A chi non ha il coraggio di firmarsi ma non si vergogna di offendere anche a chi non (?) lo merita.

Eventuali commenti a post di questo blog non verranno pubblicati sia se offensivi per l'opinione pubblica e sia se non sottoscritti dai relativi autori. Se non avete il coraggio di firmarvi e quindi di rendervi civilmente rintracciabili... siete pregati di tesorizzare il vostro prezioso tempo in modo più intelligente (se vi sforzate un pochino magari per sbaglio ci riuscirete pure).
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Ricordo ad ogni buon file l'indirizzo di posta elettronica legata a questo sito/blog: pietroperri@alice.it

domenica 16 marzo 2014

Dal mulino delle fate aru tesoru du Canalicchiu (7/9): una stupenda passeggiata naturale tutta sanfilese.



Nella foto a sinistra (foto by Pietro Perri)… l’imbocco della “scisa du canalicchiu” da piazza Adolfo Mauro (storica ex piazza Rinacchio). Ai piedi della “scisa du canalicchiu”, ovviamente a San Fili, si trovano sepolti, secondo la tradizione (leggenda)locale, ben due tesori. Il più famoso dei due è una “quadara chjina d’oru” (un pentolone pieno d’oro). Di questo irraggiungibile tesoro se ne può vedere il fondo guardando all’interno di un foro in un muro realizzato a secco in pietra di fiume.

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Per chi avesse perso le prime 6 (o qualcuna delle prime sei) puntate di questo racconto… ricordo che siamo in un sabato degli inizi di Marzo 2013, che da poco si sono registrate due frane sul lato coste del nostro paesino (il lato che si affaccia sul torrente Emoli) ed io sto facendo una bella passeggiata lungo… u jum’e Santu Fili… nel tratto compreso tra la sorgente di Palazia e il ponte Crispini.

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Ho sempre creduto che se San Fili ed i Sanfilesi non sono discendenti dei colonizzatori partiti dalle sponde dell’antica Grecia per portare la loro cultura e quindi la civiltà ai popoli di ciò che sarà la penisola italiana… sicuramente lo sono dei loro figli o dei loro nipoti.

Sono troppe, infatti, le cose quotidiane (reminiscenze del passato?), che riportano il nostro pensiero e quindi la nostra elementare immaginazione a ciò che di loro abbiamo studiato e continuiamo a studiare sui libri di storia… a partire dalle scuole elementari.

Ovviamente, per tale ultimo periodo, mi riferisco a quanti come me sono nati e felicemente vissuti anche - non solo - nell’era ante Facebook, Twitter e diavolerie web simili ma anche nei decenni precedenti a diavolerie simili.

Dopotutto io ho lasciato, da discente, le scuole quando ancora in circolazione non esistevano personal computer in casa né tantomeno misteriosi ordigni quali tablet, smartphone e via dicendo. Era quello l’anno dei mitici mondiali di calcio che ci vide vincitori, a noi italiani, in quel torneo che ancora in molti definiscono il più bello di tutti i tempi. Era il 1982.

Diavolerie (Facebook, Twitter ecc.) che, è vero, ci mettono in collegamento con il resto del mondo ma che ci estirpano in modo falsamente non violento dalla nostra realtà materiale: corso XX Settembre (per quanto riguarda San Fili) con tutto ciò che scorre in su ed in giù… di buono e di male nello stesso.

Se guardiamo ad esempio tantissimi termini appartenenti al dialetto dei nostri padri (oggi, credetemi, neanche l’abbiamo un dialetto… solo gli stupidi si illudono del contrario. Il dialetto infatti è una lingua viva e non una macedonia di ricordi di cui ormai nessuno, o quasi, ricorda più il sapore) troviamo non solo termini che risalgono alle dominazioni arabe, romane, spagnole e francesi ma anche e soprattutto… greche. Non solo: sempre rifacendoci a ciò che resta della memoria storico-popolare dei nostri padri e dei nostri nonni… sono tantissimi i modi di fare (specie in campo religioso o pseudo religioso), le credenze (favole e similari) e la toponomastica che ci riportano dritti dritti a respirare la nostra stupenda - mai dimenticata del tutto - aria ellenica.

Un esempio è proprio (ripeto: secondo la mia proverbiale ignoranza in materia) ciò in cui ci imbattiamo nella parte inferiore de “a scisa du canalicchiu”. Da non credere, in tale zona ci imbattiamo non solo in ben due bivi (punto d’incontro di tre vie con almeno due, se non tre, opportunità di scelta proposte al viandante) ma anche e soprattutto a due tesori - purtroppo solo “fantastici”… credo - maledetti (?) e ad una nicchia in cui almeno fino alla fine degli anni sessanta era riposta una statuetta ricordante la Madonna.

La Madonna o… la dea - greca e cara ai bivi - Ecate?

Personalmente propendo più per la seconda ipotesi (la dea Ecate cui gli incroci ed in particolare i bivi o trivi tanto cari alla stessa) che non alla prima ipotesi (alla Madonna). Ma se così fosse ormai, alla fine degli anni sessanta, nessuno dei nostri anziani avrebbe messo in dubbio che quella non fosse la Madonna bensì fosse la ormai dimenticata dea Ecate.

Ma ritorniamo alla mia passeggiata partita dalla scalinata che da piazza san Giovanni, alle spalle del calvario, mi porta alla fontana di Palazia e da lì, costeggiando il greto del torrente Emoli, più a valle al ponte di Crispino ed ai resti del mulino ad acqua che ebbe come proprietario anche il cugino di mio padre Ottorino Perri.

Un punto, questo, che comunque mi ero lasciato alle spalle da una quindicina di minuti a quella parte.

