SAN FILI BY PIETRO PERRI BLOG
Il Blog di Pietro Perri dedicato a San Fili (uno dei più bei paesi della provincia di Cosenza) e ai Sanfilesi nel Mondo.
A chi non ha il coraggio di firmarsi ma non si vergogna di offendere anche a chi non (?) lo merita.
domenica 26 luglio 2026
SAN FILI (CS)... CON GLI OCCHI DEL POI by Pietro Perri.
mercoledì 22 luglio 2026
LA PIETÀ DI IPPOLITO SCALZA A ORVIETO by Pietro Perri.
Tra le tante bellezze conservate nel Duomo di Orvieto (Umbria) c'è anche la
Pietà di Ippolito Scalza.
Quando, agli inizi di questo millennio, in un tour tra Umbria e Toscana,
ebbi la possibilità di ammirarla per la prima volta... fu amore a prima vista,
un vero e proprio colpo di fulmine.
La Pietà di Ippolito Scalza è un gruppo marmoreo unico, sia per la bellezza
artistica sia per il messaggio che si può leggere nei volti, nelle posizioni
dei personaggi (Nicodemo, la Madonna e Maria Maddalena) e nei simboli (la scala
e le tenaglie con cui Nicodemo schioda il corpo di Cristo dalla croce) in essa
rappresentati.
Personalmente mi ha colpito in modo particolare il volto straziato, il capo
di Maria Maddalena che, poggiato sulla mano del Cristo deposto, sembra
volergliela lavare con le proprie lacrime... quasi a sperare di morire
anch'essa, unendosi per l'eternità al suo diletto e amato sposo.
Dà l'impressione che sia un pianto d'amore che ha ben poco di divino e
tantissimo di umano.
Tra l'altro, Maria Maddalena è l'unica, in questa sacra (?)
rappresentazione, a toccare direttamente il corpo del caro defunto. Cosa non
permessa nemmeno alla Madre: la mano sinistra alzata che sembra indicare al
Figlio, in un estremo saluto, la strada verso il Padre, e la destra interposta
tra sé stessa e il corpo di Cristo, separata solo dal sudario.
I volti di Nicodemo e della Madonna osservano il Cristo morto ma quasi con
distacco, quasi constatassero semplicemente un fatto, quasi pensassero a ciò
che andrà fatto.
Restano, simbolicamente parlando, la scala, che porta al Cristo in croce o
che serve a facilitarGli e facilitarci la salita nei Cieli, e le tenaglie...
strumento tanto caro e utile a falegnami e carpentieri, strumento utile anche a
togliere i chiodi, forse nella speranza di togliere un ultimo, irrispettoso
dolore dal corpo di chi è nato e vissuto nel luogo e nel tempo sbagliato.
Nel volto del Cristo si legge la solitudine della morte perché, come
cantava il grande Fabrizio De André, non bisogna mai dimenticarsi che
"quando si muore si muore soli", anche quando a fianco a noi muoiono
contemporaneamente centinaia di persone.
Dopotutto, duemila anni fa come oggi... siamo sempre in Terra Santa.
* * *
Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
… /pace!
domenica 19 luglio 2026
LA FOTO SPESSO CI DICE PIÙ DI QUELLO CHE IL NOSTRO CERVELLO È IN GRADO DI LEGGERVI.
A San Fili (CS) per quanto riguarda il campo prettamente religioso di
stampo cattolico ci facciamo mancare ben poco... specie se ci rifacciamo al
culto di matrice mariana (ovvero legate alla sacra immagine di Maria madre di
Cristo nelle sue varie espressioni simboliche).
Diverse sono le feste solenni in suo onore: la festa della Madonna del
Carmine il 16 luglio (San Fili centro storico), santa Maria degli angeli nella
penultima domenica di agosto (zona santa Maria - contrada Frassino Donnici),
l'Addolorata l'8 settembre (nella frazione Bucita) e l'Immacolata Concezione
l'8 dicembre (San Fili centro storico).
A questa, non più suffragata da festa solenne con tanto di processione per
le vie del borgo al seguito va aggiunta, almeno fino agli inizi degli anni Settanta
del secolo scorso, la Madonna del Rosario.
La festa della Madonna del Rosario a San Fili veniva celebrata il 7
ottobre... quasi in concomitanza con la festa che i sanfilesi dedicano a san
Francesco da Paola (il 12 ottobre).
Personalmente non ricordo di aver mai visto processioni in onore della
Madonna del Rosario a San Fili ma siccome ci sono foto delle stesse non posso
certamente mettere in dubbio che ce ne siano state... almeno prima del
1972/1974.
Ovvero da quanto la mia testa iniziò ad immagazzinare determinati ricordi.
