A chi non ha il coraggio di firmarsi ma non si vergogna di offendere anche a chi non (?) lo merita.

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mercoledì 16 ottobre 2024

La predicazione di Gioacchino da Fiore sui monti di Rende/San Fili. Di Salvatore Turuccio Mazzulla.

Nella foto a sinistra: veduta laterale della Chiesa di santa Lucia nella frazione Bucita di San Fili (CS). Nell’area in cui ricade quest’antico edificio di culto secondo la tradizione vi ha tenuto delle prediche il quasi beato (santo per Dante Alighieri che lo colloca nel suo Paradiso) Gioacchino da Fiore.

Foto ovviamente… by Pietro Perri.

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Salvatore "Turuccio" Mazzulla e l'abate Gioacchino da Fiore.

(Breve nota di Pietro Perri)

Tra le persone che hanno dato tanto a San Fili, pur costantemente costrette da problemi personali e da una società di "dubbia moralità" che nel suo piccolo non perdona neanche il fatto d’essere nati in una famiglia anziché in un’altra (San Fili come tanti piccoli borghi calabresi è anche e soprattutto questo) o di sottomettersi alle decisioni non appellabili di gruppi settati, ottenendone il cambio solo un briciolo di damnatio memoriae, vi è sicuramente il caro indimenticato (?) Salvatore “Turuccio” Mazzulla.

Per anni Salvatore "Turuccio" Mazzulla ha cercato invano di recuperare un po’ di memoria storica della Comunità Sanfilese.

Spesso lavorando, purtroppo e forse anche stupidamente, nel fare da cassa di risonanza agli altri invece di lavorare per fare da cassa di risonanza a se stesso.

Ottima voce interpretativa (nel recitare versi suoi, in quanto autore di bellissime e toccanti poesie, o d’altri aveva un dono naturale) non disdegnava di dividere il palco con chi "in quel determinato momento" gli camminava affianco.

Oggi di Salvatore “Turuccio” Mazzulla riporto in questo mio spazio web un breve scritto (spunto per una ricerca) pubblicata sul Notiziario Sanfilese del mese di agosto del 2008.

In questo scritto il nostro compaesano ci parla del beato (con qualche legittimo dubbio) Gioacchino da Fiore. Ovvero dell'eretico calabrese (come lo definiscono alcuni studiosi della sua enorme ed illuminante opera religiosa, filosofica e letteraria) citato tra l'altro persino in un versetto della Comedia di Dante Alighieri.

Una citazione, quella di Dante Alighieri (quasi contemporaneo all'abate Gioacchino da Fiore), che ci dimostra l'importanza ("visione profetica"), già nei suoi tempi, dell'illustre calabrese. Un'importanza decisamente malvista persino oggi dalla Chiesa di Roma.

Nei versi 139-141 del XII canto del Paradiso il sommo poeta infatti ci segnala:

Rabano è qui, e lucemi dallato

il calavrese abate Giovacchino,

di spirito profetico dotato.

La nota di Salvatore "Turuccio" Mazzulla ci immerge in un breve ricordo dei luoghi dell’abate Gioacchino da Fiore ed in particolare sul suo, quasi certo, passaggio per San Fili (per la frazione Bucita del comune di San Fili, per essere più precisi).

Tale paginetta, scritta da Salvatore "Turuccio" Mazzulla, prematuramente e drammaticamente scomparso nel 2012, riporta come titolo:

*     *     *

Nei luoghi dell’abate (spunti di ricerca).

La predicazione di Gioacchino da Fiore sui monti di Rende.

Di Salvatore Mazzulla

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Domenico Martire in “Calabria Sacra e Profana” parla di Bucita come uno dei luoghi della predicazione di Gioacchino ma la associa al fiume Surdo, chiaramente nel territorio di Rende (che comprendeva comunque il territorio di San Fili), questo “errore” di Martire (anche se dimostreremo in seguito che non è un suo errore) ha fatto considerare dubbia l’ipotesi della sua permanenza anche a Bucita oltre che a Rende sul fiume Surdo.

Padre Francesco Russo al I Congresso internazionale di studi gioacchimiti nel 1979 per quanto riguarda La figura storica di Gioacchino da Fiore afferma:

«negli anni 1152-53 si recò alla Sambucina di Luzzi e circa un anno dopo, non essendo ancora sacerdote* si recò a Bucita in territorio di San Fili a predicarvi la parola di Dio con quel fervore mistico che sarà la sua caratteristica». Altre fonti citano chiaramente Bucita ma saranno esaminate in seguito. Partendo dall’ipotesi che sia stato sia a Bucita che sul Surdo, si tratta ora di individuare i luoghi.

Nel corso di un convegno tenutosi nel teatro comunale di San Fili nel mese di novembre 2003 sul recupero del patrimonio linguistico, chiesi al Prof. John Trumper se un toponimo potesse avere valore di documento storico ed egli mi rispose di sì.

Forte di questa affermazione insieme ad Antonio Asta ed a Pietro Perri iniziammo questo tipo di ricerca ed abbiamo scoperto tre toponimi significativi: lauri, aira di corazzo e grangu. Per quanto riguarda il primo mi era stato già indicato dallo storico Amedeo Miceli di Serra di Leo la cui famiglia risulta proprietaria di un vasto territorio sopra Bucita.

In località Lauri secondo gli intervistati (cacciatori, boscaioli ed anziani) dovevano esserci i ruderi di uno scarazzu (casolare di montagna) si trattava ora di fare un sopralluogo, insieme ad Antonio Asta ci siamo recati nel luogo che ci avevano indicato ed effettivamente vi erano dei ruderi che ad una prima impressione sembravano molto antichi e il tipo di costruzione sembrava risalire ad un’epoca molto lontana.

Chiaramente questa costruzione antica che sorge in un luogo che si chiama lauri sotto la quale scorre un ruscello che si chiama grangu e al di sopra un piano che si chiama aira di Corazzo mi ha fatto subito pensare ad una piccola grangia dove prima c’era una laura, ma questo chiaramente spetta agli esperti stabilirlo,** se la mia ipotesi dovesse risultare vera potrei affermare che quel rudere è la grangia che ha ospitato Gioacchino.

Il terzo toponimo mi richiamava alla mente l’Abbazia di S. Maria di Corazzo, ci doveva essere per forza un legame con Bucita ed infatti avevo ragione: in un atto del 1225 Bucita risulta tra le terre dell’Abbazia di Corazzo.

…….. et tenimentum Bucchitae cum canonibus castanetis suis in territorio Montis Alti, cuius tenimenti fines sunt isti: ab oriente est via publica, ab occidente locus qui dicitur Deo Gratias et Petra Cruciata; ab uno latere flumen Bucchitae, et ab alio flumen Lorici, et concluditur…

 

I toponimi deo gratias e petra cruciata ci sono ancora mentre quello dei fiumi è cambiato ma senza ombra di dubbio è la nostra Bucita.

 

* Il Tocco pensa che questo fatto abbia provocato la reazione dell’Arcivescovo di Cosenza, il quale gli avrebbe interdetto la predicazione (L’eresia nel medioevo - Firenze 1884 - pp. 269-270).

** Negli anni seguenti il Miceli ha fatto visitare i ruderi dall’Arch. Terzi che li ha collocati in un’epoca successiva.

 

Salvatore Mazzulla. 

mercoledì 17 luglio 2024

LEGGENDE SANFILESI: A quadara chjina d'oru di Santufilisi.



(Foto a sinistra) San Fili: l'imbocco della galleria "ara scisa du Canalicchiu". Al di sopra dell'imbocco della galleria si trova il famoso (leggendario?) tesoro. 

Foto Pietro Perri.