Il primo bivio in cui m’imbatto - risalendo la scalinata ed il viottolo che ho inforcato nella piccola valletta dove c’è il ponte di Crispini (o crispino) a collegare le due sponde del torrente Emoli... u jum’e Santu Fili - è quello che mi dà come scelta il proseguire verso il centro abitato del paese o dirigermi verso contrada Profico: la prima scelta alla mia sinistra e la seconda scelta alla mia destra.

Sono ormai giunto alla parte inferiore della “scisa du canalicchiu”… qualche metro prima… tra la casa degli Arturi (u papararu) e l’uscita della galleria delle Ferrovie dello Stato lato Cosenza. Quella galleria che collega il piazzale della stazione ferroviaria di San Fili con contrada Volette, sempre in territorio di San Fili.

Difronte a me vedo il buco con il famoso “maledetto?” tesoro “ara scisa du canalicchiu”… quello della “quadara chjina d’oru”. Gli do’ una breve occhiata e proseguo subito con la mia scelta di strada. E tra dirigermi verso il centro abitato di San Fili o dirigermi verso contrada Profico… scelgo la prima ipotesi.

Ad ogni bivio in cui c’imbattiamo nella vita - lo sapevano bene i pitagorici e non solo loro – e quindi ad ogni bivio è obbligatorio comunque fare una scelta, giusta o sbagliata che la stessa sia tale scelta.

Bloccarci (ma anche tornare indietro), ad un bivio, equivale comunque a morire.

Scelgo, dicevo, la prima possibilità, la prima opzione. La stanchezza inizia a sentirsi… e con essa anche un certo languorino allo stomaco. Dopotutto si sono fatte anche le ore 13 (ovvero, per gli americani, l’ora una p.m.) abbondanti.

Quindici metri più avanti, ovvero all’effettiva part inferiore della “scisa du canalicchiju”, m’imbatto in un altro bivio ed in un altro “maledetto?” tesoro.

Di questo secondo tesoro (in cui ci imbattiamo a tre o quattro metri, risalendo “u canalicchiu” per ritrovarci in piazza Rinacchio, in un foro che prende forma su un antico muro in pietra… alla nostra destra) so ben poco e spesso dubito anche che lo stesso esista o sia mai esistito anche solo nella deviata fantasia di qualche mio caro compaesano. A differenza del primo, di cui ne sono più che certo… visto il numero di testimoni in cui mi sono imbattuto.

Anche questo bivio mi obbliga ad una scelta: salire verso piazza Rinacchio e poi proseguire, lungo corso XX Settembre, fino a piazza san Giovanni dove ho lasciato la macchina o… imboccare la viuzza, alla mia sinistra anche questa, che costeggiando il paese mi farà miracolosamente ritrovare all’imbocco di via Emoli e da qui direttamente… mmiuenzu u puontu?

Scelgo questa seconda ipotesi.

Ed eccomi, nello spazio di pochi minuti, ritrovarmi mmienzu u puontu e da qui nel bel men che non si dica in piazza san Giovanni.

Termina così questa mia stupenda passeggiata durata qualche ora di un sabato mattina del mese di marzo 2013 e finita nello stesso punto in cui l’avevo iniziata.

Spero di non avervi scocciato troppo con questo racconto e spero che a qualcuno possa servire di sprone ad intraprendere questo mio stesso percorso.

Abbiamo un territorio stupendo intorno al nostro centro abitato… sarebbe bello riappropriarcene e ritornando ad amarlo e quindi a viverlo… con tutte le sue profumate e variopinte realtà ma soprattutto con tutte le mie… stravaganti fantasie.

(continua).

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

… /pace!

sabato 15 marzo 2014

Raccolta differenziata dei rifiuti in Calabria? … San Fili da record!

La notizia è stata riportata su tutti i mass media  (giornali, telegiornali, internet e via dicendo) regionali della Calabria agli inizi del mese scorso (se non sbaglio il 9 o il dieci Febbraio): la nostra regione migliora sul fronte della raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani ed il comune di San Fili con il suo 72,66% sul complessivo del prodotto è il paese più virtuoso di tutti.
San Fili da record (con i suoi miseri 2800 abitanti circa sui circa 2 milioni dell’intera regione Calabria e i poco più di 700 mila della provincia di Cosenza), quindi, per quanto riguarda la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani in Calabria.
La Calabria? … da vergogna! … anche su questo fronte.
La Calabria e la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani? … da incubo!
Una regione che pur migliorando il risultato di oltre il 4% sulle percentuali raggiunte negli anni precedenti resta pur sempre una tra le ultime regioni in graduatoria nell’intero territorio italiano.
Dopotutto la percentuale media delle varie province calabresi sul fronte della raccolta dei rifiuti solidi urbani è di poco superiore al 12% del totale.
Tali dati sono riferiti al 2012. Non sappiamo ancora i dati relativi al 2013 ma sappiamo benissimo che il 2014 è iniziato decisamente male, per l’intera regione Calabria, sul fronte dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani.
Proprio così: una vera vergogna, l’ennesima, che tra l’altro è esplosa in tutta la sua drammaticità agli inizi del mese di Marzo quando gran parte delle amministrazioni locali della regione Calabria hanno gettato la spugna sul fronte della civile raccolta e dell’altrettanto civile gestione dei rifiuti solidi urbani portata. Affondiamo nei rifiuti e paghiamo stati quali l’Olanda e la Germania per venirseli a prelevare e, con gli stessi, creare reddito per la propria popolazione.
Ciò che infatti per altre regioni d’Italia ed altre Nazione d’Europa è una risorsa (appunto l’immondizia) per noi da qualche decennio a questa parte è diventato un problema e tale sarà sicuramente per qualche decennio ancora.
San Fili ed i Sanfilesi sono una mosca bianca nell’intera regione? … vorrei crederlo. Poi… guardo dal finestrino della mia macchina e mi chiedo chi, poco vicino alla curva tutt’ora denominata “u pont’u sur ‘Ndriu” noto al margine della strada una busta piena di rifiuti e mi dico, orgoglioso delle mie origini e della mia appartenenza comunitaria: “Qualche Sanfilese è passato sicuramente da questo punto!”
E qualche Sanfilese (ma sarà veramente un Sanfilese o solo un Sanfilese?) sicuramente si ferma più volte con il suo mezzo di locomozione nel tratto stradale compreso tra piazza Rinacchio (centro abitato di San Fili) e villa Miceli (bivio per Cosenza-Paola). Provate infatti di tanto in tanto a fermarvi anche voi in tale tratto di strada e… guardate nei burroni sottostanti: c’è di tutto e c’è di più… immondiziamente parlando.
Inutile dire che eguali scene ve li ritrovate sotto gli occhi anche inforcando la vecchia statale 107 (quella che vi accompagna sulla vetta del valico Crocetta per poi proseguire, tramite la strada della Palummara, fino alla città del miracoloso santo calabrese) o… nella nuova statale 107.
Se ogni punto incriminato lo definissimo, così come si dovrebbe fare, “discarica abusiva”… non ne troveremmo meno di una ventina nei succitati tratti stradali.
Una vera vergogna! … un vero scandalo! … un crimine.
Perché, diciamo la verità, chi insozza il nostro bellissimo territorio in questo modo (al di là di quali siano le sue giustificazioni) non può che essere considerato… un criminale!
Tanto più se questo signore è un Sanfilese, ovvero un cittadino di questo stupendo paese della provincia di Cosenza dove la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani (per giunta fatta porta a porta), malgrado i costi e malgrado San Fili faccia parte della Calabria… funziona.
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… un caro abbraccio a tutti by Pietro Perri.
… /pace!

