A chi non ha il coraggio di firmarsi ma non si vergogna di offendere anche a chi non (?) lo merita.

Eventuali commenti a post di questo blog non verranno pubblicati sia se offensivi per l'opinione pubblica e sia se non sottoscritti dai relativi autori. Se non avete il coraggio di firmarvi e quindi di rendervi civilmente rintracciabili... siete pregati di tesorizzare il vostro prezioso tempo in modo più intelligente (se vi sforzate un pochino magari per sbaglio ci riuscirete pure).
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Ricordo ad ogni buon file l'indirizzo di posta elettronica legata a questo sito/blog: pietroperri@alice.it

martedì 18 agosto 2026

GODI FANCIULLO MIO: STATO SOAVE, STAGION LIETA È COTESTA - by Pietro Perri.

Siamo a San Fili (CS), agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso e ci troviamo, quasi certamente, all'interno della torre campanaria che completa la maestosità della Chiesa Madre del borgo.

Dovremmo essere al primo o al secondo livello della stessa.

Solo da lì, dal punto più alto di San Fili, in quegli anni, sarebbe stato possibile ottenere uno scatto del genere.

Una foto per non dimenticare!

Qualche centinaio di metri più sotto, forse qualcosa in meno, si nota un tratto della vecchia Strada Statale 107. Tale arteria, nel suo percorso principale, collega la città di Cosenza, capoluogo di provincia, con Paola, che ospita il Santuario di San Francesco, patrono della Calabria e dei naviganti.

Il tratto di strada, oggi ex SS 107, che attraversa l'abitato di San Fili prende il nome di Corso XX Settembre.

Sul corso si notano un pullman e tre cittadini. Decisamente pochi per quegli anni.

Si distingue l'insegna tonda, quasi certamente dell'unica pompa di benzina del paese, un pezzo del muraglione - imponente opera muraria realizzata negli anni Trenta del XIX secolo dai Borbone di Napoli - e, sull'altro lato della strada, il giardino delimitato da un muro alto oltre due metri dell'Azione Cattolica, o Palazzo della Curia, o scuola vecchia, o caserma vecchia che dir si voglia.

Quel giardino fu area di sfogo e luogo protetto per tanti fanciulli del paese. E in tanti, ancora oggi, ricordano con piacere quegli anni spensierati.

"Godi fanciullo mio: stato soave, stagion lieta è cotesta" (Il sabato del villaggio - Giacomo Leopardi).

Sotto il muraglione si intravede un casello ferroviario e un tratto della ferrovia a cremagliera che collegava la costa tirrenica con la città dei Bruzi, Cosenza, e San Fili con il resto del mondo.

Un'opera unica nel suo genere, il muraglione, realizzata dai Borbone verso la metà del XIX secolo.

Poi?

Poi a San Fili comparvero, agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, i futuri progressisti (i socialisti e i comunisti della lista "Torre con Orologio").

E fu peggio, dal punto di vista della conservazione strutturale del borgo, dell'occupazione piemontese successiva all'annessione del Regno delle Due Sicilie.

Dicevano di voler realizzare "un paese a misura d'uomo". Dicevano che per farlo era necessaria un'operazione chirurgica senza precedenti.

Forse annientarne la memoria storica?

A proposito: notate qualcosa di particolare in questa stupenda foto? Neanche un albero sul marciapiede che costeggia lo storico muraglione. Che incivili i nostri predecessori... lasciare completamente sguarnito uno stupendo belvedere come quello che si può godere da quel punto.

Ed anche a questo, a colmare tale lacuna, ci pensò la succitata formazione politica locale: a danno già avvenuto, l'abbattimento della parte superiore del muraglione sommò altri inutili e dispendiosi danni.

Sul marciapiede che costeggia la parte superiore del muraglione comparvero, non certo magicamente e sicuramente non nell'arco di una notte, per ben due volte, dei cosiddetti alberi da marciapiede.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

… /pace!

domenica 16 agosto 2026

C'ERA UNA VOLTA LA SCUOLA DI SAN FILI (CS)... IN UNA FOTO D'EPOCA.

Siamo a San Fili (CS) e siamo nel corso dell'anno scolastico 1935-1936.

I "signor maestro" e le "signore maestre" dell'epoca decisero di farsi immortalare in una foto ormai preziosissima.

In quegli anni, seppure ci fosse già un minimo di obbligo scolastico, per la gente del popolo era decisamente difficile arrivare alla quarta elementare.

Molti dei nostri genitori o dei nostri nonni non oltrepassavano la terza, e non certo perché non ne avessero le capacità: mancavano i soldi per i libri e per gli altri necessari "strumenti d'aula".