Spesso i sanfilesi confondono, nei loro ricordi, le immagini della Madonna
del Carmine con le immagini della Madonna del Rosario (qualche anno addietro
sono stato anche io vittima di un tale ingarbugliamento cerebrale) ed il
motivo, ad un occhio non sempre attento, è anche plausibile: le due statue
hanno tantissimo in comune.
Hanno entrambe una corona in testa ed i capelli ricci, hanno un ambito
quasi uguale ed un mantello sulle spalle (il mantello è visibilmente di colore
diverso) e sorreggono entrambe una statua in scala del bambino Gesù (anche lui
incoronato) sulla mano sinistra.
Nella mano destra portano ognuna dei segni distintivi della loro
giustificata espressione iconografica: la Madonna del Carmine o del monte
Carmelo il celebre "abiticchiu" mentre la Madonna del
Rosario... il rosario.
Sacri simboli che notiamo anche nella mano destra dei loro relativi Gesù
bambino.
Ed ecco i due particolari di due foto scattate nei primi anni Settanta del
secolo scorso in cui appaiono le due statue delle due differenti Madonne
presenti a San Fili. Due statue apparentemente somiglianti fra loro... ma solo
apparentemente: la Madonna del Rosario sulla sinistra e la Madonna del Carmine
sulla destra. Ci si imbatte poi in un piccolo problema sulla collocazione
temporale di alcune foto (specie quelle scattate negli anni precedenti il
1970): gli abiti indossati dai fedeli.
Oggi, infatti, ci è difficile pensare che a luglio (giorno 16 festa della
Madonna del Carmine) la gente possa indossare un completo con sotto camicia e
cravatta.
All'epoca era quasi una regola.
Erano quegli gli anni in cui si credeva ancora nell'abito della festa e
nell'abito di tutti i giorni. Anni in cui lo stesso abito della festa, in
alcune famiglie, andava bene per cinquantadue domeniche consecutive...
soprattutto in piccoli borghi dove la grande percentuale di abitanti era legata
(aveva la vocazione) alla vita dei campi.
E comunque ricordate sempre: la foto non sempre è arte. La foto spesso e
volentieri è anche e soprattutto storia.
La foto spesso ci dice più di quello che il nostro cervello è in grado di
leggervi.
By Pietro Perri.
* * *
Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
… /pace!
lunedì 2 febbraio 2026
QUANDO CRAXI VENNE IN CALABRIA - IL MIO CREDO IDEOLOGICO É SEPOLTO AD HAMMAMET.
Nella foto a sinistra, ripresa dal
web, riconosciamo due giganti di quei fantastici anni: Francesco Cecchino Principe
e Bettino Craxi. Tra Cecchino e Bettino si intravede anche
l'onorevole Rocco Trento
* *
*
Era il 28
settembre del 1981 quando Bettino Craxi venne in Calabria ad abbracciare il
popolo socialista calabrese.
Ad attenderlo, oltre ai tanti altri
leaders regionali del PSI c'erano. in via Fratelli Bandiera a Rende l'onorevole
Francesco Cecchino Principe (rappresentante calabrese della corrente riformista
che faceva appunto capo al Segretario Nazionale del PSI onorevole Bettino
Craxi) con il figlio, all'epoca sindaco della città di Rende, Sandro.
Una giornata (a dire il vero... una
serata), quella, che comunque, anche se in modo leggero, sarebbe rimasta
impressa nella mia memoria.
Dopotutto, ed a pieno diritto, sotto quel
palco, seppure per qualche minuto, ci fui anche io.
Dopotutto ed a pieno diritto, dicevo,
perché all'epoca ricoprivo la carica di Responsabile della Giovanile Socialista
del borgo in cui vivevo fin dalla nascita: San Fili (CS).
Ed oltretutto avevo convintamente aderito
alla corrente socialista craxiano-riformista.
In ogni caso a volermi nella delegazione
sanfilese fu il segretario sezionale Serafino Ninnuzzu Giraldi.
*
* *
Proprio così: personalmente ero un
socialista del Garofano Rosso e non un socialista del Sole Nascente.
Avevo appena venti anni e noi ventenni
degli anni ottanta del secolo scorso eravamo già addomesticati a guardare
fiduciosi nel futuro e non a cullarci sugli sbiaditi ricordi della fine del
Ventennio.
Da sottolineare che in quegli anni
personalmente non riuscivo ancora ad entrare nella logica delle correnti
all'interno dei partiti ed in particolare del PSI. Pur sapendo che nella
sezione socialista di San Fili convivevano fraternamente (non sempre disinteressatamente)
i socialisti craxiani, i socialisti manciniani e persino i socialisti
fraschiani. Per me a quei tempi, ed ancora oggi nel mio credo, in quel periodo
nel Partito Socialista Italiano c'erano solo i Socialisti, i Craxiani ed il...
