Pietro De Seta. E ci saremo anche noi dell'Associazione culturale "Universitas Sancti Felicis" di San Fili.
Tu... sarai dei nostri?
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Vi siete mai chiesti cos’è la fresa? … da buongustai sanfilesi, per non dire meridionali, sicuramente no! … sicuramente… l’avete solo mangiata. Molti di voi hanno capito subito ch’era buona: era buona col tutto ed era buona, in alcuni casi, anche col niente. Dopotutto, appurato ch’era buona, perché chiedersi anche cos’era? … ovvero da cosa derivasse il suo nome e quale ne fosse la sua preparazione?
Non solo: perché era utilissima alle generazioni che ci hanno preceduto, quale ne è stato il motivo della sua “passata fortuna” e perché per un buon tempo, parliamo degli ultimi tre o quattro decenni, anche da noi è caduta in un colpevole oblio e come mai oggi sembra ritornare in auge anche se in una nuova e più accattivante veste?
Ok, l’ammetto: chi scrive se l’è chiesto solo in questi ultimi giorni. Quando, cioè, i membri dell’Associazione culturale “Universitas Sancti Felicis” di San Fili hanno deciso di organizzare la prima edizione della “Sagra della Fresa Santufilise” e quando qualcuno, tramite il social-network Facebook, invitato a partecipare a tale manifestazione, ha avuto l’ardire, quasi una bestemmia, di scrivere e soprattutto di chiedere… “Va bene, ci verrò ma… cos’è la fresa santufilise?”
La risposta che diedi a questo mio contatto Facebook fu dei più semplici ma sicuramente non dei più illuminati: “... nulla di particolare: è la tipica fresa variamente condita (dalla classica con olio, aglio, origano, sale e aceto alla più ricercata condita con 'nduja o rosamarina). E' un modo come un altro per stare una serata... assieme.”
Il giorno successivo ho provato anch’io a pormi la stessa domanda: “Cos’è la fresa santufilise?” ovvero “la fresa calabrese?” o quantomeno almeno... “la fresa?”
Nulla di più facile, giunto a questo punto, che aprire il primo dizionario d’italiano - magari un dizionario online - e cercare il termine “fresa”. Le risposte furono tutt’altro che incoraggianti e tutt’altro che attinenti al concetto che mi sono fatto finora di questo ben di Dio: in italiano la parola fresa (legata a qualcosa di alimentare) non esiste.
Persino i principali dizionari etimologici disconoscono tale parola.
La parola “fresa”, col significato in cui la cercavo io, è un termine usato nel parlare comune per segnalare qualcosa che derivi dal pane o quantomeno da qualche impasto di farina lievito acqua e sale, legato quasi esclusivamente al Meridione d’Italia ed in particolare alle regioni Calabria, Puglia e... Sardegna.
Non, come vorrebbero propinarmelo i dizionari nordisti, come, al massimo, un diminutivo dei mezzi meccanici chiamati fresatrice. Oltretutto in questo caso il termine deriva dalla parola francese “fraise” ovvero fragola. Quindi? ... niente a che fare con una bontà quale la “fresa” che noi calabresi abbiamo ereditato presumibilmente dai nostri padri colonizzatori greci. Ritorna anche in questo caso, nel nostro DNA di meridionali, l’onnipresente passato della Magna Grecia.
Un po’ di più fortuna l’ho avuta con alcuni siti legati all’arte culinaria che sembrano ben conoscere la cosiddetta “fresa calabrese”, segno che tale piatto tipico inizia a crearsi un proprio giusto spazio sulla tavola dei buongustai, nonché con la sempiterna Wikipedia, l’enciclopedia online “fai da te” e col dizionario calabrese di Luigi Accattatis.
Nel “Vocabolario del Dialetto Calabrese” (concluso nel 1895) di Luigi Accattatis al temine “fresa” troviamo: “s. f. Focaccia, Schiacciata di pasta di farina, divisa circolarmente, in due parti e cotta nel forno, o sulla brace. ‘Na frisa de lupini, de granza’. Il gr. mod. ha frissa, specie di biscotto.”
Da tale definizione apprendiamo almeno quatto cose: 1) almeno nel 1895 la fresa era conosciutissima a Cosenza e nei dintorni... quindi pure a San Fil; 2) era ottenuta con una schiacciata di farina divisa in due e cotta nel forno o sulla brace; 3) non si otteneva solo con la farina di grano; 4) nella lingua greca era presente il termine frissa e questo termine segnala un tipo di biscotto ovvero un qualcosa (bis-cotto) cotto due volte.
... finalmente, mi sono detto, un po’ di luce alla fine del tunnel.
Dopotutto che la “fresa” esistesse ne ero più che certo... almeno per il fatto d’averne mangiate a centinaia nel mezzo secolo di vita che da qualche anno a questa parte mi sono lasciato alle spalle: ne ho mangiato con il semplice condimento di sale, olio, aglio, aceto e origano e ne ho mangiato pure con una bella spalmata di rosamarina o con pomodori tagliati a piccoli cubetti e opportunamente conditi.
Ma non sarà in questo paragrafo, né spero essere io, che vi dirò i mille ed uno metodi per condire la... fresa santufilise o quantomeno calabrese.
(continua).
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace.