E mancava il tempo da dedicare allo studio.

Per alcuni versi, malgrado ciò che si può pensare di tale affermazione, anche i sabati fascisti erano utili a far socializzare il popolo, distraendolo dal rimaneggiato concetto di "servi della gleba".

Socializzare, checché se ne dica, è anche e soprattutto un mezzo di crescita culturale, se spinta nella giusta direzione.

E malgrado tutto, San Fili (CS) per quei tempi era un paese all'avanguardia.

Per quanto riguarda l'edificio scolastico di quegli anni, era di fatto una scuola aperta, sparsa per le strade e i vicoli del borgo: una classe in una casa al rinacchio, una mmienzu 'u puontu, una aru chjanu mulinu, una ara curv'e marrupietru e via dicendo.

Persino la sala del cinema-teatro comunale era adibita ad aula scolastica.

Nella foto ritroviamo, tra le maestre, donna Amalia Gentile, la prima da sinistra, la terza Lucia Cesario, la quarta donna Geltrude Parise e Concetta Asta sposata Maringola.

L'ultima a destra è Adele Crispino (mastr'Adelina).

Tra i maestri presenti nella foto riconosciamo invece Scola (il secondo), Noto e Francesco Cesario.

By Pietro Perri.

martedì 11 agosto 2026

SAN FILI (CS) IL PAESE DELLE MAGARE - by Pietro Perri

A scanso di equivoci, dico per sommi capi anche qui cosa (o chi) sono le magare e, soprattutto, cosa (o chi) sono le magare di San Fili, specificando a priori che le nostre amate magare... sono diverse. Innanzitutto non sono streghe o esseri comunque soggetti ai poteri del Maligno. Sono, o meglio sono state, per diversi secoli, una necessità sociale: erano loro, le nostre donne, ad avere la padronanza del sapere antico della medicina naturale. Sono, o meglio sono state, delle bravissime... erboriste.

Erano loro, le nostre donne, nelle campagne o nei piccoli paesi isolati, a sopperire all'assenza di medici, ostetriche e via dicendo. Erano loro... le nostre donne... spesso trattate peggio degli animali e, quando ci negavano ciò che si pensava fosse un nostro diritto (la violenza nei confronti delle stesse)... eccole destinate al rogo in quanto... streghe.

Una giusta definizione del termine "magara" (ovviamente sanfilese) l'ho trovata tempo addietro in un libro che parlava delle "magave" in Sicilia (non dimentichiamoci che sia la Calabria che la Sicilia facevano parte del Regno di Franceschiello, ovvero del Regno delle Due Sicilie): "guaritrice di campagna". Può esserci una definizione più azzeccata di queste stupende creature? Delle nostre nonne e, qualcuno dice, anche delle nostre madri?

Le magare (quelle di San Fili) per ottenere i loro risultati mischiano sapientemente il sacro col profano, la fede con la scienza erboristica... con un tocco di psicologia tramandata da madre a figlia. Dopotutto, cosa sarebbe una buona cura senza un bel... foremaluocchiu? ... na beddra sfascinata?

Ci sono ancora magare operanti a San Fili? È un po' il discorso dell'araba fenice: che ci sia tutti lo dicono, dove sia nessuno lo sa! Qualcuno dice di sì e qualcuno dice di no. Io... dico di sì! Ma qui lo dico e qui lo nego.

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N.B.: La presenza delle magare a San Fili (CS) è  quantomeno plurisecolare. Persino il prete scrittore giornalista Vincenzo Padula evidenzia, nell'Ottocento, tale presenza in alcuni suoi scritti. Quasi sicuramente tale stato di fatto è una eredità che ci portiamo dietro inconsapevolmente dai tempi della Magna Grecia. Dopotutto la prima magara, mitologica creatrice dell'arte erboristica, era la nostra antenata... maga Circe.

N.B.: Da una quindicina d'anni a questa parte (forse qualcuno in più) a San Fili viene organizzato, con cadenza annuale, nella prima settimana di agosto il "Festival delle Magare".

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

… /pace!

domenica 9 agosto 2026

SE UN GIORNO A PRAGA (REPUBBLICA CECA) by Pietro Perri.

Praga (Repubblica Ceca) settembre 2015.

Se un giorno vi capitasse di fare un salto a Praga e vi trovaste a camminare nella parte superiore di piazza Venceslao... guardate dove posate i vostri piedi: potreste anche calpestare involontariamente una croce in bronzo che collega due piccole collinette.

Guardate bene... fermatevi un attimo... riflettete: state per calpestare il desiderio di libertà di Jan Palach e Jan Zajíc, martiri della libertà.

