A chi non ha il coraggio di firmarsi ma non si vergogna di offendere anche a chi non (?) lo merita.

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mercoledì 16 ottobre 2024

La predicazione di Gioacchino da Fiore sui monti di Rende/San Fili. Di Salvatore Turuccio Mazzulla.

Nella foto a sinistra: veduta laterale della Chiesa di santa Lucia nella frazione Bucita di San Fili (CS). Nell’area in cui ricade quest’antico edificio di culto secondo la tradizione vi ha tenuto delle prediche il quasi beato (santo per Dante Alighieri che lo colloca nel suo Paradiso) Gioacchino da Fiore.

Foto ovviamente… by Pietro Perri.

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Salvatore "Turuccio" Mazzulla e l'abate Gioacchino da Fiore.

(Breve nota di Pietro Perri)

Tra le persone che hanno dato tanto a San Fili, pur costantemente costrette da problemi personali e da una società di "dubbia moralità" che nel suo piccolo non perdona neanche il fatto d’essere nati in una famiglia anziché in un’altra (San Fili come tanti piccoli borghi calabresi è anche e soprattutto questo) o di sottomettersi alle decisioni non appellabili di gruppi settati, ottenendone il cambio solo un briciolo di damnatio memoriae, vi è sicuramente il caro indimenticato (?) Salvatore “Turuccio” Mazzulla.

Per anni Salvatore "Turuccio" Mazzulla ha cercato invano di recuperare un po’ di memoria storica della Comunità Sanfilese.

Spesso lavorando, purtroppo e forse anche stupidamente, nel fare da cassa di risonanza agli altri invece di lavorare per fare da cassa di risonanza a se stesso.

Ottima voce interpretativa (nel recitare versi suoi, in quanto autore di bellissime e toccanti poesie, o d’altri aveva un dono naturale) non disdegnava di dividere il palco con chi "in quel determinato momento" gli camminava affianco.

Oggi di Salvatore “Turuccio” Mazzulla riporto in questo mio spazio web un breve scritto (spunto per una ricerca) pubblicata sul Notiziario Sanfilese del mese di agosto del 2008.

In questo scritto il nostro compaesano ci parla del beato (con qualche legittimo dubbio) Gioacchino da Fiore. Ovvero dell'eretico calabrese (come lo definiscono alcuni studiosi della sua enorme ed illuminante opera religiosa, filosofica e letteraria) citato tra l'altro persino in un versetto della Comedia di Dante Alighieri.

Una citazione, quella di Dante Alighieri (quasi contemporaneo all'abate Gioacchino da Fiore), che ci dimostra l'importanza ("visione profetica"), già nei suoi tempi, dell'illustre calabrese. Un'importanza decisamente malvista persino oggi dalla Chiesa di Roma.

Nei versi 139-141 del XII canto del Paradiso il sommo poeta infatti ci segnala:

Rabano è qui, e lucemi dallato

il calavrese abate Giovacchino,

di spirito profetico dotato.

La nota di Salvatore "Turuccio" Mazzulla ci immerge in un breve ricordo dei luoghi dell’abate Gioacchino da Fiore ed in particolare sul suo, quasi certo, passaggio per San Fili (per la frazione Bucita del comune di San Fili, per essere più precisi).

Tale paginetta, scritta da Salvatore "Turuccio" Mazzulla, prematuramente e drammaticamente scomparso nel 2012, riporta come titolo:

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Nei luoghi dell’abate (spunti di ricerca).

La predicazione di Gioacchino da Fiore sui monti di Rende.

Di Salvatore Mazzulla

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Domenico Martire in “Calabria Sacra e Profana” parla di Bucita come uno dei luoghi della predicazione di Gioacchino ma la associa al fiume Surdo, chiaramente nel territorio di Rende (che comprendeva comunque il territorio di San Fili), questo “errore” di Martire (anche se dimostreremo in seguito che non è un suo errore) ha fatto considerare dubbia l’ipotesi della sua permanenza anche a Bucita oltre che a Rende sul fiume Surdo.

Padre Francesco Russo al I Congresso internazionale di studi gioacchimiti nel 1979 per quanto riguarda La figura storica di Gioacchino da Fiore afferma:

«negli anni 1152-53 si recò alla Sambucina di Luzzi e circa un anno dopo, non essendo ancora sacerdote* si recò a Bucita in territorio di San Fili a predicarvi la parola di Dio con quel fervore mistico che sarà la sua caratteristica». Altre fonti citano chiaramente Bucita ma saranno esaminate in seguito. Partendo dall’ipotesi che sia stato sia a Bucita che sul Surdo, si tratta ora di individuare i luoghi.

Nel corso di un convegno tenutosi nel teatro comunale di San Fili nel mese di novembre 2003 sul recupero del patrimonio linguistico, chiesi al Prof. John Trumper se un toponimo potesse avere valore di documento storico ed egli mi rispose di sì.

Forte di questa affermazione insieme ad Antonio Asta ed a Pietro Perri iniziammo questo tipo di ricerca ed abbiamo scoperto tre toponimi significativi: lauri, aira di corazzo e grangu. Per quanto riguarda il primo mi era stato già indicato dallo storico Amedeo Miceli di Serra di Leo la cui famiglia risulta proprietaria di un vasto territorio sopra Bucita.

