A chi non ha il coraggio di firmarsi ma non si vergogna di offendere anche a chi non (?) lo merita.

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sabato 9 luglio 2022

JUGALE ovvero UN PONTE TRA I POPOLI DEL MEDITERRANEO. (3)

Don Giovanni Genitle alias
Chiacchiara in una caricatura
di Ruggero Crispini alias
Rucrì. Entrambi da San Fili.

Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di Maggio 2022 a firma di Pietro Perri.

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“Il contenuto del canto IX messo nero su bianco dal nostro don Giovanni Gentile”, dicevo sul Notiziario Sanfilese del mese di aprile, “lo ritroviamo, con leggere varianti sulla narrazione, anche nel Jugale di Antonio Chiappetta senior”.

Riporto, solo per darne una idea, due stralci di queste tanto stupende quanto simpatiche composizioni in dialetto cosentino.

Il primo stralcio è opera del sanfilese don Giovanni Gentile (prete si ma non certo per vocazione) alias Chiacchiara.

L’antefatto: Jugale chiede giustizia al giudice perché una mosca le ha rubato la carne e non vuole pagargliela.

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Lu judice ridiennu de Jugale,

Li dissedi: «Io nun ci aju cchi cce fare:

«Giustizia nun ci ‘nn’ha ppe st’animale.

«Ti dugnu libertà de l’ammazzare:

«De moni avanti, ogni musca chi vidi

«‘Mpacchiacce ‘na palata cumu cridi ».

 

«Mentre chi vussuria cussì m’à dittu,

«‘N pratica vuogliu minte stu cunsigliu:

«Quannu viju na musca, cittu cittu,

«L’aju de dà la morte drue la pigliu:

«Vidimu si stu picculu animale

«S’à de vantà ca chiecchiariau Jugale ».

 

Doppu chi de stu modu iddru parlau,

E si pigliau lu palu e lu cappieddru,

Una ‘n frunte a lu Judice vulau:

Jugale dice: “ ‘A legge l’à fatt’iddru ”

Azau de manu e ‘narvalau la mazza

E la musca a lu Judice t’ammazza.

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Il secondo stralcio, stesso episodio, invece è opera di Antonio Chiappetta senior alias Vigabbo.

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Lu judice rispuse e disse: - Figliu,

stu casu ‘ntra lu colici penale

nun è previstu, sulu te cunsigliu.

sempre bene pe’ tia, pe’ loru male,

addue le vidi, senza avi’ pagura,

ammazzale, e ‘u li paghi a la Pretura.

 

Sti paroli ‘un avissi prufiritu!

‘ntra la frunti li cursi  na palata;

ca bona avìa la sintenza capitu

Jugale, ed all’affettu avìa purtata:

alla frunta du judice piscata

avìa na musca e ci l’avìa frappata.

 

Criju ca nun c’è bisuognu de ve dire

ca lu judice s’appe de ‘mpassare

la frunta, ca ne steze pe’ murire

ed a Jugale appe de perdunare:

illu ci l’avìa data l’avirtenza

ed alla frunta coze la sentenza.

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La storiellina (rumanza o canto che dir si voglia) non nasce in Calabria né tantomeno a Cosenza (grazie ad Antonio Chiappetta) né tantomeno a San Fili (grazie a don Giovanni Gentile).

La storiellina, vera perla di saggezza e decisamente un colpo al cuore della mala giustizia, era conosciutissima da tempo immemore in tutti i paesi che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo.

La riportano alcuni autori d’origine islamica e la riporta, in una sua celebre raccolta, il siciliano Giuseppe Pitrè, scrittore, medico, letterato e etnologo italiano (22 dicembre 1842 - 10 aprile 1916). Ovviamente non col nome di Jugale ma col nome che più si addice al territorio in cui vengono di volta in volta ambientate le storie di cui Jugale è interprete (personalmente vedo Jugale come un interprete e non come un personaggio; il personaggio nelle storie di Jugale è e resta il Popolo): Jugale, Johala, Giufà, Giucà, Djehà, Giuhà, Guhà, Jochà, Vardiello,  Giaffah... cambiano i nomi ma Jugale resta Jugale.

(Continua).

*     *     *

... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

 

giovedì 30 giugno 2022

JUGALE ovvero UN PONTE TRA I POPOLI DEL MEDITERRANEO. (2)

Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di Aprile 2022 a firma di Pietro Perri. 

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Jugale, dicevo, non nasce in Calabria né tantomeno a Cosenza o nel cosentino... malgrado ciò che ne scrisse il letterato Antonio Chiappetta senior (alias Vigabbo) nel suo poema omonimo (il Jugale dato alle stampe per la prima volta nel 1899).

Jugale (con tutta una serie di varianti sul suo nome), quando Antonio Chiappetta senior dava, con qualche remora o dubbio, per la prima volta alle stampe la sua più famosa opera toccava i porti che si affacciavano sull’intero Mediterraneo almeno da 5 secoli a quella parte. E tutto ciò grazie alle conquiste territoriali dell’impero turco-ottomano.

Jugale, secondo una tradizione ormai accettata universalmente, nasce in territorio arabo grazie a Nasreddin Khoja.

Nasreddin Khoja “(...) è una figura favolistica (ma anche presente nella letteratura del sufismo), che la cultura turca vorrebbe vissuta intorno al XIII secolo ad Akşehir e successivamente a Konya, al tempo della dinastia Selgiuchide, ma che, sotto il nome di Guha, ossia Giufà, è presente anche nella favolistica araba-siciliana. Sarebbe stato un filosofo populista, spesso citato in storielle
divertenti e aneddoti
”.

Personalmente amo pensare sia stato un giudice arabo che volle mettere alla berlina il modo di gestire la giustizia da parte dei suoi colleghi. Una giustizia gestita sempre e comunque a discapito delle parti deboli e sempre e comunque sottovalutando l’intelligenza e le necessità del popolo che si rivolgeva ai togati dell’epoca.