sabato 19 luglio 2014

Vespe cinesi e vespe italiane: le seconde a San Fili le amavamo già. (4)

Un’immagine proiettata su un pezzo di muro alle spalle (non ricordo più se alla sinistra) della dottoressa Vincenzina Scalzo nel corso di quel convegno e nel corso del suo stupendo intervento, dicevo, mi riportò magicamente alla mia infanzia ed ad un altrettanto stupendo “dejà vu”: quella pallina l’ho già vista... e forse ne conosco anche il sapore. Quello che non sapevo è che tale pallina fosse un simbolo di nuova (non so quanto disastrosa) vita e di tant’altro.
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Siamo agli inizi degli anni Settanta del XX secolo... e, almeno nei miei scritti e tra i miei ricordi, Dio volendo ci resteremo ancora tantissimo. Siamo sicuramente nel mese di ottobre o al massimo di novembre: la raccolta delle castagne nei dintorni del nostro amato/odiato paesino era al suo culmine.
Da “u chijan’e Miliddru” era facile raggiungere l’agognata meta: facile ed accattivante per la galoppante, non sempre salubre, fantasia d’un fanciullo della mia età. Nel mio mondo, all’epoca, c’era un po’ di tutto... sui Cozzi: streghe, serpenti enormi (... u tiliu?), lupi mannari, vampiri e chi più ne ha più ne metta.
Potevano sbucarti intorno dappertutto ed in qualsiasi momento.
Potevano ucciderti o semplicemente rapirti senza fartene neanche accorgere.
Raggiungevo “‘e castagne de ‘Ntonett’e Castellanu”, ovviamente da “u chijan’e Miliddru” seguendo uno stretto sentiero al limitare inferiore dello stesso... in un quasi spettrale gioco di luci ed ombre prodotto dall’entrare e dall’uscire quasi repentino d’alcuni gruppi di “cippate di castagno da taglio”.
Era quella la “partita” del prezioso frutto che i miei genitori stavano già raccogliendo fin dalle prime ore di quella mattina.
Inutile dire che raccolto il mio bel panaro (N.d’a.: a proposito, sapete che in italiano non esiste questo termine? ... che sacrilegio!) di castagne, scelta una per una, svuotavo lo stesso dentro un sacco di juta e, col panaro vuoto, chiesta ed ottenuta l’autorizzazione di mia madre, mi recavo in una zona sovrastante la partita di castagne che stavano raccogliendo... in cerca di funghi: gaddrinazzi, siddri e lattarachi.
Quella zona di queste squisitezze ne era particolarmente prodiga. Non chiedetemi se lo sia tutt’ora o, cosa ancor più scioccante, se esista tutt’ora… quella zona.
Cadde quasi certamente in uno di quei fantastici giorni... il giorno in cui m’imbattei in quelle che ho definito, nel titolo di quest’articolo ed anche nel motivo (tema portante) per cui l’ho scritto, nelle vespe italiani ovvero nella preesistente riposta italiana alle cosiddette vespe cinesi (alias “cinipide galligeno del castagno”), ovvero a quei dannosi insetti maldestramente importati dai classici speculatori da quattro soldi che abbiamo nel nostro Bel Paese e che tanto danno hanno sempre cagionato e continuano imperterriti a cagionare ai nostri bei castagneti.
E la vespa italiana alternativa alla vespa cinese? ... sottolineiamo che si tratta non dell’insetto che comunemente chiamiamo “vespa” in questo caso ma... del “cinipide galligeno della quercia”.
Quest’ultimo, gridiamolo ai quattro venti, chi tra di noi ha vissuto e sempre più raramente la “stupenda natura del nostro altrettanto stupendo policromatico - stagione permettendo - territorio comunale” pur non sapendolo... lo amava già.
In poche parole l’insetto “indigeno” (il succitato “cinipide galligeno della quercia”) delle nostre zone pur essendo similare per la tecnica all’insetto cinese il proprio attacco alle gemme degli alberi non lo fa alle piante del castagno ma alle piante della quercia. Il tutto, però, in modo non dannoso - quasi non invasivo - in quanto, col passare dei secoli, di fatti ha trovato un suo giusto equilibrio con l’ambiente circostante.
Feci conoscenza del “cinipide galligeno della quercia” in una di quelle lontane giornate autunnali d’inizio anni Settanta... ma l’avrei saputo circa una quarantina d’anni dopo d’aver fatto quella straordinaria conoscenza.
Quel giorno guardando ad un ramo di una quercia relativamente giovane (dopotutto la manica di un decenne qual io ero riusciva benissimo a toccarlo) notai, attaccata in un punto dello stesso, una strana pallina di legno. Un qualcosa tra l’altro che ero sicuro di non aver mai visto prima.
Poco più in la, sempre sullo stesso alberello, un altro ramo con un’altra pallina simile alla prima e via dicendo. Nel men che non si dica in una tasca dei miei pantaloni si ritrovarono non meno si cinque o sei di quelle strane palline.
Inutile dire che una delle stesse, ancor prima di far vedere il mio nuovo tesoro ai miei genitori, era già finita sotto i miei denti: poteva anche essere un ottimo frutto e nel dubbio... meglio assaggiare.
Non era un frutto... era solo legno: uno stupendo scherzo della natura ma solo e semplice legno.
Quelle palline, che ci crediate o no, erano uno dei frutti (... cancri delle gemme?) nati e sviluppatisi grazie all’intervento parassitario del “cinipide galligeno della quercia”.
Le vespe italiane, non quelle cinesi, noi a San Fili... le amavamo già!
(continua).
*     *     *
Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace!