In località Lauri secondo gli intervistati (cacciatori, boscaioli ed anziani) dovevano esserci i ruderi di uno scarazzu (casolare di montagna) si trattava ora di fare un sopralluogo, insieme ad Antonio Asta ci siamo recati nel luogo che ci avevano indicato ed effettivamente vi erano dei ruderi che ad una prima impressione sembravano molto antichi e il tipo di costruzione sembrava risalire ad un’epoca molto lontana.

Chiaramente questa costruzione antica che sorge in un luogo che si chiama lauri sotto la quale scorre un ruscello che si chiama grangu e al di sopra un piano che si chiama aira di Corazzo mi ha fatto subito pensare ad una piccola grangia dove prima c’era una laura, ma questo chiaramente spetta agli esperti stabilirlo,** se la mia ipotesi dovesse risultare vera potrei affermare che quel rudere è la grangia che ha ospitato Gioacchino.

Il terzo toponimo mi richiamava alla mente l’Abbazia di S. Maria di Corazzo, ci doveva essere per forza un legame con Bucita ed infatti avevo ragione: in un atto del 1225 Bucita risulta tra le terre dell’Abbazia di Corazzo.

…….. et tenimentum Bucchitae cum canonibus castanetis suis in territorio Montis Alti, cuius tenimenti fines sunt isti: ab oriente est via publica, ab occidente locus qui dicitur Deo Gratias et Petra Cruciata; ab uno latere flumen Bucchitae, et ab alio flumen Lorici, et concluditur…

 

I toponimi deo gratias e petra cruciata ci sono ancora mentre quello dei fiumi è cambiato ma senza ombra di dubbio è la nostra Bucita.

 

* Il Tocco pensa che questo fatto abbia provocato la reazione dell’Arcivescovo di Cosenza, il quale gli avrebbe interdetto la predicazione (L’eresia nel medioevo - Firenze 1884 - pp. 269-270).

** Negli anni seguenti il Miceli ha fatto visitare i ruderi dall’Arch. Terzi che li ha collocati in un’epoca successiva.

 

Salvatore Mazzulla. 

domenica 8 ottobre 2023

La Chiesa dello Spirito Santo o di san Francesco di Paola di San Fili. Articolo del prof. Francesco Iantorno.



Nella foto a sinistra (foto by Pietro Perri): Particolare della facciata principale della Chiesa dello Spirito Santo di San Fili. La Chiesa, conosciuta anche col nome di Chiesa di san Francesco di Paola, si trova nel centro storico poco al di sotto della Chiesa Madre nel quartiere denominato Jazza.

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La Chiesa dello Spirito Santo di San Fili.

(Articolo pubblicato a firma del prof. Francesco Iantorno sul Notiziario Sanfilese – mensile dell’Associazione culturale Universitas Sancti Felicis di San Fili – del mese di giugno del 2007)

Sorge nell'omonimo quartiere, in pieno centro storico: ad unica navata, presenta all'esterno una facciata con portale tufaceo, sovrastato da un'ampia finestra con cornice mistilinea e da un timpano triangolare. Dedicata allo Spirito Santo fu eretta nel sec. XVII ed ampiamente rimaneggiata nella seconda metà del Settecento in forme tardo-barocche.

Le prime notizie sulla chiesa e su una Confraternita “sub Regulis Societatis Jesu” ivi operante risalgono all'anno 1666: dagli Atti della Santa Visita compiuta sotto il presulato di mons. Gennaro Sanfelice (1661-1694) emergono, infatti, dati preziosi sull'edificio e sullo stato degli arredi e dei paramenti sacri che erano conservati sotto chiave in un armadio ligneo, posto nei pressi dell’altare.

D. Francesco Amoruso provvedeva annualmente alla celebrazione di trentadue messe per un reddito annuo di 5 ducati derivante da elemosine e dalla rendita di un castagneto, sito nel luogo detto Santa Maria degli Angeli, legato dal quondam D. Andrea Formosa.

La Chiesa conserva al suo interno interessanti opere d'arte: busto ligneo di S. Francesco di Paola, opera seicentesca di scuola napoletana; statua di Cristo che va al Calvario (sec. XVIII) ed un pregevole dipinto di A. Granata raffigurante la Discesa dello Spirito Santo (1797), collocato sull'Altare Maggiore. Sulla volta cinque tele realizzate nel 1908 da Raffaele Rinaldi raffiguranti rispettivamente La fuga di Lot, Davide che mostra la testa di Golia, Giuditta ed Oloferne, Abramo e le tre figure angeliche, S. Francesco di Paola con la Madonna e lo Spirito Santo. Sulle pareti ed ai lati della zona absidale è un ciclo di affreschi del pittore S. Tancredi (1963) con scene tratte dal Vangelo e dalla vita di S. Francesco di Paola.

Degni di nota sono ancora gli stalli lignei dove sedevano i membri dell’Arciconfraternita dello Spirito Santo, realizzati nel ‘700 da maestranze locali, ed un antico confessionale in legno con raffigurazione di Cristo in croce.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

 

sabato 7 ottobre 2023

Sacra reliquia ex cingolo san Francesco di Paola busto ligneo San Fili. (Articolo del prof Goffredo Iusi - breve nota di Pietro Perri).