E se per caso involontariamente vi trovereste a farlo... non preoccupatevi: quell'inutile sacrificio alla libertà l'hanno già calpestato l'intero popolo Cecoslovacco e gran parte del resto del mondo.

Ovvero tutti coloro che per paura (codardia) o perché sapevano che nulla si poteva fare per cambiare le cose in quanto i Grandi avevano ormai deciso... hanno preferito semplicemente far finta di niente e guardare da un'altra parte.

Che il vostro ricordo viva in eterno, Jan Palach e Jan Zajíc, ad eterna vergogna di chi crede che possano esistere poteri (dittature?) buoni e che per un piatto di fagioli continua a far finta di niente... negando a se stessi anche il proprio diritto a vivere.

E ricordate sempre che... viaggiare apre la mente almeno quanto leggere un buon libro o un vecchio fumetto di Topolino (Mickey Mouse).

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

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giovedì 6 agosto 2026

LA CULTURA UTILE E LA CULTURA INUTILE by Pietro Perri - 6 agosto 2017

Una volta, tanto ma tanto tempo fa da farmi pensare al "C'era una volta..." di tante amate favole, ho letto un libro (mi sembra l'autore fosse Luca - che non c'entra un cavolo con Carlo - Goldoni), una raccolta di saggetti in cui si evidenziavano in modo "leggero" alcune stupidità della vita quotidiana. Si sfatavano piccole leggende urbane della nostra tangibile deformazione mentale.

Tra queste aberrazioni, storie d'ordinaria follia presenti nel nostro quotidiano sopravvivere, si parlava anche della cultura: la Cultura in generale, quella con la C maiuscola, ammesso e non concesso che ne esista una, e le culture in particolare, dividendo tra l'altro le stesse in due sottogruppi: la cultura utile e la cultura inutile.

L'autore, nel corso di questa sconclusionata divagazione, arrivava giustamente a chiedersi: chi può dirci quale sia la cultura utile e quale quella inutile?

Risposta? Il tempo, il luogo, il motivo.

In poche parole, non esiste una cultura utile eterna così come non esiste una cultura inutile eterna.

Qualche esempio? Se non sei arrivato ad leggere fino a questo punto, la mia cultura in questo momento, nel tuo "questo momento", si è dimostrata del tutto inutile. Diversamente, possiamo discutere assieme di questo postulato e fare in modo che lo stesso, la base culturale da cui prende piede, sia utile per entrambi.

Altro esempio? È cultura, ed è soprattutto cultura utile, la storia della nascita e della vita di Topolino/Mickey Mouse. Per me sicuramente no, almeno ora. Quando avevo sette anni lo era eccome, ve lo assicuro. E a volte anche adesso, ma per favore non ditelo a mia madre.

Eppure, anche se per Socrate e per i socratici moderni la vita e le opere di Topolino (Mickey Mouse) sono tutt'altro che cultura utile, per un disegnatore di fumetti in stile Disney e per le case editrici di quel genere quella stessa cultura è più che utile. È indispensabile per la loro stessa sopravvivenza economica... e culturale.

E poi, credetemi, se vi trovate da soli, senza cellulare o con un cellulare senza campo, sperduti in un deserto o in un bosco che sembra senza uscita, vi sarà più utile aver imparato a memoria il "Manuale delle Giovani Marmotte" che l'intera opera filosofica degli intellettuali, non sempre con tutte le rotelle a posto, della Grecia antica. 

Nella foto (reperita sul web): Luca Goldoni (22 febbraio 1928 - 7 ottobre 2023), giornalista, scrittore e umorista.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

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martedì 28 luglio 2026

NEL REGNO DELLA FANTASTICA DI SAN FILI by Pietro Perri.

Siamo a San Fili (CS) e stiamo vivendo una tragedia che ci riportiamo dietro dai tempi degli dei dei nostri padri: gli dei dell'Olimpo. 

Perché la fede dei sanfilesi nella loro amorevole materna protettrice, la Fantastica, nasce proprio nel cuore della mitologia (culto degli olimpi) greca.

Non credete più negli dei dei nostri padri?

Ne siete proprio sicuri?

"Anche questo mondo, come il meraviglioso mondo di Fantasia (vero protagonista del film "La storia infinita" tratto dall'omonimo racconto scritto da Michael Ende) ha bisogno d'essere salvato da una lenta ed ormai forse inarrestabile agonia. Per salvare questo mondo c'è un solo modo: qualcuno, in determinate cose, deve ritornare a crederci."

La Fantastica è viva e reale.

È solo in nostalgica attesa.

