SAN FILI BY PIETRO PERRI BLOG

A chi non ha il coraggio di firmarsi ma non si vergogna di offendere anche a chi non (?) lo merita.

Eventuali commenti a post di questo blog non verranno pubblicati sia se offensivi per l'opinione pubblica e sia se non sottoscritti dai relativi autori. Se non avete il coraggio di firmarvi e quindi di rendervi civilmente rintracciabili... siete pregati di tesorizzare il vostro prezioso tempo in modo più intelligente (se vi sforzate un pochino magari per sbaglio ci riuscirete pure).
* * *
Ricordo ad ogni buon file l'indirizzo di posta elettronica legata a questo sito/blog: pietroperri@sanfili.net

lunedì 16 gennaio 2023

Chernobyl's children - Nota e versi by Pietro Perri.



Nella foto a sinistra: luglio/agosto 1994 - gruppo di bambini provenienti dall’Ucraina (zona centrale nucleare di Chernobyl) ospitati da alcune famiglie della costa tirrenica (Paola-Fuscaldo-San Lucido). La foto (by Pietro Perri) fu scattata in località Acquatina di San Fili (poco al di sotto del valico Crocetta).

Nel 1996 anche San Fili ospitò alcuni fanciulli provenienti dall'area di Chernobyl (zona dell'Ucraina tristemente nota per l'incidente verificatosi nella centrale nucleare). Fu un’impresa stupenda ma decisamente impegnativa. 

La mia famiglia ospitò l'accompagnatore, Chissà, dopo circa trent'anni da allora, che fine hanno fatto quei fanciulli: se hanno avuto un futuro e che tipo di futuro... se hanno un presente,

L'esperienza comunque non venne ripetuta. Neanche da quelle persone e da quelle famiglie che in quell'occasione ci accusarono d'esserci voluti accaparrare l'accoglienza di quei bambini senza distribuirli in modo più onesto nella comunità.

Beata (tanto santa quanto invidiabile)... umana imbecillità!

A proposito: la poesia che riporto di seguito, preceduta da una breve nota introduttiva, è una delle uniche due mie poesie (se tali si possono definire) riportanti un titolo in inglese.

*     *     * 

Anche San Fili, come migliaia di altri paesi e città italiane, ha toccato con mano il dramma della nube di Chernobyl. L'avventura è iniziata nel lontano 1994 (agosto se non vado errato) quando il movimento politico-culturale "Uniti per San Fili e Bucita" in località Acquatina organizzò una giornata ecologica in favore dei bambini ucraini ospiti di famiglie della cittadina paolana. "Biondi cherubini / inconsapevoli cavie / profeti di sventura / grondanti di vita" ... e noi, quasi fossimo andati a vedere uno spettacolo ad un circo equestre, ce li aspettavamo senza capelli, pieni di pustole, zoppicanti e chi più ne ha più ne metta.

"A valle una freccia / insegue invano il triste dio alato / il diluvio oggi... vile speranza / non ci sarà!"... qualcuno al paese, sogghignando, sentendo cadere una goccia d'acqua sul suo naso, già ringraziava Dio per aver rovinato la giornata. Ma era una goccia d'acqua della tipica nuvola d'impiegato: caduta giusto sul suo naso.

San Fili ospitò l'anno successivo 14 ragazzi ucraini: "biondi cherubini" anche questi, "grondanti di vita" anche questi... "profeti di sventura" anche questi nel momento in cui li facemmo visitare da una équipe medica e ci rendemmo conto che per alcuni di loro non ci sarebbe stata speranza.

E Sascia, in quel lontano 1994, in località Acquatina, al pari dei nostri bambini, piangeva per il semplice fatto d'aver dimenticato a Paola la sua pistola ad acqua regalatagli amorevolmente dai suoi genitori adottivi.

A cavallo d'un dio alato
giunsero in Italia
i tristi figli
dell'annunciata morte.

Biondi cherubini
inconsapevoli cavie
profeti di sventura
grondanti di vita.

Giunsero a San Fili
senza una storia da raccontare
senza un orrore da nascondere
vivi... deludente visione.

Il circo da tempo
aveva levato le tende
verso un'altra città
un'altra annunciata morte.

Bugiardo dio alato
falso come il presente
che cerca nel futuro
l'ultima vestigia del passato.

Dove sono le teste calve
le mani a sei dita
l'epidermide bruciata
gli occhi spenti... nel buio.

Dov'è la tristezza Sascia:
in una pistola ad acqua
dimenticata a casa
dei tuoi genitori adottivi?

Biondi cherubini
inconsapevoli cavie
profeti di sventura
grondanti di vita.

A valle una freccia
insegue invano il triste dio alato:
il diluvio oggi... vile speranza
non ci sarà!

Pietro Perri / 1994 - 1995.

 

domenica 11 dicembre 2022

Le piante di natale a San Fili - Lippu frascogna e pungitopu.



Nella foto a sinistra: pianta del pungitopo. Questa pianta è particolarmente presente nel sottobosco dei castagneti circostanti il centro abitato di San Fili... o quanto meno lo era fino a qualche decina d’anni addietro. 

Foto (ed articolo) by Pietro Perri.

*     *     *

Lippu, frascogna e pungitopu.

Del Natale e delle "meglie feste dell'anno" a San Fili (Capodanno, Pasqua ecc.) ne ha ampiamente parlato il prof. Francesco Cesario nel suo libro "San Fili nel tempo" per cui, evitando di ripetermi, a chi ancora non l'ha, consiglio di procurarsene una copia.