Mi piace pensare ciò almeno per due motivi:

1) adoro la rumanza (canto o racconto che dir si voglia) in cui Jugale su invito indiretto e canzonatorio del giudice spacca la testa allo stesso;

2) le rumanze di Jugale (tranne in pochissimi casi in cui si rende lo stesso un semplice personaggio quasi senza senso) sono sempre e comunque delle vere e proprie “sentenze di vita” e soprattutto “per la vita”.

L’ipotetica stupidità di Jugale, nel Jugale tradizionale, infatti serve solo per  introdurre la storia e mai per finirla. Alla fine del racconto in cui lui sembra (e dico “sembra”) essere protagonista il vero stupido (e quindi protagonista) si rivela essere il giudice di turno, il disonesto, il popolo (quasi sempre punto centrale delle rumanze) o lo stesso attento ascoltatore o lettore della simpatica storiella.

Alla fine del racconto sembra che Jugale dica a colui che ascolta o legge lo stesso: non essere come me... ragiona. Non essere come me perché io sono un semplice personaggio in cerca costante d’autore (le sue storie infatti pur se eterne cessano di vivere nell’arco di qualche riga dattiloscritta) ma tu sei quello che sta scrivendo, con la tua vita e quindi a tue spese, la mia nuova storia.

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Antonio Chiappetta senior (alias Vigabbo) è contemporaneo al sanfilese don Giovanni Gentile (alias Chiacchiara).

Antonio Chiappetta senior nasce a Cosenza nel 1876 ed ivi muore nel 1942. Don Giovanni Gentile nasce a San Fili nel 1877 ed ivi muore nel 1953. Don Giovanni Gentile frequenta le scuole superiori (il seminario-carcere in cui “fu rinchiuso”, a suo dire) a Cosenza e nulla toglie che abbiano frequentato circoli e/o amicizie in comune e quindi siano stati anche amici tra di loro.

Entrambi sono maestri nell’uso del dialetto cosentino (il dialetto dei letterati, se così si può dire) e quasi contemporaneamente (se non contemporaneamente) si cimentano nel mettere in versi (appunto in dialetto cosentino) le gesta tragicheroicomiche avventure di Jugale.

Entrambi, nel pubblicare le loro opere in cui compare Jugale, utilizzano un alias (Vigabbo ossia “vi prendo in giro” e Chiacchiara ossia “vi prendo in giro”).

Nel 1899 viene data alle stampe l’opera di Antonio Chiappetta senior “Jugale”, nel 1903 all’interno della raccolta di poesie in dialetto calabrese data alle stampe dal sanfilese compare il canto IX del Jugale (poemetto inedito e... purtroppo, dico io, perduto).

Il contenuto del canto IX messo nero su bianco dal nostro don Giovanni Gentile lo ritroviamo, con leggere varianti sulla narrazione, anche nel Jugale di Antonio Chiappetta senior.

Parlo della già citata rumanza in cui si parla della mosca che mangiato a sbafo la carne di proprietà di Jugale si rifiuta di pagare la contropartita al nostro eroe. Chiamata in causa la mosca, il giudice gli fa notare che siccome non c’è giustizia per questi animali... dove ne vedesse una non ci pensasse su due volte e subito l’accoppasse.

Purtroppo per il giudice la prima mosca che vide Jugale  dopo quella “illuminata sentenza” si posò proprio sulla fronte del togato e... lascio a voi capire (o ricordare) cosa successe dopo.

Ok, nel dubbio che siate pronipoti di Jugale ve lo dico io: il giudice, nel rispetto della sua sentenza, si beccò una bella mazzata in testa.

Mazzata meritatissima in quanto non è corretto/giusto prendere in giro Jugale ovvero il Popolo.

E sono sicuro che di giudici che meriterebbero una eguale lezione da Jugale anche tu ne conosci tantissimi, o sbaglio?

In una nota trovata su web leggiamo: “Antonio Chiappetta, poeta, letterato e giornalista, lo scrisse ancora adolescente sul finire dell’800 come mero esercizio letterario. E tale avrebbe dovuto rimanere per volontà dello stesso autore”.

In poche parole sembra che il Jugale di Antonio Chiappetta nasca quasi come una gara da portare avanti in competizione con qualcun altro. Che sia il sanfilese don Giovanni Gentile questo qualcun altro?

(Continua).

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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

Nel disegno sopra una delle interpretazioni del Jugale di Antonio Chiappetta alias Vigabbo.


venerdì 9 aprile 2021

La Cina è vi-Cina... molto più di quello che possiamo immaginare. (7)

Agosto 2019 - Pietro e Orietta
Perri su via Nanchino a Shanghai.

Con la settima puntata di quest’articolo fiume concludo il resoconto del viaggio fatto in Cina (in tempi non sospetti) da me, mia moglie ed un gruppo di calabresi tra il 22 ed il 31 agosto del 2019.
Ne è valsa la pena?
Viaggiare - e soprattutto viaggiare bene - vale comunque la pena.
Anche la settima puntata del resoconto di questo stupendo viaggio l’ho pubblicata sul Notiziario Sanfilese (il bollettino dell’Associazione culturale UNIVERSITAS SANCTI FELICIS di San Fili).
Buona lettura.
Sempre e comunque collericamente vostro... Pietro Perri.

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La Cina è vi-Cina... molto più di quello che possiamo immaginare. (7)

«Mao Zedong era consapevole di ciò e da illuminato qual era sapeva anche quale tipo di venerazione avrebbero subito le sue spoglie mortali.
Fu per questo che il quattro volte grande dei Cinesi espresse in vita la volontà di essere cremato.»
Mao Zedong (o Mao Tse-tung che dir si voglia) voleva impedire che lui stesso diventasse alla sua morte “oppio dei popoli” ma ai grandi è una delle poche cose che nessuno potrà mai concedere.
E lui comunque un grande lo fu.