Garofano Rosso.
*
* *
Quel giorno su via Fratelli Bandiera a
Rende si pensa si siano riversati un 10.000 socialisti calabresi.
Dopotutto... c'era Bettino Craxi.
Vidi da lontano il leader nazionale dei
socialisti italiani... e forse neanche l'ho visto o ricordo d'averlo veramente
visto in quell'occasione.
In compenso, in una sezione del PSI nelle
vicinanze al punto in cui era approntato il palco in cui si svolge la
manifestazione, ebbi l'onore, non troppo convinto all'epoca, di stringere la
mano al suo delfino in pectore: un giovanissimo Claudio Martelli.
* * *
Un caro abbraccio a
tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!
domenica 8 giugno 2025
Il GOLEM - by Pietro Perri.
Nella foto a sinistra (ripresa dal web) il Golem nel
film "Der Golem, wie er in die Welt kam" (1921, Germania) di Carl
Boese e Paul Wegener.
* * *
Chissà, forse un altro rabbino -
nella lontana Praga - è stato tanto stupido da dare vita ad un nuovo Golem o
forse è semplicemente riuscito a ricostruire e riportare in vita il Golem del
rabbino Löw.
E
forte Praga non è solo la capitale della Repubblica Ceca ma è una qualsiasi
capitale delle tante capitali sparse per il mondo.
Un
simbolo.
Una
capitale dove il senso (la percezione) della religione è molto forte.
Fatto
sta che un Golem è fuoriuscito dal ghetto di Praga e sta disastrosamente
aggirandosi lungo tutte le vie del mondo e ovunque posa i suoi mostruosi arti
inferiori semina distruzione e morte.
Non
per colpa sua: lui non vede, lui non capisce, lui ha paura... anche di sé
stesso.
Chissà,
forse questa volta a dare vita ad un nuovo Golem non è stato neanche un rabbino
né un discendente del rabbino Löw ma un semplice uomo come quell'uomo che gli
uomini non hanno mai considerato un ebreo ma solamente il figlio d'un
falegname... il Figlio di Dio.
Fatto
sta che il nuovo giocattolo magico - l'ennesima sfida al Grande Architetto
Dell'Universo (dopotutto il rabbino Löw si era sostituito a Dio dando la vita
al suo posto) - e scappato al controllo del suo indegno creatore.
Tremate,
genti, perché l'atroce peccato sarà lavato col sangue dalla polvere con cui fu
plasmato il Golem... l'Adamo, l'uomo primordiale.
Tremate,
genti, perché la Seconda Guerra Mondiale altro non era se non il prologo
alla Terza. E la Terza Guerra Mondiale sarà l'ultima guerra che vedrà
coprotagonista l'essere umano.
Tremate,
genti, perché il Golem è uscito per l'ennesima volta fuori dal ghetto di Praga
e si aggira forte di tutta la sua potenza distruttiva per le strade del mondo.
Tremate
e se ne avete ancora tempo... pregate per la mia e per la vostra anima
ricordando sempre che il Golem non ha nessuna anima. E se ce l'ha, non essendo
le stata darà da Dio, è ancora nello stato fetale.
Che
noi, forse, non abbiamo un'anima e se l'abbiamo è ancora in uno stato fetale.
Proprio
come l'Essere Umano in questo periodo. Proprio come te e me: nuovi rabbini Löw
e nuovi Golem indegni abitanti del pianeta Terra ed indegne logiche conseguenze
dell'imperfetta opera di Dio: l'essere umano.
Eppure
nel Golem anche se di polvere... batte, in modo quasi impercettibile, un cuore.
Un cuore che non possono scalfire miliardi di uomini ma può scalfire la
semplice lacrima di una bambina indifesa.
* * *
Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro
affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!
* * *
Da alcuni post pubblicati su Facebook... by Pietro
Perri.
(18 SETTEMBRE 2018)
Chi
dà vita al Golem sa di sfidare Dio.Chi dà vita al Golem sa di non essere Dio.
Dio
creò l'uomo... Golem.
L'uomo
non è Dio.
Il
Golem muore soffocando il proprio alito vitale nella polvere con cui è stato
plasmato.
By
Pietro Perri.
N.
B.: Il GOLEM è (nella tradizione ebraica) un gigante di creta realizzato da un
rabbino per dare un po' di giustizia al popolo perseguitato.
Grazie
ad una parola magica trovata nelle sacre scritture il rabbino diede vita alla
sua creatura di creta (sostituendosi quindi a Dio Creatore).
(2 SETTEMBRE 3020)
Chi
- volutamente o involontariamente - dà vita ad un Golem deve avere il coraggio
di assumersi la responsabilità dei propri malefici atti.