Aspetta un bambino, magari il bambino che sonnecchia da oltre mezzo secolo nel nostro subconscio, che svegliandosi... ritorni a credere nel suo essenziale: il Regno di Fantasia, la Fantastica... la San Fili che fu!

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

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domenica 26 luglio 2026

SAN FILI (CS)... CON GLI OCCHI DEL POI by Pietro Perri.

Siamo a San Fili (CS) e siamo verso la fine degli anni Novanta del secolo scorso.

L'originale di questa foto, sono costretto ad ammetterlo, risale a qualche anno prima degli anni Settanta... o al massimo agli inizi degli anni Settanta.

Quella che vi metto oggi a disposizione è un fedelissimo ritocco dell'originale tramite l'uso dell'IA.

Ma la realtà visiva degli anni Novanta era più o meno questa.

Ve lo garantisce uno che ha vissuto sia quegli anni che questo luogo.

Nei primi anni di questo millennio... un colpo di grazia: il ponte che vediamo in foto (qualcuno dice di epoca romana), nel corso di alcuni lavori fatti in zona, sembra sia stato toccato alla sua base da un mezzo operativo pesante: duemila anni di storia vennero parzialmente danneggiati nell'arco di pochi secondi... si diceva, e io lo riporto come un "si diceva".

Il ponte, oggi irraggiungibile per più di un motivo, è chiamato "u pont'e Crispini" ed è uno dei tre stupendi ponti in pietra di fiume presenti lungo il corso del torrente Emoli.

Tutti e tre i ponti sono in territorio di San Fili.

L'area in cui ricade "u pont'e Crispini" (quella a cui penso io è all'incirca, a occhio di un profano nel sistema metrico decimale, 50 metri per 50 metri) è ricca di testimonianze storiche giunte a noi quasi intatte almeno fino, appunto, ai primi anni Settanta del secolo scorso.

In tale area, oltre ai resti del ponte, si POTREBBERO ammirare i resti di un mulino ad acqua (a sinistra in primo piano), tra l'altro riadattato in altri tempi a centrale idroelettrica, una stupenda scalinata in pietra di fiume e una fontana, anche questa stupenda, realizzata sempre in pietra di fiume e che sfrutta una sorgente, forse oligominerale, posta a pochi metri più in alto.

Il corso del torrente Emoli è pieno di tesori di inestimabile valore storico: diversi sono i resti di mulini ad acqua presenti lungo il suo pacato scorrere e ben due degli stessi hanno ospitato impianti di centrali idroelettriche. Vi sono delle accoglienti cascatine e vi sarebbe la possibilità di realizzare, lungo le sponde del torrente, più di un percorso naturalistico degno di nota.

Peccato che in provincia di Cosenza sia da tempo che non si trovino validi cercatori di tesori.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

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mercoledì 22 luglio 2026

LA PIETÀ DI IPPOLITO SCALZA A ORVIETO by Pietro Perri.

Tra le tante bellezze conservate nel Duomo di Orvieto (Umbria) c'è anche la Pietà di Ippolito Scalza.

Quando, agli inizi di questo millennio, in un tour tra Umbria e Toscana, ebbi la possibilità di ammirarla per la prima volta... fu amore a prima vista, un vero e proprio colpo di fulmine.

La Pietà di Ippolito Scalza è un gruppo marmoreo unico, sia per la bellezza artistica sia per il messaggio che si può leggere nei volti, nelle posizioni dei personaggi (Nicodemo, la Madonna e Maria Maddalena) e nei simboli (la scala e le tenaglie con cui Nicodemo schioda il corpo di Cristo dalla croce) in essa rappresentati.

Personalmente mi ha colpito in modo particolare il volto straziato, il capo di Maria Maddalena che, poggiato sulla mano del Cristo deposto, sembra volergliela lavare con le proprie lacrime... quasi a sperare di morire anch'essa, unendosi per l'eternità al suo diletto e amato sposo.

Dà l'impressione che sia un pianto d'amore che ha ben poco di divino e tantissimo di umano.

Tra l'altro, Maria Maddalena è l'unica, in questa sacra (?) rappresentazione, a toccare direttamente il corpo del caro defunto. Cosa non permessa nemmeno alla Madre: la mano sinistra alzata che sembra indicare al Figlio, in un estremo saluto, la strada verso il Padre, e la destra interposta tra sé stessa e il corpo di Cristo, separata solo dal sudario.

I volti di Nicodemo e della Madonna osservano il Cristo morto ma quasi con distacco, quasi constatassero semplicemente un fatto, quasi pensassero a ciò che andrà fatto.

