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mercoledì 16 ottobre 2024

La predicazione di Gioacchino da Fiore sui monti di Rende/San Fili. Di Salvatore Turuccio Mazzulla.

Nella foto a sinistra: veduta laterale della Chiesa di santa Lucia nella frazione Bucita di San Fili (CS). Nell’area in cui ricade quest’antico edificio di culto secondo la tradizione vi ha tenuto delle prediche il quasi beato (santo per Dante Alighieri che lo colloca nel suo Paradiso) Gioacchino da Fiore.

Foto ovviamente… by Pietro Perri.

*     *     *

Salvatore "Turuccio" Mazzulla e l'abate Gioacchino da Fiore.

(Breve nota di Pietro Perri)

Tra le persone che hanno dato tanto a San Fili, pur costantemente costrette da problemi personali e da una società di "dubbia moralità" che nel suo piccolo non perdona neanche il fatto d’essere nati in una famiglia anziché in un’altra (San Fili come tanti piccoli borghi calabresi è anche e soprattutto questo) o di sottomettersi alle decisioni non appellabili di gruppi settati, ottenendone il cambio solo un briciolo di damnatio memoriae, vi è sicuramente il caro indimenticato (?) Salvatore “Turuccio” Mazzulla.

Per anni Salvatore "Turuccio" Mazzulla ha cercato invano di recuperare un po’ di memoria storica della Comunità Sanfilese.

Spesso lavorando, purtroppo e forse anche stupidamente, nel fare da cassa di risonanza agli altri invece di lavorare per fare da cassa di risonanza a se stesso.

Ottima voce interpretativa (nel recitare versi suoi, in quanto autore di bellissime e toccanti poesie, o d’altri aveva un dono naturale) non disdegnava di dividere il palco con chi "in quel determinato momento" gli camminava affianco.

Oggi di Salvatore “Turuccio” Mazzulla riporto in questo mio spazio web un breve scritto (spunto per una ricerca) pubblicata sul Notiziario Sanfilese del mese di agosto del 2008.

In questo scritto il nostro compaesano ci parla del beato (con qualche legittimo dubbio) Gioacchino da Fiore. Ovvero dell'eretico calabrese (come lo definiscono alcuni studiosi della sua enorme ed illuminante opera religiosa, filosofica e letteraria) citato tra l'altro persino in un versetto della Comedia di Dante Alighieri.

Una citazione, quella di Dante Alighieri (quasi contemporaneo all'abate Gioacchino da Fiore), che ci dimostra l'importanza ("visione profetica"), già nei suoi tempi, dell'illustre calabrese. Un'importanza decisamente malvista persino oggi dalla Chiesa di Roma.

Nei versi 139-141 del XII canto del Paradiso il sommo poeta infatti ci segnala:

Rabano è qui, e lucemi dallato

il calavrese abate Giovacchino,

di spirito profetico dotato.

La nota di Salvatore "Turuccio" Mazzulla ci immerge in un breve ricordo dei luoghi dell’abate Gioacchino da Fiore ed in particolare sul suo, quasi certo, passaggio per San Fili (per la frazione Bucita del comune di San Fili, per essere più precisi).

Tale paginetta, scritta da Salvatore "Turuccio" Mazzulla, prematuramente e drammaticamente scomparso nel 2012, riporta come titolo:

*     *     *

Nei luoghi dell’abate (spunti di ricerca).

La predicazione di Gioacchino da Fiore sui monti di Rende.

Di Salvatore Mazzulla

*     *     *

Domenico Martire in “Calabria Sacra e Profana” parla di Bucita come uno dei luoghi della predicazione di Gioacchino ma la associa al fiume Surdo, chiaramente nel territorio di Rende (che comprendeva comunque il territorio di San Fili), questo “errore” di Martire (anche se dimostreremo in seguito che non è un suo errore) ha fatto considerare dubbia l’ipotesi della sua permanenza anche a Bucita oltre che a Rende sul fiume Surdo.

Padre Francesco Russo al I Congresso internazionale di studi gioacchimiti nel 1979 per quanto riguarda La figura storica di Gioacchino da Fiore afferma:

«negli anni 1152-53 si recò alla Sambucina di Luzzi e circa un anno dopo, non essendo ancora sacerdote* si recò a Bucita in territorio di San Fili a predicarvi la parola di Dio con quel fervore mistico che sarà la sua caratteristica». Altre fonti citano chiaramente Bucita ma saranno esaminate in seguito. Partendo dall’ipotesi che sia stato sia a Bucita che sul Surdo, si tratta ora di individuare i luoghi.

Nel corso di un convegno tenutosi nel teatro comunale di San Fili nel mese di novembre 2003 sul recupero del patrimonio linguistico, chiesi al Prof. John Trumper se un toponimo potesse avere valore di documento storico ed egli mi rispose di sì.

Forte di questa affermazione insieme ad Antonio Asta ed a Pietro Perri iniziammo questo tipo di ricerca ed abbiamo scoperto tre toponimi significativi: lauri, aira di corazzo e grangu. Per quanto riguarda il primo mi era stato già indicato dallo storico Amedeo Miceli di Serra di Leo la cui famiglia risulta proprietaria di un vasto territorio sopra Bucita.

In località Lauri secondo gli intervistati (cacciatori, boscaioli ed anziani) dovevano esserci i ruderi di uno scarazzu (casolare di montagna) si trattava ora di fare un sopralluogo, insieme ad Antonio Asta ci siamo recati nel luogo che ci avevano indicato ed effettivamente vi erano dei ruderi che ad una prima impressione sembravano molto antichi e il tipo di costruzione sembrava risalire ad un’epoca molto lontana.