Si racconta di un povero ed avido signore (perché in effetti anche gli avidi possono essere poveri) che girò un’intera vita in largo e tondo il mondo in cerca di un tesoro che gli era stato assicurato da uno spirito burlone.

Quello spirito (forse “nu monachieddru”) gli aveva detto a chiare lettere: “Il tesoro è tuo. Cerca e lo troverai”.

L’unica cosa che non gli disse era il dove ed il quando.

Si dice ancora che solo quando ormai era giunto alla fine della sua vita, fatto finalmente ritorno a casa dopo decenni di peregrinazione, si rese conto di avere un tesoro sepolto nella cantina della propria abitazione.

Purtroppo in quel determinato momento, quando non aveva più forze (essendo ormai giunto al lumicino) né tanto meno più piacere per le cose veniali, il tesoro gli serviva a ben poco.

Oltretutto capì troppo tardi, impegnato in una ricerca senza senso e dall’incerto futuro, di aver sprecato un tesoro più grosso di quello che aveva trovato: la propria vita.

Una vita vissuta (con tutti i suoi lati positivi e negativi), infatti, vale più di un tesoro.

Ammirò un’ultima volta il suo tanto desiderato tesoro ed esalò l’ultimo respiro.

In quel determinato momento comparve sulla scena lo spirito burlone che prese tutto quel luccicante ben di dio per portarlo in un’altra cantina in attesa di un’altra deficiente vittima pronta a mettergli a disposizione la propria esistenza.

Lo spirito burlone, infatti, si cibava dell’esistenza di esseri stupidi ed avidi.

Non so onestamente se il povero ed avido signore fosse originario di San Fili (qualcuno dice di si) ma so che a San Fili in altri tempi (i magici tempi in cui la gente del luogo credeva in certe cose) circolavano tantissimi spiriti burloni (“monachieddri”?) e sul territorio sanfilese si racconta ancora che ci siano nascosti altrettanti tesori: jocche ccu ri prucini d’oru, ricatti di briganti e chi più ne ha più ne metta.


San Fili 1961: il foro del presunto "tesoro di santufilisi" in una foto (a sinistra) ripresa dall'archivio di Francesco (Ciccio) Cirillo.

Si dice persino che scendendo “ppe ru canalicchju” (dove tra l’altro possiamo incontrare la mitica “Fantastica”) ci si imbatte in ben due tesori fatati nascosti.

Dei due però solo uno è particolarmente famoso: “a quadara chjina d’oro di santufilisi”.

Pubblicai la prima volta il pezzo che vi ripropongo di seguito sul quindicinale “l’occhio” nel lontano 6 agosto 1995 chiudendo lo stesso con la promessa: “… la storia non finisce qua, in quanto esiste una versione goliardica che forse quanto prima vi racconterò”.

Inutile dire che tale versione non la raccontai mai e ciò per vari motivi uno dei quali è che a qualcuno, all’epoca, non faceva piacere si parlasse di ciò anche perché uno dei protagonisti della storia fu proprio suo padre.

Evitai.

Vediamo di seguito comunque cosa pubblicai sul quindicinale “l’occhio” nel lontano 6 agosto 1995.

*   *   *

Piazza Rinacchio (attuale piazza Adolfo Mauro, uno dei tanti indimenticati medici condotti del nostro paesino) è senza dubbio uno dei punti belli ed interessanti di San Fili; la stessa offre varie opportunità, non ultima quella d'imboccare la scesa "du Canalicchiu". Una strada irta e cementata che fino agli inizi degli anni ‘70 era una stupenda scalinata in pietra di fiume.

Alla fine della scesa ci s'imbatte tuttora nella casa degli eredi di Carminuzzu Arturi (u papararu). Di fianco alla casa, un'altra abitazione di epoca piuttosto remota e di grandi dimensioni, tuttora circondata d'un insolito muro in pietra. Il tutto lascia pensare ad una piccola postazione di guardia di qualche secolo addietro.

Percorsi una ventina di metri alla vostra sinistra, ecco che la strada si divide in due: dritti (passando sull'entrata della galleria ferroviaria, quella che congiunge le Volette con il tratto di ferrovia che si nota "sutt'aru Muragliune") si può proseguire per la Profico, mentre a destra, scendendo ulteriormente si può facilmente raggiungere il fiume Emoli. Questa seconda via per i nostri avi doveva essere di notevole importanza.

Al centro dell'incrocio (Profico, torrente Emoli, abitato di San Fili), dicono che circa venticinque anni fa ci fosse, nel muro che sostiene la proprietà dei Blasi, una nicchia con una croce in tufo. Purtroppo modernizzarono, distruggendo, la stupenda scalinata in pietra "du Canalicchiu".

Il muro venne in parte abbattuto e ricostruito per allargare la strada, della nicchia e della croce si perse, come volevasi dimostrare, ogni traccia.

Nel muro, esistono dei fori (sicuramente sfoghi per l'acqua... quelli che i tecnici moderni, arci-laureati, oggi non usano fare più, con le logiche conseguenze di frane, smottamenti ecc.). In uno di questi fori si può ancora notare "u funnu da quadara chjina d'oru", il tesoro magico e maledetto dei sanfilesi.

Come ogni tesoro di credenza popolare che si rispetti, anche per il nostro vi sono delle regole da seguire. Innanzitutto, se lo si vuol raggiungere, bisogna che la notte si sogni "u spirdu du tesoru" e che lo stesso ti dia le istruzioni per impossessarti dell'enorme ricchezza.

Per potersene impadronire, comunque, "u spirdu du tesoru" chiede, secondo il racconto dei nostri nonni, che, iniziato a scavare e giunti in prossimità della pentola, si abbia l'accortezza di uccidere in quel punto la persona a noi più cara. Persona che si è avuto la bontà dì portare seco.

Un povero signore dei secoli passati, vuole la tradizione, fece il sogno e la notte successiva, giunto sul luogo, iniziato a scavare e messo alla luce il fondo del pentolone, nel momento in cui doveva uccidere il proprio figlioletto per impossessarsi del contenuto del pentolone stesso, due fulmini presero forma nel cielo stellato, quasi usciti dal ventre della luna piena.

Due lampi illuminarono il tutto a giorno ed una pioggia intensa e prosciugantesi ancor prima di toccare il suolo fece la sua comparsa sulla scena. Fu allora che quel povero malcapitato, prendendo in braccio il bambino ancora illeso e profferendo una bestemmia, lasciò gli arnesi del mestiere sul posto e se ne ritornò alla propria abitazione, consapevole d'aver rinunciato ad un tesoro ma di aversene garantito un altro: il figlio che gli assicurò una confortevole vecchiaia ed una lunga discendenza.

Non credete alla storia del tesoro "du quadaruattu de Santu Fili"? ... il fondo della pentola è ancora oggi visibile, ma io, per gli altri fatti che ho sentito sul luogo, vi consiglio di continuare a non crederci: pensando che non c'è miglior tesoro di chi è a noi più caro.

Anche agli egoisti o ai burloni, cui spesso niente è più caro di se stessi.

*     *     *

Esiste davvero un tesoro “ara scisa du Canalicchiju”?

Tanti dicono che sia uno dei tanti classici racconti del focolare dei nostri bisnonni che, appunto grazie a tali racconti, riuscivano ad inculcare perle di saggezza nelle affamate menti dei loro nipotini.

Anche questo racconto dopotutto ci insegna che il tesoro più grande per l’essere umano è e resta la vita e gli affetti familiari.

Se ciò che ho appena detto comunque è vero, è vero anche il tesoro “ara scisa du Canalicchiju” in quanto anche le perle di saggezza, per la persona intelligente, sono un tesoro.