Restano, simbolicamente parlando, la scala, che porta al Cristo in croce o che serve a facilitarGli e facilitarci la salita nei Cieli, e le tenaglie... strumento tanto caro e utile a falegnami e carpentieri, strumento utile anche a togliere i chiodi, forse nella speranza di togliere un ultimo, irrispettoso dolore dal corpo di chi è nato e vissuto nel luogo e nel tempo sbagliato.

Nel volto del Cristo si legge la solitudine della morte perché, come cantava il grande Fabrizio De André, non bisogna mai dimenticarsi che "quando si muore si muore soli", anche quando a fianco a noi muoiono contemporaneamente centinaia di persone.

Dopotutto, duemila anni fa come oggi... siamo sempre in Terra Santa.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

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domenica 19 luglio 2026

LA FOTO SPESSO CI DICE PIÙ DI QUELLO CHE IL NOSTRO CERVELLO È IN GRADO DI LEGGERVI.

A San Fili (CS) per quanto riguarda il campo prettamente religioso di stampo cattolico ci facciamo mancare ben poco... specie se ci rifacciamo al culto di matrice mariana (ovvero legate alla sacra immagine di Maria madre di Cristo nelle sue varie espressioni simboliche).

Diverse sono le feste solenni in suo onore: la festa della Madonna del Carmine il 16 luglio (San Fili centro storico), santa Maria degli angeli nella penultima domenica di agosto (zona santa Maria - contrada Frassino Donnici), l'Addolorata l'8 settembre (nella frazione Bucita) e l'Immacolata Concezione l'8 dicembre (San Fili centro storico).

A questa, non più suffragata da festa solenne con tanto di processione per le vie del borgo al seguito va aggiunta, almeno fino agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, la Madonna del Rosario.

La festa della Madonna del Rosario a San Fili veniva celebrata il 7 ottobre... quasi in concomitanza con la festa che i sanfilesi dedicano a san Francesco da Paola (il 12 ottobre).

Personalmente non ricordo di aver mai visto processioni in onore della Madonna del Rosario a San Fili ma siccome ci sono foto delle stesse non posso certamente mettere in dubbio che ce ne siano state... almeno prima del 1972/1974.

Ovvero da quanto la mia testa iniziò ad immagazzinare determinati ricordi.

Spesso i sanfilesi confondono, nei loro ricordi, le immagini della Madonna del Carmine con le immagini della Madonna del Rosario (qualche anno addietro sono stato anche io vittima di un tale ingarbugliamento cerebrale) ed il motivo, ad un occhio non sempre attento, è anche plausibile: le due statue hanno tantissimo in comune.

Hanno entrambe una corona in testa ed i capelli ricci, hanno un ambito quasi uguale ed un mantello sulle spalle (il mantello è visibilmente di colore diverso) e sorreggono entrambe una statua in scala del bambino Gesù (anche lui incoronato) sulla mano sinistra.

Nella mano destra portano ognuna dei segni distintivi della loro giustificata espressione iconografica: la Madonna del Carmine o del monte Carmelo il celebre "abiticchiu" mentre la Madonna del Rosario... il rosario.

Sacri simboli che notiamo anche nella mano destra dei loro relativi Gesù bambino.

Ed ecco i due particolari di due foto scattate nei primi anni Settanta del secolo scorso in cui appaiono le due statue delle due differenti Madonne presenti a San Fili. Due statue apparentemente somiglianti fra loro... ma solo apparentemente: la Madonna del Rosario sulla sinistra e la Madonna del Carmine sulla destra. Ci si imbatte poi in un piccolo problema sulla collocazione temporale di alcune foto (specie quelle scattate negli anni precedenti il 1970): gli abiti indossati dai fedeli.

Oggi, infatti, ci è difficile pensare che a luglio (giorno 16 festa della Madonna del Carmine) la gente possa indossare un completo con sotto camicia e cravatta.

All'epoca era quasi una regola.

Erano quegli gli anni in cui si credeva ancora nell'abito della festa e nell'abito di tutti i giorni. Anni in cui lo stesso abito della festa, in alcune famiglie, andava bene per cinquantadue domeniche consecutive... soprattutto in piccoli borghi dove la grande percentuale di abitanti era legata (aveva la vocazione) alla vita dei campi.

E comunque ricordate sempre: la foto non sempre è arte. La foto spesso e volentieri è anche e soprattutto storia.

La foto spesso ci dice più di quello che il nostro cervello è in grado di leggervi.

By Pietro Perri.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

… /pace!

lunedì 2 febbraio 2026

QUANDO CRAXI VENNE IN CALABRIA - IL MIO CREDO IDEOLOGICO É SEPOLTO AD HAMMAMET.