domenica 9 marzo 2014

LA FERROVIA DELLA MORTE (Cosenza-Paola via San Fili... senza ritorno). ... by Pietro Perri.

E' bello ricordare parte della storia (quella solo buona e folcloristica) della vecchia tratta ferroviaria che collegava Cosenza con Paola passando per San Fili. Eppure... l'intera storia non è fatta solo di bei ricordi... è fatta anche di disastri ferroviari ed anche di morti... forse tanti.

Nel lontano 1953, ad esempio, il senatore Nicola VACCARO presentava la seguente interrogazione al Ministro dei Trasporti Bernardo MATTARELLA:

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Per sapere se è a sua conoscenza quanto accade giornalmente sul tratto della ferrovia Cosenza-Paola, dove le locomotive e le automotrici antiquate e logore, che dovevano essere dimesse dal servizio da più tempo, non riescono più a superare la pericolosa ed erta salita a cremagliera Paola-San Lucido, San Lucido-Falconara Albanese-San Fili-Rende, fermandosi ad ogni tratto, ed a volte mancando di ripresa, retrocedendo, creando selvagge scene tra i viaggiatori, sempre memori dei luttuosi disastri verificatisi in questi tratti, per gli stessi motivi che oggi si lamentano, negli anni 1917, 1942 e 1943.

Nel denunziare il gravissimo inconveniente, l'interrogante chiede che, sulla detta tratta ferroviaria, vengano sollecitamente sostituite le vecchie macchine e le vecchie automotrici, avvedendo che ogni ritardo fa assumere grave responsabilità all'Amministrazione nel caso di prevedibile disastro (76).

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Da non credere: in tale interrogazione venivano segnalati incidenti mortali avvenuti su tale tratta ferroviaria negli anni 1917 (quasi all'inaugurazione), nel 1942 e nel 1943. In altre interrogazioni parlamentari si parlerà, per quanto riguarda la nostra bellissima tratta ferroviaria "Cosenza-Paola... a volte senza ritorno" di... "ferrovia della morte".

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… un caro abbraccio a tutti by Pietro Perri.

… /pace!


sabato 1 marzo 2014

Dal mulino delle fate aru tesoru du Canalicchiu (6/9): una stupenda passeggiata naturale tutta sanfilese.



Nella foto a sinistra (foto by Pietro Perri)… tramonto sanfilese. Sul versante destro dell’abitato di San Fili (lato “coste”), ovvero dove lo stesso si affaccia sul dirupo ai cui piedi scorre il torrente Emoli, troviamo un altro punto caro alla tradizione mistica locale: “u fuoss’e Stella”. Un punto decisamente meno famoso de “u zumpu d’a Fantastica” (sul lato sinistro del borgo) ma per alcuni anziani collegato anch’esso alla famosa leggenda che caratterizza San Fili.

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Per chi avesse perso le prime 5 (o qualcuna delle prime cinque) puntate di questo racconto… ricordo che siamo in un sabato degli inizi di Marzo 2013, che da poco si sono registrate due frane sul lato coste del nostro paesino (il lato che si affaccia sul torrente Emoli) ed io sto facendo una bella passeggiata lungo… u jum’e Santu Fili… nel tratto compreso tra la sorgente di Palazia e il ponte Crispini.

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Quando si è all’altezza del ponte di Crispini (o di crispino?) a San Fili, dopo aver ammirato una tra le tre stupende opere muraria che collegano - nel territorio comunale - le due sponde del torrente Emoli, non possiamo fare a meno di chiederci: è adesso che facciamo?

Mi spiego: siccome (nell’occasione di cui ho fatto ed in parte continuo a fare la cronistoria) già veniamo dalla fontana di Palazia dopo essere scesi da piazza san Giovanni e dopo aver percorso il tratto che da tale fontana ci ha portato in questo stupendo piccolo spiazzo e siccome già siamo risaliti all’altezza della superstrada (dove s’imbocca il bivio per Nogiano) e da qui siamo ridiscesi nel punto in cui ci troviamo adesso… che via vogliamo inforcare adesso per ritornare nel centro abitato di San Fili?