Chiaramente questa costruzione antica che sorge in un luogo che si chiama lauri sotto la quale scorre un ruscello che si chiama grangu e al di sopra un piano che si chiama aira di Corazzo mi ha fatto subito pensare ad una piccola grangia dove prima c’era una laura, ma questo chiaramente spetta agli esperti stabilirlo,** se la mia ipotesi dovesse risultare vera potrei affermare che quel rudere è la grangia che ha ospitato Gioacchino.

Il terzo toponimo mi richiamava alla mente l’Abbazia di S. Maria di Corazzo, ci doveva essere per forza un legame con Bucita ed infatti avevo ragione: in un atto del 1225 Bucita risulta tra le terre dell’Abbazia di Corazzo.

…….. et tenimentum Bucchitae cum canonibus castanetis suis in territorio Montis Alti, cuius tenimenti fines sunt isti: ab oriente est via publica, ab occidente locus qui dicitur Deo Gratias et Petra Cruciata; ab uno latere flumen Bucchitae, et ab alio flumen Lorici, et concluditur…

 

I toponimi deo gratias e petra cruciata ci sono ancora mentre quello dei fiumi è cambiato ma senza ombra di dubbio è la nostra Bucita.

 

* Il Tocco pensa che questo fatto abbia provocato la reazione dell’Arcivescovo di Cosenza, il quale gli avrebbe interdetto la predicazione (L’eresia nel medioevo - Firenze 1884 - pp. 269-270).

** Negli anni seguenti il Miceli ha fatto visitare i ruderi dall’Arch. Terzi che li ha collocati in un’epoca successiva.

 

Salvatore Mazzulla. 

domenica 23 luglio 2023

Caudu e ‘ncriscienza!… / Versi di don Giovanni Gentile da San Fili.



Nell’immagine a sinistra (ripresa dal web): Caronte, traghettatore infernale secondo la visione dantesca (ripresa in ogni caso dalla mitologia romana e greca), in una illustrazione di Gustave Doré. Negli ultimi anni, forse per scopiazzare un modo di fare dei media d’Oltreoceano, in Italia si è presa l’abitudine di chiamare Caronte alcuni picchi di caldo come quelli che stiamo subendo in questo decisamente “scottante” 2023. Anche se... dubito che Caronte abbia mai visto o si sia mai avvicinato al girone in cui sono destinati i peccatori autocondannatisi alle fiamme infernali.

Sul poeta sanfilese don Giovanni Gentile alias Chiacchiara ho scritto (e pubblicato tantissimo) già precedentemente su questo blog. E, nel possibile (o quando me n’è stata data la possibilità, per essere più precisi), mi sono fatto in quattro per rivalutarne la grandezza. Non prendetemi sul serio e “non accettate stupidamente la mia verità” ma sono stato costretto a riconsegnarlo, spero solo temporaneamente, all’oblio della storia... quantomeno locale. Purtroppo quando ci si rende tristemente conto di non avere più un proprio pubblico e meglio lasciare agli altri l’oppio che si spaccia, non sempre come cultura e quasi sempre “neanche sotto forma di cultura”, dai palchi e sulle scene.

*     *     *

Caudu e ‘ncriscienza!…

Versi di don Giovanni Gentile alias Chiacchiara da San Fili.

Nota introduttiva di Pietro Perri.

Don Giovanni Gentile (alias Chiacchiara) prete non per vocazione ma per colpa di nascita, che ci crediate o no, è stato giovane come tutte le persone normali di questa terra e come tante è stato anche studente.

Anche allo studente più “secchione” a volte viene a noia studiare… pensiamo poi a quel mattacchione del Chiacchiara (alter ego di don Giovanni Gentile, tanto bravo quanto coraggioso soprattutto per l’epoca in cui è vissuto, poeta dialettale sanfilese).

Se poi ci si mettono pure il caldo estivo di Cosenza, il sonno e le mosche… meglio sorvolare.

Al di là di tutto, comunque, il nostro caro poeta don Giovanni Gentile ci fa capire che è inutile affliggersi più di tanto... specie quando non si può cambiare ciò che condizione in un determinato momento la nostra vita. E poi... l'estate dura solo tre mesi, l'autunno passa in fretta ed... eccoci pronti a lamentarci del freddo eccessivo.

Dopotutto lo diceva qualche secolo prima anche “il Magnifico” (“Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia... chi vuol’esser lieto sia, del doman non v’è certezza”).

 

Fa’ nu caudu chi murimu:

Io nun puozzu cchjù studià:

E’ chjù miegliu si partimu

A Cusenza ‘un si po’ stà.

 

Ogne notte, spienturatu,

Nun mi puozzu addormentà

Ca mi mancadi lu jatu

E mi ‘ngignu a riminià.

 

La matina (v’ ‘u pensati)

Ccu chi lena m’aju azà;

E ccu l’uocchi tutt’unchjati

M’aj’ ‘e mintere a studià.

 

Ma le musche ch’aû pitittu

Vienu lestu a muzzicà,

Ed io pigliu cittu cittu

Ccu ‘ste bestie a m’inquietà.

 

E cussi sona la scola

Priestu e tristu aj’ ‘e vulà,

Ma si ‘un sacciu ‘na parola

Chaju ‘e jire a ce cuntà?

 

Tiegnu ‘ cuorpu ‘na vilienza

Chi la guala nun ci n’ha:

E lu mastru si spacienza:

Mi fa propriu disperà.