I
golem muoiono stupidi per colpa dell'incapacità/limitatezza creativa dei loro
creatori.
By Pietro Perri.
Il
problema è che la gestione del Golem si presentò difficile fin da subito e se
costo sangue e dolore a quanti perseguitavano il popolo ebraico altrettanto
sangue e dolore costò al popolo ebraico.
Il
concetto morale (che troviamo anche nella mitologia greca) è che... non si può
pensare di sostituirsi a Dio o agli dei rivoluzionando il progetto divino.
Famoso
è il Golem del rabbino di Praga.
Comunque è un mito affascinante.
(26 SETTEMBRE 2020)
LETTURE
AL TEMPO DEL COVID-19: IL GOLEM di GUSTAV MEYRINK
La
lettera ebraica Aleph (l'Alfa) costruita a somiglianza dell'uomo accenna con
una mano il cielo e con l'altra la terra: come è in alto così è in basso.
Nel Golem l'IO.
mercoledì 16 aprile 2025
L’ultima cena… nella tradizione popolare sanfilese.
Nell’immagine
a sinistra, trovata sul web, una rappresentazione dell’ultima cena ripresa dal
celebre affresco di Leonardo da Vinci.
*
*
*
Sappiamo
benissimo tutti che la famosa ultima cena a cui ha presenziato circa 2000 anni
addietro Gesù di Nazareth portò tremendamente sfiga a più di un soggetto.
Tanto
che l’ultima cena, almeno per due soggetti, si rivelò fatale: per qualcuno di
questi due, se non per entrambi, l’ultima cena si trasformò veramente…
nell’ultima cena.
I
due soggetti furono, ovviamente, lo stesso Gesù di Nazareth ed il suo discepolo
Giuda Iscariota.
Entrambi,
nel giro di poche ore finirono malamente: il primo crocifisso ed il secondo
suicida.
Entrambi,
secondo i vangeli non solo canonici ma anche apocrifi (vedasi il caso del
vangelo di Giuda), predestinati ad un destino di salvazione: senza l’uno, dopotutto, non si
sarebbe compiuto quanto era stato scritto dell’altro.
Ma
ritorniamo ai nostri tempi ed a ciò che ritroviamo nel folclore e quindi nella
tradizione (decisamente superstiziosa?) sanfilese.
Inutile
dire che, così come ci dicono ed impongono da tempo immemore i vangeli
canonici, a San Fili (CS) così come in tutto il mondo cristiano-cattolico il
giovedì santo si ripete il rito dell’ultima cena.
Nel
corso della celebrazione assistiamo al lavaggio dei piedi da parte del
sacerdote celebrante ai dodici concittadini che impersonano gli apostoli, alla
funzione religiosa (messa solenne) propriamente detta, alla benedizione dei
“pani/tortani” (uno per ogni apostolo) e relativa distribuzione, previo
spezzettamento, sempre ad opera dei figuranti apostoli, di tali “pani/tortani”,
ai fedeli presenti.
Sempre
in altri tempi, ma forse anche adesso, si attribuiva al “pane/tortano”
benedetto nel corso della messa dedicata al ricordo dell’ultima cena del Cristo
poteri a dir poco miracolosi… o quanto meno si sperava in ciò.
E’
giusto ricordare che più volte mi sono espresso sull’argomento miracolo in modo
inequivocabile: se c’è una speranza nessuno ha il diritto di uccidere la
speranza se non la speranza stessa.
Ok,
dicevo che per almeno due persone (o almeno per una delle due) quella tenutasi
a Gerusalemme circa 2000 anni fa con, a presenziare la stessa, il Figlio di
Dio, fu sicuramente l’ultima cena della sua vita terrena.
E
tra i due quello che sicuramente non ebbe il tempo di vivere altre cene in
compagnia fu il discepolo Giuda Iscariota.
Il
Cristo, lo sappiamo bene, dopo tre giorni riprese la sua forma mortale e per un
seppur breve tempo, sconfiggendo la morte, continuò a cenare con il rimanente
dei suoi discepoli.
Ecco,
a San Fili (CS) in altri tempi, almeno fino alla prima metà degli anni settanta
del secolo scorso, si era più che convinti che almeno uno dei partecipanti, nel ruolo di
figuranti apostoli, al rito dell’ultima cena… nel corso dei successivi dodici
mesi sarebbe passato a miglior vita.
Per
questo nostro compaesano, quasi un novello Giuda Iscariota, non ci sarebbe
stata un’ultima cena, con tanto di rito religioso, in un futuro giovedì santo.
Quella
di quell’anno, almeno per uno dei dodici prescelti, sarebbe stata veramente
l’ultima cena.