Che siamo comunque di fronte ad un tesoro vero (tangibile) anche se non fatto di monete d’oro e d’argento ce lo rende noto anche un piccolo fatto in cui sono stato invischiato qualche anno addietro con gli amici della Pro Loco di San Fili (istituzione di cui ero tra l’altro cofondatore).

Si doveva, un giorno, dar vita ad una iniziativa che avrebbe dovuto riproporre un sentiero che lungo il corso del torrente Emoli collegasse i due lati opposti del nostro centro abitato: da piazza San Giovanni a piazza Rinacchio.

Una stupenda iniziativa che, purtroppo, come tantissime cose belle realizzate nel nostro paesino, finì per morire nello stesso giorno in cui nacque. Non ci fu, cioè, un legittimo e naturale seguito.

Proposi il nome dell’iniziativa: “Du mulinu de fate aru tesoru du Canalicchiju”.

Perché riproporre oggi la storia de “u tesoru du Canalicchiju”?

In effetti a questa storiella (?) non ci pensavo da tempo… è da tempo che anch’io forse ho finito di credere ai miti che hanno formato e caratterizzato nei secoli passati la nostra piccola stupenda comunità. E purtroppo nello stesso momento in cui tutti finiamo di credere nei miti i miti cessano di esistere.

Perfino l’Olimpo e gli dei che il sacro monte ospitava hanno finito di esistere nel momento in cui la gente non ha creduto più nella loro esistenza: fu un’ecatombe divina.

Mi ha fatto tornare la voglia (nel mese di Giugno del 2010) di riproporre tale storiella l’amico (membro tra l’altro del Consiglio d’Amministrazione dell’Associazione culturale “Universitas Sancti Felicis”) Vittorio Agostino. Ed è sempre lui che mi ha fatto venire voglia di scrivere il seguito (ossia la versione hard) della ricerca dedicata al “tesoru du Canalicchiju”.

La prima parte della ricerca la dedico a mio padre Salvatore mentre la seconda (che pubblicherò quasi certamente sul prossimo bollettino) la dedico al caro compianto amico Mario Oliva.

*     *     *

In effetti dicevamo, anzi... scrivevo, di metodi per venire in possesso del tesoro raccolto in una “quadara” (il cui fondo ancora oggi si può vedere in un foro che si trova in un vecchio muro in pietra ai piedi “du canalicchiju”) ce ne sono almeno due: il primo l’ho detto or ora, il secondo lo trascrivo di seguito.

Nell’uno e nell’altro caso, è d’obbligo premetterlo, ci troveremo di fronte ad un sacrificio di sangue ma se nel primo caso si trattava di un vile infanticidio nel secondo caso… si può morire anche d’amore (dove l’amore fa rima con sesso).

Nel primo caso (ossia nel caso dell’infanticidio) è opportuno che si aspetti la visita “du spirdu” che ci venga a dare in sogno le opportune informazioni… il giorno e l’orario in cui dobbiamo trovarci al malefico appuntamento.

Nessuno s’illuda di far da sé, sarebbe inutile… senza l’aiuto e la presenza demoniaca “du spirdu du tesoru du canalicchiju” … niente tesoro.

A tutti è dato di vedere il fondo della preziosa pentola ma solo gli eletti (i maledetti, per dirla col giusto termine) potranno impossessarsi del contenuto della stessa.

Qualcuno dice che basterebbe armarsi di pala, piccone e olio di gomito? … inutile.

Chi sa la storia e chi sa il prosieguo della storia “du tesoru du canalicchiju” sa benissimo che verso la fine degli anni Sessanta (1969 circa) non servì a niente neanche l’utilizzo di una pala meccanica.

Le regole vanno rispettate, se non si vuole che tale tesoro resti sepolto ancora per altri mille anni in quel determinato punto… in quel determinato crocevia (perché in un crocevia dopotutto ci troviamo e si sa… i crocevia, da che mondo è mondo, sono stati sempre cari alle forze del male).

Ma tutto questo e tant’altro sarà materiale del prossimo bollettino.

*     *     *

Il crocevia è un punto particolarmente caro alle forze del male.

E’ proprio questo uno dei punti infatti che si preferisce, nella nostra (e non solo nella nostra) tradizione popolare, utilizzare per mettersi in contatto con il principe della notte (e/o i suoi seguaci) per chiedergli un qualsivoglia favore o per ringraziarlo di qualche favore dallo stesso ottenuto.

Al centro del crocevia si possono tra l’altro fare i cosiddetti “sacrifici di sangue” (immolando ad esempio un gatto nero o un gallo) tra i quali quelli che ci possono assicurare il venire in possesso del cosiddetto libro nero o libro infernale.

A San Fili, sempre e comunque nelle dicerie popolari, circola voce che in circolazione ce ne sia più d’una copia del libro infernale. Indovinate un po’ chi ne sarebbe in possesso? … azzeccato: dopotutto non siamo conosciuti come gli abitanti del “paese delle magare” per niente.

Di questo e di tant’altro comunque è giusto parlarne in un’altra occasione.

Il crocevia chiede di per se un sacrificio e sicuramente il sacrificio più grande finora chiesto da un crocevia è quello che ha visto immolarsi, per la salvezza dell’umanità, il figlio stesso di Dio. Dopotutto la stessa croce (simbologicamente parlando) altro non fa, con i suoi quattro bracci, se non collegare l’alto col basso (il divino con il profano) e l’uguale con l’uguale (l’intera umanità) e ci ricorda che solo abbandonando il temporaneo mondo profano (distaccando cioè i piedi dalla terra) possiamo innalzarci verso l’eterno spirituale.

Prima di essere figli degli ebrei (religiosamente parlando, in quanto Cristo comunque era un ebreo) noi calabresi (e quindi noi Sanfilesi) siamo figli dei greci.

Ma cosa c’entra la mitologia greca con il “tesoru du Canalicchiu”? … secondo chi scrive, tantissimo.

Gli antichi greci tra gli abitanti del loro affascinante mondo sovrannaturale avevano anche la dea Ecate… dea legata alla luna ed al mondo dei morti, in alcuni casi confusa con Artemide o Selene o Persefone.

Parente, secondo un concetto puramente cristiano, del nostro ormai più familiare Lucifero.

Il corteo che accompagnava (o accompagna?) Ecate era composto da spettri e cani ululanti: per tale ragione si usava mettere agli incroci delle strade offerte di cibo, per renderla benevola, in particolare l’ultimo giorno di ogni mese, a lei dedicato.

Ecate rappresentava l’aspetto più misterioso della luna, quello nella fase calante, in relazione con (guarda caso) le streghe e i riti magici.

Ecate più che i crocevia, a dire il vero, era custode dei crocicchi in generale ed in particolare quelli dove si congiungevano ad Y tre vie. In questi luoghi erano tra l’altro edificate edicole (intese come nicchie o tempietti che accolgono nel mezzo una statua o un’immagine religiosa) in suo onore… cosa (per chi ha buona memoria) che ci riporta anche questa al nostro ormai famoso tesoro “du Canalicchiju”.

In quel punto (trivio), infatti, fino alla fine degli anni sessanta, poco al di sopra del foro in cui si può ancora oggi notare il fondo da “quadara chjina d’oru di santufilisi” c’era una “edicola” in cui faceva bella mostra una croce in tufo. Non ci dovremmo meravigliare se dovessimo venire a conoscenza, in un futuro decisamente lontano, che forse tale crocefisso aveva preso il posto, in tempi remoti, d’una statuina della greca dea Ecate.

Dopotutto non sarebbe stata la prima volta, da parte dei seguaci del Vaticano, un tale scherzetto (ossia quello di appropriarsi di punti di culto e rituali di religioni precedenti alla loro).