In questi giorni (inizio dicembre) comunque, avendo in mente di costruire il tradizionale presepio, mi è girato per la testa di ripescare alcuni termini dialettali della mia fanciullezza decisamente caduti in disuso.

Sono termini prettamente botanici: lippu (con i derivati "lippusu" e "lippìadi"), Spinapulice o spinasurice (ossia pungitopu) e frascogna (o viscogna).

Oggi per realizzare il verde nei presepi basta andare in un qualsiasi negozio e comprare una appropriata carta verde... per la gioia delle casalinghe in quanto non corrono il rischio di sporcare eccessivamente le loro abitazioni... sono poche famiglie oggi ormai, infatti, ad utilizzare per tale scopo anche nei nostri paesini del naturale "lippu" (muschio).

Fino a qualche decina d'anni orsono invece a San Fili c'era una vera e propria incetta, nel periodo pre-natalizio, di questa pianticina primordiale e la maggior parte finiva certamente ad abbellire il presepe che veniva realizzato nella Chiesa Madre.

Il Natale a San Fili veniva per tutti e per tutti era sacro rispettare la tradizione del presepe. Chi non poteva comprare dei pastorelli in terracotta o cartapesta, senza lasciarsi prendere troppo dallo sconforto, realizzava i propri "pascarieddri" (non sempre definibili opere d'arte) in creta che si procurava dai locali "ceramilari". Plasmato il "pezzo", lo si faceva indurire (cuocere) accanto al fuoco di casa (u fuacularu).

Il "lippu" migliore, per gli intenditori, era ed è in ogni quello che cresce ai piedi degli alberi di d’ulivo e dei castagni, anche se non è da biasimare neanche quello trovato a ridosso dei grandi sassi o della roccia rossa (tipica del nostro paesino).

Lippusu comunque era la frutta acerba o un vino delle peggiori annate. "Lippu" è detta quella buccia finissima che riveste internamente le castagne e "lippìadi" persino un'esistenza senza senso... anche se "pigliare lippu" equivale ad attaccarsi, affezionarsi ad un luogo o ad una comunità.

Un'altra pianta di questo periodo (e di cui sono stracarichi i nostri alberi di castagno sopravvissuti al cancro ed alla stupidità umana) è certamente la frascogna o viscu (vischio). A parte il concetto ornamentale natalizio di tale "pianta parassita", c'è da dire che dalle palline della stessa, in altri tempi ovviamente, opportunamente bollite, se ne ricavava una particolare colla con la quale si cospargevano sia le zone dove era qualche pianticina di vischio che altre zone dove si sapeva che si sarebbero posati piccoli uccelli in cerca di qualcosa da beccare.

Tali uccelli, inutile dirlo, finivano senza via di scampo nel paniere dei cosiddetti "cardiliaturi" (persone specializzate nell'acchiappare cardili).

La terza ed ultima pianta tipica del periodo natalizio (a San Fili come in buona parte del mondo) è la "spinapulice" o "spinasurice", conosciuta ormai come pungitopo... ma qui si può dire che siamo di fronte ad un vero e proprio termine italiano. Ossia quella stupenda pianticina sempreverde con quelle caratteristiche palline rosse.

Qualche nostro anziano la fa coincidere con il termine "vrusciu", ma con questa parola (più che altro "vruscia") anticamente venivano intesi "i rimasugli di castagne e di ghiande che restano dimenticati, o rifiutati come scadenti nei castagneti o nei querceti, e in cui si fanno pascolare i porci per nutrirsene" (n.d.r.: definizione presa dal "Vocabolario del dialetto calabrese" di Luigi Accattatis), ovvero i luoghi dove si sarebbero potute trovare le pianticine di pungitopo e non le pianticine stesse.

Le pianticine di pungitopo venivano usate anche per abbellire l'albero di Natale, assieme a qualche pezzetto di torrone, a dei "pupazzieddri" di stoffa fatti in casa, a dei fiocchi di cotone (simbolo della neve) e a quant'altro, nei bei anni che furono (ante 1950) offriva ai nostri anziani la magnanima Signora Provvidenza. 

N.B.: Quest'articolo risale alla fine degli anni Novanta del secolo scorso.

sabato 10 dicembre 2022

Ricordando Francesco Mazzulla alias... u Summichele.



Nella foto a sinistra: Francesco Mazzulla alias “u Summichele” in uno scatto dei primi anni Sessanta del secolo scorso davanti all’entrata del magazzino seminterrato usato dallo stesso come abitazione di fortuna.

*     *     *

Francesco Mazzulla alias... u Summichele.

Di Pietro Perri.

(articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di Agosto 2009).

(...)

Chi scrive, non ricorda chi fosse e come fosse fatto “u Summichele”: l’età, per fortuna, l’ha graziato sul vivere quegli anni. Però ne ha sentito tantissimo parlare dai suoi “anziani del paese” ed ha avuto il piacere d’apprezzarne doti ed immagini negli accattivanti versi a lui dedicati dal grande Gigino Aloe. Versi che riportiamo sulla destra (n.d'a.: sotto).

Gigino Aloe, nel finale della sua poesia, paragona “u Summichele” al noto opinionista e conduttore televisivo Gianfranco Funari (Roma 21 marzo 1932 - Milano 12 luglio 2008) e lo fa simpaticamente precursore, nel modo di imporre l’immagine di un prodotto da pubblicizzare, allo stesso.