Corso XX Settembre ci attende ormai da un paio d’ore - qualche minuto per scambiare qualche parola con uno o due amici non guasta mai - e visto l’ora che segna il nostro orologio… anche la tavola imbandita di casa ci attende impaziente.

Eppure… la tentazione è forte. Potrei scendere ulteriormente lungo il percorso del torrente - camminando sulla sponda destra dello stesso - e raggiungere i piedi del ponte di “santa Venere” (o “santa Vennera”) e da lì salire verso il fabbricato diroccato conosciuto dai nostri anziani come “a turr’e Cucunatu” (in tale tragitto oltretutto potrei dare una breve occhiata all’edificio che ospita la centrale idroelettrica del paese… ed accertarmi che, malgrado i soldi pubblici investiti nella stessa, sia tutt’ora in funzione. Potrei risalire il torrente Emoli e raggiungere nuovamente piazza san Giovanni dal punto in cui sgorga la sorgente di Palazia o proseguire oltre fino al ponte delle jumiceddre e da lì risalire verso “u curc’e Catalanu”… e quindi ritrovarmi d’incanto su piazza san Giovanni (per la serie: tutte le strade di San Fili portano davanti al monumento ai caduti opera dello scultore toscano Leone Tommasi da Pietrasanta).

Potrei risalire la stupenda scalinata - o ciò che ne resta - in accattivante pietra di fiume ed antiestetico cemento che mi porta dritto dritto nella zona delle Volette al di sopra dell’imbocco della galleria ferroviaria… o di ciò che la stessa fu e che mai sarà più se non nei cuori dei pochi che ancora conservano qualche lontano ricordo della littorina che dalla stazioncina San Fili ci portava alla stazione di Cosenza o a quella di Paola.

Scelgo quest’ultima ipotesi che, dopotutto, non fa altro che portare a termine il mio progetto iniziale: una bella passeggiata che nel titolo includesse la fontana di Palazia e il tesoro de “u Canalicchiju”.

E così eccomi giunto all’inizio dell’ultima fatica (questa sì che è una vera e bella fatica) della stupenda passeggiata: intraprendere la salita che da una serie di scalini in cemento e pietra di fiume immediatamente seguita da un viottolo a più curve al cui intersecarsi con la strada che scendendo da piazza Rinacchio porta, in poco tempo e quasi sempre in discesa, nella zona conosciuta come contrada Profico.

Inutile contare i gradini: li avrò contati almeno una cinquantina di volte quand’ero piccolo e tempo di fare una decina di passi oltre questa scalinata… miracolo… già dimenticato il magico numero. Un’ultima occhiata al ponte di Crispini (… o di crispino che dir si voglia) ed al mulino ad acqua di Ottorino Perri (che tra l’altro ospitò anche una delle storiche centrali idroelettriche del nostro amato/odiato paesino) e… via, un passo dopo l’altro, eccomi ritrovarmi al punto in cui i miei occhi registrano sulla sinistra uno spettacolare strapiombo in cui la fanno da padrone delle affascinanti quasi secolari piante di quercia e sulla destra il casolare della proprietà di campagna che fu dell’insegnante Raffaele Perri… dalla fine degli anni Sessanta in poi.

Una proprietà, questa, che ricordo con piacere e che segnò anche parte della mia vita avendo mio padre per vari anni (dal 1970 in poi) coltivato quel prodigo appezzamento di terra.

Quasi un giardino, a quei tempi. Oggi?... meglio non parlarne.

Eppure a fermarmi di botto non furono i ricordi di un tempo che ormai da anni mi sono lasciato alle spalle. A fermarmi di botto fu un imprevisto e strano movimento che notai qualche passo più avanti, nei pressi di un foro nel muro in pietra che mi trovavo sulla sinistra a delimitazione, nella parte inferiore del succitato burrone.

Nu cursune?!?

Non era nero come me lo ricordavo ma era quasi grigio. Segno, secondo la mia ignoranza, che aveva appena fatto la muta primaverile (ovvero aveva cambiato pelle).

cursuni, lo so’ benissimo, non sono pericolosi: non sono velenosi e vivono nella costante paura d’imbattersi nell’uomo. Se proprio si subisce un morso da tali animali nostrani l’unica cosa consigliabile (nel dubbio) è quella di fare una bella antitetanica… giusto per dormire su due guanciali.

Eppure… sono decisamente brutti i… cursuni! … ed io non li digerisco tanto: chissà, magari qualcuno di loro potrebbe illudersi di essere una serpe velenosa ed attaccare. Ed io in quel momento in mano avevo solo la macchina fotografica… neanche un bastone per difendermi.

Quando il mio attuale compagno d’avventura s’accorse della mia presenza non ci pensò due volte a rintanarsi nel suo pertugio all’interno del muro, quello stesso pertugio da cui era appena uscito per godersi i primi raggi del sole pre-primaverile.

Constatato che la via era ormai libera, senza pensarci due volte (ma soprattutto con passo attento e veloce) ripresi il mio cammino verso l’agognata meta.

All’altro lato del casolare che ormai, sempre sulla destra (strano a dirsi ma non si era spostato), mi ero lasciato alle spalle (povere le mie spalle: quante cose nella vita mi ci sono lasciato senza pensarci su due volte) c’era il noce nato da una noce che avevo piantato io quando avevo appena una decina d’anni.

Nella mia vita ho piantato almeno due alberi di noce: ero piccolo, sono cresciuto… ed ancora sono vivo.

Dico questo perché nella tradizione popolare è sconsigliato piantare alberi di noce. Si dice, infatti, che quando il tronco del noce raggiunge la circonferenza del collo di chi l’ha piantato… quest’ultimo ha compiuto il suo percorso naturale in questa vita… in questo mondo spesso, ma non sempre, fatto di lacrime.