martedì 8 luglio 2014

E’ in arrivo la prima “Sagra della fresa santufilise”.

Contadino sanfilese degli anni
Sessanta del XX secolo intento
ad infornare il pane... e magari anche
qualche saporitissima fresa.  
Foto collezione Ciccio Cirillo.
Si terrà, salvo imprevisti, venerdì 22 Agosto prossimo con inizio alle ore 17 e 30 - all’interno della sala convegni della Biblioteca comunale “G. Iusi” e nella piazzetta Mario Nigro di San Fili - la prima edizione della “Sagra della fresa santufilise”.
Tale manifestazione, organizzata dalla nostra Associazione Culturale nell’ambito del cartellone di iniziative previste nel Progetto Estate San Fili 2014, riprende per grandi linee le varie edizioni della ormai archiviata “Festa della majatica santufilise”.
Il cliché è identico a quello della “Festa della majatica santufilise”: un convegno su storia delle tradizioni locali con un occhio di riguardo alla sana alimentazione dei nostri avi, un assaggio (quest’anno decisamente sostanzioso) di frese diversamente condite - dalla classica “aglio, olio, origano ed aceto” alle particolari con melanzane “ara scapice” e piccantissima rosamarina. Molte frese saranno distribuite gratuitamente, altrettante in cambio di un piccolo contributo che servirà in parte a rientrare nelle spese dell’organizzazione dell’intera serata.
Non appena concluso il convegno, cui parteciperanno oltre alle autorità locali anche esperti in alimentazione e studiosi delle tradizioni locali, ci si recherà tutti allo stand all’uopo predisposto per la distribuzione gratuita delle frese.
Contemporaneamente un gruppo musicale folcloristico presente nella piazza inizierà ad allietare la serata con tutta una serie di tarantelle e strimpellate varie che ci riporteranno alla musica ed al linguaggio tanto caro ai nostri nonni.
Inutile dire che saranno distribuiti, anche e soprattutto per accompagnare le saporitissime frese, tantissimi bicchieri di vino locale... opportunamente bagnato con dell’ottima gassosa cosentina.
Si sta pensando anche di approntare, per la sera stessa, una proiezione di foto della nostra comunità scattate tra gli anni Quaranta e Settanta del secolo passato.
Inutile dire che tale sagra è volutamente organizzata a ridosso dell’annuale appuntamento con la Fiera di santa Maria degli angeli anche per un opportuno rilancio culturale della stessa.
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace!