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La domanda a questo punto sorge spontanea: la Cina è poi così perfetta come io l’ho descritta in questo mio breve racconto di viaggio?
Decisamente... no!
E di ciò se ne può facilmente rendere conto anche un turista ignorante come chi scrive. Malgrado chi scrive, da turista, vede ciò che comunque le guide decidono, anche su disposizioni delle autorità del luogo, di fargli vedere.
Ma né le guide né le autorità del luogo possono impedire ad un occhio ben allenato di poter leggere tra le righe, tra le tante immagini che gli passano davanti, le note stonanti presenti in una società... perfetta.
Un occhio allenato o un occhio sfortunato?
Perché onestamente io certe cose quando viaggio, credetemi, preferirei non vederle.
Il 23 agosto del 2019 (ancora non si sapeva di ciò che sarebbe successo da lì a qualche mese, ovvero dalla pandemia da covid-19) io e mia moglie ed il gruppo di turisti di cui facevamo parte (circa una trentina di persone provenienti da più parti della Calabria) ci trovammo anche a passeggiare sulla Nanking road (o Nanjing road o, per noi italiani, via Nanchino) a Shanghai.

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Breve digressione.

Nanchino: una brutta pagina della Seconda Guerra Mondiale.

Chi ama viaggiare come lo scrivente sa che quando viaggia, anche se a volte in modo inconsapevole, è come se avesse sempre e comunque un libro in mano. Un libro pieno di tante bellissime o quantomeno emozionanti immagini. Un libro con tante note e rimandi ad altri libri se non ad una intera enciclopedia (lode e gloria a Wikipedia) per capire, coltivare e quindi migliorare il proprio bagaglio culturale.
E’ nel rispetto di tale postulato che non appena ne ho avuto la possibilità ho cercato di capire perché Nanchino fosse tanto importante per i cinesi ed in particolare per gli abitanti di Shanghai.
Al di là del fatto che Nanchino fu anche capitale della Cina prima di Pechino ciò che mi colpì fu nel leggere il costo in vite umane che la città pagò nel corso della Seconda Guerra Mondiale in seguito all’occupazione che la Cina subì ad opera dei Giapponesi: “Nel 1937 il Giappone invase la Cina, dando così inizio alla seconda guerra sino-giapponese. Le loro truppe occuparono Nanchino nel dicembre 1937, attuando un terribile massacro. Il numero totale di morti, inclusi quelli conteggiati dal tribunale militare internazionale per l'Estremo Oriente e dal tribunale per i crimini di guerra di Nanchino, fu all'incirca tra le 300.000 e le 350.000 persone.” (Wikipedia)
A volte noi Europei siamo portati a credere che la Seconda Guerra Mondiale si sia svolta solo in Europa e ciò solo perché il nostro modo di interpretare la Storia e gli eventi spesso e volentieri non va oltre la punta del nostro naso... e/o dei nostri materiali interessi.

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Ma ritorniamo sui nostri legittimi passi (ossia sulle mire cui punta questa “memoria di viaggio).
Quando, lasciato il nostro pullman nell’apposito parcheggio, eravamo ormai all’inizio di via Nanchino a Shanghai, la guida locale non si limitò a spiegarci l’importanza di tale arteria commerciale o a dirci dove ed a che ora avremmo dovuto ritrovarci per riprendere il nostro tour ma ci disse di non meravigliarci nel notare strani, spesso antigienici, comportamenti di cinesi del luogo. Di non meravigliarci ad esempio se notavamo tante persone, quasi tutti maschi a dire il vero, sputare per terra o camminare con una semplice t-shirt addosso raggomitolata al di sopra della pancia e che di tanto in tanto, srotolata, viene usata come ventaglio.
Intendiamoci: fino agli inizi degli anni Settanta a San Fili era anche peggio, per quanto riguarda lo sputare per terra e non solo per questo. Ricordo ancora che nello storico “Caffè” di Salvatore Blasi (Tuture ‘u bagnaruotu) la facevano da padrone almeno due cartelli con su scritto “vietato sputare per terra”. Oggi fortunatamente a San Fili non abbiamo più bisogno di cartelli del genere (ma ne avremmo bisogno di migliaia di altri e sempre all’insegna di un rispettoso ed igienico vivere civile... magari per quanto riguarda la gestione delle evacuazioni degli animali domestici) ma in Cina ed in tante altre parti del Mondo... si!
Poco dopo essere stati liberati dalla nostra guida notai un signore, ovviamente cinese, sputare non per terra ma in un cestino dei rifiuti posto nelle vicinanze a disposizione dei passanti.
Fin qui nulla di strano, direte voi e così pensai anche io in quel preciso momento. Dopotutto, malgrado avesse potuto almeno sputare in un fazzoletto avendone proprio bisogno, perlomeno non aveva sputato per strada dove ognuno di noi avrebbe dopo un po’ potuto inzupparsi i piedi col verde polmonare elemento.
Un attimo dopo vedo passare un signore, sempre cinese, che, vestito con una vecchia e sporca tuta e con due grossi sacchi sulle spalle, si piegava a ridosso del cestino e, a mani nude, iniziata a cercare nello stesso materiale riciclabile (bottiglie di plastica o di vetro, carta ecc.) che magari gli avrebbero permesso per quella giornata di sbarcare il lunario.
Questo signore, tra l’altro alquanto giovane... almeno a vedersi, ripeto, indossava una vecchia e sporca tuta (il che faceva pensare fosse dipendente di qualche azienda specializzata nel recupero e nel riciclo di rifiuti solidi urbani) ma neanche un paio di guanti.
Ed è nell’essere stato spettatore di questa assurda scena che mi sono reso conto che qualcosa, nell’ingranaggio, in effetti non funzionava. Che ancora il Popolo Cinese per colmare il gap che ancora presenta con gran parte del resto del Mondo “civilizzato” deve colmare e deve colmare anche in fretta.
Non basta essersi abituati prima di noi all’uso della mascherina anche e soprattutto nel rispetto di chi ci sta difronte per potersi definire un popolo avanzato: la mascherina per tanti di loro è sinonimo appunto di rispetto verso gli altri mentre per tanti di noi (me per primo) è sinonimo di gabbia inaccettabile... anche quando qualcuno di noi da salumiere o da farmacista (solo per fare qualche stupido esempio), col raffreddore, senza ritegno ci porge l’affettato appena incartato e dove, quasi certamente, pochi attimi prima vi aveva starnutito sopra.
Ammettiamolo, su questo fronte dobbiamo ringraziare il covid-19 se un po’ di civiltà in più l’abbiamo imparata anche noi. Almeno oggi tanti di noi le mani qualche volta in più ce le laviamo ed a volte le disinfettiamo pure.
Non basta, infatti (faccio una battuta), essere i padroni del futuro mondiale se ancora, per tanti versi, si ostinano mentalmente a vivere nei nostri anni Sessanta del XX secolo e quindi continuano a mangiare non con cucchiaio, coltello e forchetta ma con dei semplici bastoncini di legno.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