Nella foto a sinistra (foto by Pietro Perri): Busto ligneo (opera napoletana del seicento) di san Francesco di Paola, santo protettore della Comunità Sanfilese, portato a spalla lungo il corso principale del borgo ed in tanti dei vicoletti che caratterizzano il pittoresco paesino di San Fili. Sul pettorale è incastonata una piccola teca conservante una reliquia del miracoloso santo.

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La reliquia di san Francesco di Paola conservata a San Fili nel busto ligneo del santo.

(Breve nota di Pietro Perri)

L’Associazione culturale Universitas Sancti Felicis di San Fili in occasione del quinto centenario della morte di san Francesco di Paola ha voluto onorare lo stesso riportando sul Notiziario Sanfilese (il bollettino mensile della stessa) nei mesi di aprile e maggio del 2007 un brano a suo tempo pubblicato sul bollettino n. 4 del 27 aprile 1987 del “San Fili Fraternity club”. L’articolo era firmato dall’indimenticato prof. Goffredo Iusi.

Considerando alquanto prezioso per la Comunità Sanfilese e per i fedeli del santo protettore dei Calabresi e dei naviganti tutti tale documento affinché tale non vada perso per sempre ho ritenuto far cosa gradita ai più pubblicarlo in questo mio spazio web.

Invitando ovviamente quanti avranno il piacere se non l’onore di poter ammirare lo stupendo busto ligneo di san Francesco di Paola conservato nella chiesa dello Spirito Santo di San Fili di guardare con occhi diversi lo stesso. Ed in particolare osservando con più attenzione e sacra devozione la piccola teca che si trova incastonata nel pettorale del busto stesso.

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SACRA RELIQUIA EX CINGOLO SANCTI FRANCISCI DE PAULA CONFESSORIS.

(Brano tratto dal "San Fili Fraternity club" bollettino n. 4 anno 27 aprile 1987. Da un articolo firmato dal prof. Goffredo Iusi)

Quando, fanciulli, nella Chiesa dello Spirito Santo, guardavamo San Francesco di Paola, che, dalla nicchia alta della piccola cappella incombeva su di noi, gli occhi nostri, più che sul volto, che ci appariva sempre accigliato, si fermavano sulla posta in mezzo al petto.

"E' il suo cuore" - diceva qualcuno - Ma non ne aveva la forma, né il colore rosso, ed era troppo piccolo per essere un cuore.

Era grande, per noi fanciulli, il cuore di San Francesco, per la carità, che ebbe, per i poveri e per la forza, che dimostrò, ai potenti.

Ognuno di noi sentiva raccontare i miracoli del Santo: le sere d'inverno, attorno al focolare, in ogni casa, la vecchia della famiglia diceva dell'albero tagliato a mezzo, della moneta che grondò sangue, dell'asino che gettò i ferri, del mantello fatto barca, dell'agnello che uscì dalla fornace, della pietra fermata sul costone del monte.

Zia Monaca leggeva a me le pagine di un grosso libro quasi cantando le parole. Chiudevo gli occhi e vedevo quel mondo di uomini, case, terre, animali e sentivo le voci; il Santo mi appariva grande con la barba lunga e bianca: la fantasia, che si accendeva alle parole, creava la vita d'un tempo lontano, ma non diverso dal nostro, se i nonni e i padri, dicevano che ci voleva ancora un San Francesco con il bastone ad umiliare i potenti e con la carità a consolare i poveri.

Scopriamo che non era il suo cuore, quando guardammo, da vicino, la statua sul sacello ligneo processionale: era una piccola teca ovale composta in mezzo al petto; la linea d'oro spiccava sul nero della tonaca e, sotto il vetro, su campo rosso si staccava un grumo nero.

Don Antonio, il sacerdote che celebrava messa nella Chiesa dello Spirito Santo, ci disse del reliquario, del pezzetto di cordone, dell'Arciconfraternita dello Spirito Santo: una storia di fede dei padri, quando, nel tempo antico, la religione era amore ed opere.

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Di recente, provvedendosi alla sistemazione dell'Archivio della Chiesa dello Spirito Santo, è stato rinvenuto il documento che attesta l'autenticità della reliquia, che riporta il nome del Frate cui fu donata, che descrive la custodia d'oro, che indica le norme di uso.

La reliquia, ottenuto con elargizione da Frate Angelo, fu ceduta dal laico professo di Aprigliano ad un monaco di San Fili, certamente del convento di Santa Maria degli Angeli.

Le ricerche nell'Archivio della Chiesa dello Spirito Santo non hanno portato, fin'ora, al ritrovamento di altri documenti; le notizie e le date riportate nella "lettera" e nelle annotazioni consentono di proporre la probabile storia della reliquia.

Ai primi del 1700 era stata creata, nella Chiesa dello Spirito Santo, la cappella di San Francesco dì Paola, in cui fu posta la statua del Santo, una scultura lignea di scuola napoletana di notevole pregio artistico.

L'Arciconfraternita dello Spirito Santo la adornò dell'aureola, del bastone e del fastoso medaglione di argento. Certamente, progettò anche di consacrare la statua con una reliquia del Santo.

E, sicuramente, l'Arciconfraternita si rivolse ai monaci del convento di Santa Maria degli Angeli, che, per i rapporti con le molte comunità dell'Ordine Minorita della Calabria e delle altre province religiose del regno di Napoli, potevano assicurare la ricerca e la donazione della reliquia.

Il convento di Santa Maria degli Angeli, costruito nei primi anni del 1600, era allora uno dei più importanti e famosi della Calabria.