giovedì 19 giugno 2014

Vespe cinesi e vespe italiane: le seconde a San Fili le amavamo già. (3)

Un’immagine proiettata su un pezzo di muro alle spalle (non ricordo più se alla sinistra) della dottoressa Vincenzina Scalzo nel corso di quel convegno e nel corso del suo stupendo intervento, dicevo, mi riportò magicamente alla mia infanzia ed ad un altrettanto stupendo “dejà vu”: quella pallina l’ho già vista... e forse ne conosco anche il sapore. Quello che non sapevo è che tale pallina fosse un simbolo di nuova (non so quanto disastrosa) vita e di tant’altro.
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Siamo agli inizi degli anni Settanta del XX secolo e mio padre, Salvatore, dopo aver lasciato la terra in contrada Volette di proprietà dell’ingegnere Giuseppe Blasi (mio compare di battesimo) che conduceva con un rapporto tra il colonico e la mezzadria, aveva iniziato a coltivare una proprietà dell’insegnante Raffaele Perri proprio al di sotto della terra del primo.
Noi non si abitava più in contrada Volette ma si era, dalla fine degli anni Sessanta, passati a vivere nel centro abitato di San Fili... in via Rinacchio al n. 20, nella casa che fu di mio nonno Francesco e che lo stesso acquistò, forse grazie a quanto aveva guadagnato in uno dei suoi vari viaggi nelle lontane Americhe, agli inizi del secolo. Nel 1905.
Fu nel periodo che mio padre coltivava la terra dell’insegnante Raffaele Perri (tra l’altro nostro mezzo parente... cugino in terza se non erro) che ci fu proposto di raccogliere una partita di castagne di proprietà della signora ‘Ntonett’e Castellanu. Tale partita di castagne si trovava sui Cozzi, lato Profico, poco al di sopra della zona denominata Frajjapicu (“Fra Jacopo”?). Una zona, questa, che in parte ed in altri tempi apparteneva alla mia famiglia. Quindi? ... giocavamo in casa.
A tale partita di castagne si poteva arrivare almeno in due modi Il primo consisteva nell’imboccare, da piazza Rinacchio, la discesa de  u Canalicchiu e proseguendo verso contrada Profico fino ad un caseggiato in rovina denominato ‘a turr’e Cucunatu. Da tale caseggiato si prendeva un soprastante sentiero che, in parte costeggiando la nuova statale 107, ci portava dritti dritti, curve permettendo, finalmente alla succitata zona di Frajjapicu. Da tale punto risalendo una cinquantina di metri eccoci d’incanto giunti all’agognata meta.
Il secondo modo per giungere alle castagne di ‘Ntonett’e Castellanu? ... lo si aveva imboccando, poco oltre piazza Rinacchio ed in direzione bivio Cosenza, la strada che da u Culumbrieddru ci avrebbe condotti nell’accogliente - dispensatore di tesori naturali (funghi, castagne e via dicendo) - materno cuore dei Cozzi.