Altri cinque minuti ed eccomi finalmente giunto sul piano della strada che, come detto, collega contrada Profico (in parte in territorio di Rende ed in parte in territorio di San Fili) e piazza Rinacchio. Eccomi giunto… ai piedi de ‘a scisa du Canalicchiu.

Mi trovo adesso poco al di qua dell’imbocco della galleria ferroviaria ed esattamente davanti al foro dov’è sepolto il magico recipiente pieno d’oro tanto caro alle passate generazioni di nostri compaesani: a quadara chjina d’oru di santufilisi.

(continua).

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… un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

… /pace!


venerdì 28 febbraio 2014

La chjina santufilise… una ricetta.



Nella foto a sinistra: Stupende chjine "santufilise doc." realizzate da Annazzurra Luchetta.

Foto sotto (sempre a sinistra): Massaia santufilise maestra anche i chjine ed in altri manicaretti locali Francesca Carpanzano.

Articolo pubblicato sul “Notiziario Sanfilese” (il bollettino mensile dell’Associazione culturale “Universitas Sancti Felicis” di San Fili) del mese di Marzo 2011.

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Parlando con tante artiste della cucina tradizionale sanfilese, ci si rende conto che più si va avanti con le generazioni delle stesse e più la nostra famosa “chjina” si allontana sia dallo spirito per cui ha preso vita la prima volta (ossia dalla povertà dilagante e dalla necessità di utilizzare il tutto, senza nulla sprecare, nel miglior modo possibile) che dagli ingredienti utilizzati in quella magica occasione.

A questo punto ci siamo chiesti: esiste una ricetta, ovviamente tradizionale e che ci riporti agli albori della stessa, della chjina santufilise? … quali sono gli ingredienti originari? … è legittimo utilizzare oggi ingredienti (variazioni sul tema) che una volta, sulle tavole dei sanfilesi doc, non esistevano?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Riporto di seguito comunque quella che potrebbe essere la ricetta originaria.

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Ingredienti per la sfoglia: 10 uova; 600 grammi di zucchero, 1 bustina di vanillina; 400 grammi di grasso (strutto di maiale); 2 bustine di lievito in polvere (es.: pane degli angeli); la buccia di un limone finemente grattugiata; farina “quantu si’nne piglia” (tradotto in italiano “circa 1 chilo e mezzo).

In alcune ricette consigliano di mettere anche 1/4 di acqua o di latte e di sbattere, prima di passare ad amalgamare il tutto, le chiare d’uovo da sole a neve (in tal modo si lascia morbida la pasta).

La pasta per la sfoglia dovrà infatti venire abbastanza morbida ma altrettanto consistente da farsi facilmente modellare all’interno della teglia in cui verrà riposta e di cui dovrà prendere la forma.

Ingredienti per il ripieno: 2 chilogrammi e mezzo di mollica ottenuta con raffermo; 1 litro e mezzo di miele di fichi; 2 chilogrammi di noci, mezzo chilogrammo di uva passa, due cucchiaini di cannella in polvere.

Qualcuno ultimamente vi aggiunge, nel ripieno, anche del cacao in polvere (per non dire “Nutella”) ed una buona dose di zucchero (ingredienti non facilmente rintracciabili sulle tavole dei nostri avi, quindi non rientranti nella cosiddetta “chjina doc”).

Mescolare il tutto amalgamando per bene.

Preparazione: Ungere di grasso il tegame e modellare, con la sfoglia, l’intera superficie interna del tegame stesso creando una coppa da riempire con il ripieno succitato.

Coprire il tutto con un disco ricavato sempre con parte della sfoglia e cuocere in forno moderato fino ad ottenere una giusta doratura.

Buon appetito.

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Un caro abbraccio a tutti by Pietro Perri.

… /pace.

domenica 16 febbraio 2014

Augurissimi a nonna Rosina per i suoi magnifici 105 anni appena compiuti.

Diciamo la verità: 105 anni sono decisamente un bel traguardo non solo per chi, come la nostra carissima Rosina Cortese,  ci arriva ma… per l’intera comunità che ospita questi soggetti da record.
Un po’ di dati in merito alla vita della nostra stupenda eroina non guastano.
Rosina Cortese è nata a San Vincenzo La Costa (contrada Giuranda della frazione Gesuiti) il 4 Gennaio del 1909.
E’ comunque una Sanfilese d.o.c. e  non solo perché è residente a San Fili. E’ vedova - da circa dieci anni - di Antonio Fiore.
Rosina ed Antonio hanno avuto tre figlie Amelia (residente a San Fili e moglie di Biagio De Lio), Sara (residente a Toronto in Canada) e Franca (residente a Roma).
Rosina è attualmente bisnonna nell'albero genealogico delle figlie Amelia e Franca, e trisnonna nell'albero genealogico della figlia Sara (Sara > Emilia > Patrizia > Matteo).
Sarebbe bello capire il segreto del come si arriva a questa veneranda età. Anche se - ne siamo più che sicuri - la risposta la conosciamo tutti quasi alla perfezione: cibo sano, una vita salutare e soprattutto una famiglia che ti vuole bene.
E dopotutto Rosina Cortese ha condotto, da sempre, una vita a contatto con la natura perché consumando nella sua vita quasi esclusivamente prodotti di stagione attinti dal suo podere coltivato dalla stessa con cura per decenni.
Augurissimi, nonna Rosina!
Augurissimi non solo da me ma... da tutti i Sanfilesi nel Mondo.
… ovviamente ringrazio chi mi ha messo a disposizione questi bellissimi scatti fotografici.
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Le foto.
Nella prima foto in alto, partendo da sinistra, troviamo: Francesco Salerno (pronipote), Irina Federeac (badante di nonna Rosina), Ottorino Zuccarelli (Sindaco di San Fili), Lina De Lio (nipote), Rosario Salerno (pronipote), Amelia Fiore (figlia), Angela Gallo (amica di famiglia) e, al centro seduta, Rosina Cortese (la ultracentenaria sanfilese superfesteggiata).
Nella terza foto, sempre partendo da sinistra, troviamo: Rosario Salerno (pronipote), Francesco Salerno (pronipote), Lina De Lio (nipote), Tonino Salerno (nipote ... acquisito - marito di Lina).
E nella foto centrale? … ma la nostra campionessa Rosina Cortese - ovvio - che brinda con tutti noi al suo indimenticabile 105esimo compleanno dandoci appuntamento ovviamente ad altri… cento di questi giorni.
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… un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
… /pace!