Nella foto a sinistra, ripresa dal web, riconosciamo due giganti di quei fantastici anni: Francesco Cecchino Principe e Bettino Craxi. Tra Cecchino e Bettino si intravede anche l'onorevole Rocco Trento

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Era il 28 settembre del 1981 quando Bettino Craxi venne in Calabria ad abbracciare il popolo socialista calabrese.

Ad attenderlo, oltre ai tanti altri leaders regionali del PSI c'erano. in via Fratelli Bandiera a Rende l'onorevole Francesco Cecchino Principe (rappresentante calabrese della corrente riformista che faceva appunto capo al Segretario Nazionale del PSI onorevole Bettino Craxi) con il figlio, all'epoca sindaco della città di Rende, Sandro.

Una giornata (a dire il vero... una serata), quella, che comunque, anche se in modo leggero, sarebbe rimasta impressa nella mia memoria.

Dopotutto, ed a pieno diritto, sotto quel palco, seppure per qualche minuto, ci fui anche io.

Dopotutto ed a pieno diritto, dicevo, perché all'epoca ricoprivo la carica di Responsabile della Giovanile Socialista del borgo in cui vivevo fin dalla nascita: San Fili (CS).

Ed oltretutto avevo convintamente aderito alla corrente socialista craxiano-riformista.

In ogni caso a volermi nella delegazione sanfilese fu il segretario sezionale Serafino Ninnuzzu Giraldi.

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Proprio così: personalmente ero un socialista del Garofano Rosso e non un socialista del Sole Nascente.

Avevo appena venti anni e noi ventenni degli anni ottanta del secolo scorso eravamo già addomesticati a guardare fiduciosi nel futuro e non a cullarci sugli sbiaditi ricordi della fine del Ventennio.

Da sottolineare che in quegli anni personalmente non riuscivo ancora ad entrare nella logica delle correnti all'interno dei partiti ed in particolare del PSI. Pur sapendo che nella sezione socialista di San Fili convivevano fraternamente (non sempre disinteressatamente) i socialisti craxiani, i socialisti manciniani e persino i socialisti fraschiani. Per me a quei tempi, ed ancora oggi nel mio credo, in quel periodo nel Partito Socialista Italiano c'erano solo i Socialisti, i Craxiani ed il... Garofano Rosso.

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Quel giorno su via Fratelli Bandiera a Rende si pensa si siano riversati un 10.000 socialisti calabresi.

Dopotutto... c'era Bettino Craxi.

Vidi da lontano il leader nazionale dei socialisti italiani... e forse neanche l'ho visto o ricordo d'averlo veramente visto in quell'occasione.

In compenso, in una sezione del PSI nelle vicinanze al punto in cui era approntato il palco in cui si svolge la manifestazione, ebbi l'onore, non troppo convinto all'epoca, di stringere la mano al suo delfino in pectore: un giovanissimo Claudio Martelli.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

domenica 8 giugno 2025

Il GOLEM - by Pietro Perri.

Nella foto a sinistra (ripresa dal web) il Golem nel film "Der Golem, wie er in die Welt kam" (1921, Germania) di Carl Boese e Paul Wegener.

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Chissà, forse un altro rabbino - nella lontana Praga - è stato tanto stupido da dare vita ad un nuovo Golem o forse è semplicemente riuscito a ricostruire e riportare in vita il Golem del rabbino Löw.

E forte Praga non è solo la capitale della Repubblica Ceca ma è una qualsiasi capitale delle tante capitali sparse per il mondo.

Un simbolo.

Una capitale dove il senso (la percezione) della religione è molto forte.

Fatto sta che un Golem è fuoriuscito dal ghetto di Praga e sta disastrosamente aggirandosi lungo tutte le vie del mondo e ovunque posa i suoi mostruosi arti inferiori semina distruzione e morte.

Non per colpa sua: lui non vede, lui non capisce, lui ha paura... anche di sé stesso.

Chissà, forse questa volta a dare vita ad un nuovo Golem non è stato neanche un rabbino né un discendente del rabbino Löw ma un semplice uomo come quell'uomo che gli uomini non hanno mai considerato un ebreo ma solamente il figlio d'un falegname... il Figlio di Dio.

Fatto sta che il nuovo giocattolo magico - l'ennesima sfida al Grande Architetto Dell'Universo (dopotutto il rabbino Löw si era sostituito a Dio dando la vita al suo posto) - e scappato al controllo del suo indegno creatore.

Tremate, genti, perché l'atroce peccato sarà lavato col sangue dalla polvere con cui fu plasmato il Golem... l'Adamo, l'uomo primordiale.