sabato 6 marzo 2021

La Cina è vi-Cina... molto più di quello che possiamo immaginare. (5-6)

Shangai - Tempio del Buddha di
Giada.
In questo post vi propongo due articoli pubblicati rispettivamente sul Notiziario Sanfilese del mese di gennaio 2021 (il numero 5 o quinta parte) e del mese di febbraio 2021 (il numero 6 o sesta parte).
Tali articoli (ovviamente a mia firma) sono il prosieguo del resoconto del mio viaggio in Cina svoltosi tra il 22 ed il 31 agosto del 2019... in tempi ancora COVID-19 non sospetti.
La quarta puntata di tale resoconto era apparsa sul Notiziario Sanfilese del mese di dicembre 2019.
Se tutto va bene dovrei concludere tale resoconto con la settima puntata che dovrebbe venire pubblicata sul Notiziario Sanfilese del mese di marzo 2021... tempo spazio e soprattutto volontà permettendo.
Ma ecco di seguito la quinta e la sesta puntata.
Questa volta parlo di Buddha e... di uno degli ultimi buddha vissuti.

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La Cina è vi-Cina... molto più di quello che possiamo immaginare. (5)

Chi conosce il mio modo di scrivere sa che spesso e volentieri, anche e soprattutto per non  “scocciare” il mio lettore con sproloqui fiume, divido alcuni miei articoli in più puntate con una sfaccettatura a se stante dell’argomento trattato. Ovviamente cercando di chiudere con una morale o un banale messaggio l’intera storia o articolo complessivo.
Un “progetto” questo che ho cercato di portare avanti anche nel raccontarvi il viaggio che io e mia moglie abbiamo fatto nel mese di Agosto del 2019 (in tempi non sospetti per quanto riguarda il discorso “COVID-19”).
Un progetto che sono stato costretto ad interrompere a dicembre del 2019 per dare spazio ad altri temi più interessanti per la nostra Comunità o, com’era giusto, per dare il meritato spazio ad altri collaboratori del nostro bollettino. Uno spazio, quest’ultimo, che è ancor più giusto tesorizzare nel reciproco rispetto di quanti collaborano al Notiziario Sanfilese stesso.
Per completare l’articolo sul resoconto del mio viaggio in Cina mi restavano due puntate.
Mi restava solo da trattare il discorso religioso e segnalare una piccola/grande pecca in un mondo così stranamente perfetto agli occhi di un semplice turista come chi scrive.
Un turista che può parlare solo di ciò che le guide locali gli dicono e di ciò che gli fanno vedere.
In questo numero del nostro bollettino parlerò brevemente della religione... mancata?

.^.

Quando pensiamo alla Cina non possiamo non pensare ad uno degli ultimi baluardi del materialismo comunista sulla terra. Come, qualcuno potrebbe obiettare, se comunismo e materialismo (o ateismo in questo caso) siano sinonimi.
Purtroppo è questo il concetto che ci hanno inculcato da piccoli prima e da giovani poi in tanti borghi del Bel Paese... ed anche in alcune sezioni politiche del nostro borgo. O almeno questo, a persone come me, ci è sembrato di capire e nessuno ha cercato di dissuaderci dalle nostre convinzioni. Qualcosa del genere sicuramente è avvenuto anche in Cina. Almeno nella Cina ipotizzata (sempre per quanto ci è stato fatto credere a tanti noi italiani di sinistra post sessantottini) da Mao Tze-tung.
Niente di più: i cinesi credono come noi. Certo non come noi cristiani (i loro dei infatti sono diversi dai nostri dei) ma... anche loro sono esseri umani e come tali non possono fare a meno di credere in qualcosa di più grande di loro. Credere, dopotutto, fa parte dei bisogni primari dell’essere umano.
Uno dei loro dei, sicuramente il principale, è Gautama Buddha (ovvero “l’illuminato Gautama”).
Ma Gautama Buddha è veramente un dio?
Personalmente, e per quanto mi è sembrato di capire (non sono un teologo, dopotutto) credo di no.
Gautama Buddha insegna la strada soprattutto per migliorare se stessi e comunque in ogni ambito della propria esistenza. Partendo anche dal concetto che migliorando se stessi si migliora anche ciò che ci sta intorno e quanti ci stanno intorno. Negli ultimi anni oltretutto è finito anch’egli vittima del capitalismo e quindi del consumismo imposto da chi manovra i capitali.

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La Cina è vi-Cina... molto più di quello che possiamo immaginare. (6)

Pietro Perri in piazza Tienanmen
a Pechino - Agosto 2019.
In fondo il mausoleo a Mao Zedong.