Stupenda la foto riportata sulla destra. E’ il 1960: “u Summichele” viene immortalato uscendo dalla sua casa (?) con una mano che accompagna alla bocca la sua “trumma” e l’altra mano impegnata a tener buoni i suoi fidi compagni.

La casa (un vero e proprio tugurio diremmo oggi) era un magazzino che si trovava al di sotto dell’ex ufficio postale di San Fili (nei pressi di piazza Madonnina)… di fronte alla scesa della rampa (attuale via Giuseppe Crispini).

Francesco Mazzulla de “u Summichele”, verrà ricordato lui stesso semplicemente con il soprannome che si portava dietro: “u Summichele” (il signor Michele).

*     *     *

DaLa domenica a San Fili (Anni 50)di anonimo sanfilese.

«Nella prima mattinata molti uomini si affrettavano a portare a casa il “fagotto” con la carne appena acquistata riconoscibile dalla carta gialla spessa ed assorbente, usata solo dai macellai. Analoga cosa avveniva sporadicamente per il pesce, in quel caso c’era “U Summichele cu ra trumma a jettare u bannu” (il banditore) per informare dell’eccezionalità il paese.»

*     *     *

DaU cancieddrudi Oscar Bruno.

(...)

Ma la gente nun sa nente

Cchi si vinne a su cancieddru,

O minosce o se grispieddru

Sempre ‘ncunu a de gridare.

 

Cchi furtuna chi nui avimu

Cc’e’ Franciscu u Summichele,

Ca ppe’ vinne tene u mele

E’ avanti sa mastrìa.

 

Nun criditi ca Franciscu

Era natu povarieddru

A furtuna appriessu a d’iddru

L’à mannatu a su paise.

 

Era natu miericanu

e dinari ne facia

a ri tiempi chi curria

e ‘ncappatu ‘nta li ‘ntisi.

 

Mo tu vidi ‘ntu paise

Ppe’ campare onestamente,

Lu bon core de la gente

Ppe’ Franciscu n’era china.

 

O discurre ‘mmienzu u puentu

O assettatu a ri muretti,

Ccu nu piattu de spachetti

Ne mmitava a ru barune.

 

Pue si i pisci su arrivati

Iddru pront’e’ ddra’ vicinu,

E si pigliadi u caminu

ca u bannu a de jettare.

 

Li cchiu’ gruessi ‘nta’ na manu

‘nta nu piattu o ‘nta na frunna,

Sunnu frischi de chir’unna

Sunnu pisci Paulani.

 

Mo lu dice miericanu

E ra gente nun capisce

E nun sa’ cchi razza e pisce

E’ arrivatu a ru cancieddru..

 

Meracca su marinuetu

E’ ddra’ dintra carciratu,

Ccu ri pisci ca purtatu

Ti li porjie da ferriata..

 

Sunu frischi quasi vivi

‘Nta la notte l’ha piscati

Ccu ru ciucciu l’ha purtati

Ohi cchi vita ca de fare.

 

Ti li gira e ti li vota

Ccu se manu ‘mprasticate,

Fa de scasciu le pisate

Si ti fa nu mienzu chilu.

 

Mo Franciscu u Summichele

Sta’ gridannu ‘ntu paise’

Chine e’ surdu puru ha ‘ntisu

Ca de jatu ne tenia.

 

Mo le genti du Rinacchiu

Da la cruce o de la chiazza,

Curre tutti ‘nta la chiazza

Ca si pisci àu d’ accattare.

 

Nun si fau chhiu’ quistione

A ra fila su cunzati,

Mienzu chilu bon pisati

Sinne vau murmuriannu.

(...)

*     *     *

Nu giganti rapatu (u Summichele)

(versi di Gigi Aloe)

 

Nu giganti rapatu! N’uaminu servaggiu

ma a chiri tiampi, nu grandi personaggiu.

 

Scavuzu e mianzu nudu, cu friddu e cu ru gelu

nu bloccu di graniti! Nu monumentu veru!

 

Campava cu ru bannu! Na trumma e nu tamburu

sa propaganda spicciula, attraversava i muri.

 

I cani sempi appriassu, a merci supa a manu

a genti mmianzu u puantu, rispunna a su richiamu.

 

Di tutta la simana u juarnu preferitu

era ru venerdì picchi’ u cchiu’ sapuritu.

 

Era u beniaminu i tutti i piscinari

puru su pisci puzza, iddru lu fa cumprari.

 

Pe fa’ vidi’ ch’è friscu, sinn’inchia na cartata

iddru su mangia crudu e grida: “E’ di jurnata!”.

 

Forse pe certi versi è statu precursori

di certi personaggi ditti presentatori.

 

I stessi marchingegni oji li fa Funari

pe garanti u prodottu fa finta i su mangiari

 

si senta illuminatu pe sa bella trovata

un sa’ cu Summichele sa cosa l’ha inventata!

*     *     *

E’ facile ridere delle miserie altrui.

Di Nuccia Giglio-Carlise.

(Dal Notiziario Sanfilese del mese di settembre del 2009)

In ogni paese c'é sempre qualcuno che attira l'attenzione per le stranezze che fa e che lo fanno diventare, di conseguenza, lo zimbello di tutti. A San Fili un tipo così è stato Francesco Mazzulla, conosciuto dai paesani come "u Summichele" o anche "Sing-Sing". I sanfilesi non più giovani si ricorderanno senz'altro di lui.