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: ara fine du Canalicchiju (dove si trova sepolto il nostro - ? - tesoro) cc’eni nu crocevia o cc’eni nu trivio?

A dire il vero dobbiamo a priori scartare il concetto del crocevia in quanto quel punto, se non consideriamo la strada della perdizione, ossia quella che ci porterebbe ad uccidere qualcuno per entrare in possesso del malefico malloppo, di vie (possibili scelte) reali in effetti ce ne sono solo tre: il braccio che va verso il centro abitato di San Fili, il braccio che va verso contrada Profico e ed il braccio che va verso il torrente Emoli (ponte di Crispino).

Quindi siamo in presenza d’un trivio… un doppio trivio (nel giro di appena venti metri) per la precisione in quanto poco più sopra troviamo il trivio che si sviluppa tramite la salita du Canalicchiju (quella cioè che ci porta dritti dritti in piazza Rinacchio), una stretta via che ci collega alla via Destre ed il ritorno verso il punto in cui ritroviamo (considerato che ancora nessuno se l’è fregato) il nostro tesoro.

Il tratto verticale di tale lettera è la strada (vita passata) da cui si arriva e quelli diagonali le due vie (scelte, vita futura) che si è obbligati a scegliere ed a percorrere (non è ammesso infatti, in tale concetto, ritornare sui propri passi).

Nell’uno o nell’altro caso, giusto o sbagliato che sia, scegliendo si è comunque scelto di vivere.

La “non scelta” (restare fermi al bivio in attesa che passi da lì qualcuno che scelga per noi) è un modo come un altro (l’unico certo) che ci porterà lungo la strada sbagliata, quella della perdizione, quella dei “morti”.

“Chi si ferma”, al trivio, “è perduto”: ce lo ricorda, a noi sanfilesi, anche il tesoro che si trova sepolto “ara scisa du Canalicchiju”.

Un doppio trivio, dicevo, e forse è proprio per questo che qualcuno parla di due tesori presenti… ara scisa du Canalicchiju… due tesori che da secoli disturbano (o consolano) il sonno e i sogni dei sanfilesi speranzosi e bisognosi (in particolare quelli dei fanciulli che vedono una fiabesca alternativa ad un futuro segnato a priori da un fallimento che si portano impresso a caratteri cubitali sulla propria fronte).

Due tesori che purtroppo rischiano di sparire per sempre dall’affascinante memoria storica della nostra comunità perché le nuove leve, il promettente futuro dei sanfilesi, oggi non credono più nel mistero, nella tradizione, nel loro passato. Perché i nostri anziani, e noi stessi, stiamo disimparando a rispettare ciò che ci circonda ed a parlare con ciò che ci circonda.

Oggi una pietra (o un foro nel muro) altro non è che una pietra (o un foro nel muro)… inutile anche a se stessa.

Fino a qualche decennio addietro (per i nostri padri o per i nostri nonni) anche una pietra era un essere vivente con tutta una sua storia da raccontarci. Fino a qualche decennio addietro un semplice foro nel muro si rivelava, a noi e a chi ci aveva preceduto, come uno stupendo ed accattivante libro d’insegnamento di alta moralità.

E noi fanciulli? Come ci ponevamo davanti alla storia de “a quadara chjina d’oru di santufilisi”.

Non chiamateci veniali (diversamente guardatevi in uno specchio) ma l’oro (e quanto oro!) interessava anche a noi.

Le domande che ponevamo a chi ci raccontava questa stupenda storia erano tantissime. Tutti, infatti, eravamo interessati a capire come mai il tesoro dopo secoli stava ancora là.

Perché chi sapeva e chi ci aveva preceduto in questo mondo di problemi economici non si era impossessato del fantastico tesoro?

*     *     *

Mamma, perché nessuno va a scavare in quel punto ed a prendersi il tesoro?

- Perché sarebbe inutile, Pietro, in quanto se non ti è venuto in sogno nu spirdu a darti le istruzioni del caso (dove scavar esattamente, che sacrificio compiere, in che ora ed in quale giorno presentarti all’appuntamento e via dicendo) puoi anche recarti sul luogo con pala e piccone ma per quanto tu possa scavare il tesoro si allontanerà di pari passo verso il centro della terra.

A dire il vero, l’unica cosa che si sapeva per certo era l’ora dell’appuntamento: lo scoccare della mezzanotte.

Un attimo magico che ci sarebbe stato ricordato, senza bisogno di portarci dietro un orologio (dopotutto ancora negli anni sessanta erano ben pochi quelli che ne possedevano uno) dallo scandagliare dei dodici rintocchi dell’orologio del campanile della Chiesa Madre.

- Mamma, ma c’è un modo per sognarmi u spirdu du tesoru?

- Si! Basta che appena ti svegli inizi a pensare per l’intera giornata aru tesoru du Canalicchiju. Vedrai che la notte ti verrà in sogno.

Inutile dire che il secondo giorno la mente del fanciullo a tutto era intenta… tranne che a pensare aru tesoru du Canalicchiju.

E purtroppo senza l’aiuto de nu spirdu (monachieddru?) sembra sia impossibile arrivare ad impadronirsi du tesoru di santufilisi. Ed oltretutto anche quando si ha il fatidico incontro normalmente la posta che ci chiede in cambio vale almeno, se non di più, quanto l’intero tesoro: un tesoro in cambio di un tesoro… oro in cambio di una vita (cara) umana.

*     *     *

Potrei cominciare la mia storia con il classico “c’era una volta” continuando con l’ancor più classico “e c’è ancora”… e non potrei essere tacciato certamente di falsità perché, che ci si creda o no, u tesoru ara scisa du canalicchiju (ovvero “a quadara chjina d’oru di santufilisi”) … c’era una volta e c’è ancora.

In quale punto si trova? … l’abbiamo detto precedentemente (n.d.r.: vedasi i “Notiziario Sanfilese” dei mesi di Giugno e Luglio 2010). Come si fa a venirne in possesso (cosa decisamente più semplice a dirsi che a farsi, diversamente sarebbe sparito da tempo immemorabile dalla memoria dei sanfilesi) in parte l’abbiamo già detto (riportando un fatto ad esso collegato) ed in parte (riportando un altro fatto ad esso collegato) lo diremo in quest’occasione.

Ciò che sto per raccontarvi avvenne nella prima metà (decennio prima, decennio dopo) del XX secolo: qualcuno dice prima della prima grande guerra, qualcuno dice durante o tra le due grandi guerre e qualcuno dice ancora… immediatamente dopo la seconda grande guerra.

Personalmente propendo per un periodo compreso tra il 1915 ed il 1930, ma la data esatta, così come i nomi dei protagonisti (che di fatto saranno inventati… i nomi dei protagonisti, non la storia) non cambia certamente l’importanza ed il succo (il significato finale, la morale) della nostra storia.

Ma veniamo al nostro racconto.

*     *     *

C’era una volta un tesoro, ara scisa du canalicchiju, e c’è ancora… malgrado quanti (decisamente tanti ed in quanti modi Dio solo lo sa) tra i sanfilesi (gli abitanti di San Fili, stupendo paesino in provincia di Cosenza) abbiano tentato, vanamente, nelle varie epoche, di venirne in possesso.

Tra i tanti nostri concittadini, passati da tempo a miglior vita, ci sono stati, cercatori improvvisati (o sfigati tentati e giocati da un subdolo destino) anche gli amici Salvatore e Giovanni.