L’ammetto: quando entro in un luogo di culto (ovvero sacro per chi mi ospita in quel determinato momento), specie se in veste di semplice turista, non posso fare a meno di rispettare i canoni che m’impone la religione seguita in quel determinato luogo. Mi levo il cappello e faccio il segno della croce entrando in un tempio (chiesa) cattolico, ho tenuto il capo coperto quando sono entrato in una sinagoga o mi sono trovato nell’area sacra del Muro del Pianto a Gerusalemme, mi sono tolto le scarpe (ed i calzini ove mi veniva chiesto) entrando in una moschea, mi sono inginocchiato ovviamente davanti ad una statua del Buddha e mi sono inginocchiato persino quando ho calpestato il sacro suolo del tempio di Delfi in Grecia.
Una buona norma, questa del rispettare il luogo di culto in cui si entra che mi ha insegnato, tanti anni addietro, l’ex vescovo di Cosenza-Bisignano monsignor Dino Trabalzini, in occasione di un viaggio in Terra Santa.
Ho rispettato tale regola anche nel mio viaggio in Cina, terra dei Buddha passati a miglior vita e terra, forse, anche dei buddha viventi. Dei... santi uomini (difficile considerarli dei in quanto loro, per come mi sembra di capire, da “illuminati” si limitano ad indicare il metodo per trovare la propria via ma sta ai discepoli capire di quale via si tratti). Agli “illuminati” si può solo chiedere la luce. Ma se non coltiviamo in noi stessi tale scintilla dopo un attimo la stessa si spegne e ci rigetta nel buio in cui camminano i comuni mortali.
Mausoleo a Mao Zedong in
piazza Tienanmen a Pechino.
Mao Zedong, il quattro volte grande dei Cinesi, altro non era, o tale è considerato ed a ragione, se non un buddha vivente. Dopotutto è lui ad aver ridato la meritata dignità alla Grande Cina.
Eppure Mao Zedong tutto voleva, a sentir dire dai suoi biografi, tranne che essere venerato, alla sua morte, come un dio. Dopotutto lui era un Comunista con la C maiuscola consapevole che la religione è per buona parte, non del tutto, l’oppio dei popoli. “Ma... anche loro”, i cinesi, “sono esseri umani e come tali non possono fare a meno di credere in qualcosa di più grande di loro. Credere, dopotutto, fa parte dei bisogni primari dell’essere umano”.
Mao Zedong era consapevole di ciò e da illuminato qual era sapeva anche quale tipo di venerazione avrebbero subito le sue spoglie mortali. Fu per questo che il quattro volte grande dei Cinesi espresse in vita la volontà di essere cremato.
Speranza vana. Il suo corpo venne imbalsamato ed ora è debitamente venerato, in un mausoleo realizzato ad hoc, in piazza Tienanmen (porta della Pace Celeste).
Non ho potuto entrare all’interno del mausoleo che conserva le spoglie mortali di Mao Zedong. Ma, se mi fosse stato possibile, sicuramente mi sarei inginocchiato davanti al suo sarcofago ed avrei chiesto anche a lui di illuminare la mia via o di insegnarmi la giusta direzione.
Inutile dire che per la maggioranza dei cinesi è obbligatorio almeno una volta nella vita, per ovvie ragioni, fare un pellegrinaggio a piazza Tienanmen a Pechino.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

martedì 17 dicembre 2019

La Cina è vi-Cina... molto più di quello che possiamo immaginare. (4)


Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di dicembre 2019.
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Pechino 30 agosto 2019 - visita alla Città
Proibita.Nella foto le guide Aurora (a sinistra)
e Sole (a destra).
Quando si parte, anche se da semplici turisti, verso uno Stato che si ritiene ai confini del mondo (come la Cina, per tanti di noi Sanfilesi) - in un’epoca che scorre maledettamente veloce come quella che sta subendo la nostra generazione - le prime tre domande che uno di noi si pone sicuramente sono: 1) se ci ammaliamo ci sarà qualche possibilità di sopravvivere in una zona in cui sicuramente ci sarà impossibile farci capire? 2) le guide locali conosceranno bene l’italiano? 3) come faremo a ricaricare i nostri tablet o i nostri smartphone e quindi a restare collegati con il mondo?
Proprio così, ci si chiede anche e soprattutto come faremo a restare collegati con il nostro avanzatissimo tecnologico mondo. Quasi la Cina non facesse parte di questo mondo o fosse restata tecnologicamente imprigionata nel suo ottocentesco medioevo.
Ed eccoci intenti a caricare le nostre valigie di medicinali per le più disparate previste malattie (dalla semplice aspirina per il mal di testa ai più impegnativi antibiotici ad ampio spettro d’azione o ai farmaci contro la diarrea e contro i conati di vomito).
Per quanto riguarda invece la corrente elettrica necessaria a ricaricare i nostri diabolici mezzi informatici made in Cina... come non portarsi dietro almeno tre o quattro spine universali? Anche queste made in Cina?
Proprio così: andando in Cina nella speranza tra l’altro anche di sopravviverci, anche se per una decina di giorni, ci portiamo dietro un tale peso... di prodotti made in Cina.
Per poi scoprire che da quelle parti è difficile trovare un hotel che abbia stanze dove le prese attaccate al muro non siano tutte universali o che gli stessi non ti offrano il wi-fi libero o che la tua scheda telefonica non sia anche automaticamente collegata al resto del mondo anche in gran parte della Cina.
Qualcosa ovviamente su questo fronte anche in Cina lascia a desiderare... ma non per tutti e sicuramente non perché la tecnologia informatica presente in questa grande nazione non sia all’altezza della roba che la stessa smercia nel resto del mondo.
Quel qualcosa è, ovviamente Facebook, che funziona con la tua scheda telefonica ma che non ti dà la possibilità d’accederci tramite le schede telefoniche cinesi o il wi-fi che ti mettono a disposizione i gestori degli hotel in cui siete ospitati.
Inutile dire che il Facebook libero è un po’ indigesto ai governanti cinesi... ma non solo ai governanti cinesi (oggi sappiamo benissimo che il Facebook libero è alquanto indigesto anche ai governanti americani e persino a tanti governanti europei, italiani inclusi).
Il social-network Facebook per gran parte dell’anno e soprattutto in particolari critici periodi sociali in Cina è oscurato: il sogno di tanti governanti, appunto, di paesi liberi come il nostro.
Ma è veramente oscurato o tale blocco si può bypassare tramite l’uso di un’applicazione pirata e a pagamento?
(continua).
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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

giovedì 5 dicembre 2019

La Cina è vi-Cina... molto più di quello che possiamo immaginare. (3)


Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di novembre 2019.
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Lintong (Cina). Orietta e Pietro in visita
al Museo dell'Esercito di Terracotta.
Il 27 agosto 2019 io e mia moglie Orietta ci trovavamo a Lintong (una località all’incirca 30 km a nord di Xian) in Cina.
In tale località sono state portate alla luce, dal 1974 ad oggi, circa 10.000 statue divenute subito famose in tutto il mondo con il nome di “Esercito di Terracotta” (collocato nel Mausoleo del primo imperatore Qin, vissuto tra il 260 ed il 210 avanti Cristo). Ovvero ciò che ormai si considera universalmente l’ottava meraviglia del mondo antico.
A far da guida al gruppo di turisti di cui facevamo parte anche mia moglie Orietta ed io c’era la bravissima signora Chen Xi... per noi italiani semplicemente Aurora.
Aurora in effetti era la nostra guida nazionale ovvero l’unica che ci ha accompagnato per l’intera durata del tour. A Shangai ed a Pechino infatti la stessa fu affiancata da altre guide locali.
Finora ho viaggiato tantissimo visitando gran parte dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo o a ridosso degli stessi: sono stato in Marocco, in Tunisia, in Egitto, in Giordania, in Israele, in Grecia, in Turchia, in Spagna, in Portogallo, in Francia, in Croazia, in Inghilterra (se consideriamo Gibilterra come suolo inglese) e persino nello Stato del Vaticano.
Ho avuto il piacere in tali viaggi di ammirare opere uniche nel suo genere realizzate dagli uomini. Opere maestose che avvicinavano gli ideatori delle stesse alle divinità quando non finivano per sancire la divinità dei committenti stessi di tali opere (templi, piramidi, mausolei vari e così via). Opere che servivano alla difesa del territorio come opere che dovevano solo mostrare la grandezza dei sovrani del momento.
Ho compreso l’importanza della Grande Muraglia, posso capire la realizzazione d’una piramide o di un tempio (stupenda la città di Petra in Giordania o Abu Simbel e le piramidi in Egitto o Delfi, il Partenone e la tomba di Agamennone in Grecia...) ma riuscire a capire la follia di creare un Esercito di Terracotta come quello di Lintong in Cina decisamente, l’ammetto, mi è alquanto difficile da capire.
Un’opera sicuramente unica ma decisamente realizzata per esaudire i desideri, a parere di un profano come lo scrivente, di una mente malata.
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Mentre a Shangai la nostra guida Aurora fu affiancata da Luca (altra guida locale ovviamente parlante in italiano) a Pechino ad affiancare Aurora ci pensò l’altrettanto bravissima Sole. Inutile dire che Luca e Sole (così come Aurora) non erano i loro veri nomi, essendo loro cinesi cresciuti e pasciuti in Cina, ma nomi che hanno adottato ad uso e consumo di noi turisti italiani. Nomi che in alcuni casi erano più o meno la traduzione degli stessi nei corrispettivi italiani (vedasi il caso di Aurora e Sole) o semplicemente avevano, con i loro nomi originali, una assonanza quantomeno fonetica con altri nomi del Bel Paese (vedasi il caso di Luca).
In ogni caso avere a disposizione nel nostro soggiorno in Cina delle guide come Luca, Aurora e Sole è stata una vera fortuna. Preparati e simpatici come gli stessi erano.
Luca arricchì di conoscenze ed aneddoti la nostra permanenza a Shangai e a Souzou, Aurora a Xian e Sole a Pechino.
Tutto potevo pensare tranne che questo viaggio avrebbe rimesso in discussione l’immagine che mi ero fatto finora della Cina. Un’immagine distorta anche a causa delle letture, non sempre capite dal sottoscritto, di alcuni libri e riviste che mi capitarono tra le mani nei decenni passati. Senza con ciò scomodare anche il ricordo di quel mattone (a causa più che altro dalla eccessiva durata) di film realizzato dal maestro Bernardo Bertolucci e che risponde al titolo de “L’ultimo imperatore”.
Luca, Aurora e Sole, anche e soprattutto come visione della vita, sembravano far parte di tre Cine completamente diverse. Cosa dopotutto normale visto che gli stessi si sono formati in tre fusi orari l’uno diverso dall’altro.
La Cina, inutile dirlo, come territorio è vastissimo anche se, credetemi, a volte si ha la vaga impressione, vivendo in quella zona e conoscendo la nostra realtà, che sia più complicato, più distante Catanzaro da Bari o da Roma che non Shangai da Pechino.
E questo perché noi nel Meridione d’Italia sembra che ancora viviamo al tempo dei Borbone di Napoli mentre loro sembra si stiano attrezzando per raggiungere Marte ancor prima della Russia o degli Usa.
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Tutto era strano, tutto era diverso da ciò che mi ero immaginato in questa Cina che finalmente vedevo con i miei occhi... e che i miei occhi non si limitavano più ad osservare solo la Grande Muraglia, la Città Proibita o l’Esercito di Terracotta.
Ed anche la mente iniziava a porsi qualche strana domanda. Ed alcune di queste domande non potei fare a meno di girarle alle nostre stupende e preparate guide.
E fu così che, rivolgendomi a Sole, le chiesi:
- Mi spieghi come avete fatto voi cinesi a passare senza grossi problemi (considerando ovviamente le situazioni del tempo in cui si sono svolte le varie fasi storiche) dalla Cina imperiale, all’occupazione giapponese, alla Cina comunista di Mao Zedong e ritrovarvi ora in un regime capitalista con una visione futurista che sembra aver lasciato anni indietro i paesi occidentali? Come fate a trovarvi in una economia (una visione economica) decisamente più avanti della nostra.
Dopotutto qui si tratta di resettare il proprio cervello a cadenza quasi ventennale quando in Italia ancora viviamo mentalmente nei primi decenni postunitari.
Sole mi dette, più che giustamente (anche se in modo scherzoso), le conseguenti risposte. Risposte che riporto di seguito:
SOLE: - Ci troviamo davanti a voi per il semplice motivo che noi ci svegliamo prima di voi. Dopotutto il sole in Cina sorge sei ore prima che in Italia.
IO: - Colpito ed affondato, e per quanto riguarda la situazione politica economica? A cosa dovete questa capacità di riadattamento a dir poco indolore?
SOLE: - Semplice: a noi non interessa chi governa. Interessa che chi governa governi bene e ci metta tutti nelle condizioni di saziare il nostro appetito. La politica non è del popolo.
E si tocco’ la pancia.
(continua).
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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