"U Summichele" era una persona semplice e povera che viveva in un piccolo tugurio sotto il vecchio ufficio postale nel palazzo Miceli. Aveva, quindi, di fronte l'allora "muraglione" e precisamente la parte dove veniva scaricata la spazzatura del paese (non c'erano ancora netturbini).

A chi gli domandava cosa avesse avuto per pranzo Francesco rispondeva: "Gaddrine morte e surici rimbambiti", riferendosi a tutta la spazzatura che aveva sotto casa. “U Summichele” aveva vissuto in America e, si diceva, appartenuto alla "Mano Nera", organizzazione criminale che gli avrebbe fatto guadagnare il carcere, prima, nella prigione di Sing-Sing (da cui il soprannome) e l'estradizione, poi, nel Paese natio.

Per noi tutti "u Summichele" era soltanto un poveraccio che languiva in un buco di abitazione e passava le sue giornate andando su e giù corso XX Settembre a divertire la gente fingendo di "dirigere" il poco traffico di quei tempi quando ancora non esistevano semafori.

Era un poveraccio che rispondeva con improperi in inglese ai ragazzi che lo provocavano prendendolo in giro.

Faceva pena, poverino, ma è purtroppo troppo facile ridere delle miserie altrui...

"U Summichele" era preso in giro da tanti ragazzacci che si divertivano a "sfotterlo" dall'unica apertura che portava un po’ di luce nel piccolo tugurio.

*     *     *

Il nonno racconta: u Summichele.

Di Oscar Bruno.

(Dal Notiziario Sanfilese del mese di novembre del 2011).

“Bene figliolo”, disse il nonno rivolgendosi al sempre più curioso nipotino, “l’altra volta ti ho raccontato un po’ della mia vita al paesino di San Fili. Prima di dirti dell’altro, però, dimmi un po’… com’é andata ieri a scuola? … cosa hai imparato dalla viva voce del maestro?”

Ed ecco che il bambino molto educato e rispettoso rispose: “Nonno, io sono stato molto attento alla spiegazione del maestro, il quale spiegò alcune parti dell’aritmetica, e poi anche le prime parti grammaticali dell’inglese. Vedi, nonno, il nostro metodo d’imparare si svolge poco alla volta. Però io sto molto attento e quello che dice il maestro mi resta bene in mente.”

“Bene figliolo”, proseguì il nonno, “fai così e vedrai che sarai sempre il primo della classe. Ora però ti voglio raccontare un’altra storia del bel paesino di San Fili, quello stupendo paesino della Calabria, in provincia di Cosenza, in cui io ho vissuto nella mia giovane età. Sai, in questo piccolo paesino vi era gente di diverso ceto e cultura ed a loro modo tutti erano dei veri e propri personaggi. Ed è proprio di uno di questi personaggi che oggi voglio raccontarti.”

Il nonno fece una breve pausa, prima di riprendere la sua storiella paesana: “Quella che io ti voglio raccontare  è di una persona che per noi, giovanissimi ragazzi, era l’uomo del giorno, cioè era presente ovunque e parlava con tutti. Questo era molto povero e viveva col buon cuore della gente. Questa persona si chiamava Francesco, però la gente lo chiamava… U SUMMICHELE.”

Al nominare U SUMMICHELE il nonno non poté fare a meno emettere un sospiro di nostalgia in ricordo dei bei tempi che furono: “Vedi figliolo, U SUMMICHELE è un nome un po’ ridicolo, però lui, questo grande personaggio, accettava tutto con grande dignità. Comunque non chiedermi per quale ragione avesse tale nomignolo… non sarei in grado di darti una risposta in merito.”

Il nonno ripensa, nel proseguire il racconto, alla sua San Fili… la sua lontana San Fili e a quegli ancor più lontani anni: “Questo era nato in America, era una bravissima persona ma quando era giovane s’incamminò per una vita facile con persone poco buone che lo portarono in una brutta strada. Dopo diverse avventure e peripezie poco oneste, un giorno fu preso dalla polizia e messo in prigione in un posto chiamato SING SING. Caro bambino, questo luogo era molto brutto ed in questo posto si soffriva tanto. Passarono gli anni e venne il giorno in cui le autorità americane decisero di restituirgli la libertà ma decisero al tempo stesso di rimpatriarlo nel paese d’origine dei suoi genitori, cioè a San Fili.”

Purtroppo l’America non fu “america” (sinonimo di fortuna e di vita migliore) per tutti gli italiani partiti da una terra poco proficua nei loro confronti in cerca di fortuna oltre Oceano. Per tanti l’America non è stato altro che il prosieguo d’una vita senza speranze.

“Così, giunto a San Fili e non avendo nessuno”, continuò il nonno nel suo racconto, “ U SUMMICHELE si dedicò a fare dei lavori molto umili. Uno di questi lavori consisteva nel gettare il bando del pesce o di altre mercanzie che arrivavano in piazza. Lui era subito presente per dar voce al bando di ciò che si doveva vendere. 

Il luogo in cui venivano esposte le merci poste in vendita era chiamato U CANCIEDDRU. Questo posto era un recinto in ferro che le autorità del paese avevano fatto costruire apposta regolamentare tali vendite. Arrivato il pescivendolo U SUMMICHELE, si prendeva un bel pesce in mano o in una foglia, e camminando per le vie del paese gridava con quanta voce aveva in gola che… i pesci erano freschi quasi appena usciti dall’acqua, decisamente vivi. 