Si era, ma non ne sono sicuro, nel periodo compreso tra il 1915 ed il 1930: periodo di fame e di paure. Periodo in cui l’entrare in possesso d’un leggendario tesoro quanto quello sepolto, ara scisa du canalicchiju, dentro una capiente quadara, avrebbe risolto il problema a più d’una famiglia… almeno a tre famiglie e sicuramente per diverse generazioni a venire. Periodo in cui tutti erano più rispettosi l’uno con l’altro anche perché l’uno era il povero “villano” che coltivava la terra con contratto a terzadria e l’altro era il feudatario di turno. Periodo in cui se uno lasciava la sera il portafoglio in piazza San Giovanni la mattina successiva l’avrebbe trovato nello stesso posto e con tutto ciò che c’era dentro… ad avercelo però un portafoglio e ad avere qualcosa da metterci dentro!

- Si stava miegliu na vota!

… diceva fino poco tempo addietro, ossia quand’era ancora in vita, il guardiano delle terre dei baroni Miceli. Peccato che non tutti in tempi di magra, come quelli che hanno interessato la prima metà del XX secolo in quasi tutto il Vecchio Continente, a San Fili erano guardiani delle terre dei baroni Miceli.

*     *     *

- Tutu’, mi l’aju sonnata.

- Cchidi, Giuva’?

- Tutu’, m’aju sonnatu a za Gena a bonanima da mugliere de Chiripiddru. A magara morta l’annu scorsu. Ed io a za Gena cce sempre volutu bene, l’aju sempre rispettata ed aju sempre cridutu a chiru chi dicia... e cce criju puru moni. Stavota, Tutu’!, ni conzamu ppe re feste.

- Chi vo di’, Giuvà? … cchi significa: l’ajutu mio e puru de ‘ncun’avutra? … e pue tu cridi ancora a ra favola du tesoru du canalicchiju?

- Tutu’, dammi u tiempu de parrà e ti dicu tuttu. Puru io penzava ca a storia da quadara chjina d’oru di santufilisi era tutta na fissaria. L’atr’ieri, ti dicìa, m’aju sonnatu a donna Gena chi m’ha dittu cc’avimu de fare ppe ni pigliare u tesoru du canalicchiju… e mmi serve l’ajutu tue e puru, tu ripiatu, de ‘ncun’avutra.

*     *     *

L’ammetto: il dialogo tra compa’ Tuture e compa’ Giuvanne nonché la figura di za Gena (a magara) sono frutto della mia bacata fantasia… ma avrebbe potuto svolgersi realmente. Avrebbe potuto essere questo, infatti, uno dei motivi per il quale due nostri compaesani (di cui si sconoscono le famiglie di appartenenza) più una nostra compaesana (dalle dubbie generalità), si ritrovarono, in una notte di luna piena (sicuramente in un mese di marzo o in un mese di giugno) allo scoccare del dodicesimo rintocco del nostro stupendo campanile… nell’esatto punto in cui è sepolto “u tesoru du canalicchiju”.

Il rito, diciamolo a priori, prevedeva che a turno i nostri eroi (compa’ Giuvanne e compa’ Tuture) giacessero carnalmente con la nostra compaesana (… vergine? … può darsi, ma sicuramente non dopo la piccante avventura) e nel mentre l’uno faceva l’amore con la nostra eroina l’altro doveva scavare nel preciso punto in cui si sapeva essere sotterrato il prezioso recipiente (a quadara chjina d’oru di santufilisi).

Rito d’amore, decisamente profano, da cui quasi certamente avrebbe preso forma una nuova vita (magari diabolica) e rito di morte.

La divisione del bottino (il tesoro), infatti, sarebbe stata fatta in due parti: metà alla donna e metà al nostro compaesano sopravvissuto.

Proprio così, perché o compa’ Giuvanne o compa’ Tuture quella sera ci avrebbe quasi certamente lasciato le penne… e loro lo sapevano benissimo. Un prezzo, dopotutto, era giusto pagarlo.

A lasciarci le penne (inutile dire che non lo sapevano a priori) sarebbe stato il primo, tra compa’ Tuture e compa’ Giuvanne, che scavando avrebbe toccato (col piccone o con la pala che avevano a disposizione) il metallo “da quadara chjina d’oru di santufilisi”.

*     *     *

La cosa andò avanti per qualche tempo (difficile dire all’epoca che resistenza avessero i nostri compaesani nel fare certe cose). Andò avanti finché compa’ Giuvanne (ma poteva essere stato benissimo compa’ Tuture) non sentì, nel suo incedere scavando, un suono di metallo contro metallo… o almeno così sembro al nostro eroe.

Apriti cielo!

Contemporaneamente a quel metallico “den” ecco sentirsi nell’area circostante tutta una serie di rumori di catene, fruscii assordanti di rami contro rami, urla bestiali e, a qualche decina di metri, persino tutta una serie di fiaccole venire in direzione del predestinato a morte sicura: l’inferno aveva aperto, per un istante, le sue porte.

- Piglialu, piglialu ch’eni u nuostru!

Si udivano in coro delle voci decisamente lugubri e minacciose.

A scanso d’equivoci, comunque, diciamo che per fortuna quella notte nessuno tra i nostri impavidi concittadini passò a miglior vita.

Il motivo? … dallo spavento compà Giuvanne, che sicuramente ed a buona ragione se l’era fatta pure addosso, lasciò cadere i ferri del mestiere e se la diede a gambe verso il paese ed in particolare verso il sacrario della chiesa Madre a chiedere perdono e protezione a Dio e a tutti i santi del paradiso.

Da come scappava, inutile dirlo, i demoni e le anime dannate per l’occasione usciti dall’inferno non riuscirono neanche a sfiorarlo.

E “u tesoru du canalicchiju”? … inutile dire, caro amico paziente lettore, che “a quadara chjina d’oru di santufilisi” si trova ancora lì… da tempo immemore, al trivio in cui s’incontrano il braccio di strada che sale verso l’abitato di San Fili, il braccio di strada che porta alla contrada Profico e la via che scende verso il torrente Emoli dove si trova il ponte di Crispino.

… e, credetemi, secondo me ci resterà ancora per diversi secoli a venire. Ci resterà ancora almeno se noi, sicuri della realtà storica di tale racconto, passando per quel punto e guardando in un foro nel muro in pietra… noteremo, in fondo, la parte inferiore di una grossa ed allettante “quadara”.

*     *     *

Piccola nota a scanso d’equivoci.

Questa storiella me la raccontò qualche anno addietro il mio compianto, carissimo e preziosissimo per i miei scritti, amico Mario Oliva.

Mario mi propose tra l’altro, se volevo pubblicarla e mettere qualche dettaglio in più sulla vicenda, di chiedere qualche informazione anche ad un altro carissimo compianto amico.

Siccome questo secondo personaggio all’epoca volle restare anonimo, farò in modo, per rispetto alla sua memoria, di farlo restare anonimo anche in quest’occasione. Dirò solo che era un bravo falegname del paese (tanto per restringere il campo).

Fatto sta che quando gli chiesi se sapeva qualcosa in merito all’avventura capitata ai nostri concittadini compa’ Giuvanne e compa’ Tuture, poco ci mancò che non prendesse un manico d’ascia (ad avercelo vicino in quel momento) e me lo tirasse dietro.

*     *     *

A quadara chjina d’oro… e autri tesori di santufilisi.

*     *     *

San Fili, diciamolo pure, è strapieno di tesori (fantastici?) sotterrati… ma non chiedetemi “sotterrati, da chi?”, anche se potrei dare almeno due risposte in merito, forse non sbagliando in nessuno dei due casi ma sicuramente azzeccandola più nel secondo caso: 1) da qualche spirito malefico che fin dalla realizzazione del primo fabbricato si è impossessato del nostro territorio; 2) dalla saggezza popolare dei nostri avi.