mercoledì 6 novembre 2019

La Cina è vi-Cina... molto più di quello che possiamo immaginare. (2)


Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di ottobre 2019.
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Shanghai (Cina) 24 agosto 2019.
Pietro Perri e la moglie Orietta sulla riva 
del fiume Huangpu.
La cosa che spesso mi sono sentito chiedere da alcuni amici al rientro dai miei ormai tradizionali annuali viaggi è... se ne è valsa la pena.
Credetemi: viaggiare vale sempre e comunque la pena. Sono questi i soldi che considero meglio spesi, un vero e proprio investimento sul presente e sul futuro di chi ha la fortuna/sfortuna di condividere, anche se per un breve attimo, il nostro terreno cammino.
Viaggiare permette di staccare realmente la spina dal consuetudinario e comunque ci permette di verificare direttamente (e non per il solito stupido sentito dire) ciò che pensavamo di un determinato popolo e/o di un luogo.
Poggiare i nostri piedi su un suolo diverso da quello che calpestiamo quotidianamente equivale ad aprire contemporaneamente le pagine di almeno una decina di libri diversi. Viaggiando, osservando, dialogando e confrontandosi con i “diversi”... non si può non imparare qualcosa di nuovo.
L’importante è che quando si decide di partire lo si faccia senza costrizioni, senza preconcetti e con mente aperta al nuovo.
Ed eccoci qua, io e mia moglie Orietta, impegnati in questa nuova ennesima avventura in giro per il mondo. Eccoci... in Cina.
Il viaggio, inutile dirlo, era tutto organizzato, avevamo a disposizione un accompagnatore dall’Italia ed avevamo ben tre guide locali parlanti in italiano ad aspettarci nelle varie località che avremmo visitato.
Inutile dire che in questo viaggio qualcosa mi ha deluso e tantissimo mi ha meravigliato.
Mi ha deluso, ad esempio, il fatto di non aver trovato i miei amatissimi vermicelli di soia cui sono abituato a mangiare nel ristorante cinese in cui, nella vicina cittadina di Rende, vado piacevolmente a rifocillarmi con cadenza almeno trimestrale: adoro la cucina cinese. Quella cucina che ormai, purtroppo, è più facile trovare in Italia che nella Cina dei tour organizzati.
La cucina tradizionale cinese destinata ai turisti, infatti, si è ormai alquanto... occidentalizzata.
Un errore, questo, in cui purtroppo sono cascati stupidamente anche i ristoratori delle varie “cucine tipiche regionali” d’Italia che, invece di garantire il prodotto realmente tipico e doc, pensando di fare un piacere ai turisti esteri, si fanno in quattro per garantire agli stessi una cucina internazionale che poco ha a che dividere con la nostra gustosissima tanto decantata cucina calabrese.
Tra i vari preconcetti che avevo messo nella valigia prima di intraprendere questo viaggio in Cina c’era pure la consapevolezza che mi sarei trovato a visitare un Paese ancora legato al mondo medioevale: una terra arretrata, sporca, con mezzi di locomozione e trasporto da terzo mondo e chi più ne ha più ne metta.
Niente di più sbagliato: la Cina, quella parte di Cina che ho avuto il piacere di visitare (in particolare le città di Shanghai, Suzhou, Xian e Pechino) sono città proiettate decisamente nel futuro. A collegarle aeroporti e mezzi di trasporto, confrontati a quelli cui siamo abituati nel Centro-Sud Italia a dir poco da fantascienza.
Basti pensare al Treno ad Alta Velocità (ed anche alla comodità con cui si viaggia nello stesso): 1200 chilometri coperti in circa quattro ore e mezza e con un costo di poco più di 80 euro a testa. Una sola sosta lungo l’intero tragitto e comunque senza necessità di dover cambiare treno due o tre volte nel corso dello stesso. Pulitissimo e con poltrone che non sfigurerebbero in una hall d’hotel a quattro stelle.
Unico neo è il ritardo registrato alla partenza: tre assurdi inconcepibili imperdonabili secondi di ritardo... ma forse era il mio orologio che non era sincronizzato bene.
Provate a confrontare ciò con un treno qualsiasi preso da un qualsiasi calabrese a Reggio Calabria o nella nostra vicina stazione di Paola e diretto a Milano o a Torino. Onestamente mi viene il voltastomaco al solo pensarci.
Mi viene normale pensare che mentre nel Sud Italia molti di noi ancora pensano ai bei tempi in cui facevamo parte del Regno delle Due Sicilie (ovvero ad oltre 150 anni addietro) la gran parte del popolo cinese pensa a come ed a quando riusciranno a mettere il piede, ancor prima degli americani, su Marte. I Cinesi, e sicuramente questa è la  loro grandezza e ciò che oggi fa di loro una grande nazione, guardano al futuro mentre per noi esiste solo il passato.
Quella che mi sono trovato difronte non è la Cina con le capanne di canne di bambù: è la Cina dei grattacieli, è la Cina delle ampie e funzionali infrastrutture, è la Cina dell’innovazione, è la Cina dal passato glorioso ma soprattutto è la Cina... del mondo del futuro.
E’ la Cina che riesce in modo impeccabile a far funzionare (sia dal punto di vista organizzativo che amministrativo) una città di 25 milioni d’abitanti quando noi non siamo in grado di far funzionare, amministrativamente e organizzativamente, neanche un villaggio di poco più di 2600 abitanti quale il nostro amato/odiato borgo di San Fili.
In Cina è vietato non lavorare: tutti devono partecipare a rendere grande la Cina. Tutti possono partecipare a rendere grande la Cina.
In Cina, ovviamente nelle città e nelle zone che ho avuto il piacere di visitare in questo stupendo tour cui ho partecipato verso la fine del mese di agosto di quest’anno, per terra non ho visto nemmeno una cacca di cane, né ho sentito il nauseante odore della stessa o del piscio di questi comunque incolpevoli animali (i colpevoli sono i padroni o, ancor peggio, i “bastardi” loro ex padroni). Anzi, per essere più corretto ho quasi rischiato di rientrare in Italia senza aver avuto il piacere di vedere un solo cane in circolazione in Cina.
Inutile dire che mi è subito venuto in mente quella assurda diceria sul popolo cinese e sulla fine che fanno i cani che si trovano a passare nei pressi di un ristorante cinese. Ma questa diceria va bene per una stupenda gag di un altro stupendo film con protagonista il mitico indimenticabile Fantozzi/Paolo Villaggio. La realtà è ben diversa ed è racchiusa in un concetto ben definito: rispetto verso gli altri.
(continua).
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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!