Le date riportate nel documento (30 gennaio 1734 o 1736: donazione della reliquia; 14 gennaio 1737: presa d'atto della Diocesi di Cosenza) e l'attestazione della consegna della reli­quia (senza data, ma da supporre nello stesso mese di gennaio 1737, probabilmente nello stesso giorno 14) al Padre del convento di Santa Maria degli Angeli, provano che Frate Angelo di Aprigliano ottenne la reliquia non per incarico dell'Arciconfraternita dello Spirito Santo; ne è conferma la mediazione del Padre del convento di Santa Maria degli Angeli, che, ricevuta la reliquia dal confratello, la cedette al Priore dell'Arciconfraternita dello Spirito Santo.

Non è scritto se Frate Angelo di Aprigliano, che ottenne la reliquia con elargizione dal Vicario del cardinale Francesco Pignatelli, sia stato ricompensato dal confratello del convento di Santa Maria degli Angeli.

Con altra grafia, per lungo, sulla parte inferiore del documento, è scritto: "cingolo di San Francesco di Paula"; il Priore dell'Arciconfraternita della chiesa dello Spirito Santo, conservandolo nell'Archivio, donò un titolo al documento.

*     *     *

TRADUZIONE DEL DOCUMENTO ORIGINALE IN LATINO

 

FRANCESCO

per misericordia divina Vescovo di Ostia,

Cardinale di Santa Romana Chiesa

Pignatello

Arcivescovo di Napoli, Decano dello stesso Sacro Collegio

Vicario Generale per la Diocesi di Ostia

Marco Antonio Malfitano, Vicario del detto e Protonotario

Apostolico

 

A tutti ed a ciascuno, che vedranno le presenti lettere, facciamo indubbia fede ed attestiamo che, essendoci mostrate moltissime Sacre Reliquie, le abbiamo riconosciute estratte da luoghi autentici con lettera autentica e munite di sigillo, da cui abbiamo estratto la presente particella dal cingolo di San Francesco Confessore, che abbiamo collocato reverentemente in un piccolo reliquario di oro lavorato, ornato di figure, chiuso da un solo cristallo nella parte anteriore e lo abbiamo legato con una funicella di seta di colore rosso e segnata con impresso il nostro sigillo su cera rossa spagnola per l'indubbia identità di esso, e riposto, a maggior gloria di Dio ed a venerazione dei suoi Santi abbiamo donato, e siamo stati ricompensati, a Frate Angelo di Aprigliano, laico professo dell'Ordine dei Minori Riformati di San Francesco, perché la presente Sacra Reliquia tenga per se' o doni ad altri o sia esposta alla venerazione pubblica in qualunque Chiesa, Oratorio e Cappella.

In fede di ciò comandammo di preparare queste presenti (lettere) sottoscritte di nostra mano e confermate dal nostro sigillo.

Fatto a Roma, fuori della porta di Ostia, in questo giorno 30 del mese di gennaio 1734 (o 1736).

 

Marco Antonio Amalfitano Vicario

*     *     *

Nella parte scritta a mano, sull'altra metà del foglio, alcune parole sono di difficile interpretazione.

Dal contesto risulta che "nel giorno 14 gennaio 1737, la Diocesi di Cosenza prende atto che la Sacra Reliquia è stata donata a Frate Angelo di Aprigliano con la facoltà di tenerla per se', di donarla ad altri, di esporla alla venerazione dei fedeli in qualunque Chiesa o Oratorio".

L'atto è firmato dal Vicario Diocesano.

Di seguito si legge: "E' da detto Frate Angelo di Aprigliano data al Padre ………. da San Fili per poterne disporne a suo modo ".

 

Firmato ……... Cancelliere.

 

A margine del foglio, per lungo, è scritto con altra grafia: "cingolo di San Francesco di Paula".

 

Goffredo Iusi

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!


domenica 23 luglio 2023

Caudu e ‘ncriscienza!… / Versi di don Giovanni Gentile da San Fili.



Nell’immagine a sinistra (ripresa dal web): Caronte, traghettatore infernale secondo la visione dantesca (ripresa in ogni caso dalla mitologia romana e greca), in una illustrazione di Gustave Doré. Negli ultimi anni, forse per scopiazzare un modo di fare dei media d’Oltreoceano, in Italia si è presa l’abitudine di chiamare Caronte alcuni picchi di caldo come quelli che stiamo subendo in questo decisamente “scottante” 2023. Anche se... dubito che Caronte abbia mai visto o si sia mai avvicinato al girone in cui sono destinati i peccatori autocondannatisi alle fiamme infernali.

Sul poeta sanfilese don Giovanni Gentile alias Chiacchiara ho scritto (e pubblicato tantissimo) già precedentemente su questo blog. E, nel possibile (o quando me n’è stata data la possibilità, per essere più precisi), mi sono fatto in quattro per rivalutarne la grandezza. Non prendetemi sul serio e “non accettate stupidamente la mia verità” ma sono stato costretto a riconsegnarlo, spero solo temporaneamente, all’oblio della storia... quantomeno locale. Purtroppo quando ci si rende tristemente conto di non avere più un proprio pubblico e meglio lasciare agli altri l’oppio che si spaccia, non sempre come cultura e quasi sempre “neanche sotto forma di cultura”, dai palchi e sulle scene.