I tesori, le ricchezze ed i soldi facili quasi sempre sono collegati (e ciò lo sapevano benissimo quanti ci hanno preceduto nel cammino della vita) a problemi, a dolori, a sciagure, a mali dell’umanità quali l’invidia, l’odio anche a carattere familiare, le guerre e chi più ne ha più ne metta.

Ovviamente se l’alternativa è la povertà assoluta (povertà intesa anche e soprattutto come dover sottostare alle angherie dei potenti ed il mancare persino dei beni elementari quali il mangiare sulla propria tavola e per i propri figli)… meglio la ricchezza.

Se la ricchezza infatti non dà la felicità… sicuramente la povertà non fa niente per alleviare i problemi che hanno dato vita all’infelicità.

L’ottimale, comunque, è e resta l’equilibrio in tutto: giusta ricchezza (benessere) e giusto distacco dalle cose terrene.

Ecco perché i nostri genitori (o, ormai più esattamente, i nostri nonni) con i loro racconti anche di tesori nascosti cercavano di insegnare, a loro modo, alle generazioni future principalmente ad apprezzare la propria vita e la vita dei propri cari (vero tesoro in tutto il loro “racconto del focolare”).

Il raggiungimento del proprio fine, il ritrovamento del tesoro “fatato” (o “stregato”?) infatti imponeva comunque, al raggiungimento dello stesso, la morte di se stessi o di un proprio caro: ne sarebbe valsa la pena?

Pensavo che avrei potuto concludere questa ricerca (questo “mio” scritto) su “a quadara chjina d’oro di santufilisi” raccontando l’avventura horror-goliardica capitata ad alcuni nostri compaesani nella prima metà del XX secolo… in quel “du canalicchiu” quand’ecco arrivarmi, tramite posta elettronica, un messaggio dal mio amico Joe (Giuseppe) Muto da Toronto in cui lo stesso mi narra di un altro tesoro presente nel territorio di San Fili… n’atru tesoru di santufilisi.

Non volendo entrare in merito alla realtà del racconto ovviamente cambierò nomi e collegamenti familiari. Si sappia comunque che la famiglia (o qualche familiare) interessata da tale racconto vive ancora a San Fili.

Ma passiamo al messaggio di posta elettronica (datato 12 Giugno 2010) trasmessomi dall’amico Joe (Giuseppe) Muto.

*     *     *

Ciao Pietro,

L'articolo che hai scritto, A quadara chjina d’oro di santufilisi, non è una fantasia.

Ecco la storia che (...) Francesca (..), mi ha raccontato tante volte.

“Una notte, dopo aver un fatto un sogno, é andata con suo marito Michele e suo figlio Gianni, di due anni circa, verso i Jizzi. Francesca ha cominciato a scavare dove il sogno gli aveva detto di scavare, quando sentì una cosa dura con la pala, ha notato che Gianni cominciava aver difficoltà a respirare. Subito Francesca ha fermato il suo lavoro di scavo e Gianni ha cominciato a respirare normale. Impauriti, sono ritornati a San Fili. Il giorno seguente sono ritornati a finire di scavare ma nel punto dove avrebbero dovuto trovare il tesoro hanno trovato solo un secchio di carboni. Francesca ha concluso che se avesse continuato a scavare, avrebbe trovato il tesoro però avrebbe sacrificato la vita di suo figlio”.

Quello che hai scritto è veramente interessante.

Ciao per adesso, da Peppino.

*     *     *

Ed è interessantissimo anche il racconto riferitoci dall’amico Joe Muto. Non per l’esistenza reale, cui ovviamente chi scrive non crede, del tesoro che dovrebbe trovarsi o in altri tempi si sarebbe trovato in contrada Jizzi di San Fili ma sia per il valore morale (educativo) del racconto stesso e sia per i punti in comune che ha tale racconto (leggenda?) con il racconto de “a quadara chjina d’oro di santufilisi”.

Nell’uno e nell’altro caso i Sanfilesi devono aspettare il sogno premonitore (u spirdu du tesoru) che gli apra la strada verso l’eterna terrena ricchezza… oltre alle porte dell’inferno.

*     *     *

Nell’uno e nell’altro caso ci sarà comunque la morte di una persona cara (normalmente un figlio) se non di se stessi (n.d’a.: come nel caso del racconto hard surriportato).

Nell’uno e nell’altro caso siamo nei pressi di un trivio (l’incontro di tre strade) e forse anche di un albero particolare o quanto meno secolare. “Ara scisa du canalicchiu” ad esempio c’erano delle gigantesche querce. Ricordo che, prima d’incrociare la casa degli eredi di Carmine Arturi ce n’era una decisamente accattivante, per noi fanciulli, sia per la sua maestosità di tale quercia e sia per il fatto che la stessa presentava l’interno del tronco completamente cavo.

Tramite tale cavità noi fanciulli potevamo facilmente raggiungere il punto di sviluppo dei rami principali dell’ammaliante quasi materna quercia… ed era subito avventura.

Quante stupende avventure ci permetteva di vivere, decisamente sottocosto, a noi ragazzi degli anni Sessanta (e a quanti ci avevano preceduto), la natura circostante.

Quella quercia oggi (dopo aver tanto dato a noi Sanfilesi), inutile dirlo, non c’è più. Ad ucciderla comunque non sono stati gli anni ma solo l’irriconoscenza umana, le assordanti motoseghe e la, dulcis in fundo, speculazione edilizia.

Per ritornare al filo conduttore di queste pagine, comunque, non mi meraviglierei di trovare nei pressi di contrada Jizzi qualche vecchia quercia, qualche superbo noce o qualche accattivante pigna.

In tutti i casi (racconti dei tesori presenti nel sottosuolo del territorio del nostro paese) la fine comunque è uguale: nessun morto, nessun arricchimento facile… tanta saggezza in noi fanciulli che ascoltavamo, decisamente presi dal racconto, tali stupende storielle.

La vita di un figlio, la vita un caro amico e/o la propria vita valgono sicuramente molto di più… “de na quadara chjina d’oro”.

Non credete a quest’ultima affermazione? … allora non vi resta che affidarvi “a ru spirdu du tesoru”, dopo averlo convinto a venirvi in sogno, e recarvi, nell’ora (mezzanonte in punto?) ed accompagnati da colui che il demone vi indicherà. Dove? ... nel punto in cui vi ho rivelato che è sepolto, ormai da tempo immemore, “u tesoru du canalicchiu”.

Da parte mia una sola richiesta: non chiedetemi di accompagnarvi… ci tengo alla mia vita (e non vorrei che “u spirdu du tesoru” vi abbia detto che la vittima da sacrificare si chiama… Pietro Perri)!


domenica 14 luglio 2024

LEGGENDE SANFILESI: U purceddhruzzu de sant'Antonu.


Falena (foto dal web).

San Fili e i Sanfilesi sono molto legati aru purceddhruzzu de sant'Antonu.

“U purceddhruzzu de sant’Antonu”, diciamolo a scanso d’equivoci ed a priori, non è un maialino (appunto “nu purceddhruzzu”) ma è una bellissima, si fa per dire (in quanto di bello ha ben poco) farfalla… casalinga.

E’ una farfalla pelosa, grossa, buffa e goffa che non disdegna, a differenza dei propri simili, neanche avere contatti ravvicinati col genere umano.

Non raramente si rischia di trovarcela, oltre che dentro casa, sui nostri vestiti e persino sulle nostre mani.

Secondo i nostri padri “u purceddhruzzu de sant’Antonu” era (e per alcuni di noi ancora è) portatore di buone notizie.

Quando lo si trovava dentro casa, infatti, si pensava fosse venuto per comunicarci il prossimo arrivo di soldi (più o meno aspettati) o comunque di buone notizie (magari la realizzazione, quasi in modo miracoloso) di un desiderio risolutore del nostro terreno calvario.