La frase che lui usava più spesso, e che ancora mi rintona nelle orecchie, era «Chine vo pisci a ru cancieddru a cientu lire u chilu». Prima la diceva in inglese, e poi in calabrese, dando la precisa dimostrazione di quello che aveva nella mano. 

Era bellissimo per noi ragazzi ammirare questo stupendo personaggio. A volte lo si canzonava per farlo arrabbiare, e lui, stando al gioco, faceva finta di rincorrerci… ma poi non era cattivo con noi. A volte ci raccontava della sua vita, e quando parlava di lui, si esprimeva anche in inglese. Da lui ho imparato tante parole di questa strana lingua. Parole che mi sono state utilissime quando sono venuto in Canada in cerca di fortuna.”

Una breve pausa di silenzio… lunga un’eternità per l’orecchio attento del fanciullo. Nella mente del nonno il racconto prosegue malgrado le parole non gli escano più dalla bocca: “Lo ricordo sempre, U SUMMICHELE, perché ha vissuto di povertà e di onestà, non ha fatto male a nessuno, e son certo che la sua voce intona ancora nel piccolo paesino di San Fili.”

Poi di nuovo rivolgendosi al nipotino: “Ora, bello, finisci la tua colazione che devi andare a scuola, e stai sempre attento a ciò che ti insegna il maestro.”

“Grazie nonno per le belle storie che mi racconti”, disse il fanciullo, “ho deciso che quando sarò grande le scriverò e le riporterò in un bellissimo libro.”

“Bravo figliolo, queste tue parole mi commuovono tantissimo. Ma ora... prendi la tua cartella e vai, altrimenti fai tardi a scuola. Ciao bello, e sii sempre attento ed educato non solo in classe ma anche e soprattutto nella vita.”

Così facendo, guardando il nipotino sparire dietro l’angolo, il nonno pensa già, tra le tante bellissime avventure che ha vissuto al paese natio, alla prossima storia che dovrà raccontare all’amato fanciullo.

E di storie a San Fili nonno Oscar ne ha viste, sentite e vissute veramente tante.


giovedì 8 dicembre 2022

Dedicato a mastru Franco Presta ed a tutti i grandi artigiani sanfilesi... d'altri tempi.



Nella foto a sinistra: maggio 1990 piazza Mario Nigro (ex piazza Caserma) a San Fili - (da sinistra) Mario Sergi (che mi ha messo a disposizione l’originale di questa foto), Serafino Ninnuzzu Giraldi e… mastru Francu Presta.

*     *     *

Ci fu un tempo a San Fili in cui era difficile, per chi ne aveva qualcuno, non a riuscire risolvere i propri problemi legati alla quotidianità. Ovviamente mi riferisco ai problemi risolvibili ed in particolare a quando dovevi combattere contro un oggetto che ti si era appena rotto.

Ti si rompeva una scarpa? … ci pensavano i calzolai del paese. Ti si rompeva un mobile o un infisso? … e cosa ci stavano a fare i tanti falegnami sanfilesi? … il tuo mulo perdeva un ferro? … e cosa ci stavano a fare i maniscalchi? …. qualsiasi cosa ti si rompeva, in quel tempo, c’era sicuramente un artigiano, a San Fili, in grado di risolverti il problema: corso XX Settembre era un brulicare di botteghe artigiane e tutte gestite da veri e propri maestri nella loro… arte.

Una brutta giornata di metà anni Settanta (avevo intorno a 14/15 anni quindi sarà stato il 1975 o al massimo il 1976) la mia bici “tipo Graziella” (mi sembra si trattasse di una “Atala” rossa) si era spezzata in due, proprio nel punto in cui c’era l’aggancio (segnato da una evidente saldatura) per una eventuale piegatura: un vero dramma… l’avevo appena comprata.

Come risolvere il problema? … semplice: bastava andare a fare una capatina nella bottega artigianale di mastru Francu Presta… u forgiaru.

Non ricordo chi mi avesse consigliato di fare un salto dal maestro… del ferro saldato (ormai, a San Fili e non solo a San Fili, i maestri del ferro battuto, come il mitico Gaetano Cirillo, appartenevano ad un’altra epoca)… ma sicuramente non c’era altra soluzione in quel momento.

E sicuramente le tasche della mia famiglia non potevano permettersi un acquisto d’un’altra bici… tipo “Graziella” né tantomeno d’atri tipi.

E poi, una saldatura il nostro caro indimenticato compaesano, dicevo tra me e me recandomi in quell’antro - agenzia sanfilese - del dio Vulcano, non l’avrebbe negata a nessuno… specie ad uno come il sottoscritto che in quel periodo era in eterna bolletta.

Semplice? … si fa per dire.

Quando mi presentai a mastru Francu Presta, u forgiaru, con la mia bici pieghevole (tipo Graziella) - spezzata in due - con l’assurda speranza di farmela saldare… a gratis… non avevo ancora capito i concetti di “crisi e congiuntura economica disastrosa”.

Il problema era che in quel periodo, ovvero dalla metà degli anni Settanta del XX secolo in poi, in bolletta a San Fili c’eravamo in tanti: io (ancora imberbe), la mia famiglia… e sopratutto gli ultimi artigiani presenti nel paese - ormai veri e propri sopravvissuti all’incetta di personale fatta dai vari uffici pubblici di Cosenza e di Rende - soffrivano di questa strana e spesso inguaribile malattia.