Tremate, genti, perché la Seconda Guerra Mondiale altro non era se non il  prologo alla Terza. E la Terza Guerra Mondiale sarà l'ultima guerra che vedrà coprotagonista l'essere umano.

Tremate, genti, perché il Golem è uscito per l'ennesima volta fuori dal ghetto di Praga e si aggira forte di tutta la sua potenza distruttiva per le strade del mondo.

Tremate e se ne avete ancora tempo... pregate per la mia e per la vostra anima ricordando sempre che il Golem non ha nessuna anima. E se ce l'ha, non essendo le stata darà da Dio, è ancora nello stato fetale.

Che noi, forse, non abbiamo un'anima e se l'abbiamo è ancora in uno stato fetale.

Proprio come l'Essere Umano in questo periodo. Proprio come te e me: nuovi rabbini Löw e nuovi Golem indegni abitanti del pianeta Terra ed indegne logiche conseguenze dell'imperfetta opera di Dio: l'essere umano.

Eppure nel Golem anche se di polvere... batte, in modo quasi impercettibile, un cuore. Un cuore che non possono scalfire miliardi di uomini ma può scalfire la semplice lacrima di una bambina indifesa.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

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Da alcuni post pubblicati su Facebook... by Pietro Perri.

(18 SETTEMBRE 2018)

Chi dà vita al Golem sa di sfidare Dio.Chi dà vita al Golem sa di non essere Dio.

Dio creò l'uomo... Golem.

L'uomo non è Dio.

Il Golem muore soffocando il proprio alito vitale nella polvere con cui è stato plasmato.

By Pietro Perri.

N. B.: Il GOLEM è (nella tradizione ebraica) un gigante di creta realizzato da un rabbino per dare un po' di giustizia al popolo perseguitato.

Grazie ad una parola magica trovata nelle sacre scritture il rabbino diede vita alla sua creatura di creta (sostituendosi quindi a Dio Creatore).

(2 SETTEMBRE 3020)

Chi - volutamente o involontariamente - dà vita ad un Golem deve avere il coraggio di assumersi la responsabilità dei propri malefici atti.

I golem muoiono stupidi per colpa dell'incapacità/limitatezza creativa dei loro creatori.

By Pietro Perri.

Il problema è che la gestione del Golem si presentò difficile fin da subito e se costo sangue e dolore a quanti perseguitavano il popolo ebraico altrettanto sangue e dolore costò al popolo ebraico.

Il concetto morale (che troviamo anche nella mitologia greca) è che... non si può pensare di sostituirsi a Dio o agli dei rivoluzionando il progetto divino.

Famoso è il Golem del rabbino di Praga.

Comunque è un mito affascinante.

(26 SETTEMBRE 2020)

LETTURE AL TEMPO DEL COVID-19: IL GOLEM di GUSTAV MEYRINK

La lettera ebraica Aleph (l'Alfa) costruita a somiglianza dell'uomo accenna con una mano il cielo e con l'altra la terra: come è in alto così è in basso.

Nel Golem l'IO.

mercoledì 16 aprile 2025

L’ultima cena… nella tradizione popolare sanfilese.

Nell’immagine a sinistra, trovata sul web, una rappresentazione dell’ultima cena ripresa dal celebre affresco di Leonardo da Vinci.

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Sappiamo benissimo tutti che la famosa ultima cena a cui ha presenziato circa 2000 anni addietro Gesù di Nazareth portò tremendamente sfiga a più di un soggetto.

Tanto che l’ultima cena, almeno per due soggetti, si rivelò fatale: per qualcuno di questi due, se non per entrambi, l’ultima cena si trasformò veramente… nell’ultima cena.

I due soggetti furono, ovviamente, lo stesso Gesù di Nazareth ed il suo discepolo Giuda Iscariota.

Entrambi, nel giro di poche ore finirono malamente: il primo crocifisso ed il secondo suicida.

Entrambi, secondo i vangeli non solo canonici ma anche apocrifi (vedasi il caso del vangelo di Giuda), predestinati ad un destino di salvazione: senza l’uno, dopotutto, non si sarebbe compiuto quanto era stato scritto dell’altro.

Ma ritorniamo ai nostri tempi ed a ciò che ritroviamo nel folclore e quindi nella tradizione (decisamente superstiziosa?) sanfilese.

Inutile dire che, così come ci dicono ed impongono da tempo immemore i vangeli canonici, a San Fili (CS) così come in tutto il mondo cristiano-cattolico il giovedì santo si ripete il rito dell’ultima cena.