Guai ad ucciderne, volontariamente, una o semplicemente a cacciarla fuori di casa: la maledizione può colpirci da un momento all’altro.

*     *     *

Questa breve paginetta la dedico a mio padre Salvatore Perri (passato a miglior vita, a circa 85 anni, il 17 settembre 2003... era un mercoledì, un mercoledì della Madonna del monte Carmelo).

La dedico a mio padre in quanto mio padre... mi ha insegnato a credere...'ntru purceddhruzzu de sant'Antonu.

Pietro Perri.

*     *     *

Fermo restando che sulle farfalle in generale (nel modo in cui le consideravano quanti ci hanno preceduto) ci sarebbe tantissimo da dire e da scrivere... e chissà che un giorno non vi scriva sopra qualcosa.

*     *     *

N.B.: la presente pagina è stata ripresa dal "San Fili Blog by Pietro Perri". Brano pubblicato tra l'altro sul "Notiziario Sanfilese" del mese di Febbraio 2011.


domenica 7 agosto 2022

Quando le donne ricamano.


San Fili anni Sessanta - Donne d'altri tempi. 

Foto archivio Francesco (Ciccio) Cirillo.

Credete negli oroscopi? ... nella lettura dei fondi dei caffè o nei tarocchi? ... se credete a tutto ciò allora non potete non credere all'oracolo delle donne che ricamano!

Lo so, ogni tanto vi viene il dubbio che l'autore di queste pagine web su San Fili non sia poi tanto in regola con le rotelle della testa, ma questo simpatico oracolo mi è stato raccontato da una simpatica anziana signora e non ho potuto fare a meno di riportarvelo.

E' un oracolo d'altri tempi e non certamente consigliabile per l'adozione quotidiana dello stesso... non fosse per altro, se non per il male che cagiona alle Cassandra di turno.

Tanti e tanti anni fa, le signorine ritornando dal lavoro nei campi, spesse volte si riunivano e si riposavano "lavorando all'uncinetto" (oggi non solo non vanno nei campi, ma dubito che tante di loro si riposino "lavorando all'uncinetto") ricamando ed in tal modo contribuendo fattivamente ad aumentare il loro seppur scarno corredo.

Ricamando ricamando, non raramente finivano per pungersi a qualche dito della mano ("sinistra" specifica la mia cara e simpatica anziana confidente). Un po' come dire che chi gioca col fuoco prima o poi finirà per bruciarsi... e chi lavora (o gioca) con gli aghi, di conseguenza, non dovrà meravigliarsi se prima o poi finirà per pungersi.

Ed è proprio dalla "punciuta" che prende forma il nostro oracolo: in base al dito interessato, infatti, cambiava di volta in volta il profetico significato.

Una "punciuta" al pollice significava piacere imminente (la mia confidente afferma che era vero in quanto nel men che non si dica si verificava qualcosa di positivo per l'interessata).

Una "punciuta" all'indice significava dispiacere.

Una "punciuta" al medio significava posta in arrivo (n.d.r.: cosa che in altri tempi faceva enorme piacere sia per le buone nuove dei parenti lontani e sia perché, non raramente, in qualche busta si poteva trovare anche qualche dollaro americano. Oggi, purtroppo, gli italiani emigrati iniziano a scrivere tramite e-mail... e alle e-mail i dollari possono allegarsi solo in formato *.bmp o *.jpg).

Una "punciuta" all'anulare significava visita in arrivo.

Una "punciuta" al mignolo, infine, significava matrimonio nelle vicinanze.

Personalmente non so se quest'oracolo abbia fondamenta reali, il giorno che anch'io mi dedicherò al ricamo (lasciando magari l'hobby della scrittura... cosa richiestami da più tempo da qualche ignorante in libera circolazione per corso XX Settembre) vi saprò dire qualcosa di più in merito.

Era comunque un buon metodo per passare tra le amiche simpaticamente un po' di tempo assieme... ricamando (ossia facendo qualcosa di utile) e chiacchierando del più e del meno.

Oggi i tempi sono leggermente cambiati, malgrado si continua a ricamare e a tagliare nei nostri paesini.

Solo che il ricamo, il cucito ed il tagliare ("fuorficiare") dei nostri giorni non si fa più all'interno delle case, ma seduti (sedute) ad una panchina nel mentre si vede qualche compaesano o compaesana passare nelle vicinanze.

Potete anche non crederci... ma gli si cuciono (o le si cuciono) degli abiti addosso con una tale perfezione che neanche il più grande stilista nazionale riuscirebbe in una tale impresa.

San Fili "mmianzu u puontu". Festa estiva paesana agli inizi degli anni 2000 (2003?). A sinistra, in primo piano, la simpatica signora Maria Maier. Nella foto vediamo, intento a suonare la fisarmonica, il figlio Luigi (Gigino) Iantorno. Inutile dire che la signora Maier è stata mia preziosa confidente per questo ed altri articoli. Foto, ovviamente, by Pietro Perri.

*     *     *

Questo articolo (Quanto le donne ricamano) mi è particolarmente caro.

Nel 2000 fu citato anche dalla rivista "Il Mio Computer" con un titolo (l'articolo della rivista "Il Mio Computer" a dir poco stupendo: UN PAESE INCANTEVOLE.

Riporto di seguito la pagina della citata rivista in cui si parla del mio sito "SAN FILI BY PIETRO PERRI" ed in cui viene citato anche il mio articolo dal titolo "Quando le donne ricamano".

Proprio così: è la pagina n. 111 della rivista (a tiratura nazionale) "Il Mio Computer" del mese di novembre (speciale SMAU) 2001. Il sito recensito sulla sinistra è proprio "San Fili by Pietro Perri". Questa è la recensione degli esperti della succitata rivista:

Il sito di Pietro rivela l'amore per il suo paese e per le sue tradizioni, ci sono storie e curiosità dai sapori antichi. Leggiamo per esempio nella sezione Storie e Leggende, in base alle regole di un particolare oroscopo, cosa può aspettarsi dal futuro una nostra amica o una nostra parente se si punge un dito quando cuce o ricama.

Scusate se è poco.

By Pietro Perri.


martedì 26 aprile 2022

LEGGENDE SANFILESI: U monachieddhru.



U monachieddhru.

Immagine a sinistra ripresa dal web.


Streghe, stregoni, magare, spirdi, fantasmi, mommaruti, esseri sovrannaturali in buona parte decisamente malefici e, perché no?, tra i tanti persino (tremate, gente, tremate)… u monachieddhru.

Si, proprio così, perché a San Fili in altri tempi (tempi in cui si credeva in certe cose e per il fatto di crederci queste cose finivano per prendere vita) si aggirava indisturbato (ma decisamente “disturbante”) persino… u monachieddhru.

Dicono, di quest’essere buffo e dispettoso, che oltre che comparire e scomparire nelle case di tantissimi nostri compaesani, amava anche fare le sue (decisamente rare però) plateali apparizioni in alcune zone del nostro centro storico. Tra queste zone c’era anche via San Vincenzo Ferreri (per quanto riguarda la salita verso via Manca).

Ma chi è… u monachieddhru?

U monachieddhru è un folletto pazzerello, guarda caso vestito da… monaco (situazione che di fatto ne giustifica il nome), che si diverte a fare dispetti ai bambini e non solo ai bambini (facendo sparire piccoli oggetti o facendo strani rumori, versi o imitando la voce di persone, lontane e spesso anche defunte, a noi care).

Guai ad incavolarsi con u monachieddhru. Dicono che si offende facilmente e che sia alquanto vendicativo.

Hai perso un mazzo di chiavi? … non arrabbiarti più di tanto ma chiedi, gentilmente, a ru monachieddhru di fartele ritrovare. Miracolo: li hai davanti agli occhi o in tasca.