L’officina (… forgia?) di mastru Francu Presta si trovava (e si trova tuttora, anche se chiusa dal momento in cui il nostro eroe è passato prematuramente a miglior vita) poco sotto la vecchia caserma dei Carabinieri (il cui edificio oggi ospita la biblioteca comunale intestata a Goffredo Iusi ed un ufficio decentrato dell’Azienda Sanitaria provinciale di Cosenza): tra piazza Mario Nigro e la scesa della rampa (quella che porta a ciò che resta della storica stazione ferroviaria di San Fili).

Ricordo ancora che su quella facciata di agglomerato d’abitazioni, ovviamente a pianterreno lato corso XX Settembre, c’erano (anche se in tempi diversi) il tabacchino della signora Concetta (madre dell’indimenticato Sarvaturieddru Malfitano), la fruttivendola di Pasqualina Schettino (moglie di Amedeo Perri, il postino di San Fili), il negozio d’alimentari di Riccardo Bonanata (marito di Teresa Comande’) e la storica cantina di Salvatore Cesario (Tutur’e ramagliu) con annesso un piccolo spaccio di stupende leccornie quali le indimenticabili “sarache” (ottime arrustute o fritte e mangiate con pane raffermo… ed il tutto accompagnato da un buon bicchiere di vino rosso).

Corso XX Settembre ancora negli anni Settanta del XX secolo era un brulicare di negozi di vendita al dettaglio e di botteghe artigianali: barbieri, calzolai, falegnami, forgiari, alimentari, fruttivendole, negozi per la vendita di scarpe, stoffe e vestiti e chi più ne ha più ne metta.

L’entrata di uno dei nostri discepoli prediletti dal dio Vulcano, ossia la forgia di mastru Francu Presta, si presentava all’epoca così come si presenta adesso: una saracinesca in ferro a sbarrarti di notte l’accesso e sull’entrata una piccola tettoia (non so se in alluminio o in eternit) su cui, al centro, fa capolino una strana piccola croce in ferro… quasi a ricordarci che oltre quel simbolo ci sono le fiamme e le temperature tipiche di un girone dell’Inferno.

Sulla parte superiore dell’entrata della forgia di “mastru Francu Presta” (al di sopra della porta stessa) campeggia ancora una strana scritta… un’equazione numerica che ancora oggi, dopo tantissimi anni, resta senza soluzione per noi profani: l’equazione propostaci dall’indimenticato “mastru Francu Presta” è… “8?8/9=” ... a te, amico lettore, il compito di trovare, se non ci hai ancora provato, una possibile soluzione.

Non ricordo bene se in qualche punto dell’entrata ci fossero anche un paio di corna da caprone o altre simbologie simili… ma non me ne meraviglierei se altri me ne certificassero… il ricordo. Alla sinistra dell’entrata compariva una bacheca in lamiera, dipinta di rosso, con su una serie di scritti quali “vendita, riparazioni ecc.”.

All’interno? … sceso un paio di scalini dal piano strada? … esattamente ciò che ci si aspetterebbe di trovare all’interno di uno dei covi del dio Vulcano: tanto ferro, uno strano caldo anche quando il fuoco della forgia è spento e soprattutto uno strano “odore e sapore di metallo”.

Sulle prime mastru Francu si lamentò sul tempo e sul costo poi… ci mettemmo quasi immediatamente d’accordo: la saldatura mi sarebbe costata una bella “scartavitriata” ad alcune sbarre di ferro tremendamente arrugginite presenti nella sua bottega.

Inutile dire che a quei tempi ancora non si sapeva cosa fossero le minime norme di sicurezza da seguire in certi ambienti di lavoro. Quindi… niente mascherina e roba simile.

Accettai! … tornandomene poi a casa con la bici stupendamente riparata ma… sporco da fare schifo.

Altri tempi!

Erano quelli i tempi in cui fin da piccolo ti si cercava di insegnare che nulla nella vita, specie ai ceti meno abbienti, era dovuto ma… che era bello guadagnarsi giorno dopo giorno quanto pensavamo ci spettasse di diritto o per bontà cristiana… anche con un po’ di sudore della nostra fronte.

Ed in questo i gestori delle botteghe presenti nel nostro paesino erano dei veri maestri.


mercoledì 7 dicembre 2022

Ricordando Romano Zuccarelli - Forse (ma solo forse)... figlio di un dio minore.



Nella foto a sinistra Franco e Romano Zuccarelli davanti al loro negozio di frutta e verdura nei pressi di piazza san Giovanni a San Fili agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso.

*     *     *

Forse (ma solo forse)… figlio d’un dio minore.

Ricordando Romano Zuccarelli - Articolo di Pietro Perri).

*     *     *

Il mese di dicembre 2008 è stato segnato, per San Fili e per i Sanfilesi, anche dalla perdita di un altro (l’ennesimo in questi ultimi anni) personaggio. Un personaggio che a suo modo, e per quanto gli hanno messo a disposizione il Creatore e Madre Natura, ha saputo segnare in modo encomiabile il proprio terreno passaggio.

Non parlo di uno che ha ricoperto incarichi amministrativi oppure sociali più o meno importanti, non parlo di uno che è riuscito mai ad essere, se non alla propria morte, al centro dell’attenzione nella comunità in cui era perfettamente integrato e con cui costantemente, in modo silenzioso e civile, interagiva.

Parlo di un altro esempio per San Fili e per il mondo, un altro di quei sani esempi per tanti aspetti positivi in cui una piccola realtà urbana come la nostra può insegnare al mondo la giusta via per il rispetto anche di soggetti meno fortunati di noi.