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Caudu e ‘ncriscienza!…

Versi di don Giovanni Gentile alias Chiacchiara da San Fili.

Nota introduttiva di Pietro Perri.

Don Giovanni Gentile (alias Chiacchiara) prete non per vocazione ma per colpa di nascita, che ci crediate o no, è stato giovane come tutte le persone normali di questa terra e come tante è stato anche studente.

Anche allo studente più “secchione” a volte viene a noia studiare… pensiamo poi a quel mattacchione del Chiacchiara (alter ego di don Giovanni Gentile, tanto bravo quanto coraggioso soprattutto per l’epoca in cui è vissuto, poeta dialettale sanfilese).

Se poi ci si mettono pure il caldo estivo di Cosenza, il sonno e le mosche… meglio sorvolare.

Al di là di tutto, comunque, il nostro caro poeta don Giovanni Gentile ci fa capire che è inutile affliggersi più di tanto... specie quando non si può cambiare ciò che condizione in un determinato momento la nostra vita. E poi... l'estate dura solo tre mesi, l'autunno passa in fretta ed... eccoci pronti a lamentarci del freddo eccessivo.

Dopotutto lo diceva qualche secolo prima anche “il Magnifico” (“Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia... chi vuol’esser lieto sia, del doman non v’è certezza”).

 

Fa’ nu caudu chi murimu:

Io nun puozzu cchjù studià:

E’ chjù miegliu si partimu

A Cusenza ‘un si po’ stà.

 

Ogne notte, spienturatu,

Nun mi puozzu addormentà

Ca mi mancadi lu jatu

E mi ‘ngignu a riminià.

 

La matina (v’ ‘u pensati)

Ccu chi lena m’aju azà;

E ccu l’uocchi tutt’unchjati

M’aj’ ‘e mintere a studià.

 

Ma le musche ch’aû pitittu

Vienu lestu a muzzicà,

Ed io pigliu cittu cittu

Ccu ‘ste bestie a m’inquietà.

 

E cussi sona la scola

Priestu e tristu aj’ ‘e vulà,

Ma si ‘un sacciu ‘na parola

Chaju ‘e jire a ce cuntà?

 

Tiegnu ‘ cuorpu ‘na vilienza

Chi la guala nun ci n’ha:

E lu mastru si spacienza:

Mi fa propriu disperà.

 

All’esame mi l’ha dittu

Ca mi puozzu ripruvà:

Io ppe’ chissu sugnu affrittu

Ma nun aju cchi ce fa.

 

Si ppé casu mi riprova

Io nun lassu de cantà:

L’ammutare cchi mi giova:

E’ chjù miegliu chiacchjarià.

 

A ‘stu munnu allegramente

Ogne cosa âmu ‘e piglià:

Si t’affriggi nun fu’ nente,

Ma cchju priestu pue crepà.

 

Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

 

domenica 16 luglio 2023

A munnizza du Fiegu - simu gente perbene. (By Pietro Perri)



Nella foto a sinistra: strada d’accesso al sito della vecchia discarica sanfilese in località Fiego. In tale strada d’accesso ci si imbatte percorrendo la vecchia statale 107 a circa un chilometro dalla locale rifornitore di carburanti per automezzi. Foto by Pietro Perri (primi anni Duemila).

La poesia, con relativa nota introduttiva, che vi propongo in quest’occasione in questo spazio l’ho pubblicata la prima volta sul quindicinale “l’occhio” nei primi mesi di questo millennio. Ovviamente la poesia (una delle sole poesie che ho scritto finora in dialetto calabro-santufilise) così come la relativa nota introduttiva, sono opera dello scrivente.

*     *     *

A munnizza du Fiegu - simu gente perbene.

Di Pietro Perri.

Ci sono temi che sarebbe meglio non trattare, specie su un giornale per famiglie come il nostro quindicinale (n.d'a.: l'occhio). Sono temi che però, malgrado l'ambiguità che serpeggia spregiudicatamente trionfante nella società di cui facciamo parte, ci colpiscono violentemente, giorno dopo giorno, nel nostro intimo.

Sono temi che spesso ascoltiamo in televisione e commentiamo i fatti ad essi collegati come se gli stessi non facessero parte della nostra quotidianità: violenza sui minori (psicologica e sessuale), criminalità di bassa lega e criminalità organizzata, pizzo e tangentopoli, lavoro nero (magari con datori di lavoro che fanno firmare una busta paga al lavoratore dando allo stesso un salario opportunamente decurtato… sotto la minaccia del licenziamento), annullamento dei più elementari diritti quali quello all'istruzione (dubito che i bambini ai semafori frequentino regolarmente la scuola… e tali bambini non sono solo a Milano), dramma dell'immigrazione dai paesi dell'Est, abuso ed interessi privati in atti d'ufficio, prostituzione e via dicendo.

E' possibile che San Fili sia veramente immune da tali mali, per non dire cancrene?

E' possibile, per dirne una, che il problema della prostituzione in Italia si stato veramente e definitivamente risolto con l'approvazione della legge Merlini? E' possibile che siamo tutti diventati così ciechi da non renderci conto di quello che avviene intorno a noi o che tutti ormai siamo diventati così marci da far finta che tutto, nella nostra marcia società, vada bene?