 

All’esame mi l’ha dittu

Ca mi puozzu ripruvà:

Io ppe’ chissu sugnu affrittu

Ma nun aju cchi ce fa.

 

Si ppé casu mi riprova

Io nun lassu de cantà:

L’ammutare cchi mi giova:

E’ chjù miegliu chiacchjarià.

 

A ‘stu munnu allegramente

Ogne cosa âmu ‘e piglià:

Si t’affriggi nun fu’ nente,

Ma cchju priestu pue crepà.

 

Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

 

giovedì 29 giugno 2023

C'era una volta la Cassa Rurale ed Artigiana di San Fili.

Nell’immagine a sinistra: Clienti in fila agli sportelli della Cassa Rurale ed Artigiana di San Fili nel corso degli anni settanta del secolo scorso. Di servizio agli sportelli un giovane Peppino Cirillo e l’allora direttore Alfonso Rinaldi. Tra i clienti si riconosce il signor Onofrio.

I primi due articoli che vi propongo di seguito in questo spazio sono apparsi, ovviamente firmato dallo scrivente, sul quindicinale “l’occhio” del mese di giugno del 1999. A seguire una poesia opera del grande Luigi "Gigi" Aloe.

*     *     *

L’ultima abbuffata dei soci della Cassa Rurale ed Artigiana di San Fili.

Di Pietro Perri

Le pagine sanfilesi di questo numero volutamente li ho dedicate ad un altro, l’ennesimo di questi ultimi venti anni, capitolo che si chiude a San Fili: il capitolo della locale Cassa Rurale ed Artigiana.

Proprio così, giorno 8 maggio 1999 l’Assemblea dei soci della “nostra banca” ha approvato (e non poteva fare altrimenti) il “Progetto di Fusione per incorporazione della Banca di Credito Cooperativo di San Fili” con “il Credito Emiliano”.

Dopo quasi un secolo di storia (positiva in alcuni casi, decisamente negativa in altri), San Fili perde un altro dei suoi baluardi.

Come dimenticare la stazione ferroviaria, come dimenticare l’ufficio di collocamento, come dimenticare il comando della guardia forestale, come dimenticare l’esattoria comunale, come dimenticare lo stesso cinematografo, come dimenticare il circolo di cultura Enrico Granata, come dimenticare… forse è il caso di dire che l’unica cosa che non riusciamo decisamente a perdere (ma che se la perdessimo sicuramente sarebbe la salvezza dei tartassati cittadini Sanfilesi) sono i nostri sindaci e le nostre giunte comunali.

E la Cassa Rurale ed Artigiana di San Fili, non dimentichiamolo, è stata più d’una volta uno dei pilastri portanti della gestione amministrativa del nostro Comune: volente o nolente, per capacità o semplicemente per timore riverenziale, più d’una volta, infatti, è riuscita ad imporre alla cittadinanza non solo uomini ma anche e soprattutto strategie politiche.

Si è chiuso un lungo capitolo, vuoi perché la gestione degli ultimi anni ha lasciato un po’ a desiderare (ne sono testimoni sia i passivi accumulati dalla discutibile gestione stessa e sia quanti tra i sanfilesi, compreso il sottoscritto, si sono visti costretti a portare i propri risparmi in altri sportelli bancari operanti sulla provincia) e vuoi perché le condizioni dell’odierno mercato impongono nuove e razionali regole a cui la Cassa Rurale ed Artigiana di San Fili non poteva far fronte.

E così quanto prima vedremo sostituire la storica (si fa per dire, considerato che tale insegna non ha più di un paio d’anni) insegna della “Banca di Credito Cooperativo di San Fili” con l’insegna “Credito Emiliano” con l’aggiunta magari di uno scarno “agenzia di San Fili”.

Cosa c’è di buono in tutto ciò?

Per i Sanfilesi, i comuni mortali, certamente c’è di buono l’auspicio d’una gestione più trasparente e più legata alle leggi di mercato ed alle necessità della clientela (pertanto nuovi servizi agli operosi concittadini che in cambio pagheranno con un rapporto più distaccato con l’Istituto di credito stesso). Per pochi soci eletti (di cui nove su dieci non sanfilesi o sanfilesi acquisiti) un succulento regalo di buonuscita scaturito a seguito di un diabolico calcolo matematico di trasformazione delle quote societarie della “Banca di Credito Cooperativo di San Fili” a seguito della summenzionata fusione.

Cosa c’è di male in tutto ciò?

Nulla o quasi: forse semplicemente il fatto che San Fili e i Sanfilesi dovranno ingoiare il rospo di vedere affisso su un palazzo di corso XX Settembre il nome di una banca del Nord Italia e non quello d’un Istituto di Credito Meridionale… ma questo sono sicuro che darà fastidio a ben poche persone (per l’appunto ai soli “Sanfilesi” sopravvissuti).

Resta solo da ricordare, compatendolo, quel povero e stupido socio che, tra tutti i presenti all’Assemblea di giorno 8 maggio 1999 in quel ristorante sito in località Frassino, a conclusione della riunione ha detto al proprio vicino di sedia: “Ni vidimu l’annu prossimu ppe n’atra bella abbuffata!”.

Poveraccio: chi avrà il coraggio di dirgli, spiegandogliene i motivi, che quella di quest’anno era l’ultima “abbuffata” dei soci della Banca di Credito Cooperativo di San Fili, già Cassa Rurale ed Artigiana?

*     *     *

Rapina in banca con morto.

Di Pietro Perri.