Soggetti che, comunque, riescono a non far pesare (non so se con grossi sacrifici psico-esistenziali) la propria presente inferiorità fisica.

Dopotutto, l’ho già detto e ripetuto più volte: a San Fili, cittadina a dimensione d’uomo, anche gli ultimi almeno per un giorno riescono ad essere re nella loro più o meno lunga esistenza.

Parlo di Romano Zuccarelli... “u biscazziere”, come amano ancora oggi qualificarlo i suoi più stretti amici e riconoscenti.

Romano è stato un personaggio, un vero personaggio... uno di quei personaggi che vanno via via scomparendo lasciando un grande vuoto intorno a loro.

Malgrado la sua limitatezza fisica (i problemi alle gambe) ha saputo legare per tanti anni il suo nome alla squadra di calcio sanfilese: tenendone la contabilità e spesso finanziandone (con un panino, con qualche chilo di frutta, mettendo una buona parola per farli entrare gratis a qualche cinema della provincia, rimborsando a qualche giocatore il biglietto dell’autobus e via dicendo) qualche calciatore.

Per tanti anni a Romano Zuccarelli l’abbiamo visto calpestare, sempre attenti che non inciampasse, sempre sicuro di sé i campi di calcio che dopo un po’ avrebbero visti protagonisti i nostri gladiatori del pallone. E poi... guai a toccargli la grande Juve, la Magica Vecchia Signora che qualche disonesto ha voluto provare a distruggere mandandola ultimamente in serie B.

Un piccolo incidente di percorso che non ha comunque rattristato fino alla fine il caro Romano: l’hanno successivo la Vecchia Magica Signora era di nuovo sui campi della A, a sfidare, elargendo loro una affettuosa tiratina d’orecchie, tutti i suoi discoli figlioli: l’Inter, il Milan, il Torino...

Circola voce che nella bara di Romano sia stata adagiata, su sua specifica richiesta poco prima di passare a miglior vita, una bandiera bianconera.

Personalmente voglio ricordare Romano Zuccarelli anche per il circolo ricreativo... bianconero (dove in tanti abbiamo passato memorabili pomeriggi e serate giocando a “funghetto” (biliardo), “bigliardinu” (calciobalilla), flipper e tantissimi altri accattivanti meccanici marchingegni... l’epoca dei videogiochi era ancora lungi dal sommergerci ed isolarci l’un l’altro).

Esercizio, come dopotutto tutta la sua vita, gestito assieme al fratello Franco.


lunedì 5 dicembre 2022

Luigi Gigino Piraino... tra i pionieri della fotografia d'arte sanfilese.



Nella foto a sinistra (da sinistra) Luigi Gigino Piraino e Francesco Ciccio Cirillo a Napoli nel Febbraio del 1951.

Foto archivio Francesco Ciccio Cirillo.

*     *     *

Quando parliamo di patrimonio fotografico messo a disposizione (lasciato in eredità, oseremmo dire) da qualcuno alla Comunità Sanfilese, non possiamo non pensare all’indimenticato Francesco Ciccio Cirillo.

Una cosa comunque è metterlo a disposizione tale patrimonio fotografico, un’altra l’averlo realizzato… con passione. Ecco che sorge spontanea una domanda: chi sono stati i pionieri della foto amatoriale sanfilese? … e qui diventa normale associare al già nominato Francesco Ciccio Cirillo altri nomi quali quello del professor Domenico De Franco, di Davide Gambaro e di Luigi Gigino Piraino.

E’ soprattutto grazie a questi “poeti dell’immagine” se oggi possiamo ammirare alcuni scorci del nostro amato odiato paesino… così com’erano nella prima metà del XX secolo.

In quest’occasione vogliamo ricordare in particolare il nostro compaesano Luigi Gigino Piraino… amico di cuore e compagno d’avventure di Francesco Ciccio Cirillo col quale, nel 1947, fondarono a San Fili un vero e proprio “studio fotografico amatoriale”, riuscendo anche a realizzare qualche colpaccio professionale come il servizio fotografico cosentino, nel 1950, a Miss Italia Anna Maria Bugliari.

*     *     *

Luigi Gigino Piraino nasce a San Fili il 16 maggio del 1925.

Gigino era conosciuto un po' da tutto il paese anche e soprattutto perché era figlio di una delle poche insegnanti dell'epoca: ‘donna Amalia Gentile’.

Gli insegnanti, così come gli studenti, erano veramente pochi in quegli anni. Proprio per questo motivo diversi di loro (tra cui i maestri Amalia Gentile, Giovanni Noto e Lucia Cesario) erano costretti ad insegnare nelle cosiddette aule pluriclasse.

Molti alunni tra l’altro lasciavano i banchi di scuola non appena raggiunta la III elementare.

Dopo aver conseguito il diploma magistrale, il nostro Luigi Gigino Piraino, a 18 anni entra da civile nell'Esercito e in breve assume l’incarico di responsabile del distretto militare di Cosenza e provincia.

Il suo ruolo consistette in particolare nel mettere a disposizione tutte le informazioni che potevano essere utili ai ragazzi chiamati al servizio di leva.

Molte generazioni di sanfilesi legheranno la propria esperienza militare al suo nome.