Nel corso della celebrazione assistiamo al lavaggio dei piedi da parte del sacerdote celebrante ai dodici concittadini che impersonano gli apostoli, alla funzione religiosa (messa solenne) propriamente detta, alla benedizione dei “pani/tortani” (uno per ogni apostolo) e relativa distribuzione, previo spezzettamento, sempre ad opera dei figuranti apostoli, di tali “pani/tortani”, ai fedeli presenti.

Sempre in altri tempi, ma forse anche adesso, si attribuiva al “pane/tortano” benedetto nel corso della messa dedicata al ricordo dell’ultima cena del Cristo poteri a dir poco miracolosi… o quanto meno si sperava in ciò.

E’ giusto ricordare che più volte mi sono espresso sull’argomento miracolo in modo inequivocabile: se c’è una speranza nessuno ha il diritto di uccidere la speranza se non la speranza stessa.

Ok, dicevo che per almeno due persone (o almeno per una delle due) quella tenutasi a Gerusalemme circa 2000 anni fa con, a presenziare la stessa, il Figlio di Dio, fu sicuramente l’ultima cena della sua vita terrena.

E tra i due quello che sicuramente non ebbe il tempo di vivere altre cene in compagnia fu il discepolo Giuda Iscariota.

Il Cristo, lo sappiamo bene, dopo tre giorni riprese la sua forma mortale e per un seppur breve tempo, sconfiggendo la morte, continuò a cenare con il rimanente dei suoi discepoli.

Ecco, a San Fili (CS) in altri tempi, almeno fino alla prima metà degli anni settanta del secolo scorso, si era più che convinti che almeno uno dei partecipanti, nel ruolo di figuranti apostoli, al rito dell’ultima cena… nel corso dei successivi dodici mesi sarebbe passato a miglior vita.

Per questo nostro compaesano, quasi un novello Giuda Iscariota, non ci sarebbe stata un’ultima cena, con tanto di rito religioso, in un futuro giovedì santo.

Quella di quell’anno, almeno per uno dei dodici prescelti, sarebbe stata veramente l’ultima cena.

E nelle case dei partecipanti, in prossimità del sacro appuntamento, con i propri familiari e/o amici presenti si cercava di fare mente locale su chi furono ad indossare la veste di apostolo l’anno precedente e chi, a pochi giorni appunto al succitato sacro appuntamento, non sarebbe stato presente per… impegni precedentemente presi con nostra “Sorella Morte Corporale”.

C’è da crederci in questa mia nuova rivelazione?

Sui racconti dei nostri anziani… sicuramente.

Dopotutto io difficilmente ho scritto qualcosa di mio.

Quasi sempre mi sono limitato, come in questo caso, a riportare nero su bianco il mondo più o meno immaginario dei nostri genitori, dei nostri nonni o dei nostri bisnonni.

Racconti che comunque, seppur fantasiosamente ben romanzati e resi fantasticamente affascinanti, partivano comunque da un dato di fatto, da una realtà, da una registrazione memorica di fatti reali: un morto, tra i dodici figuranti apostoli, nel corso dell’anno c’era sempre o quasi sempre stato e quasi sempre avrebbe continuato per tantissimi anni a venire… ad esserci.

Il motivo?

In quei tempi ad indossare gli abiti di figuranti apostoli a San Fili (CS) erano quasi sempre gli anziani del paese e, lo sappiamo benissimo, negli anziani la possibilità di passare a miglior vita è decisamente alta. Ed uno su dodici era comunque una bella percentuale.

Dopotutto… era pur giusto che Giuda Iscariota lasciasse il posto libero ad un altro Giuda Iscariota.

Oggi?

Non saprei dirvi se nella rievocazione del sacro rito dell’ultima cena sia confermato quanto accadeva nel mondo dei nostri cari avi.

Dopotutto sono passati vari decenni dal momento in cui anch’io feci da figurante apostolo (indossando i relativi indumenti) in un’ultima cena tenutasi nella Chiesa Madre di San Fili.

Eravamo verso la fine del primo lustro degli anni settanta del secolo scorso ed officiava la funzione l’indimenticato sacerdote don Luigi Magnelli.

In quell’occasione ero poco più di un ragazzino. Forse non superavo i quattordici o quindici anni.

Fu per uno strano caso del destino se io, in quell’occasione, mi ritrovai a vestire quegli abiti decisamente grandi per uno della mia non eccessiva altezza ma sicuramente eccessiva magrezza.

Lo strano caso era dovuto… all’annuale assente per impegni precedentemente presi con nostra “Sorella Morte Corporale”. 

Non c’era tempo per trovare un sostituto e… trovarono me.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

… /pace!