Quel funesto giorno dell’aprile 1992 rientravo come al solito dal lavoro (erano all'incirca le 14:00) e giunto in piazza san Giovanni, dovendo raggiungere la zona del Rinacchio all'altezza del distributore di benzina, mi vidi deviato per la strada che passa davanti alle Scuole Elementari (via Marconi).

Non sapevo cosa fosse successo né avrei potuto mai immaginare che fosse successo quel che poi venni a sapere. Pensavo tra me e me "Ci saranno dei lavori in corso o qualche altra stupidità organizzata dall'amministrazione in carica".

Sbagliavo e pure di grosso. Ciò che non si sarebbe mai dovuto verificare a San Fili si era verificato: un tentativo di rapina alla locale Cassa Rurale ed Artigiana. Non ricordo ci fossero mai stati precedenti... ma sono sicuro, o almeno me lo auguro, che non vi saranno conseguenti.

A chi poteva passare per la testa di fare una rapina ad uno sportello di banca (neanche fosse stata una banca, per grandezza parlando, “seria”) situata in una strettoia e con di fronte una caserma dei carabinieri? … solo a dei giovani senza alcuna esperienza in materia e forse cresciuti un po’ troppo per la loro acerba età anagrafica. Solo a dei figli di una società che era ed è stanca di sopravvivere a se stessa.

A chi poteva venire in mente, seppur mosso da sacri principi morali (la paura, la terrificante sensazione che qualche concittadino fosse in pericolo di vita), di afferrare una pistola e sparare alle spalle dei rapinatori? … sicuramente ad un essere con un alto grado di istintività… e l’istintività, lo sappiamo bene tutti, non è stata mai sinonimo di raziocinio.

Quel giorno si dovette ringraziare solo la freddezza, la mira, la velocità e l’abilità del nostro compaesano Alfonso Rinaldi, il sindaco sceriffo (così lo stesso assurse alle cronache nazionali) nonché direttore della locale Cassa Rurale ed Artigiana, se non si verificò una strage oltre che tra i rapinatori anche tra i passanti... anche tra i cittadini di San Fili.

Se solo il Rinaldi avesse sbagliato mira, se solo il Rinaldi avesse preso di striscio i rapinatori invece di freddarli sul colpo… meglio non pensare a cosa sarebbe potuto succedere.

Il bottino, parlando del dio denaro, fu oltre che macabro anche misero: per quanto mi fu riferito, infatti, si trattò di molto meno di una cinquantina di milioni (qualcuno disse trenta, altri dissero quaranta). Tanto poco valsero in quell’occasione due vite umane?

 

Ritroverai ancora,

sangue,

il tuo colore rosso in terra,

terra di fuoco:

ritroverai sangue,

ancora per poco,

il tuo colore rosso in terra,

quasi per gioco.

 

Questi furono i versi che m’ispirò quella tragica giornata della primavera del 1992. Giorno 8 maggio 1999 si è svolta la seduta straordinaria dell’Assemblea dei soci della Banca di Credito Cooperativo di San Fili. Al primo punto dell’ordine del giorno leggiamo: “Approvazione del Progetto di Fusione per incorporazione della Banca di Credito Cooperativo di San Fili, società cooperativa a responsabilità limitata con il Credito Emiliano S.p.A.”. Un altro capitolo si è definitivamente chiuso per San Fili è mi è sembrato più che giusto, in questo numero, ricordare anche quel maledetto giorno in cui le strade del nostro paesino, quasi per gioco, si tinsero del colore rosso di due poveri giovani figli di questa strana, malsana ed insulsa società.

Secondo me fu solo un caso, e non destrezza, se il tutto si limitò, grazie a Dio, al solo sangue di quei due incoscienti.

*     *     *

Cassa Rurale Artigiana

Di Luigi Aloe

Tant'anni fa' pe bloccari u strozzinaggiu

nu certu de Cardona fa vidari u curaggiu.

 

Parta pe tutta Italia na Santa Crociata

i banchi locali iddru l'ha inventate.

 

Santu Fili tra i primi rispunna a su richiamu

puru cca' na bancarella parte chianu chianu.

 

Rurale artigiana iddra è chiamata

a guerra a ri strozzini è dichiarata.

 

Dua priaviti nu postinu, n'esatturi e tria impiegati

u millenoveciantuquattordici sa banca hannu fondatu.

 

A sede? na casa mianzu u puantu

t'hadi fari i scali si vu rapa u cuntu.

 

Putighe, forge, officine, magazzini

n'hannu finanziatu diverse duzzine.

 

Chini vo mindi l'animali a ra campagna

si presta i sordi senza lassa nu pignu.

 

Piacure crape, maiali e vaccini

venanu finanziati da sira a ra matina.

 

U scopu principali è garantire

piccoli acquisti pe puti' campari.

 

Sa banca è stata sempi a gestioni familiari

quannu u diritturi ti zinna è u momentu di pagari.

 

A festa e' sempi sacra! Un si incassanu insoluti

cumu si fossi scrittu pe statutu!

 

Quannu sa banca attraversava i crisi

Robertu Rinaldi un si pagava pe misi.

 

Na vota è puru fallita, ma forse pe bontà

havia dunatu troppu senza si fa paga'.

 

U momentu era bruttu, a genti unn'havia nenti

aumentavanu ogni juarnu l'emigranti.

 

Però riparta! E risaglia ra china

cchiù abbuttunata! Ma disponibile come prima.

 

A stima du paisanu un l'ha mai pirduta

na bella storia ancunu m'ha cuntatu.