Da “u chjian’e Miliddru” era poi facile ritrovarci sempre e comunque alla succitata partita di castagne che aspettava, ormai, solo noi per essere raccolta. Tre castagne per riccio? ... la prima al proprietario, la seconda al lavoratore e la terza agli animali che all’epoca quasi tutti allevavano non solo nelle campagne circostanti il centro abitato (all’epoca erano ancora tanti i “catuoji” presenti a San Fili) ma nel centro abitato stesso: i maiali.
La castagna del padrone e quella del lavoratore (ossia la prima scelta) finivano quasi regolarmente per essere vendute ai punti di raccolta istituiti nel paese. Alcuni commercianti del luogo li avrebbero poi opportunamente preparate per lo smercio a livello nazionale.
Le castagne di San Fili e delle zone collegate all’epoca erano ricercatissime ed erano un ottimo volano per l’economia di tantissime nostre famiglie. Purtroppo si è deciso di chiudere stupidamente quel particolare commercio mirando, tramite il taglio criminale dei nostri stupendi castagneti, ad un facile sempre più fatuo guadagno.
Un guadagno a lungo andare per pochi e soprattutto a danno dell’intera comunità.
A me non piaceva andare a raccogliere le castagne... malgrado adoravo stare nella terra a contatto con la natura circostante. Gli alberi delle castagne non li sentivo, e continuo a non sentirli, miei... e non perché non appartenessero alla mia famiglia. Con gli alberi delle castagne infatti non c’è quel particolare costante rapporto che si può avere con una albero qualsiasi di frutto (esempio un melo o un arancio che si ha nel proprio giardino o nel proprio appezzamento di terra) o di una seppur stagionale pianticina dell’orto. Queste ultime piante infatti li si vede nascere, svilupparsi, vivere costantemente sotto i nostri occhi la loro seppur breve - quando non si tratta di piante a vita pluriennale - stagione. I castagni sono lontani, per noi del centro abitato o delle campagne circostanti San Fili: sono lontani dalla nostra quotidianità e fanno capolino nella stessa solo nel periodo della raccolta del loro prelibato frutto. O quando andiamo alla ricerca del parassita per eccellenza del sottobosco sanfilese: u siddru.
A me? ... non piaceva raccogliere castagne, ma ci andavo lo stesso. Ero un fanciullo di pensiero ed avevo costante necessità di nuovi input. Quindi perdere inutilmente diversi minuti stando fermo in un solo punto, chinato a subire solo il lento trascorrere del tempo era per me una vera e propria condanna.
Non so se mia madre se ne accorgesse e forse se ne accorgeva se, di botto, mi diceva di prendere un panaro o una busta e, senza però allontanarmi troppo dalla zona, andassi in alcuni cespugli soprastanti la partita di castagne che stavamo raccogliendo per vedere se trovavo qualche fungo. Quella, volente o nolente, era comunque una apprezzabile zona di funghi.
Stando ovviamente molto attento: non solo fughi si potevano trovare sotto le foglie dei castagni. Le serpi, decisamente velenose nella zona, erano sempre in agguato.
(continua).
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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace!