 

Addruve na vota i Santufilisi jettavanu a lordura,

addruve supra e trote du jume si trovavanu cistuni 'e fungi,

ara trempa du Fiegu ppe ni capire miagliu,

'nta sti juarni m'è capitatu de vide nu fattu assai stranu:

nun c'era chiju sporcizia, vu dicu 'ncunfidenza, né bruttura,

ma quannu una, quannu due e quannu tri stelle

stavanu ad adducere u sul'e mianzijuarnu.

 

Parlannu ccu l'amici de su mmualicu assai curiusu,

forse voliannumi fa passare ppe scemu senza cc'esse,

m'hannu dittu, e mi volianu cunvince puru, ca strolachjiava,

c'avia pigliatu nu gruassu madornale abbagliu:

 eni u veru c'aru Fiegu un ce jettamu chiju spazzatura,

ma chiru chi c'è remastu e chiru chi ce vene de nuavu,

un po' esse certu amure… po' esse sulu lordura.

 

Mi vriguagnu quannu giru de stu postu cu ra machina,

mi vriguagnu de mi sente e de mi chiama' Cristianu,

sapiannu c'ara fine, riflessu miu… cristianu nun ce sugnu,

cc’aju de passare ppe lavuru de su postu, e l'uacchi su fatti ppe guardare,

na vota a munnizza du Fiegu era chira di santufilisi,

oji vene d’autri paisi, oji nun puzza mancu a nu nasu sopraffinu,

ma si tenissimu nu pocu de cuscienza… sa brutta storia ni facissi chjiangere lu core cu dulure.

 

Volevano essere dei versi… ma non si possono scrivere poesie quando si ha tanta rabbia in corpo. Non me la sono sentita neanche di scrivere in italiano su questo tema, ma non ho potuto fare a meno di scrivere qualcosa in merito.

E' mai possibile che dalla “curva du Fiegu” a San Fili, da Villa Miceli o dai semafori dell'incrocio nei pressi dell'Università a Rende… ci passi solo io? E' mai possibile che le Istituzioni per intervenire su un determinato problema debbano per forza aspettare che qualcuno denunci ufficialmente quello che gli brucia sotto il naso o che gli si sbatte quotidianamente nelle pupille degli occhi?

Cari lettori, se ci rendiamo conto che il nostro vicino è un appestato, non autoconvinciamoci d'essere immuni dal contagio né limitiamoci a segnalare il caso all'inquisitore di turno… aiutiamolo a guarire dal suo male… affinché il suo male (su cui avevamo riso e dal quale avevano tratto parte del nostro infimo piacere) non colpisca anche noi e finalmente non ci renda coscienti della nostra umana limitatezza.

 

Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

 

mercoledì 22 marzo 2023

'a 'mpigliolata. (5/6)



Nella foto a sinistra: ‘mpigliolata santufilise realizzata Toronto in Canada da mia cugina Rita Cundari-Maio. E’ triste doverlo ammettere ma ormai le tradizioni sanfilesi sono più vive all’estero che tra i sopravvissuti residenti nel borgo che a tanti di noi ha dato i natali e che ci ha piacevolmente cullati nel corso delle decine d’anni che ci ritroviamo ormai sulle/alle spalle.

Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese dei nel mese di settembre del 2021... by Pietro Perri.

*     *     *

A questo punto non mi resta che riportare la ricetta seguita da mia madre (Teresina Letizia Rende, passata a miglior vita nel mese di settembre del 2019), e confrontarla magari con una ricetta moderna e veloce segnalatami tempo fa da un caro compaesano: Achille Blasi.

*     *     *

A proposito, se ancora non l’avete capito (mi riferisco ovviamente ai miei cari e fedeli lettori) molti dei miei scritti altro non sono che trascrizioni dei ricordi che mi ha preziosamente trasmesso mia madre nel corso della sua lunga e preziosa esistenza. E comunque io, più che “onestamente”, non mi sono mai definito né mai sentito uno scrittore o un giornalista o un filosofo come in tanti, forse scherzosamente, mi hanno definito. Ciò che mi sono sempre sentito è quello di essere un trascrittore: un trascrittore di memoria popolare. E magari anche un pochino “sedicente storico” (come tanti miei detrattori mi hanno argutamente catalogato. Detto da alcuni di tali miei critici comunque l’ho ritenuto un complimento).

Dopotutto chi sono io se non un povero ignorante prestato alla cultura?

Inutile dire che oltre a mia madre sono tanti gli anziani del paese che nel corso dei decenni passati hanno contribuito ad arricchire le mie “trascrizioni”. Non ultimi, e sicuramente non unici, tra questi ricordo gli indimenticabili Mario Oliva, Michele Leo, Cesare Gentile o il sempreverde Marcello Speziale.

*     *     *

Erano ormai decenni che avevo deciso di trascrivere la ricetta seguita da mia madre nel preparare la sua gustosissima, tradizionale ed unica ‘mpigliolata santufilise. Una ricetta nata dall’esperienza tipica della gente che nasce, cresce e che passa gran parte della propria vita nelle campagne.

Che c’entra, mi chiederete, la bontà della ‘mpigliolata santufilise con la vita agreste?

Semplice: nelle campagne, specie quando non si è neanche proprietari del suolo coltivato, per poter godere di un semplice passeggero attimo di gioia familiare, si deve cercare di sfruttare (e quindi far fruttare) al massimo... quel che la vita ci offre.