 

Tant'anni fa', a banca utilizzava

n'esatturi chi sordi ricuglia.

 

Sarvaturi Aiellu, Turiddru pe ra genti

lavurava tuttu u juarnu, quasi pe senza nenti.

 

A fiducia ca godia era immenza

u putigaru i sordi i tinia suttu a vilanza.

 

Senza i cuntari i mintia ntra nu cistinu

e ri dunava a Turiddru ogni matina.

 

S'esemplare i cuntava dintra a banca

senza ca si verificasse mai n'ammancu.

 

I soci cristianu! Ormai su cchiù di ciantu

a ra guida s'alternanu nu saccu i presidenti.

 

D'Elia, Montagna, Gambaru, Caputu

nu contributu concretu hannu portatu.

 

Forsi d'ancunu nu pocu s'è parratu:

"ru paisi nun si movia foglia s'un vulia Caputu!".

 

Oramai s'istitutu è secolare

un s'è mai coniugatu u verbu fricari.

 

Don Salvaturi Apuzzu, Gentile Cesariu Rinaldi e tanti atri

ponnu fa suanni tranquilli! Unn hannu lassatu latri.

 

L'unicu neu i sa banca; m'haviti i perdunari!

U tena quannu è tiampu di votari!

 

Si fa pigliari a manu e si ci jetta

e purtroppu determina i scunfitte.

 

S'istitutu è di tutti! Da destra e da sinistra

d'Arfonsu e di Giggettu, d'Ottorinu e di Carbotti.

 

Pe tantu quannu è tiampu di votari

unn'haddi vida, unn'haddi senta, unn'haddi parrari!

 

Ull'haddi interessa su sinnacu sign'iu

o s'è ru figliu i Giuvanni Crediddiu!

 

Sicuramente diminuerannu i nemici

e pari pari aumenterannu i soci!

 

U consigliu pocu rinnuvatu

a sa cosa di certu ci ha pinsatu!

 

Oji unn'è cchiù Rurali, ma è Coperativa

ci vo' cchiù forza pe a fa restare attiva.

 

Un ni scordamu cu paisanu c'ha sempi pagatu

puru s'un tene nenti vene accuntentatu!

 

A burocrazia si po dire ca cca unn'esista

quannu ci trasi viani servutu a vista.

 

N.d.r.: questo qualche anno fa’! ... oggi non c'è più la "Cassa Rurale ed Artigiana di San Fili" né la "Banca di Credito Cooperativo di San Fili". Ma gli antichi, tra tante verità, non dicevano pure che "non tutti i mal (specie ari Santufilisi) vengono per nuocere"?  

 

Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

venerdì 28 aprile 2023

Perché a San Fili San Francesco di Paola si festeggia il 12 ottobre? - Articolo a cura del prof. Francesco Iantorno.



Nella foto a sinistra: Particolare di una foto, scattata nei pressi della bambinopoli (zona Airella/Aireddra) della statua (busto) di san Francesco di Paola portata in processione lungo le strade ed i vicoli di San Fili il 12 ottobre del 2013. Foto e archivio by Pietro Perri.

Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese (il bollettino dell’Associazione culturale “Universitas Sancti Felicis” di San Fili) del mese di Ottobre 2006 a firma del prof. Francesco Iantorno.

*     *     *

San Francesco di Paola divenne Patrono e Protettore di San Fili dopo il terremoto del 12 ottobre 1835 che sconvolse l’alta valle del Crati a nord-est di Cosenza, provocando un elevato numero di vittime e ingenti danni alle strutture in numerosi paesi della provincia. I tragici effetti del sisma furono particolarmente gravi nelle località che sorgevano su terreni alluvionali: Castiglione Cosentino fu completamente distrutto; a San Pietro in Guarano, San Benedetto Ullano, Casole, Lappano e Rovella gran parte delle case crollarono e molte altre furono danneggiate irreparabilmente. A Cosenza la scossa causò il crollo di diversi edifici mentre molti altri furono gravemente lesionati, soprattutto nelle pareti interne. Danni più leggeri si verificarono a Paola, Marano Marchesato, Montalto Uffugo e in varie altre località del versante ionico. Le vittime furono complessivamente 115, oltre 240 i feriti (cfr. E. Boschi, Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 461 a.C. al 1980, Istituto Nazionale di Geofisica, Bologna 1995; Giornale del Regno delle Due Sicilie, 1835, n° 249; F. Kostner, Storia sismica illustrata della Calabria, Cosenza 1997).

Fu a seguito del tragico evento che il popolo sanfilese “fé voto di celebrar solenne in ogni anno il giorno 12 ottobre in ringraziamento per la liberazione dello spaventevol tremuoto, accaduto in detto giorno” e rafforzò la devozione al Santo, radicata ormai da secoli sul territorio grazie all’Arciconfraternita dello Spirito Santo.

Il culto di San Francesco di Paola raggiunse allora il suo apice coinvolgendo l’intera comunità che rinnovò il voto di lode e ringraziamento al suo Protettore dopo il violento sisma che il 12 febbraio 1854 scosse nuovamente la città di Cosenza e il suo circondario.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!


domenica 9 aprile 2023

Anno 1840 - Verso l'istituzione del cimitero comunale di San Fili. Articolo del prof. Francesco Iantorno.



Nella foto a sinistra
(by Pietro Perri): Statua di san Pio (meglio conosciuto come padre Pio da Pietralcina) ospitata nel sacrato della chiesa del Ritiro o di santa Maria degli angeli.