sabato 27 aprile 2019

San Fili, i cani randagi e i proprietari (dei cani di proprietà o adottati) incivili. (2)

Cani randagi in mezzo alla strada
nell’area antistante l’entrata del
campo  sportivo “Dante De Lio”
in contrada Frassino del Comune di 
San Fili.
Qualcuno potrebbe iniziare anche a pensare che lo scrivente ce l’abbia con i cani randagi.
Niente di tutto ciò e questo per due motivi: 1) ho il coraggio di sottoscrivere ciò che firmo e quindi di assumermi la responsabilità politica e morale di quanto affermo; 2) i cani randagi sono esseri viventi (che tra l’altro migliaia di anni fa hanno stupidamente scelto - secondo alcuni studiosi “gli è stato imposto” - di diventare i migliori amici dell’uomo) e meritano tutto il nostro rispetto ma meritano anche di vivere in modo dignitoso ed in piena sicurezza sia per loro che per quanti rischino di imbattersi in loro nel corso del quotidiano proprio cammino.
Il problema, come ho tenuto a sottolineare in un precedente post/articolo pubblicato sia sul Notiziario Sanfilese (il bollettino dell’Associazione culturale “Universitas Sancti Felicis” di San Fili) del mese di gennaio 2019 che su questo stesso blog, a San Fili, ma non solo a San Fili, abbiamo ormai un grossissimo problema da affrontare: i cani randagi.
I cani randagi che circolano quasi indisturbati per i vicoli e le strade del nostro amato/odiato paesino sono da tempo diventati un vero problema. Anche se gli stessi, è giusto sottolinearlo, si stanno adeguando al modo di vivere dei Sanfilesi ed osservando (studiando?) tale modo di vivere all’interno dello stesso si sono intelligentemente ritagliati un proprio spazio vitale.
Chi ha potuto, ad esempio, si è accattivato la simpatia di qualche “debosciato mentale” che non ha capito che col suo stupido modo di fare non fa altro che creare ulteriori problemi non solo al vivere civile della Comunità Sanfilese ma anche al vivere civile e sicuro della popolazione canina comunale stessa.
Mi riferisco, col termine “debosciato mentale”, ad esempio chi pensando di avere un po’ più di coscienza dei propri compaesani si prende la briga di gettare, magari lanciandole dal finestrino della propria automobile in corsa, buste piene di avanzi di cucina in zone che sa frequentate dai cani randagi.
Ed i cani randagi ormai consapevoli di ciò aspettano fiduciosi.
Purtroppo tali zone, dove vengono gettate le buste con gli avanzi della cucina, sono spesso e volentieri a ridosso di carreggiate stradali ed i cani randagi finiscono per considerare la stessa strada quasi come un porto franco, un punto dove possono vivere liberamente in attesa del proprio meritatissimo “pane quotidiano”.
Il risultato di tutto ciò? ... semplice: un grande rischio sia per chi guida la macchina sia per gli stessi animali.
Bestie! (e con il termine “bestie” mi riferisco ai summenzionati “debosciati mentali”).
Avete mai pensato al danno che state facendo anche e soprattutto a questi poveri animali? ... perché non iniziate ad adottarli, visto il vostro “buon cuore” portandoli nel vostro giardino o in casa vostra e garantendogli un minimo di civili cure e sicurezza?
Sono sicuro che sia i vostri concittadini che la comunità canina che vive nel nostro paese (in particolare quella che vive in contrada Frassino nei pressi del campo di calcio Dante De Lio) ve ne saranno infinitamente grati.
Ma voi non volete impegni né volete che il vostro buon cuore tocchi più di tanto il vostro portafogli quindi preferite (in alcuni casi anche rivestendo cariche pubbliche all’interno del nostro Comune) affrontare quest’argomento in modo decisamente parziale e spesso di incomprensibile messaggio a chi ha un po’ di sale in zucca.
Domanda stupida: secondo voi due cani al centro della strada, come quelli nella sopra a sinistra foto, non corrono nessun pericolo? E gli automobilisti che percorrono quella strada?
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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!