venerdì 6 giugno 2014

Vespe cinesi e vespe italiane: le seconde a San Fili le amavamo già. (2)

Un’immagine proiettata su un pezzo di muro alle spalle (non ricordo più se alla sinistra) della dottoressa Vincenzina Scalzo nel corso di quel convegno e nel corso del suo stupendo intervento, dicevo, mi riportò magicamente alla mia infanzia ed ad un altrettanto stupendo “dejà vu”: quella pallina l’ho già vista... e forse ne conosco anche il sapore. Quello che non sapevo è che tale pallina fosse un simbolo di nuova (non so quanto disastrosa) vita e di tant’altro.
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Avevo nove o al massimo dieci anni quando, in compagnia dei miei genitori, di qualche mio compagno d’avventura o di giochi (e a volte anche in compagnia da solo), mi recavo nella zona da tutti conosciuta a San Fili come “i Cozzi” in cerca di funghi o per raccogliere qualche castagna da portare a casa o da vendere ai commercianti locali. Dal canto loro - i commercianti locali - tramite l’ottimo scalo merci della stazione ferroviaria, le castagne le avrebbero fatte giungere nelle parti più disparate dell’Italia.
La castagna di San Fili (e dintorni, ovviamente), negli anni precedenti gli anni Ottanta del XX secolo, era apprezzatissima ovunque. E noi sanfilesi eravamo dei maestri nella varie fasi necessarie a garantirne la conservazione e la prima parte della commercializzazione della stessa. Diversi erano gli stabilimenti, all’interno del territorio di San Fili, adibiti alla trattazione, in apposite vasche (cibbie), di tale delizioso prodotto.
Le castagne di San Fili garantivano, per tre o quattro mesi all’anno, lavoro e quindi un pezzo di pane a tanti nostri concittadini in buona parte da tempo passati a miglior vita. Dopotutto tale settore non prevedeva solo la raccolta e la semplice “trattazione” e commercializzazione del prezioso frutto ma tutta una serie di interventi sui terreni adibiti castagneti da frutto. Non ultima quella della pulizia del sottobosco che di per sé - a San Fili - finiva per diventare una vera e propria “risorsa economica aggiuntiva”.
Tale discorso, che andrebbe opportunamente sviluppato, comunque esula dal discorso base di questo articolo sulle “vespe cinesi e vespe italiane”.
Ritorniamo quindi alla fine degli anni Sessanta del XX secolo... se non agli inizi degli anni Settanta.
Io, all’epoca, ero uno dei tanti re dei Cozzi: li conoscevo come le mie tasche (quasi sempre bucate o rattoppate alla meglio in quei tempi) e come nelle mie tasche con le nude mani mi aprivo varchi tra cespugli e trappole naturali d’ogni genere.
La paura? … ero troppo giovane per sapere cosa fosse. E se un po’ di paura l’avevo quella era del silenzio che in determinati momenti mi catturava (quindi di me stesso) o del fatto che da un momento all’altro poteva comparirmi davanti la terribile strega dei Cozzi che m’avrebbe fatto prigioniero e quindi non avrei fatto mai più ritorno a casa.
A proposito: ma esiste anche la terribile strega dei Cozzi o questa me la sono inventata di sana pianta grazie alla mia sempre più bacata fantasia?
A dire il vero dei Cozzi qualcosa mi sfuggiva (quindi “re, si!” ma solo in parte): era la zona conosciuta come “e timpe russe”.
Lì, sicuramente, i re erano altri.
Era quella una zona alquanto pericolosa, quella delle “timpe russe” per la notevole presenza di dirupi e quindi quasi un tabù per noi ragazzini. E poi in quella zona, almeno in quei tempi, si trovavano ben pochi funghi ed anche di pessima qualità (ferruni, lattarachi, pochissimi porcini, qualche gaddrinazzu e via dicendo) e quasi per niente alberi di castagno. Quindi, a che serviva esserne il re?
Era sicuramente un mese di ottobre dei primi anni Settanta quando i miei genitori, assieme alla famiglia dell’insegnante Raffaele Perri (parente del mio nucleo familiare), avevano accettato di raccogliere un partita (... si dice così?) di castagne appartenenti alla famiglia dei Castellano (... Miliuzza?). Tale partita si trovava un po’ più avanti, nella parte inferiore, de “u chjian’e Miliddru”. Le castagne de “u chjian’e Miliddru” all’epoca li raccoglieva mia zia Pasqualina Schettino, moglie del postino del paese Amedeo Perri (fratello di mio padre).
(continua).
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace!

sabato 31 maggio 2014

ELOGIO alla MORTE... il mio secondo e-book su Amazon.

"ELOGIO alla MORTE"... la mia prima raccolta di poesie ora (riveduta ed ampliata) disponibile in versione e-book su Amazon: “Quando si è giovani... si convive amorevolmente con tutto... anche con la morte (purché ovviamente la morte non bussi in modo scioccante alla porta di casa nostra).
Quando si è giovani la morte diventa amabile compagna di un tortuoso cammino. La morte, l’ha detto persino il poverello d’Assisi, specialmente quando si è giovani sovente può diventare... sorella Morte.
Non fa paura. Quando si è giovani la morte fa sicuramente più paura della vita... poi... un giorno... ci si accorge di non essere più giovani e ci si dimentica di come eravamo e cosa pensavamo quando eravamo giovani.
E allora? ... vissuta la vita non ci resta che la paura della morte. E la morte non è più nostra cara sorella ma... crudele sorellastra.”
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace!

venerdì 9 maggio 2014

Ciruzzu... eroe “santufilise” d’altri tempi.


“Ciruzzu ‘i Cerignola” nei versi del mitico Luigi (Gigi) Aloe.