E
nelle case dei partecipanti, in prossimità del sacro appuntamento, con i propri
familiari e/o amici presenti si cercava di fare mente locale su chi furono ad
indossare la veste di apostolo l’anno precedente e chi, a pochi giorni appunto
al succitato sacro appuntamento, non sarebbe stato presente per… impegni
precedentemente presi con nostra “Sorella Morte Corporale”.
C’è
da crederci in questa mia nuova rivelazione?
Sui
racconti dei nostri anziani… sicuramente.
Dopotutto
io difficilmente ho scritto qualcosa di mio.
Quasi
sempre mi sono limitato, come in questo caso, a riportare nero su bianco il
mondo più o meno immaginario dei nostri genitori, dei nostri nonni o dei nostri
bisnonni.
Racconti
che comunque, seppur fantasiosamente ben romanzati e resi fantasticamente
affascinanti, partivano comunque da un dato di fatto, da una realtà, da una
registrazione memorica di fatti reali: un morto, tra i dodici figuranti
apostoli, nel corso dell’anno c’era sempre o quasi sempre stato e quasi sempre
avrebbe continuato per tantissimi anni a venire… ad esserci.
Il
motivo?
In
quei tempi ad indossare gli abiti di figuranti apostoli a San Fili (CS) erano
quasi sempre gli anziani del paese e, lo sappiamo benissimo, negli anziani la
possibilità di passare a miglior vita è decisamente alta. Ed uno su dodici era
comunque una bella percentuale.
Dopotutto…
era pur giusto che Giuda Iscariota lasciasse il posto libero ad un altro Giuda
Iscariota.
Oggi?
Non
saprei dirvi se nella rievocazione del sacro rito dell’ultima cena sia
confermato quanto accadeva nel mondo dei nostri cari avi.
Dopotutto
sono passati vari decenni dal momento in cui anch’io feci da figurante apostolo
(indossando i relativi indumenti) in un’ultima cena tenutasi nella Chiesa Madre
di San Fili.
Eravamo
verso la fine del primo lustro degli anni settanta del secolo scorso ed
officiava la funzione l’indimenticato sacerdote don Luigi Magnelli.
In
quell’occasione ero poco più di un ragazzino. Forse non superavo i quattordici
o quindici anni.
Fu
per uno strano caso del destino se io, in quell’occasione, mi ritrovai a
vestire quegli abiti decisamente grandi per uno della mia non eccessiva altezza
ma sicuramente eccessiva magrezza.
Lo strano caso era dovuto… all’annuale assente per impegni precedentemente presi con nostra “Sorella Morte Corporale”.
Non c’era tempo per trovare un sostituto e…
trovarono me.
*
*
*
Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
… /pace!
venerdì 7 marzo 2025
A San Fili (CS) mai piantare una noce con le proprie mani... potrebbe nascere e crescere un maestoso albero delle noci.
A
sinistra: San Fili (CS) l’albero delle noci (in una rielaborazione grafica by
Pietro Perri) immortalato nella omonima canzone del mitico Dario Brunori.
Canzone classificatasi al terzo posto al Festival Della Canzone Italiana di
Sanremo edizione 2025.
* * *
E
così l’aria magica che si respira a San Fili (CS) grazie a Dario Brunori ed
alla sua stupenda opera musicale “L’albero delle noci” trova una sua giusta
collocazione (con un meritatissimo terzo posto) anche sul palco dell’olimpo
della musica italiana: il palco del Festival di Sanremo edizione 2025.
L’albero
delle noci di Dario Brunori.
In
tanti nell’ultimo mese (febbraio 2025) mi hanno chiesto, sia tramite il mio
profilo Facebook che sul luogo di lavoro che nell’incontrarmi per strada, ma…
esiste veramente l’albero delle noci cui fa riferimento Dario Brunori nella sua
stupenda canzone? Dario Brunori è di San Fili? Dario Brunori abita a San Fili?
Conosci Dario Brunori? Mi saluti e mi fai i complimenti a Dario Brunori? Ma perché Dario Brunori si chiama Brunori Sas? …
Che
fortuna per voi sanfilesi avere un concittadino come Dario Brunori!
Saltando
parte delle domande e la successiva affermazione/esclamazione in quanto
toglierei un bel po’ di spazio a ciò che vorrei raccontarvi in questo breve
scritto ossia rifacendomi solo alla risposta relativa alla domanda
sull’esistenza reale dell’albero delle noci di Dario Brunori non posso che
dire: fortunatamente, per non dire “miracolosamente” in quanto più volte
nell’ultimo cinquantennio ha rischiato d’essere tagliato (non sappiamo se per
far posto a qualche ecomostriciattolo urbano o a qualcosa di non meglio
decifrabile) esiste davvero.