L’articolo che riporto di seguito è apparso sul Notiziario Sanfilese del mese di novembre del 2006 a firma del prof. Francesco Iantorno.

*     *     *

Nel 1804 Napoleone Bonaparte con l’editto di Saint Cloud vietava le sepolture nelle chiese e imponeva di seppellire i morti in cimiteri pubblici, fuori dei centri abitati. Il provvedimento, dettato principalmente da ragioni igienico-sanitarie, uniformava in un solo corpus tutte le leggi precedenti frammentate che riguardavano i cimiteri, proibiva la distinzione fra morti comuni e illustri (per i più poveri, sepolti a spese dello stato, erano previste fosse comuni) e prescriveva che le pietre tombali fossero della stessa grandezza, soggette al controllo e all’approvazione dei magistrati.

Le disposizioni contenute nell’editto napoleonico per circostanze assai diverse tardarono ad essere applicate e per lungo tempo ancora i morti furono tumulati nelle chiese. Fu così anche a San Fili dove soltanto nel 1866 l’area dell’ex convento di Santa Maria degli Angeli venne destinata a cimitero comunale. A tal proposito ci è apparso utile riportare integralmente due documenti d’archivio relativi al “seppellimento provvisorio degli umani cadaveri” disposto nel 1840 dall’Amministrazione Comunale che fu motivo d’attrito tra il sindaco di San Fili, i Padri Ritiranti e l’Arciconfraternita dello Spirito Santo.

*     *     *

San Fili, 2 maggio 1840

Oggetto: Il sindaco di San Fili comunica al priore dell’Arciconfraternita dello Spirito Santo la deliberazione decurionale relativa al camposanto provvisorio.

Al Signor Priore della Cappella dello Spirito Santo in S. Fili.
Signore,

questo collegio decurionale nella sua sessione del 24 marzo ultimo fece la seguente deliberazione:

Che nel rione Bocita si degni il Signor Intendente di fare stabilire al seppellimento di quegli umani cadaveri esclusivamente la cappella della Congregazione dell’Assunta ivi esistente.

Che la predett’autorità si compiaccia ancora disporre che in questo comune capoluogo si addica pure al seppellimento provvisorio degli umani cadaveri la Cappella dello Spirito Santo, non escludendo la chiesa del Ritiro, le quali in concorso restino addette a quest’uso per formare la maggior agevolazione di questa popolazione, le di cui famiglie restano nella libertà di farsi seppellire gl’individui che gli possono appartenere nell’una o nell’altra chiesa, come meglio fa al loro interesse.

E perché questa deliberazione ha meritato la prima approvazione del Signor Intendente della provincia, come sta espressa nel suo uffizio del 28 caduto aprile, così nel comunicarle la stessa la prego di restarne intesa e di uniformarvisi nella parte che le riguarda.         

Il sindaco

R. Pellegrini

*     *     *

San Fili, 3 maggio 1840

Oggetto: Il priore dell’Arciconfraternita dello Spirito Santo di San Fili protesta contro la deliberazione decurionale del 24 marzo 1840 che indicava la chiesa dello Spirito Santo quale sede del camposanto provvisorio.

Al Signor Intendente della Provincia di Calabria Citra in Cosenza.
Signore Intendente,

con massima sorpresa ieri sono stato notificato da questo Signor Sindaco che si trovava approvata questa Congregazione per camposanto provisorio, giusta l’autorizzazione di lei comunicata in data del 28 caduto aprile. Dico con sorpresa dapoiché si conosce che non sono state valutate le nostre ragioni esposte con altro uffizio diretto alla di lei autorità. La chiesa di questa Congrega è sita nel centro del paese ed abitata in circuito dalla magior parte della popolazione che perciò non può adirsi al detto uso senza contradire le sovrane ordinanze, le istruzioni ministeriali, nonché le tante circolari di codesta Intendenza le quali ordinano che in quelli comuni ove esiste una chiesa rorale, questa servir deve per provisorio camposanto. Né calcolar si deve la frivola eccezione prodotta dal Superiore del Ritiro che vi sono due strette sepolture, poiché ve n’esistono e se ne possono aprire delle più ampie, stante il locale è molto più spazioso di quello dello Spirito Santo. Se questo corpo municipale nel deliberare su tale oggetto fu favorevole al Ritiro n’è causa la propria debolezza, l’intrighi del Padre Superiore dapoiché i decurioni sono quasi tutti dipendenti dello stesso. A prescindere delle sopradette ragioni poggiate sulla legge si fa pure osservare che il locale del Ritiro è di proprietà di questo Comune, concedutoli con decreto del 29 decembre 1814 confirmato dall’augusto monarca di felice ricordanza Ferdinando I con Real Decreto del 6 novembre 1816, che questi Padri Ritiranti si trovano qui stabiliti senza sovrana approvazione né bene placido pontificio ma semplicemente per pura tolleranza dell’ordinario del luogo.

Queste ragioni lungi signore Intendente di rassegnarsino a S. E. il ministro si sottomettono alla di lei autorità sicuro di ottenere quella giustizia che merita la Congregazione, cioè di annullare la deliberazione decurionale del 24 marzo ultimo, e restar ferma quella del giorno 9 mese di decembre [183...]. La conoscenza della di lei incorrottibilità nonché della sua saggezza mi rende certo dell’esito felice. Intanto il presente rapporto le si rimette per espresso e la prego ad esser compiacente onorarmi di ricezione, onde discaricarmi in pubblica Congrega.