Di seguito:

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Nu personaggiu unicu, facia u carrettiere

esule ‘i Cerignola cca trova la mugliere.

 

U suprannumi è subitu trovatu

Ciromiglianu vena vattiatu.

 

Fa ra spola tra Santu Fili e Cusenza

a ra curriera fa ra cuncurrenza.

 

Porta di tuttu animali e cristiani

paglia fianu mobilie e lignami.

 

Saglia e scinna due vote intra ‘a jurnata

tene sempi di fa dua o tri mmasciate.

 

Si fa tutte le fere, iddru vinna critaglie

u sordiciaddru o i na manera o i n’atra ricoglie.

 

Si ferma a san Giuvanni, parcheggia la carretta,

puru s’unu ritarda iddru un li duna fretta.

 

Ccussì faciannu, pe tantissimi anni

s’ha fattu ancunu sordu e si mo minta in grande.

 

si cumpra u camioncinu, assuma n’autista

... su mezzu tene e marce, un parte cu ra frusta.

 

Cumincia ra scalata tra Paula e ra Crucetta

iddru vinna di tuttu, a genti ormai l’aspetta.

 

L’autista piglia pocu, lavura senza sosta,

mentre su supa u valicu li lancia a proposta:

 

“O tu mi paghi i cchiju! ... o iju ti lassu cca’!”

U poveru Ciruzzu un si fa ricattà.

 

Li nega l’aumentu, ppe ru fari spagnari

chissu tira lu frenu, un si fa ncuraggiari!

 

Ciruzzu a chissu puntu si senta disperatu

su carru a motori iddru un l’ha mai guidatu.

 

Un po’ chiamari a Misasi, ancora nunn’è natu

si arma di curaggiu e arriva a ra vallata.

 

U sani c’a Santu Fili, sunnu preoccupati

li fa nu telegramma da tutti ricurdatu.

 

“Cara Mariuzza Crucetta arrivatu

scappò Franciscu sulu lassatu!

 

Preso comando coraggiosamente

arrivato a Paola pericolosamente”

 

Primu da guerra Ciruzzu n’ha lassatu:

era giustu ca vinissi ricurdatu!

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Luigi (Gigi) Aloe nei versi dedicati a Ciruzzu (sotto riportiamo all’incirca la storiellina che ha dato vita agli stessi) com’è solito nei suoi scritti con perspicacia riesce non solo a riportarci in un tempo che non è più davanti ai nostri occhi ma... riesce anche a farci nel contempo ragionare e se possibile “sorridere” sulla realtà e sui problemi che viviamo nella nostra quotidianità. Ovviamente ci riferiamo alla quotidianità del periodo un cui vengono fissati, da Luigi (Gigi) Aloe i suoi versi nero su bianco.

Un esempio? ... L’onorevole Riccardo Misasi (con tutti i suoi colleghi) degli anni Settanta e Ottanta. All’epoca, infatti, chiunque avesse un problema - anche se tale problema era insignificante o non attinente all’uomo politico di turno, bastava fare una camminata in una segreteria degli stessi per vedersi risolvere, quasi miracolosamente, lo stesso. I problemi, nelle segreterie di onorevoli quali Riccardo Misasi e company, in quegli anni venivano prontamente risolti anche quando non esistevano e soprattutto anche quando gli stessi si risolvevano da soli.

Peccato per Ciruzzu, dice Luigi (Gigi) Aloe nei suoi versi, che Riccardo Misasi all’epoca dei fatti non era ancora nato e - mi vien quasi da dire - peccato soprattutto che oggi politici come questo (specie per noi Calabresi) non esistono più. Almeno loro qualche posto da bidello, e non dico per scherzare, alle generazioni che ci hanno preceduto gliel’hanno assicurato.

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La storia di Ciruzzu la possiamo benissimo collocare tra le due guerre mondiali ed è una storia emblematica: un emigrante da una terra di povera gente (la Puglia) che riesce a fare un po’ di fortuna in una terra d’altra povera gente (la Calabria).

Con i risparmi d’una vita caratterizzata da sudore e privazioni decide di fare il grande passo trasformando il suo piccolo commercio portato avanti con un carretto trainato da un mulo in un piccolo automezzo per il trasporto delle merci: il futuro era arrivato anche a San Fili e soprattutto anche per Ciruzzu.