E
sotto quell’albero di noci seppur non ci sono nato comunque, in alcuni periodi
della mia spensierata fanciullezza, ci sono cresciuto: c’ho giocato a pallone
(molti finiti nelle mani assassine – di palloni supersantos - di Rafel’a
guardia), c’ho giocato a nascondino (ara ‘mucciareddra), c’ho
raccolto qualche noce e, messa in tasca e nascosto agli occhi dei più, me la
sono gustata in santa pace.
Dopotutto
casa dei miei genitori dista non più di 150/200 metri dall’albero delle noci di
Dario Brunori.
Quindi
è un albero che, seppur non l’avevo considerato più di tanto nella quota di mia
vita passata nel rione in cui vegeta l’ormai tanto famoso quanto miracoloso
albero, esiste davvero che esisteva prima che io venissi al mondo e che
sicuramente ora, grazie a Dario Brunori, esisterà anche quando io al mondo non
ci sarò più… spero. Dopotutto è risaputo che un albero di noci può anche vivere
150 o 200 anni. O diventare eterno grazie ad una canzone giunta ad un
encomiabile terzo posto al Festival della Canzone Italiana di Sanremo edizione
2025.
In
un post su Facebook che ho pubblicato non appena ho ascoltato la canzone
“l’albero delle noci” di Dario Brunori mi ero ripromesso, preannunciando tale
mia idea su tale post, di parlarvi, con un apposito scritto sul mio blog (il
San Fili By Pietro Perri Blog) di alcune leggende/superstizioni (?) che
aleggiano intorno agli alberi delle noci a San Fili.
Leggende/superstizioni
che mi sono state date in consegna (con passaggio orale) da mia madre Teresina
Letizia Rende (1921/2019) che da tempo mi ero ripromesso di mettere nero su
bianco e che, grazie all’amico (difficile non dichiararsi suo amico anche se
c’hai avuto a che fare pochi attimi come lo scrivente con un mito come lui) e
compaesano Dario Brunori ed al suo exploit sanremese, finalmente mi sono deciso
a fare.
Ed
allora… “Sono cresciute veloci le foglie sull’albero delle noci / E nei tuoi
occhi di mamma adesso splende una piccola fiamma”.
* * *
Tutti,
o quasi, abbiamo sentito almeno una volta nella nostra vita dell’albero delle
noci di Benevento… tutti, almeno a San Fili (CS).
Perché
noi di San Fili, seppur non abbiamo nulla a che dividere con gli amici
connazionali (in quanto entrambi apparteniamo al Regno di Napoli prima ed al
Regno delle Due Sicilie poi) di Benevento, comunque viviamo in una terra magica
dove le leggende (e le leggende quasi sempre prendono vita da un fatto reale il
cui ricordo si perde magari nella notte dei tempi… ma che fa parte del nostro
DNA) hanno trovato il loro habitat naturale: San Fili, stupendo borgo e stupendo
territorio già appartenuto al Regno Delle Due Sicilie, alle varie dominazioni
straniere succedutesi nei secoli (arabe, spagnole, turche e chi più ne ha più
ne metta) e già ricadente nella mitica area denominata, oltre mille anni
addietro, Magna Grecia… ovvero Grande Grecia.
Alla
colonizzazione (non… occupazione, si guardi bene) dei nostri padri greci
dobbiamo, ad esempio, la nascita e l’evoluzione di credenze come la Fantastica
e sempre ai nostri padri greci dobbiamo1, quasi certamente, la conoscenza del
prezioso uso delle ebre a scopo curativo. E furono le… magare di San Fili.
Il
rimbombo mediatico che ha fatto la bellissima canzone “L’albero delle noci” del
concittadino Dario Brunori mi ha riportato indietro di qualche decennio… di più
di un decennio… dell’oltre mezzo secolo di vita che mi sono lasciato alle
spalle. Ovvero a quegli spensierati giorni del “godi fanciullo” quando mia
madre (magara come tutte le donne che si rispettino a San Fili) non so
se per farmi paura o perché anche lei era stata a sua volta vittima di tali dicerie
quando la stessa era bambina mi svelò che non bisogna mai piantare una noce. E
mi svelò tale prezioso mistero dopo, purtroppo, che io ne avevo piantato una in
un terreno che in quegli anni, primi anni settata del XX secolo, mio padre
coltivava, più per hobby che per necessità, poco al di sotto del tratto di
strada che noi sanfilesi d’altri tempi continuiamo a chiamare “scisa d’u
Canalicchiu”. Un terreno poco al disotto dell’ex galleria ferroviaria che passa
al di sotto del centro abitato… uscita lato Cosenza.
E
la cosa peggiore era stato il rendermi conto che quella noce che aveva piantato
si era già magicamente tramutata in una simpatica… bella piantina.
Perché
non avrei mai dovuto piantare una noce con le mie mani? Perché non dovrete mai
piantare una noce con le vostre mani?