Pel Priore assente

Il Primo Assistente

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

 

giovedì 23 marzo 2023

'a 'mpigliolata. (6/6)



Nella foto a sinistra: ‘mpigliolata santufilise realizzata dall’amico e compaesano (perché chi ama San Fili e le sue tradizioni per me non può che essere un amico e compaesano) Achille Blasi. La ‘mpigliolata santufilise propostaci da Achille Blasi in una leggera variazione sul tema non è da sottovalutare. Purtroppo i tempi moderni non ci permettono e le tecniche a disposizione non ci permettono più di ricreare determinati sapori e odori. Sapori ed odori che erano ancora la normalità nella San Fili degli anni Settanta del secolo scorso.

Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di novembre del 2021... by Pietro Perri.

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Spero, con questo spazio dedicato alla ‘mpigliolata santufilise, di aver salvato un altro pezzettino della memoria storica della nostra Comunità e spero, con lo stesso, di non avervi annoiato eccessivamente.

Dopotutto il nostro Notiziario Sanfilese è nato anche e soprattutto con questo intento: mettere nero su bianco briciole della memoria popolare della Comunità Sanfilese nel Mondo.

Perché solo mettendo nero su bianco possiamo salvare parte del nostro patrimonio culturale (tanto purtroppo se n’è perso nel corso dei secoli), anche se pure la nostra Comunità ormai è destinata a dissolversi nel Nuovo Imperante Sistema Globale. E nel Nuovo Imperante Sistema Globale non c’è spazio per le piccole Comunità.

Tra l’altro persino alcuni alimenti finora considerati da Terzo Mondo oggi iniziano a trovare spazio sulle nostre tavole, per necessità dell’aumento della popolazione mondiale o per semplice regola di mercato.

E’ proprio di questi giorni la notizia che l’Unione Europea sta sdoganando sulle nostre tavole l’uso delle locuste come semplici croccantini in nuovi accattivanti antipasti o, seccate e macinate, da aggiungere ad altri ingredienti al fine di ottenere gustose e nutrienti farine alimentari alternative.

Il tutto con buona pace degli autori di alcuni passi dell’Antico Testamento (quelli delle famose piaghe d’Egitto in particolare) che, ovviamente, andranno debitamente riscritti.

Altro che farina di mais o di granturco che dir si voglia per preparare la nostra stupenda e profumata ‘mpigliolata santufilise. Un qualcosa che sicuramente i nostri pronipoti neanche sapranno che sia mai esistita... se appunto non la mettiamo nero su bianco.

Almeno, magari per sbaglio, continuerà a sopravvivere nell’immaginario collettivo.

Il Futuro (con la F maiuscola) lo vuole e noi apparteniamo ormai al passato (con la p minuscola).

Purtroppo per la ‘mpigliolata santufilise (quella realizzate dalle coscienziose e magiche mani delle nostre nonne tante delle quali non sono più tra noi) non vedo alcun futuro... malgrado qualche pezzettino della stessa non sfigurerebbe negli antipasti che propongono i ristoranti locali.

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Quando, tempo fa, su una delle mie pagine Facebook ho iniziato a parlare della ‘mpigliolata sanfilise ad arricchire il discorso ha contribuito anche il nostro caro compaesano (chi porta nel cuore San Fili non può che essere un nostro compaesano), da tempo a Milano, Achille Blasi.

Il caro Achille, facendomi capire anche come fosse difficile ottenere odori e sapori della nostra terra nella caotica metropoli milanese, in uno dei suoi messaggi mi propose una variante sbrigativa e moderna della ‘mpigliolata santufilise.

Una variante, questa, che - anche per chiudere questo discorso - ripropongo di seguito:

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‘MPIGLIOLATA – Torta salata

Liberamente ispirata a “Ricetta Letizia”.

Dovrebbe essere fatta con farina di mais – in mancanza si può usare la classica “Polenta Valsugana”.

Ingredienti

500 g di polenta Valsugana

250 g di patate bollite

12,50 g di lievito di birra

2 litri di acqua

15 mezze acciughe sott’olio

30 olive nere denocciolate e tagliate a pezzetti

prezzemolo abbondante tritato

3 spicchi d’aglio tritati grossolanamente e poi schiacciati

olio di frantoio = quanto basta (ma ne occorre molto)

Con tale impasto se ne ricavano 2 teglie.

Preparazione

Schiacciare le patate bollite e condirle con prezzemolo aglio e olio - versare a pioggia la polenta nell’acqua bollente di una pentola capiente - rigirare e spegnere il fuoco - lasciare diventare tiepida la polenta rigirandola di tanto in tanto - unire le patate condite insieme con le olive e le acciughe mescolando bene - aggiungere il lievito disciolto in un po’ d’acqua - rigirare ancora - distribuire in 2 teglie su carta da forno il composto - lasciare riposare per mezz’ora per innescare la lievitazione - lasciare cuocere in forno ventilato per un’ora e 10 minuti a 180°C - spegnere e lasciare raffreddare in forno - profumi indescrivibili si diffondono per tutta la casa.

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E ricordate, cari sanfilesi, se qualcuno vi chiede qual è il piatto tipico del nostro paese non rispondete con il solito “lagana e ciceri” (al limite più che ciceri specificate cicerchie... ci farete sicuramente miglior figura).

San Fili può vantare, senza timore di sfigurare difronte a cucine locali blasonate, una cucina povera ma... ricca e saporita. Ed un esempio ne è proprio la nostra ‘mpigliolata santufilise.