Nasce così, con l’utilizzo di pochi impagabili ingredienti, la ‘mpigliolata santufilise: un piatto ricco per gente povera. E ad arricchirlo, di quel tipico profumo e di quei tipici sapori, sono proprio degli ingredienti e degli elementi se non di scarto quantomeno marginali e/o di nicchia quali la salimora o gli scarrafuogli (ciccioli del maiale, le foglie scelte ed opportunamente seccate di castagno e l’uso del forno al legno (sostituito negli ultimi anni dal forno elettrico. Il progresso alla fine registra la vittoria almeno in una delle sue eterne battaglie verso l’annullamento delle diversità).

La ricetta della ’mpigliolata santufilise seguita da mia madre purtroppo stava per andare persa per sempre.

Purtroppo mia madre, come gran parte delle nostre anziane compaesane, per iscritto mettevano poco o niente. Spesso mettevano per iscritto il testo di un foraffascinu o di una preghiera ma quasi mai la ricetta di uno dei loro impareggiabili manicaretti. Le ricette le avevano imparate a memoria da piccole ed a loro ciò bastava. La loro invidiabile memoria bastava anche per tramandarle, tali ricette, alle proprie figlie o alle proprie nuore.

E per le quantità dei vari ingredienti? ... sarebbe bastata l’esperienza: così come fu per loro così come avrebbe dovuto essere per chi le avrebbe sostituite nella gestione della casa.

Atroce illusione.

Fortunatamente qualche anno prima che mia madre passasse a miglior vita una cara cugina di Toronto (in Canada), Rita Cundari sposata Maio, mi chiese, tramite Facebook, se gentilmente potevo chiedere a donna Letizia di dirmi appunto la ricetta, procedimento incluso, della sua mitica ‘mpigliolata santufilise.

Rita in quel periodo aveva avuto in regalo un paio di boccacci di salimora (o scarrafuogli o ciccioli che dir si voglia) e voleva degnamente onorarli.

Mia madre, sempre disposta a dare un aiuto e/o un consiglio a chi glielo chiedeva, non se lo fece chiedere due volte e con qualche “ad uocchiu” o “a pianzica” o “quantu sinne chiama” o “nu punu” o “na ‘nticchia” o... comunque riuscimmo a mettere tale ricetta nero su bianco.

Riporto di seguito quanto sono riuscito a carpire a mia madre in merito alla sua ricetta sulla ‘mpigliolanta santufilise e faccio ciò limitandomi ad un copia incolla dei messaggi trasmessi a mia cugina Rita tramite Facebook a seguito della sua fortunata richiesta:

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Per un chilo di farina di miglio (n.d.r.: farina di mais macinata possibilmente a pietra) mia madre consiglia un dado di lievito di birra da venticinque grammi, un pizzico di sale ed acqua quanta ne richiede l'impasto (non chiedermi però l'esatta quantità).

Impastato il tutto bisogna metterlo a lievitare vicino ad una fonte di calore ed ovviamente coperto (all'incirca per un'ora).

Una volta che è lievitato il tutto bisogna mettere nell'impasto la salimora (più o meno mezzo chilo per ogni chilo di farina (...). Impastare di nuovo il tutto ed infornare.

Il forno deve essere a 180 gradi ed il tutto dovrebbe cuocere più o meno per mezzora.

Si può aggiungere nell'impasto (assieme alla salimora) anche qualche oliva schiacciata (...).

C'è ovviamente la variante senza salimora ovvero con impasto di patate bollite o con l’aggiunta di filetti di acciughe.

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Cosa rende particolare la ricetta seguita da mia madre?

A parte le mani d’oro di mia madre (le nostre madri - per chi come me è ormai un po’ datato - o le nostre nonne avevano  comunque delle mani d’oro che sapevano trasmettere ai loro intrugli gastronomici un particolare segreto alchemico: l’amore per i propri cari) va detto che la stessa nella sua ‘mpigliolata santufilise non combinava più farine (tipo la farina di mais e la farina bianca di frumento) ed inoltre nella teglia (anticamente na lagna) prima di versare l’impasto vi adagiava delle foglie secche e selezionate una per una di castagno. Tali foglie impedivano che l’impasto attaccasse alla teglia e di fatto sostituivano la micidiale (per gli alberi e per l’ambiente... visto la difficoltà a “differenziarla” e quindi a riciclarla) attuale carta da forno.

Oltretutto le foglie di castagno, davano alla ‘mpigliolata santufilise realizzata da mia madre un particolare profumo e sapore. Un profumo e sapore... santufilise.

L’impasto, inutile dirlo, prima di adagiarlo nella teglia non doveva presentarsi particolarmente secco prima in quanto lo stesso si doveva adagiare in modo a dir poco naturale nella teglia stessa. Così com’è inutile dire che un quid in più lo dava al tutto anche l’utilizzo del forno a legna.

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Sono sicuro che in tanti potrebbero dimostrarsi scettici nei confronti della ricetta di donna Letizia (all’anagrafe Teresina, Letizia) e sicuramente io non sarò mai in grado di dimostrare quanto gli stessi si sbaglino (dopotutto a San Fili in tanti, per quanto riguarda la ricetta della ‘mpigliolata santufilise, hanno una propria variante di famiglia).

Per quel che mi riguarda... non vi invidio!

(continua).