Ok,
non dimenticate mai che San Fili (CS) continua ad essere terra delle magare,
terre dei magari e terre dei magaruni: terra magica e terra di magia. E
forse come tale l’ha voluta proprio il Grande Architetto Dell’Universo.
Detto
questo… detto il resto: non appena il tronco dell’albero nato dalla noce che
avete incautamente piantato con le vostre mani, sfidando la sorte ed il destino,
raggiunge la circonferenza del vostro collo… salutate amici parenti ed affini
in quanto pochi, se non già passati, sono i giorni che vi restano da vivere. L’albero
delle noci tanto caro a più di un Dio greco, a partire dallo stesso Giove,
sembra rispetti, secondo tale leggenda, l’equazione “una vita uguale una vita”.
Quale
fu il prezzo che pagai per questa nuova drammatica scoperta: per oltre quindici/venti
anni passando a pochi metri da dove cresceva sempre più rigoglioso non l’albero
delle noci di Dario Brunori ma il mio albero felle noci controllavo la
circonferenza del mio collo, e seppure da una certa distanza, cercavo di vedere
se la circonferenza dell’albero avesse raggiunto quella del mio collo.
A
questo punto due domande potrebbero sorgervi spontanee:
1)
come mai non estirpai subito l’albero delle noci appena nato?
2)
come mai sono ancora vivo?
E
queste due intelligenti domande meritano altrettante intelligenti risposte.
Non
estirpai la pianticina di noce perché amo la natura… e poi di anni prima che la
circonferenza del tronco dell’albero delle noci raggiungesse la circonferenza
del mio collo sarebbero comunque passati vari anni… e purtroppo passavano… e
purtroppo sono passati.
Per
quanto riguarda la risposta alla seconda domanda… siete proprio sicuri che io
sia ancora vivo?!?
Un
altro consiglio, sempre legato all’albero delle noci, che vi voglio dare (così
come mi fu dato a me sempre in quei magici anni del “godi fanciullo”) è… non
riposatevi o quantomeno non dormite mai sotto un albero delle noci.
Il
motivo?
Sotto
l’albero delle noci non c’è vegetazione e se non c’è vegetazione un motivo ci
sarà.
L’albero
delle noci, almeno in Calabria, continua ad essere un albero caro agli dei
delle più disparate religioni del passato… e magari anche di qualcuna del
presente.
* * *
Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace.
domenica 2 febbraio 2025
Giangurgolo e le altre maschere calabresi.
A sinistra: Giangurgolo,
la più importante maschera calabrese, in una immagine ripresa dal web.
Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese die lese di marzo del 2007.
* * *
Arlecchino, Colombina, Pantalone,
Brighella, Balanzone, Pulcinella e chi più ne ha più ne metta.
Ammettiamolo: tutte le maschere famose, è quasi il caso di dirlo, non si fermarono ad Eboli (parafrasando il titolo del capolavoro letterario di Carlo Levi) ma si fermarono a Napoli!
Ma... c’é stata qualche maschera di cui possiamo andare più o meno fieri
anche noi Calabresi?
In effetti qualcuna c’é stata. Una in particolare ed un paio in tono
minore.
La maschera principale, rappresentativa (si fa per dire) della Calabria, è
quella di Giangurgolo. Maschera seguita a ruota da Pacchesicche e Coviello.
Pacchesicche è la maschera calabrese (in quanto “tipo”) più vicina ai
giorni nostri. E’ questi uno studente o un abate a Napoli, che non è così ricco
da ricevere da casa caciocavalli, salumi e sostentamenti vari e come tale deve
accontentarsi di frutta secca.
Sembra uscito, di fatti, da un film di Toto’. Non guasterebbe, come
personaggio infatti, una sua apparizione in “Miseria e Nobiltà”.
In un celebre mimo dialogato a quattro personaggi, la Canzone di Zeza, dove
quest'ultima (Lucrezia) è la moglie di Pulcinella ormai vecchio e Tolla è la
loro figliuola civetta, Pacchesicche è lo studente calabrese che fa la parte
dell'innamorato.
Giusto il genero di Pulcinella poteva fare un calabrese nella commedia
dell’arte.
Coviello, al contrario di Pacchesicche, riveste diversi ruoli: il servo
astuto, il capitano, il ruffiano, il suonatore di mandola; è sempre pronto ad
allietare la compagnia e a cantare dolci serenate sotto le finestre di belle
fanciulle innamorate.
Il personaggio di
Coviello lo ritroviamo anche in una famosa commedia di Molière, il Borghese
Gentiluomo, dove ricopre il ruolo del servo astuto.
La maschera più famosa è rappresentativa della Calabria però è stata
certamente quella di Giangurgolo.