Negare ciò è rinnegare il nostro passato e rinnegare il proprio passato è la cosa peggiore che può fare un essere umano e/o la comunità cui appartiene.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

sabato 18 marzo 2023

'a 'mpigliolata. (3/6)



Nella foto a sinistra (by Pietro Perri): Semi di mais o granturco. Il mais era una pianta che veniva coltivata con una certa regolarità dagli agricoltori sanfilesi almeno fino alla fine degli anni Sessanta. Non era una delle colture principali ma serviva comunque a dare un guadagno marginale a chi coltivava la terra. Dai semi di mais si ricavava la farina che veniva usata sia per fare il pane che per fare la polenta o per fare la deliziosa ‘mpigliolata santufilise.

(...)

Mia madre (Rende Teresina Letizia - 1921/2019) era un’artista nel preparare l’impasto, nell’infornare e nello sfornare la ‘mpigliolata. Un’artista come gran parte delle nostre anziane madri o delle nostre stupende nonne made in San Fili.

A tutte loro, non solo a mia madre, è dedicato questo mio scritto ricco di profumi, di sapori e di incancellabili ricordi.

Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di marzo del 2021... by Pietro Perri.

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Tra i piatti tipici (o quanto meno “tipici” fino agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso) della nostra comunità merita di essere ricordata la ‘mpigliolata. Una vera e propria leccornia, frutto di esperimenti della cucina cosiddetta “povera” (ma decisamente ed in alcune varianti stracolma di grassi non proprio buoni per chi fa una vita d’ufficio o quantomeno sedentaria), di cui si cibavano con una certa regolarità i nostri nonni.

Spulciando su internet si riesce trovare anche qualche ricetta, reinventata e/o adattata ai tempi moderni, della ‘mpigliolata sanfilese o quantomeno di qualcosa cui si può avvicinare alla stessa. Un qualcosa tipo, ad esempio, la pizza di farina gialla o farina di mais o di granturco che dir si voglia.

Ma, credetemi, con queste ricette (varianti) la ‘mpigliolata dei nostri nonni o dei nostri bisnonni ha ben poco a che dividere. Anche perché alla realizzazione di tali ricette mancano degli ingredienti che, in alcuni casi anche per ‘ncriscienza, difficilmente riusciremo a mettere assieme.

Provo ad elencare alcuni di tali ingredienti di non facile (per non sottolinearne a volte anche l’impossibilità) reperibilità: il granturco coltivato nelle nostre zone, la realizzazione della farina di granturco tramite i mulini che utilizzavano macine in pietra, la povertà (che fa apprezzare il poco che si ha a disposizione), alcuni ingredienti realizzati con metodi antichi quali la salimora (ciccioli o cicoli o scarafuagli che dir si voglia), le foglie secche di castagno raccolte nel periodo della casculata (queste rientrano nell’ambito della ‘ncriscienza ad andare a raccoglierle), l’amore (nel realizzare certe cose) delle madri o delle nonne per i propri figli o per i propri nipoti, il forno a legna.

La capacità di trasmettere tali ricette da madre in figlia. Infatti quando alle nostre nonne chiedevi quale erano le dosi per realizzare tali prelibatezze la risposta di queste assassine (mi si conceda questo francesismo almeno in questo caso) era quasi sempre la stessa: nu pizzicu, nu cucchiaru abbondante, quantu sinne piglia, ppe tri puni minteccenne, io aju fattu sempre ad uocchiu...

Quindi se proprio volete provare a rileggere le ricette “non scritte” delle nostre nonne o delle nostre bisnonne (per quelli di noi che ancora hanno la fortuna di averne qualcuna in casa) dimenticatevi di trovarvi difronte a grammi, millilitri, frazioni di comparazione ed altre diavolerie di pesi e misure dei nostri tempi.

A proposito, ho citato le foglie di castagno che, inutile dirlo, non vanno certamente frullate e messe nell’impasto della ‘mpigliolata. Le foglie di castagno, infatti, selezionate una per una nel periodo della raccolta delle castagne e lasciate essiccare sotto la pressa magari di qualche giornale (o sistemate a mo’ di pacco ed opportunamente legate assieme di modo che col tempo prendevano comunque una forma quasi piatta) sostituivano in tale frangente la carta forno da posizionare sulla teglia (‘a lagna?) su cui si sarebbe posto il prezioso impasto prima di passare il tutto in forno. In poche parole le nostre nonne e le nostre bisnonne non solo avevano anticipato l’avvento nelle nostre zone della carta da forno ma avevano fatto tutto ciò nel massimo rispetto che si potrebbe rendere alla natura stessa.

Meno inquinamento (in quanto la carta forno è un prodotto tutt’altro che facile da riciclare) e meno alberi da tagliare (magari dei castagni) per realizzare la carta forno stessa.

Cosa si potrebbe desiderare di più?

Nulla!

Eppure qualcosa in più le foglie di castagno all’intruglio che avrebbe dato in seguito vita al prodotto finito (la ‘mpigliolata appena sfornata) ce l’avrebbero dato e con tutto il cuore.

Grazie alle foglie di castagno, o per meglio dire al tannino (qualcuno mi corregga pure se sbaglio) in esse contenuto, infatti la ‘mpigliolata riusciva a prendere un aroma in più che, mischiato al resto degli ingredienti, la rendeva veramente unica.

Finché è stata viva ed attiva mia madre, ovvero fino 2016 o al 2017 non mancava anno in cui la stessa non ci facesse gradito dono almeno un paio di volte all’anno di questo suo stupendo alchemico intruglio. Un intruglio che risvegliava tutti i nostri sensi.

(continua).

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!