U monachieddhru in ogni caso si discosta dalle altre entità sovrannaturali che abitarono (chissà che fine hanno fatto in questi ultimi decenni) San Fili in quando non sempre è catalogabile tra le presenze malefiche. u monachieddhru infatti non raramente viene considerato come un nume tutelare della casa e quindi, se lo si sa prendere per il verso giusto, ne diventa una presenza… benvenuta.

Secondo la tradizione, infatti, u monachieddhru trae la propria origine da alcuni angeli rimasti sospesi (chissà per quale motivo) tra il cielo e la terra e quindi non legati alle forze del male.
Poiché è in grado di predire il futuro e di portare buone notizie a chi ha la fortuna/sfortuna d’imbattersi in lui è detto anche… augurieddhru.

*     *     *

U monachieddhru? ... che stupendo personaggio!

Reale? … di fantasia? … chissà! … e poi, chi ci dice, in quest’assurdità di mondo in cui viviamo (un mondo dove regolarmente s’intersecano dimensioni temporali diverse), quando cessa di esistere la storia fantastica e quando prende il sopravvento la cruda realtà?

Oggi persino i gestori delle più grandi religioni (di per sé legate al mondo del sovrannaturale, ovvero dello stesso mondo di cui fanno gli spirdi, i demoni, le streghe e gli stregoni - le magare no, quelle, specie a San Fili, li salutiamo tutti i giorni e quindi siamo certi che fanno parte del mondo reale) affrontano quotidianamente grosse difficoltà nel cercare di fare nuovi accoliti e/o di mantenersi stretti quelli che già hanno.

Una volta, tanto e tanto tempo fa, ai tempi dell’antica Roma o della Magna Grecia ma anche, nel Meridione d’Italia, fino alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso) il discorso era diverso: c’era posto per tutto e per tutti, anche per ciò che non esisteva ma che necessitava d’essere creato… per il bene (o il male?) dell’intera umanità.

A chi scrive piace pensare che esista una seconda dimensione (… e/o, perché no?, una terza, una quarta, una quinta… magari persino quella in cui vive il maghetto Harry Potter!) che di tanto in tanto interagisce con la nostra dimensione lasciando prigionieri dell’una e dell’altra dimensione esseri facenti parte della prima o della seconda e viceversa.

Dopotutto come si può credere in un Essere Superiore senza credere ad un presupposto di più dimensioni? … e non credere a ciò significa uccidere, annullare… persino gli dei.

Gli dei della Grecia o di Roma hanno cessato di vivere quando, con l’avvento (non certo indolore) del cristianesimo, la gente ha cessato (o ha pensato d’aver cessato) di credere in loro. Si dice, tra l’altro, che quando Cristo dopo il terzo giorno tornò in vita... si udì per il mondo conosciuto una voce spettrale gridare ai quattro venti: “Il grande dio Pan”, il nostro amato dio dei boschi, della saggezza e della felicità, “è morto!” (“Pan ho megas tethneke” ).

*     *     *

U monachieddhru? ... che stupenda creatura.

Sarebbe bello venire a sapere come e quando i nostri avi si sono imbattuti in questo stupendo personaggio e chissà se si siano mai posti la domanda se sia u monachieddhru ad essere frutto della loro fantasia o loro frutto della fantasia di quest’ultimo.

Chi scrive non ha avuto incontri ravvicinati con u monachieddru (io, infatti, appartengo al periodo in cui a farla da padrone nei vicoli del centro abitato di San Fili o lungo il suo terrificante perimetro era la Fantastica, qualche magara, qualche strega propriamente detta e qualche spirdu di passaggio) malgrado con tanti esseri sovrannaturali da piccolo ha piacevolmente (o orribilmente) convissuto.

Eppure anche lui, u monachieddhru, era conosciutissimo, nei bei tempi che furono, nella Comunità Sanfilese.

Nei miei ricordi non era semplicemente il mattacchione che si divertiva a nascondere oggetti o a metterli fuori posto magari sul pavimento in punti in cui avresti potuto facilmente inciamparci... lasciandolo sbiascicarsi dalle risate per lo scherzo, simpatico per lui, riuscito.

Nei miei ricordi, ovviamente di quando ero ancora un lattante (siamo nei lontani anni Sessanta del XX secolo), u monachieddhru era quell’essere insopportabile che veniva, nel corso della notte, a disturbare il tuo innocente sonno: avevi un peso sulla pancia e sul petto... ti mancava il respiro... aprivi gli  occhi tutto sudato ed affannato e... chi ti ritrovavi seduto sul tuo pancino, con le mani sul tuo petto e che ti guardava sghignazzante dritto dritto negli occhi... con i suoi occhi orrendamente spalancati? ... proprio lui: u monachieddhru!

All’epoca, inutile dirlo, in casa mia non c’erano scorte di “Dolce Euchessina” (n.d’a.: medicinale che negli anni Sessanta e Settanta veniva pubblicizzato come un toccasana anche per l’uso sui bambini con problemi di digestione... o pesantezza - a causa de “... u monachieddru?” di stomaco) e quindi non raramente u monachieddhru - nelle lunghe e buie notti in quel casolare di campagna alle Volette - la faceva da padrone.

Fu in quel tempo che chiesi a mia madre chi era e cosa faceva u monachieddhru e lei detentrice dell’antico sapere in casa nostra, nella sua proverbiale pazienza, mi erudì in merito a questa simpatica... magica presenza “casalinga”: sui suoi pregi e sui suoi difetti... sulle sue straordinarie potenzialità.

Mia madre mi disse che questo era un essere terribilmente dispettoso ma comunque un buon giocherellone. Quindi non cattivo se non lo si faceva incavolare più di tanto. Un essere con cui si poteva benissimo... coabitare.

Dopotutto se u monachieddhru si rende conto che la famiglia che lo ospita si trova in grosse difficoltà ce la mette tutta per aiutarla. Dandole anche qualche insperato aiutino economico: u monachieddhru è riconoscente dei piccoli accorgimenti che si usano nei suoi confronti (tipo lasciando qualche avanzo di leccornia sul tavolo da cucina a suo uso e consumo nel corso della notte).

E se nel corso della notte ci viene a fare visita nel modo surriportato ovvero cercando di rovinarci la nottata? ... non è detto che tutto il male vien per nuocere. Dopotutto... se si riesce ad impadronirsi del cappuccio de u monachieddhru... abbiamo fatto, come si diceva fino a pochi anni addietro, tredici.

Chi riesce ad impossessarsi del cappuccio de u monachieddhru, infatti, ne diventa automaticamente il padrone... non del cappuccio ma de u monachieddhru stesso. Quello, infatti, è un po’ il segno del suo potere e l’essenza della sua vita sovrannaturale messa allo scoperto ed alla mercé degli esseri inferiori.

Chi riesce ad impossessarsi del cappuccio de u monachieddhru può costringere lo stesso a farsi consegnare, in un libero scambio, il suo tesoro (realizzato con le migliaia di oggetti spesso e volentieri di valore persi nei secoli dai suoi umani conviventi) e quindi vivere agiatamente per il resto della sua vita.

Ecco che non appena svegliatici nel corso della notte a causa di questo dispettoso simpatico esserino... bisogna essere pronti a toglierli il cappuccio dalla testa.

Inutile dire che, fatto il debito scambio, tempo di ridare il cappuccio dallo stesso ci si può aspettare qualche terribile... meritata vendetta.

Mai sfidare le forze e le presenze sovrannaturali con cui quotidianamente interagiamo: in questa dimensione (e non solo in questa) noi siamo semplici ospiti... forse anche loro ma loro sono avvitati prima di noi..