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

sabato 18 marzo 2023

'a 'mpigliolata. (3/6)



Nella foto a sinistra (by Pietro Perri): Semi di mais o granturco. Il mais era una pianta che veniva coltivata con una certa regolarità dagli agricoltori sanfilesi almeno fino alla fine degli anni Sessanta. Non era una delle colture principali ma serviva comunque a dare un guadagno marginale a chi coltivava la terra. Dai semi di mais si ricavava la farina che veniva usata sia per fare il pane che per fare la polenta o per fare la deliziosa ‘mpigliolata santufilise.

(...)

Mia madre (Rende Teresina Letizia - 1921/2019) era un’artista nel preparare l’impasto, nell’infornare e nello sfornare la ‘mpigliolata. Un’artista come gran parte delle nostre anziane madri o delle nostre stupende nonne made in San Fili.

A tutte loro, non solo a mia madre, è dedicato questo mio scritto ricco di profumi, di sapori e di incancellabili ricordi.

Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di marzo del 2021... by Pietro Perri.

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Tra i piatti tipici (o quanto meno “tipici” fino agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso) della nostra comunità merita di essere ricordata la ‘mpigliolata. Una vera e propria leccornia, frutto di esperimenti della cucina cosiddetta “povera” (ma decisamente ed in alcune varianti stracolma di grassi non proprio buoni per chi fa una vita d’ufficio o quantomeno sedentaria), di cui si cibavano con una certa regolarità i nostri nonni.

Spulciando su internet si riesce trovare anche qualche ricetta, reinventata e/o adattata ai tempi moderni, della ‘mpigliolata sanfilese o quantomeno di qualcosa cui si può avvicinare alla stessa. Un qualcosa tipo, ad esempio, la pizza di farina gialla o farina di mais o di granturco che dir si voglia.

Ma, credetemi, con queste ricette (varianti) la ‘mpigliolata dei nostri nonni o dei nostri bisnonni ha ben poco a che dividere. Anche perché alla realizzazione di tali ricette mancano degli ingredienti che, in alcuni casi anche per ‘ncriscienza, difficilmente riusciremo a mettere assieme.

Provo ad elencare alcuni di tali ingredienti di non facile (per non sottolinearne a volte anche l’impossibilità) reperibilità: il granturco coltivato nelle nostre zone, la realizzazione della farina di granturco tramite i mulini che utilizzavano macine in pietra, la povertà (che fa apprezzare il poco che si ha a disposizione), alcuni ingredienti realizzati con metodi antichi quali la salimora (ciccioli o cicoli o scarafuagli che dir si voglia), le foglie secche di castagno raccolte nel periodo della casculata (queste rientrano nell’ambito della ‘ncriscienza ad andare a raccoglierle), l’amore (nel realizzare certe cose) delle madri o delle nonne per i propri figli o per i propri nipoti, il forno a legna.

La capacità di trasmettere tali ricette da madre in figlia. Infatti quando alle nostre nonne chiedevi quale erano le dosi per realizzare tali prelibatezze la risposta di queste assassine (mi si conceda questo francesismo almeno in questo caso) era quasi sempre la stessa: nu pizzicu, nu cucchiaru abbondante, quantu sinne piglia, ppe tri puni minteccenne, io aju fattu sempre ad uocchiu...

Quindi se proprio volete provare a rileggere le ricette “non scritte” delle nostre nonne o delle nostre bisnonne (per quelli di noi che ancora hanno la fortuna di averne qualcuna in casa) dimenticatevi di trovarvi difronte a grammi, millilitri, frazioni di comparazione ed altre diavolerie di pesi e misure dei nostri tempi.

A proposito, ho citato le foglie di castagno che, inutile dirlo, non vanno certamente frullate e messe nell’impasto della ‘mpigliolata. Le foglie di castagno, infatti, selezionate una per una nel periodo della raccolta delle castagne e lasciate essiccare sotto la pressa magari di qualche giornale (o sistemate a mo’ di pacco ed opportunamente legate assieme di modo che col tempo prendevano comunque una forma quasi piatta) sostituivano in tale frangente la carta forno da posizionare sulla teglia (‘a lagna?) su cui si sarebbe posto il prezioso impasto prima di passare il tutto in forno. In poche parole le nostre nonne e le nostre bisnonne non solo avevano anticipato l’avvento nelle nostre zone della carta da forno ma avevano fatto tutto ciò nel massimo rispetto che si potrebbe rendere alla natura stessa.

Meno inquinamento (in quanto la carta forno è un prodotto tutt’altro che facile da riciclare) e meno alberi da tagliare (magari dei castagni) per realizzare la carta forno stessa.

Cosa si potrebbe desiderare di più?

Nulla!

Eppure qualcosa in più le foglie di castagno all’intruglio che avrebbe dato in seguito vita al prodotto finito (la ‘mpigliolata appena sfornata) ce l’avrebbero dato e con tutto il cuore.

Grazie alle foglie di castagno, o per meglio dire al tannino (qualcuno mi corregga pure se sbaglio) in esse contenuto, infatti la ‘mpigliolata riusciva a prendere un aroma in più che, mischiato al resto degli ingredienti, la rendeva veramente unica.

Finché è stata viva ed attiva mia madre, ovvero fino 2016 o al 2017 non mancava anno in cui la stessa non ci facesse gradito dono almeno un paio di volte all’anno di questo suo stupendo alchemico intruglio. Un intruglio che risvegliava tutti i nostri sensi.

(continua).

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!