sabato 1 febbraio 2014

SAMUELE MINERVINO: il sanfilese CAMPIONE EUROPEO di MUAY THAI.

Sabato 24 Gennaio scorso si è disputato, presso il palazzetto dello sport di Rogliano, la gara per il titolo europeo prima serie 70 chilogrammi di “muay thay” della federazione Kombat League.
In primo piano: Samuele Minervino.
Ovviamente per chi legge - da sanfilese e non solo - l’apertura di quest’articolo le domande che viene naturale porsi sono tante. Tra queste: 1) cos’è la disciplina sportiva denominata “muay thai”; 2) cosa c’entra San Fili con questa gara e soprattutto con gli incontri tenutisi a Rogliano (stupendo paesino della provincia di Cosenza) giorno 24 Gennaio 2014.
L’unica cosa che i soggetti non addentro alla materia come lo scrivente hanno afferrato subito, infatti, è il fatto che si tratta di un titolo a livello europeo. E ciò c’impone a priori a toglierci il cappello verso il merito e la superiorità. Per il resto vediamo cosa troviamo su internet su tale disciplina sportiva prima e poi rispondiamo anche alla seconda domanda: cosa c’entra San Fili con la gara disputatasi qualche giorno settimana fa all’interno del palazzetto dello sport di Rogliano.
La “muay thai”, nota anche come “thai boxe”, “boxe thailandese” o “pugilato thailandese”, è uno sport da combattimento a contatto pieno che ha le sue origini nella “Mae Mai Muay Thai”, antica tecnica di lotta thailandese.
In primo piano: Samuele Minervino.
La disciplina è nota come "l'arte delle otto armi" o "la scienza degli otto arti" perché consente ai due contendenti che si sfidano di utilizzare combinazioni di pugni, calci, gomitate e ginocchiate, quindi otto parti del corpo utilizzate come punti di contatto, rispetto ai due del pugilato o ai quattro della kickboxing, associate con una intensa preparazione atletica e mentale che fanno la differenza negli scontri a contatto pieno.
Nessuna paura, non sono così bravo in materia: ringrazio gli autori di Wikipedia (l’enci-clopedia libera online) per la soffiata.
E per quanto riguarda la seconda domanda? … per quella - da sanfilese - è più facile trovare una risposta: il vincitore della gara (ai punti) , e quindi attuale campione europeo, è stato il sanfilese  d.o.c. Samuele Minervino, figlio di Barbara Lio e di Bruno Minervino.
Complimenti e grazie di tutto, Samuele, e ricorda: quanto prima dobbiamo parlare: i sanfilesi meritano di saperne di più.
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… un caro abbraccio a tutti dal vostro sempre affezionato Pietro Perri.
… /pace!

mercoledì 1 gennaio 2014

Auguroni a tutti d'un fantastico 2014... by Pietro Perri.

Non posso non fare a meno di augurare un FANTASTICO 2014 a tutti voi, carissimi affezionati lettori.
Prometto fin da ora che nell’anno che ci approntiamo a combattere (speriamo di vincerlo senza grosse difficoltà) cercherò di starvi un po’ più vicino con i miei scritti e le mie immagini.
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... AUGURONI.
... /pace!

domenica 22 dicembre 2013

Dal mulino delle fate aru tesoru du Canalicchiu (5/9): una stupenda passeggiata naturale tutta sanfilese.



Nella foto a sinistra il ponte Crispino in una foto (by Pietro Perri) di fine anni novanta del secolo scorso..

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Per chi avesse perso le prime 4 (o qualcuna delle prime quattro) puntate di questo racconto… ricordo che siamo in un sabato degli inizi di marzo 2013, che da poco si sono registrate due frane sul lato coste del nostro paesino (il lato che si affaccia sul torrente Emoli) ed io sto facendo una bella passeggiata lungo… u jum’e Santu Fili… nel tratto compreso tra la sorgente di Palazia e il ponte Crispini..

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Lasciai il piano (perché difatti di un piano ormai si tratta… tant’è stracolmo di sabbia, pietre e materiale di riporto vario) dove una volta c’era la vasca della diga sul torrente Emoli e inforcai uno stretto sentiero che, costeggiando il letto del torrente Emoli ovvero de “u jum’è Santu Fili”, porta in breve tempo dritto dritto al vecchio mulino di Ottorino Perri e quindi al ponte di Crispino.

Piccola curiosità per i non addetti al lavoro: il vecchio mulino ad acqua della famiglia Perri per un certo tempo fu anche sede di una centrale idroelettrica… altri tempi!

Ma ritorniamo senza ulteriori digressioni alla nostra stupenda passeggiata ripartendo dal limitare della diga in cui venivano raccolte parte delle acque del torrente Emoli. Ovvero “du bacile”, il mare di tanti temerari sanfilesi.