Purtroppo per guidare un automezzo c’è bisogno della patente e Ciruzzu non ha nessuna voglia né capacità di prenderne una. E’ così che decide di prendere a giornata un collaboratore patentato ed inizia a coprire, con la sua attività e con il suo mezzo nuovo di zecca, il tracciato che, tramite il valico Crocetta, collega San Fili con Paola.

Quale miglior punto per Franciscu, l’autista, del valico Crocetta per chiedere un aumento al suo datore di lavoro? 

Alla richiesta Ciruzzu fa orecchie da mercante e dice a Franciscu che se vuole può anche andarsene.

Franciscu lo prende in parola. Ferma il mezzo e scende ritornando a piedi a San Fili e lasciando solo come un cane, sicuramente incapace di guidare l’automezzo, Ciruzzu sul valico Crocetta nel punto in cui iniziava la discesa verso Paola.

Ciruzzu non si perde d’animo e, per non darla vinta a Franciscu (dopotutto era solo il suo prezzolato autista quest’ultimo) si mette ai comandi del mezzo ed inizia la discesa verso la cittadina del glorioso santo.

Guidare, senza saper guidare, lungo i tornanti della “palummara” - la vecchia statale 107 - è cosa tutt’altro che facile ma il nostro eroe riesce comunque a raggiungere l’agognata meta.

Giunto a Paola e consapevole che a San Fili quasi certamente i suoi concittadini e la propria moglie erano ormai a conoscenza della bravata di Franciscu, e quindi sicuramente erano in pensiero per lui, Ciruzzu intelligentemente si reca al primo ufficio postale che gli viene sulla strada e spedisce un telegramma indirizzato ai propri preoccupati cari.

Il telegramma all’incirca riporta queste parole:

Cara Mariuzza Crucetta arrivatu / scappò Franciscu sulu lassatu! / Preso comando coraggiosamente / arrivato a Paola pericolosamente”.

In pochissime parole, quelle appunto del telegramma, il prode Ciruzzu riesce a riassumere il racconto d’un’intera indimenticabile giornata.

Inutile dire che l’intera vicenda finì per diventare un classico “racconto del focolare”... Spasso per i mesi, se non per i decenni, a venire di intere generazioni di sanfilesi.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace!

sabato 3 maggio 2014

SOLFEGGI ovvero OPINIONI OPINABILI... il mio primo e-book, su AMAZON.

Con la mia seconda raccolta di poesie? ... ci provo su Amazon e sopratutto con un libro elettronico (e-book) ottimo per Kindle e diabolici marchingegni simili. A proposito... in tali poesie e nel commento alle stesse... c'é tantissimo San Fili da leggere e sopratutto da vivere.
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SOLFEGGI ovvero OPINIONI OPINABILI” è la seconda raccolta, dopo “ELOGIO ALLA MORTE”, di poesie messa su da Pietro Perri ed è stata scritta nel corso degli anni Novanta.
Si tratta di quindici poesie inedite che focalizzano la vita ed i pensieri dell’autore spaziando dai temi dell’amore e del rapporto con gli altri, del proprio pensiero filosofico e del fissare nei versi i fatti ed il mondo (spesso legato agli INPUT che riesce a cogliere dai mass-media) in cui l’autore vive e con cui interagisce.
Rivivono nei versi di Pietro Perri ed in questa raccolta in particolare toccanti fatti quali la tragica fine di Nicolas Green sulle difficili strade (infrastrutture e vita quotidiana) del Meridione d’Italia, la guerra in ciò che resta dell’ex Jugoslavia di Tito e la tragedia di Chernobyl sempre più attuale in quanto monito al progresso incontrollato dell’intera Umanità.
Il tutto è un’apprezzabile cammino dell’Uomo. 
Una… vera e propria iniziazione che dalle ombre e dal dubbio rabbioso verso tutti e verso il tutto alla fine ricerca, seppur non trova, la mano del proprio interlocutore al fine di poter riscrivere la propria stessa vita.
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... un caro saluto a tutti by Pietro Perri.
... /pace!