Gigino, come abbiamo detto, coltivò l'hobby della fotografia: passione che condivise con Ciccio Cirillo… amico di sempre e per sempre. Un’amicizia, quella con Ciccio, che lo vuole, agli albori degli anni Cinquanta, persino a Napoli ad accompagnare quest’ultimo all’imbarco per la sua avventura americana.

Amante del suo piccolo paese e dei suoi abitanti è stato, nel ricordo di quanti l’hanno conosciuto, sempre disponibile, nelle sue possibilità, con tutti.

Negli anni Settanta si trasferì con la famiglia a Cosenza, pur rimanendo profondamente legato al suo paese natio dove si è recato frequentemente.

Luigi Gigino Piraino è morto tragicamente, in un incidente stradale, nel 1992 proprio nel tratto di strada che collega San Fili con Cosenza.


domenica 4 dicembre 2022

Maria Mayer ovvero... la pasionaria sanfilese.



Nella foto a sinistra una giovanissima Maria Mayer negli anni Trenta del XX secolo. Nella foto sotto - sempre a sinistra - Maria Mayer, nel 1979, assieme al marito Francesco Iantorno.

*     *     *

Ho mai conosciuto Maria Mayer? … strana questa domanda che mi gira in questo momento (ore 19 e 30 di giovedì 10 gennaio 2013) ma non del tutto, ve lo assicuro, campata in aria.

*     *     *

Maria Mayer ovvero... la pasionaria sanfilese.

(N.d’a.: Il termine “pasionaria” è un appellativo riferito solitamente a personaggi di sesso femminile particolarmente impegnati in attività politiche o ideologiche. In origine fu utilizzato da Dolores Ibárruri, attivista spagnola, come pseudonimo).

L'11 dicembre del 2012 è venuto a mancare alla comunità sanfilese un altro dei suoi pilastri, dei tanti personaggi che hanno fatto la storia popolare della nostra cittadina: Maria Mayer vedova Iantorno. E’ venuta a mancare, confortata dalla presenza dei propri familiari, alla veneranda età di 97 anni.

Era nata il 13 settembre del 1915.

Passeggiando lungo corso XX Settembre qualcuno mi ha chiesto chi era questa Maria dal cognome non certo “locale”. Ho risposto che era la madre di Gigino (Luigi) Iantorno, ex caposquadra al Consorzio di Bonifica.

“Ah! … a pasionaria santufilise”, mi sentii rispondere.

Inutile dire che il mio interlocutore era un soggetto appartenuto alla Sinistra (quando la Sinistra - politicamente parlando - era Sinistra) storica del nostro paese… come lo scrivente, dopotutto.

Come dimenticare, infatti, che tra la fine degli anni Settanta (1978) e l’inizio degli anni Ottanta (1983) del secolo scorso fui responsabile del Movimento Giovanile Socialista di San Fili? … bei tempi. Altri tempi!

Fu quando mossi i primi passi nella mia brevissima storia da socialista convinto che m’imbattei, in modo simpatico e degno della nota surriportata, in Maria Mayer in quanto “pasionaria santufilise”.

Fu quando, nella primavera appunto del 1978, in piazza Municipio (mmienzu u puontu), finito il primo comizio della mia vita mi accingevo a scendere, tramite la scaletta a cinque o sei scalini, dal palco che mi aveva ospitato per una ventina, forse meno, di minuti. Ai piedi della scaletta m’imbattei in una simpatica arzilla anziana signora che, abbracciandomi, mi porgeva una rosa rossa dicendomi: “Non ho trovato un garofano”, l’allora simbolo del Partito Socialista Italiano, “ma solo questa rosa e comunque rossa. Consideralo un garofano e che ti apra le porte d’una vita politica segnata di successi per te e per la nostra comunità”. Queste all’incirca le sue parole.

Quella sera poco dopo di me avrebbero parlato i compagni Franco Lonetti e Francesco (Cecchino) Principe. L’occasione, se non erro, erano non delle elezioni ma una tornata referendaria.

Carriera in politica ne feci ben poca, volendo sempre e comunque restare leale ai miei principi e non a diventare lo zerbino di soggetti che comunque valgono meno di me e di tanta bravissima ed onesta altra gente... come te.

Quell’arzilla anziana signora, inutile dirlo, era Maria Mayer (socialista convinta)… la pasionaria santufilise.

*     *     *

Ricordando Maria Mayer… autrice involontaria (?) di parte di alcuni articoli apparsi sul quindicinale “l’occhio”.


Nel periodo in cui scrivevo sul quindicinale “l’occhio” (storica testata della nostra zona diretta dalla bravissima giornalista Marisa Fallico apparsa tra il 1993 ed il 1999) e mi interessavo di cultura popolare, un giorno mia madre mi disse che Maria Mayer mi aveva mandato dei fogliettini in cui aveva scritto delle cose che potevano servirmi per le mie pubblicazioni.

Inutile dire che feci tesoro di questi preziosi doni: in essi, infatti, trovai parte delle notizie che diedero vita alla mia “ricerca quasi credibile” sulla Fantastica (n.d’a.: uno dei tanti spiriti, a volte come in questo caso stupendi ed amorevoli, che affollano il mondo sovrannaturale di San Fili) edun bellissimo oracolo d’altri tempi che se non trascritto sicuramente sarebbe andato perso per sempre. Fu lei a darmi l’ispirazione (tramite i suoi fogliettini) che Stella poteva (e forse lo era veramente) essere colei che con la sua tragica morte aveva dato compimento (in quanto genesi della stessa) alla nascita della leggenda della Fantastica.