Girando intorno alla garitta dove ancora si vedono i comandi per azionare la chiusa della diga ed inforcando il succitato sentiero non potei fare a meno di guardare alla base della piccola ammaliante cascata che ormai stavo per lasciarmi definitivamente alle spalle, sulla mia destra.

Guardai e ricordai: ricordai, ad esempio, la mia cara amica Enrichetta Verbari… del suo dramma, della sua affabilità, del suo altruismo e della sua vana voglia di vita.

Ricordai quando un giorno Enrichetta mi chiamò, scorgendomi passare al di sotto della propria abitazione mmienz’u puontu, e mi presentò il marito (di cui non ricordo più neanche il nome… forse perché per qualche strano motivo ho voluto cancellarlo dalla mia testa) chiedendomi se potevo fargli conoscere un po’ il nostro bellissimo territorio. Il marito di Enrichetta era anche lui, come me, un amante della fotografia.

Quale miglior modo di far conoscere il territorio di San Fili ad un non sanfilese se non quello di fargli fare una bella passeggiata lungo il corso del torrente Emoli che dalla fontana di Palazia arriva fino al ponte di Crispino? … scendendo da piazza san Giovanni (tramite la scalinata che si trova dietro la “croce”) e risalendo al paese tramite la stradina conosciuta come “u Canalicchiu”?

Il marito della sfortunata Enrichetta mi scattò una foto proprio ai piedi della cascata. Era contento di quella passeggiata ed era contenta Enrichetta del fatto che avessi accettato di fargli da cicerone.

Fu grazie al marito di Enrichetta Verbari (e grazie ad un libro che lo stesso mi regalò in segno di amicizia) che conobbi ed apprezzai la storica figura di “Eleonora Pimentel Fonseca”.

Il libro sotto accusa s’intitola “Il resto di niente” ed è un romanzo storico - ambientato a Napoli nel corso del 1799. Tale libro, scritto da Enzo Striano, narra gli esaltanti… tragici eventi della Repubblica Partenopea.

Da leggere… per chi non lo avesse ancora letto.

Ritorno ai giorni nostri ed alla mia stupenda… solitaria passeggiata.

Oltrepasso il ponte di Crispino e mi gioco a testa o croce la scelta tra l’andare a sinistra verso l’attuale centrale idroelettrica (al di sotto del ponte di “santa Vennera”) o salire per un sentiero - in parte col fondo cementato onde poter permettere a qualche mezzo di percorrerlo - che mi porta, non senza un certo sforzo (gli anni inizio a sentirli anch’io) in breve tempo all’altezza della superstrada nel tratto che collega Paola con Cosenza.

Alcuni dicono che tale superstrada (… SS107?) si chiami “Silano-Crotonese”… e forse è anche vero ed altrettanto giusto.

Avevo tanti buoni motivi per non andare a sinistra: tanti ricordi ormai lontani e qualcuno anche recente. Tra questi ultimi? … uno solo per tutti: il mio amico Salvatore (Turuccio) Mazzulla. E la sua tragica immeritata fine.

Proseguendo per quel sentiero, infatti, guardando in alto ed osservando il succitato ponte… chissà, forse per un attimo - un tragico attimo - l’avrei anche rivisto, il caro Turuccio, o avrei creduto di rivederlo… libero finalmente di volare.

Giunsi, dopo qualche minuto, finalmente a poggiare i miei piedi sull’asfalto della superstrada.

Le macchine, come al solito, sfrecciavano in entrambe le direzioni... incuranti della mia presenza.

Avevo la macchina fotografica a portata di mano e decisi di dirigermi, alla mia destra, verso la galleria realizzata negli anni Sessanta… sotto la collina de “u ‘Ncinu”.

Volevo scattare qualche foto al paese dal ponte che precede tale galleria… ad avere un po’ di coraggio in più e soprattutto a soffrire un po’ meno di vertigini. Purtroppo in questi anni mi manca l’uno e soffro tantissimo le altre.

Toccata e fuga, quindi, null’altro!

E rieccomi, quasi per miracolo, di nuovo ad attraversare il ponte di Crispino… non dopo aver invano cercato, qualche metro più sopra, la miracolosa fonte che da Crispino anch’essa prende il nome.

Qualcuno dice che il ponte (stupendo, in pietra di fiume ed a tre arcate) sia di origine romana, qualcuno dice che sia di epoca medioevale e qualcuno dice che sia del XV o del XVI secolo. Sicuramente ha un’età superiore ai tre o quattro secoli.

A proposito: Crispino con la “C” maiuscola o con la “c” minuscola? … le tesi sono due ed entrambe più che valide. Il problema è capire se il termine si riferisce al cognome di una nota famiglia di San Fili o semplicemente ad una pianta spontanea che cresce (o semplicemente cresceva) nella zona.

Passando oltre il ponte (con una certa cautela in quanto ciò che è resistito oltre un millennio o tre o quattro secoli senza colpo subire dalle intemperie, dall’incuria umana o dalla corrente del torrente stesso non ebbe la forza di resistere alla stupidità umana che ha caratterizzato la Comunità Sanfilese in questi ultimi decenni) non potei fare a meno, al centro del ponte stesso, di guardare giù… godendo dello scorrere sottostante delle belle dolci chiassose e chiare acque.

E a fine tragitto non potei non girargli intorno e osservare il punto in cui quasi certamente era sepolta la mia amica Stella… colei che, secondo una delle tante tradizioni orali, con la sua tragica morte diede vita alla nostra amata Fantastica (l’essere sovrannaturale che da qualche secolo a questa parte tiene sotto scacco i bambini - e non solo - di San Fili).

(continua)

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Un caro abbraccio a tutti by Pietro Perri.

... /pace!

sabato 21 dicembre 2013

San Fili Giuseppe Calendino e la chiesetta di santa Liberata.