Maschera, a dire il
vero, anch’essa secondaria nell’ambito della commedia dell’arte italiana in
quanto, diciamoci la verità, la Calabria aveva ben poco a che spartire con il
resto dell’Italia e dell’Europa... almeno fino al 1799.
Giangurgolo deve il suo nome, secondo alcuni, a Giovanni Golapiena, per via
del suo insaziabile appetito.
E’ disposto a tutto pur di arraffare qualcosa con cui saziarsi, anche a
costo di rubare, se gli capita l'occasione di non essere scorto da nessuno.
Poi é pronto a giurare
di non aver visto o sentito niente, perché Giangurgolo oltre che bugiardo si
rifiuta di affrontare qualsiasi responsabilità: tanta la fame, ma tantissima la
paura.
Questi era la caricatura
del nobile siciliano, divenuta popolare in Calabria dopo il 1713, ossia dopo
che, ceduta la Sicilia ai Savoia, molti blasonati che parteggiavano per la
Spagna lasciarono l'Isola.
* * *
Personalmente mi imbattei la prima volta nella maschera di Giangurgolo alla fine dell'anno scolastico 1977/1978. Frequentavo il primo anno dell'Istituto Tecnico Commerciale "G. Pezzullo" di Cosenza.
Fu quello un anno, il 1978, tanto tremendo quanto formativo per noi giovani studenti italiani dell'epoca. Fu l'anno in cui si verifico anche l'omicidio di Aldo Moro e della sua scorta e qualche insegnante aveva e persino paura che non avremmo potuto terminare quell'anno scolastico: poteva succedere tutto (tipo un colpo di stato) ma fortunatamente, com'è nella regola (l'eccezione da noi è sempre più rara e sempre più catastrofica) del popolo del Bel Paese... non successe niente.
L'insegnante di lingua italiana dell'epoca (la professoressa Silvana Raffaeli), decisamente una delle poche insegnanti che ricordo con piacere per ciò che ha lasciato alla mia formazione, a fine anno ci diede una lista di libri da leggere... ne avremmo dovuto scegliere, e leggere durante le vacanze estive, almeno tre.
Tra i tre che scelsi io ce n'era uno dal titolo: Il Teatro Calabrese di Coriolano Martirano. Era un saggio ed io, abituato ai romanzi ed alle novelle, neanche sapevo, fino a quel momento, cosa fosse un saggio.
Quel libro mi aprì, mentalmente parlando, un nuovo mondo.
Il mondo, appunto, delle maschere calabresi.
Maschere che, malgrado gli spagnoli abbiano da oltre un secolo e mezzo lasciato la guida della nostra regione (la Regione Calabria) ancora governano, i loro discendenti (mentalmente parlando), senza interruzione dal 1861, le nostre terre e le nostre teste.
* *
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Un caro abbraccio a tutti dal sempre
vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!
martedì 31 dicembre 2024
Il 2025 secondo l'oracolo della Mano di Fatima... by Pietro Perri.
L'importante è sopravvivere fino a capodanno.
(Ore 23:45 del 31 dicembre del 2024)
Comunque secondo l'oracolo della Mano di Fatima (legato alla numerologia) il tutto cambia di poco: il 4 (audacia, saggezza, potere) con il 5 (felicità, ricchezza, matrimonio) finale.
Ovviamente le definizioni tra parentesi, dei numeri 4 e 5, sono da interpretare.
Però se proviamo a decifrare il quattro nelle sue audacia/potere" anche le guerre ci stanno. Ciò che non ci sta è la saggezza dei leaders mondiali. Il cinque finale (del 2025) parla comunque di "felicità, ricchezza e matrimonio" il che a livello mondiale potrebbe comunque essere sinonimo di pace e ripresa economica.
Resta purtroppo il 2000 che significa "divorzio/divisione" (cosa che purtroppo, secondo la lettura dell'oracolo segnerà l'intero millennio), lo zero all'interno dei quattro numeri (segno di mancanza di qualcosa e quindi follia), il venticinque (Intelligenza e fertilità) ed il venti (tristezza è rigidità).
Il venticinque dovrebbe caratterizzare la prima parte dell'anno mentre il venti la seconda parte con il cinque di chiusura.
Quindi gli unici periodi legati a veri e propri disagi (economici o di semplice magari immotivata preoccupazione) dovrebbero essere tra i mesi di agosto e novembre. Con un mese di dicembre destinato come al solito alla chiusura del bilancio di fine anno.
Un bilancio che, a confronto di questo che ci stiamo lasciando alle spalle, non dovrebbe essere, a livello internazionale, poi tanto brutto... anzi.
Sicuramente molto meno brutto del 2024.
Buon 2025 a tutti... by Pietro Perri.
(post work in progress)