Nella foto (scattata nel 2013) a sinistra la facciata principale della chiesetta dedicata a santa Liberata. Il sacro edificio si trova a San Fili nei pressi di Villa Miceli (ovvero al bivio per Cosenza).

Foto di Pietro Perri.

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Anche a San Fili qualcuno - tanto e tanto tempo fa - credeva nel sovrannaturale: in Dio, nei santi e nella gerarchia (decisamente derivante dalla mitologia greco/romana) celeste.

Un esempio? ... l'alto numero di edifici sacri ancora persistenti sul territorio comunale.

Qualcuno ancora utilizzato (Chiesa Madre o dell’Annunziata e chiesa della Madonna del monte Carmelo), qualcuno sconsacrato e dimenticato… almeno nell'uso per cui era stato concepito (chiesa di san Vincenzo Ferrer e chiesa di san Giovanni) e qualcuno semplicemente dimenticato.

Su quest'ultimo caso - ed anche perché richiestomi da un amico (su Facebook… il noto network) - non posso non segnalare quello della chiesetta di campagna in cui c'imbattiamo a non più (o poco meno... non li ho contati) di cento metri dal bivio di villa Miceli... direzione, venendo da Cosenza, centro abitato di San Fili.

E' una chiesetta forse senza nome (se ce l'ha, non lo so) ultima nata - come edificio sacro - ma in compenso prima morta (tenuto conto che la sua vita d’edificio di culto non ha festeggiato neanche il mezzo secolo di vita).

Gli inglesi (reminiscenze computeristiche) direbbero non senza ragione... “last in first out” (ultima ad entrare prima ad uscire)!

La chiesetta - edificio sempre sacro? - di villa Miceli è stata ardentemente voluta da Giuseppe Calendino (cugino diretto di mio padre Salvatore Perri).

Si dice che a Giuseppe Calendino una notte venne in sogno santa Liberata che lo pregò (gli ordinò?) di costruire una chiesa in suo onore nel luogo in cui sorgeva agli inizi del XX secolo un “calvario” nei pressi di villa Miceli poco distante dalla sua abitazione.

Detto fatto: un sasso alla volta recuperato nelle campagne circostanti ed aiutato dalle donne e dagli uomini di buona volontà presenti nella zona, centimetro dopo centimetro l’edificio prende forma.

Fu così che agli inizi degli anni Quaranta del secolo scorso santa Liberata ebbe il suo tetto anche nel territorio di San Fili (nei pressi di villa Miceli… all’uort’e griddri).

La chiesa è realizzata con pietre, mattoni e calce.

La gente vi lavorò - felice come deve essere felice chi lavora per il suo Dio se lo stesso non è il dio denaro (così mi assicurò una diretta testimone) - senza nulla ottenere come dovuta paga se non un più che meritato angolo nel promesso paradiso.

Vi lavorò, contribuendo con qualche trasporto di pietre, anche mia madre Teresina letizia Rende e mia nonna Concetta Muto che all’epoca abitavano in contrada Cucchiano della confinante Rende.

Mia madre ricorda anche una messa cui assistette negli anni Cinquanta all’interno di tale struttura religiosa.

Io? … ricordo forse l’ultima messa che vi celebrò l’indimenticato parroco di San Fili don Luigi Magnelli nella prima metà degli anni Settanta.

Poi il nulla.

Difficile oggi definirla una chiesa tale edificio in quanto se la definiamo tale dobbiamo definirla anche morta.

Ormai dell’esistenza di tale edificio poco interessa persino agli eredi di colui che ne volle la realizzazione: Giuseppe Calendino.

Tale chiesa, infatti, si può senza dubbio affermare a che non è sopravvissuta al suo principale benefattore (ideatore ed edificatore)… malgrado il fatto che lo stesso ha quasi oltrepassato il secolo di vita.

Oggi? … l’edificio si presenta decisamente abbandonato: vetri rotti e forse anche il tetto da rifare; il portone bloccato da detriti e materiali da riporto vari e quel che è più peggio… la gente che vi passa davanti e non si chiede neanche a cosa servisse in altri tempi tale pittoresca costruzione… quasi una chiesetta in cartone realizzata per movimentare la scena di un paesino s’una collina d’un presepe.

Qualcuno arriva persino a pensare che questa chiesetta abbia più di qualche secolo di vita sulle spalle. Altri... che non sia neanche un edificio sacro.

San Fili? ... è anche questo!

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Dovere di cronaca: dopo aver pubblicato l’articolo dal titolo “San Fili, Giuseppe Calendino e la chiesetta di santa Liberata” sul mio blog e su social network Facebook ho ricevuto un piacevole commento all’articolo stesso. Commento che vi propongo di seguito.

A proposito: il commento. Che riporto di seguito, è firmato dall’avvocato Giuseppe Calendino… junior.

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Caro Cugino Pietro,

grazie per aver dedicato una pagina alla chiesetta voluta da mio nonno!

Non ti nascondo che la vicenda di questa chiesetta mi addolora molto!

Mio nonno era riuscito a coinvolgere molta gente per l'edificazione della chiesa di santa Liberata!

Pensate che, alcuni nostri compaesani di New York (tra cui Michele Santanna) mandarono in dono una campana di bronzo che ancora oggi giace (spero) presso la casa del parroco di San Fili!

Io conservo ancora le fotografie di come era il Calvario e dei lavori di edificazione della chiesetta!

Purtroppo ad oggi non siamo ancora riusciti a realizzare l'ultimo desiderio di mio nonno: la ristrutturazione della chiesa!

Se conosci qualcuno che volesse aiutarmi a realizzare questo desiderio, anche con la sola forza delle braccia, fammelo sapere!

Sarebbe bello se una nuova generazione di Sanfilesi ripetesse le gesta dei nostri avi!

Ti abbraccio con affetto!

Giuseppe Calendino JR

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace!