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mercoledì 16 ottobre 2024

La predicazione di Gioacchino da Fiore sui monti di Rende/San Fili. Di Salvatore Turuccio Mazzulla.

Nella foto a sinistra: veduta laterale della Chiesa di santa Lucia nella frazione Bucita di San Fili (CS). Nell’area in cui ricade quest’antico edificio di culto secondo la tradizione vi ha tenuto delle prediche il quasi beato (santo per Dante Alighieri che lo colloca nel suo Paradiso) Gioacchino da Fiore.

Foto ovviamente… by Pietro Perri.

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Salvatore "Turuccio" Mazzulla e l'abate Gioacchino da Fiore.

(Breve nota di Pietro Perri)

Tra le persone che hanno dato tanto a San Fili, pur costantemente costrette da problemi personali e da una società di "dubbia moralità" che nel suo piccolo non perdona neanche il fatto d’essere nati in una famiglia anziché in un’altra (San Fili come tanti piccoli borghi calabresi è anche e soprattutto questo) o di sottomettersi alle decisioni non appellabili di gruppi settati, ottenendone il cambio solo un briciolo di damnatio memoriae, vi è sicuramente il caro indimenticato (?) Salvatore “Turuccio” Mazzulla.

Per anni Salvatore "Turuccio" Mazzulla ha cercato invano di recuperare un po’ di memoria storica della Comunità Sanfilese.

Spesso lavorando, purtroppo e forse anche stupidamente, nel fare da cassa di risonanza agli altri invece di lavorare per fare da cassa di risonanza a se stesso.

Ottima voce interpretativa (nel recitare versi suoi, in quanto autore di bellissime e toccanti poesie, o d’altri aveva un dono naturale) non disdegnava di dividere il palco con chi "in quel determinato momento" gli camminava affianco.

Oggi di Salvatore “Turuccio” Mazzulla riporto in questo mio spazio web un breve scritto (spunto per una ricerca) pubblicata sul Notiziario Sanfilese del mese di agosto del 2008.

In questo scritto il nostro compaesano ci parla del beato (con qualche legittimo dubbio) Gioacchino da Fiore. Ovvero dell'eretico calabrese (come lo definiscono alcuni studiosi della sua enorme ed illuminante opera religiosa, filosofica e letteraria) citato tra l'altro persino in un versetto della Comedia di Dante Alighieri.

Una citazione, quella di Dante Alighieri (quasi contemporaneo all'abate Gioacchino da Fiore), che ci dimostra l'importanza ("visione profetica"), già nei suoi tempi, dell'illustre calabrese. Un'importanza decisamente malvista persino oggi dalla Chiesa di Roma.

Nei versi 139-141 del XII canto del Paradiso il sommo poeta infatti ci segnala:

Rabano è qui, e lucemi dallato

il calavrese abate Giovacchino,

di spirito profetico dotato.

La nota di Salvatore "Turuccio" Mazzulla ci immerge in un breve ricordo dei luoghi dell’abate Gioacchino da Fiore ed in particolare sul suo, quasi certo, passaggio per San Fili (per la frazione Bucita del comune di San Fili, per essere più precisi).

Tale paginetta, scritta da Salvatore "Turuccio" Mazzulla, prematuramente e drammaticamente scomparso nel 2012, riporta come titolo:

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Nei luoghi dell’abate (spunti di ricerca).

La predicazione di Gioacchino da Fiore sui monti di Rende.

Di Salvatore Mazzulla

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Domenico Martire in “Calabria Sacra e Profana” parla di Bucita come uno dei luoghi della predicazione di Gioacchino ma la associa al fiume Surdo, chiaramente nel territorio di Rende (che comprendeva comunque il territorio di San Fili), questo “errore” di Martire (anche se dimostreremo in seguito che non è un suo errore) ha fatto considerare dubbia l’ipotesi della sua permanenza anche a Bucita oltre che a Rende sul fiume Surdo.

Padre Francesco Russo al I Congresso internazionale di studi gioacchimiti nel 1979 per quanto riguarda La figura storica di Gioacchino da Fiore afferma:

«negli anni 1152-53 si recò alla Sambucina di Luzzi e circa un anno dopo, non essendo ancora sacerdote* si recò a Bucita in territorio di San Fili a predicarvi la parola di Dio con quel fervore mistico che sarà la sua caratteristica». Altre fonti citano chiaramente Bucita ma saranno esaminate in seguito. Partendo dall’ipotesi che sia stato sia a Bucita che sul Surdo, si tratta ora di individuare i luoghi.

Nel corso di un convegno tenutosi nel teatro comunale di San Fili nel mese di novembre 2003 sul recupero del patrimonio linguistico, chiesi al Prof. John Trumper se un toponimo potesse avere valore di documento storico ed egli mi rispose di sì.

Forte di questa affermazione insieme ad Antonio Asta ed a Pietro Perri iniziammo questo tipo di ricerca ed abbiamo scoperto tre toponimi significativi: lauri, aira di corazzo e grangu. Per quanto riguarda il primo mi era stato già indicato dallo storico Amedeo Miceli di Serra di Leo la cui famiglia risulta proprietaria di un vasto territorio sopra Bucita.

In località Lauri secondo gli intervistati (cacciatori, boscaioli ed anziani) dovevano esserci i ruderi di uno scarazzu (casolare di montagna) si trattava ora di fare un sopralluogo, insieme ad Antonio Asta ci siamo recati nel luogo che ci avevano indicato ed effettivamente vi erano dei ruderi che ad una prima impressione sembravano molto antichi e il tipo di costruzione sembrava risalire ad un’epoca molto lontana.

Chiaramente questa costruzione antica che sorge in un luogo che si chiama lauri sotto la quale scorre un ruscello che si chiama grangu e al di sopra un piano che si chiama aira di Corazzo mi ha fatto subito pensare ad una piccola grangia dove prima c’era una laura, ma questo chiaramente spetta agli esperti stabilirlo,** se la mia ipotesi dovesse risultare vera potrei affermare che quel rudere è la grangia che ha ospitato Gioacchino.

Il terzo toponimo mi richiamava alla mente l’Abbazia di S. Maria di Corazzo, ci doveva essere per forza un legame con Bucita ed infatti avevo ragione: in un atto del 1225 Bucita risulta tra le terre dell’Abbazia di Corazzo.

…….. et tenimentum Bucchitae cum canonibus castanetis suis in territorio Montis Alti, cuius tenimenti fines sunt isti: ab oriente est via publica, ab occidente locus qui dicitur Deo Gratias et Petra Cruciata; ab uno latere flumen Bucchitae, et ab alio flumen Lorici, et concluditur…

 

I toponimi deo gratias e petra cruciata ci sono ancora mentre quello dei fiumi è cambiato ma senza ombra di dubbio è la nostra Bucita.

 

* Il Tocco pensa che questo fatto abbia provocato la reazione dell’Arcivescovo di Cosenza, il quale gli avrebbe interdetto la predicazione (L’eresia nel medioevo - Firenze 1884 - pp. 269-270).

** Negli anni seguenti il Miceli ha fatto visitare i ruderi dall’Arch. Terzi che li ha collocati in un’epoca successiva.

 

Salvatore Mazzulla. 

domenica 8 ottobre 2023

La Chiesa dello Spirito Santo o di san Francesco di Paola di San Fili. Articolo del prof. Francesco Iantorno.



Nella foto a sinistra (foto by Pietro Perri): Particolare della facciata principale della Chiesa dello Spirito Santo di San Fili. La Chiesa, conosciuta anche col nome di Chiesa di san Francesco di Paola, si trova nel centro storico poco al di sotto della Chiesa Madre nel quartiere denominato Jazza.

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La Chiesa dello Spirito Santo di San Fili.

(Articolo pubblicato a firma del prof. Francesco Iantorno sul Notiziario Sanfilese – mensile dell’Associazione culturale Universitas Sancti Felicis di San Fili – del mese di giugno del 2007)

Sorge nell'omonimo quartiere, in pieno centro storico: ad unica navata, presenta all'esterno una facciata con portale tufaceo, sovrastato da un'ampia finestra con cornice mistilinea e da un timpano triangolare. Dedicata allo Spirito Santo fu eretta nel sec. XVII ed ampiamente rimaneggiata nella seconda metà del Settecento in forme tardo-barocche.

Le prime notizie sulla chiesa e su una Confraternita “sub Regulis Societatis Jesu” ivi operante risalgono all'anno 1666: dagli Atti della Santa Visita compiuta sotto il presulato di mons. Gennaro Sanfelice (1661-1694) emergono, infatti, dati preziosi sull'edificio e sullo stato degli arredi e dei paramenti sacri che erano conservati sotto chiave in un armadio ligneo, posto nei pressi dell’altare.

D. Francesco Amoruso provvedeva annualmente alla celebrazione di trentadue messe per un reddito annuo di 5 ducati derivante da elemosine e dalla rendita di un castagneto, sito nel luogo detto Santa Maria degli Angeli, legato dal quondam D. Andrea Formosa.

La Chiesa conserva al suo interno interessanti opere d'arte: busto ligneo di S. Francesco di Paola, opera seicentesca di scuola napoletana; statua di Cristo che va al Calvario (sec. XVIII) ed un pregevole dipinto di A. Granata raffigurante la Discesa dello Spirito Santo (1797), collocato sull'Altare Maggiore. Sulla volta cinque tele realizzate nel 1908 da Raffaele Rinaldi raffiguranti rispettivamente La fuga di Lot, Davide che mostra la testa di Golia, Giuditta ed Oloferne, Abramo e le tre figure angeliche, S. Francesco di Paola con la Madonna e lo Spirito Santo. Sulle pareti ed ai lati della zona absidale è un ciclo di affreschi del pittore S. Tancredi (1963) con scene tratte dal Vangelo e dalla vita di S. Francesco di Paola.

Degni di nota sono ancora gli stalli lignei dove sedevano i membri dell’Arciconfraternita dello Spirito Santo, realizzati nel ‘700 da maestranze locali, ed un antico confessionale in legno con raffigurazione di Cristo in croce.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

 

domenica 16 luglio 2023

A munnizza du Fiegu - simu gente perbene. (By Pietro Perri)



Nella foto a sinistra: strada d’accesso al sito della vecchia discarica sanfilese in località Fiego. In tale strada d’accesso ci si imbatte percorrendo la vecchia statale 107 a circa un chilometro dalla locale rifornitore di carburanti per automezzi. Foto by Pietro Perri (primi anni Duemila).

La poesia, con relativa nota introduttiva, che vi propongo in quest’occasione in questo spazio l’ho pubblicata la prima volta sul quindicinale “l’occhio” nei primi mesi di questo millennio. Ovviamente la poesia (una delle sole poesie che ho scritto finora in dialetto calabro-santufilise) così come la relativa nota introduttiva, sono opera dello scrivente.

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A munnizza du Fiegu - simu gente perbene.

Di Pietro Perri.

Ci sono temi che sarebbe meglio non trattare, specie su un giornale per famiglie come il nostro quindicinale (n.d'a.: l'occhio). Sono temi che però, malgrado l'ambiguità che serpeggia spregiudicatamente trionfante nella società di cui facciamo parte, ci colpiscono violentemente, giorno dopo giorno, nel nostro intimo.

Sono temi che spesso ascoltiamo in televisione e commentiamo i fatti ad essi collegati come se gli stessi non facessero parte della nostra quotidianità: violenza sui minori (psicologica e sessuale), criminalità di bassa lega e criminalità organizzata, pizzo e tangentopoli, lavoro nero (magari con datori di lavoro che fanno firmare una busta paga al lavoratore dando allo stesso un salario opportunamente decurtato… sotto la minaccia del licenziamento), annullamento dei più elementari diritti quali quello all'istruzione (dubito che i bambini ai semafori frequentino regolarmente la scuola… e tali bambini non sono solo a Milano), dramma dell'immigrazione dai paesi dell'Est, abuso ed interessi privati in atti d'ufficio, prostituzione e via dicendo.

E' possibile che San Fili sia veramente immune da tali mali, per non dire cancrene?

E' possibile, per dirne una, che il problema della prostituzione in Italia si stato veramente e definitivamente risolto con l'approvazione della legge Merlini? E' possibile che siamo tutti diventati così ciechi da non renderci conto di quello che avviene intorno a noi o che tutti ormai siamo diventati così marci da far finta che tutto, nella nostra marcia società, vada bene?

 

Addruve na vota i Santufilisi jettavanu a lordura,

addruve supra e trote du jume si trovavanu cistuni 'e fungi,

ara trempa du Fiegu ppe ni capire miagliu,

'nta sti juarni m'è capitatu de vide nu fattu assai stranu:

nun c'era chiju sporcizia, vu dicu 'ncunfidenza, né bruttura,

ma quannu una, quannu due e quannu tri stelle

stavanu ad adducere u sul'e mianzijuarnu.

 

Parlannu ccu l'amici de su mmualicu assai curiusu,

forse voliannumi fa passare ppe scemu senza cc'esse,

m'hannu dittu, e mi volianu cunvince puru, ca strolachjiava,

c'avia pigliatu nu gruassu madornale abbagliu:

 eni u veru c'aru Fiegu un ce jettamu chiju spazzatura,

ma chiru chi c'è remastu e chiru chi ce vene de nuavu,

un po' esse certu amure… po' esse sulu lordura.

 

Mi vriguagnu quannu giru de stu postu cu ra machina,

mi vriguagnu de mi sente e de mi chiama' Cristianu,

sapiannu c'ara fine, riflessu miu… cristianu nun ce sugnu,

cc’aju de passare ppe lavuru de su postu, e l'uacchi su fatti ppe guardare,

na vota a munnizza du Fiegu era chira di santufilisi,

oji vene d’autri paisi, oji nun puzza mancu a nu nasu sopraffinu,

ma si tenissimu nu pocu de cuscienza… sa brutta storia ni facissi chjiangere lu core cu dulure.

 

Volevano essere dei versi… ma non si possono scrivere poesie quando si ha tanta rabbia in corpo. Non me la sono sentita neanche di scrivere in italiano su questo tema, ma non ho potuto fare a meno di scrivere qualcosa in merito.

E' mai possibile che dalla “curva du Fiegu” a San Fili, da Villa Miceli o dai semafori dell'incrocio nei pressi dell'Università a Rende… ci passi solo io? E' mai possibile che le Istituzioni per intervenire su un determinato problema debbano per forza aspettare che qualcuno denunci ufficialmente quello che gli brucia sotto il naso o che gli si sbatte quotidianamente nelle pupille degli occhi?

Cari lettori, se ci rendiamo conto che il nostro vicino è un appestato, non autoconvinciamoci d'essere immuni dal contagio né limitiamoci a segnalare il caso all'inquisitore di turno… aiutiamolo a guarire dal suo male… affinché il suo male (su cui avevamo riso e dal quale avevano tratto parte del nostro infimo piacere) non colpisca anche noi e finalmente non ci renda coscienti della nostra umana limitatezza.

 

Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

 

sabato 24 giugno 2023

Quando le scritte sui muri fissano la storia di una Comunità.

Nell’immagine a sinistra: Particolare della facciata principale di un palazzo (palazzo Blasi) a San Fili in piazza Adolfo Mauro (ex piazza Rinacchio). Alla destra del portone compare la scritta “Vota Spiga n. 2”. La lista civica “Spiga”, capitanata dall’indimenticato Alfonso Rinaldi, nelle elezioni amministrative sanfilesi vinse ben due tornate elettorali: quella del 1983 e quella del 1988. Poi... implose.

L’articolo che vi propongo di seguito in questo spazio è apparso, ovviamente firmato dallo scrivente, su “Il Gazzettino del Crati” anno XVIII n. 1 del 15 gennaio del 1990. Quest'articolo mi è particolarmente caro per un motivo: era la prima volta che uscivo in prima pagina e la prima pagina di un giornale è la cosa più bella che può capitare ad un "giornalista" completamente privo d'esperienza.

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San Fili: quando le scritte sui muri fissano la storia di una Comunità.

Di Pietro Perri.

Ci sono diversi modi di affrontare giornalisticamente una determinata situazione, un personaggio, una comunità o più semplicemente uno status vitae (N.d.R.: da non credere, iniziavo a spiegare me stesso!). Se ne può parlare, a seconda dei casi o dei legami intercorrenti tra il giornalista e la res, in positivo o in negativo, parziale o imparziale, costruttivo, distruttivo o infamante, generale o particolare e via dicendo.

Spesso scrivere in modo negativo della res, a chi legge può dare l'impressione di essere in presenza di un atto di ostruzionismo particolareggiato senza senso di imparzialità verso qualcuno o qualcosa (sfruttare cioè il particolare per offuscare il generale), quando in realtà si mira esclusivamente, fermo restando quanto di buono traspare dal considerato, a fare in modo che sia semplicemente rimosso il granello di polvere che comunque resta presente sul naso del Davide michelangiolesco (N.d.R.: e pensare ch'era solo un preambolo!).

Ed è proprio di un granello di polvere che questa volta vi voglio parlare, un granello di polvere, questo, che finisce quotidianamente nei sensibili, anche se non troppo, occhi dei cittadini sanfilesi e di quanti si avventurano per le strade del pittoresco Comune di San Fili (un problema comunque da allargare a tutti i centri urbani della nostra stupenda penisola, pochi esclusi).

Ricordate il detto «Anche i muri hanno orecchie»? Forse è un pochino esagerato, poiché se orecchie nel caso ci sono, queste sono certamente riferite a chi vilmente si cela ad una realtà prettamente privata. Ancor più errato è il detto «Se i muri potessero parlare!»: i muri, in effetti, parlano e pure troppo, sia in modo ideale (basta saperli interpretare), sia in modo letterale (situazione, quest'ultima, da cui si può desumere il grado di civiltà di una determinata civiltà o di un intero popolo).

Le scritte sui muri: fanciullesca reminiscenza dei felici anni delle superiori.

San Fili, corso XX Settembre in modo più evidente, è decisamente sommerso da un oceano di scritte murarie (senza considerare il nugolo di manifesti, politici o pubblicitari che siano, affissi in modo tanto barbarico da far arrossire anche Attila, che deturpano le stupende facciate dei palazzi settecenteschi), alcune delle quali anche di una certa importanza storica.

Le scritte sono varie, di varia estrazione politico - sociale e riportano alla luce quasi un secolo di vita paesana (vario ne è anche il colore di vernice utilizzato: verde, nero, giallo, azzurro, bianco, rosso). Tra queste, in prossimità di piazza San Giovanni (dopo il semaforo, all'inizio della scalinata che conduce in via Cozzo di Iorio), risalta anche una scritta in inglese, forse un ulteriore, ingenuo, tentativo di divulgare più celermente quella che si suppone sia destinata a diventare la lingua dei popoli del futuro, o forse semplicemente un modo come un altro per riproporre ulteriormente la nostra stupidità di esseri umani: «You'll never walk alone» firmato «Eagles Lazio».

Quasi cent'anni di storia: scritti con mano tremolante e con un nero, opere postume d'un novello Pasquino, che fa rabbrividire il sangue («abbasso il re» e il «chi non lavora non mangia» dell'originario, ancora incolume del concetto della mera dittatura, almeno per quei tempi, significativo marxismo); scritti con mano consapevole del proprio potere strafottente ed incondizionato («Dux», «sostare è retrocedere», «non si può esaltare il sacrificio di ieri se non si è pronti a quello di domani»... unico pregio, se non sempre il contenuto morale, almeno l'estetica); scritti, vittime appunto di un cronico attacco di stupidità barbarica e volgare «l'uomo Del Monte ha detto Spiga», «Zu Pinu», «Vota Torre», «Vota Spiga n. 2», «Juve merda», «Inter» ecc. ecc. ecc.

No, non una lotta verso degli amministratori che tanto hanno fatto nei confronti dei propri amministrati, ma certamente un invito agli stessi a mettere una virgola in più alla propria opera, facendo in modo che quanti si avventurano per le strade del pittoresco paese della provincia di Cosenza, possano finalmente ammirare un ambiente che tanto di civile ha da portare all'appuntamento del 1992: ripulire (anche con il sacrificio e la collaborazione dei proprietari degli immobili) i muri dalle oscene scritte; regolamentare (con apposite bacheche in stile e spazi appositamente destinati) le zone di affissione; far capire ai cittadini che dal 1992 oltre che italiani saremo anche cittadini europei a tutti gli effetti (N.d.A.: purtroppo siamo già all'agosto del 1995... invano! Le scritte restano, l'Europa è ancora troppo lontana).

Un problema questo che, purtroppo, non è solo di San Fili (basta guardarsi intorno, lo ripeto, anche nelle altre realtà urbane, poche escluse: cosentine, calabresi, italiane... e forse anche oltre).

Ci sono diversi metodi (cartine del Tornasole) per misurare il grado di civiltà di una persona, di una comunità o di un popolo... uno di questi è quello di studiare l'ambiente in cui vive.

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Una ventina d’anni dopo dalla pubblicazione di quest’articolo su “Il Gazzettino del Crati” pubblicai sul “Notiziario Sanfilese” un seguito dello stesso. Dan non credere; sul fronte della stupidità umana su questo fronte ben poco era cambiato... anche dalle nostre parti.

Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

 

domenica 27 novembre 2022

Carmine Cesario - indimenticato vicesindaco rosso del Comune di San Fili.



Foto a sinistra: Carmine Cesario con la madre e la figlia Margherita. Presumibilmente il 1964/1965. Foto gentilmente messa a disposizione dal figlio Amedeo Cesario. 

Articolo di Pietro Perri.

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In una piccola e viva comunità quale quella sanfilese è impossibile che uno solo dei membri appartenenti stessa non finiscano per ritrovarsi nella loro vita, almeno per un giorno, re della comunità stessa... ossia al centro dell'attenzione popolare.

Non è necessario essere figli di baroni o di pseudo nobili dell'ultima generazione, anche l'ultimo della scala sociale della comunità sanfilese riesce, all'interno del paese, a trovare una sua giusta e naturale collocazione, diventando di fatto re per un giorno della piccola e simpatica comunità.

Re non per un giorno, ma per quasi una (seppur breve) intera vita, a San Fili è stato certamente il "Compagno" Carmine Cesario.

In una società come quella odierna in cui si sono persi tanti valori (rispetto reciproco, educazione, altruismo ecc.) e tutto ciò solo perché un muro (quello di Berlino) senza senso è stato abbattuto (nello stesso stupido modo in cui era stato edificato), si è deciso di comune accordo che anche l'era degli ideali fosse definitivamente tramontata. In tale ottica, credo che sia veramente necessario rivisitare e rileggere la vita e le sfaccettature umane di determinati personaggi.

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Nato a San Fili il 18 maggio 1922, figlio di Amedeo (uomo che per vivere faceva commissioni varie tra il paese e la provincia, con il suo carrettino, per i suoi concittadini) e Margherita Riso (casalinga), acquisirà la licenza computistica (terzo anno della Ragioneria) alle superiori frequentate a Cosenza.

*     *     *

Di professione contabile presso l'E.N.A.L.C. (Ente Nazionale Addestramento Lavoratori Commercio), da sempre convinto uomo di Sinistra e da sempre iscritto al Partito Comunista Italiano: una tra le sue prime tessere (se non la prima) d'iscrizione al Partito dei Rossi per eccellenza è datata 1944... ossia in periodi ancora tutt'altro che facili che chi professava determinate ideologie in pubblico.

Dagli inizi degli anni cinquanta (1950) fino a metà degli anni settanta ricoprirà la carica di Segretario politico della locale sezione del P.C.I.

Tutto casa lavoro e bottega di Partito, si potrebbe dire, se si pensa che fino agli inizi degli anni sessanta la sezione era nello stesso fabbricato (in piazza San Giovanni) dove il Cesario aveva l'abitazione.

Nel 1970 a San Fili, politicamente parlando, si ha la prima grande svolta (voluta dalla massa Sanfilesi e non dai soliti notabili comunali) dal dopoguerra in poi: la lista di sinistra “Torre con l'orologio”, composta in gran parte da Socialisti e Comunisti, riesce a togliere la guida del Comune di San Fili dalle mani di una ormai decrepita e sempre più stanca DC.

La seconda grande svolta, ma questo è argomento di qualche altro articolo, è datata 1993.

Il 1970 Sindaco a furor di popolo viene eletto il sempreverde Alfonso Rinaldi.

Il 1970 a ricoprire la carica di vice Sindaco del Comune di San Fili è chiamato il nostro protagonista, Carmine Cesario, che conserverà tale carica fino al 1977, quando a dirigere per un breve periodo la vita amministrativa dei Sanfilesi sarà chiamato il Commissario Prefettizio.

Carmine Cesario (a cui è intestata la locale sezione diessina) lascerà questo mondo di lacrime, sempre a San Fili, il 18 novembre 1984.

*     *     *

E allora: perché parlare di Carmine Cesario oggi? ... perché non sarebbe del tutto sbagliato ritornare a credere in determinati valori, non ultimi gli Ideali dei Partiti (siano essi di sinistra, di centro o di destra), in un mondo senza sostanza dove persino la politica non fa parte del nostro coscienzioso quotidiano... ma ci viene venduta a chili nei supermercati o tramite spot televisivi.

La sua convinta fede politica valse al Cesario, nel 1948 (ossia quando il fascismo era già morto e sepolto da tempo), una notte in gattabuia... decisamente troppo poco per poter scrivere il seguito de “Le mie prigioni” o dei “Quaderni” di gramsciana memoria... ma siamo pur sempre a San Fili.

Da buon Comunista era sempre pronto a trovare una giustificazione plausibile a qualsiasi cosa facesse o scaturisse dall'Unione Sovietica, patria incontrastata dei “Rossi”.

Una tale posizione aumentava il suo ascendente trascinante verso i giovani sanfilesi che guardavano a sinistra. Il suo rispetto per le regole democratiche e il suo innato senso civico, in ogni caso, veniva contraccambiato con un giusto riconoscimento dagli avversari politici.

Avversari che non lesinava certo di punzecchiare additandoli non arguti nomignoli costruiti su misura (Fanfani diveniva “il professore bollito” e sullo stesso sanfilese Gambaro, altro compaesano mancato prematuramente, tentando d'esorcizzare un possibile ritorno al passato, si divertiva a giocare cambiando una vocale del cognome dell'antagonista politico).

Il tutto in ogni caso senza mai scendere nella volgarità e nell'offesa personale: alla base del suo insegnamento resta comunque il rispetto morale e l'educazione verso gli altri.

Teneva molto alla disciplina di Partito (rispetto della scala gerarchica ecc.) e al rispetto delle Istituzioni. Riusciva perfettamente a far collimare i doveri di politico (che all'epoca non era certo una professione come ai giorni nostri) con le responsabilità familiari.

(...)

Con Carmine Cesario, nel corso degli anni settanta, sarà anche per il fatto di un vento particolare di sinistra che aveva investito prepotentemente l'Italia, la locale sezione comunista supererà i cento iscritti.

Il declino politico di Carmine Cesario, oltre che per motivi di salute anche a causa delle nuove leve del partito che premevano per un ricambio dirigenziale, è iniziato a metà degli anni Settanta (1975). Anche se nel 1982 si era pensato, per evitare il crollo annunciato della locale sinistra, di un ripescaggio suo e di Alfonso Rinaldi. Ripescaggio che, purtroppo o forse per fortuna, non sarà attuato.

L'anno successivo Alfonso Rinaldi a guida di una lista civica, la "Spiga", decreterà la fine dell'era “Torre con l'Orologio” e riporterà la DC alla guida del Comune di San Fili. Vicesindaco Francesco Gambaro.

Non solo la sua convinzione politica, ed il modo stesso di esporla, ma anche la sua figura fisica ricordano, e non certo vagamente, il Peppone di Guareschi. E se Carmine Cesario lo abbiniamo a questo stupendo personaggio, non possiamo non affiancargli, nella figura di don Camillo, il nome dei nostri ex parroci don Luigi Magnelli (per devozione verso la figura di Cristo e anticomunista per eccellenza) o di don Peppino Fumo (che all'uso dello scappellotto rinunciava malvolentieri).


sabato 2 dicembre 2017

San Fili (CS) ed il castello di San Fili... nel comune di Stignano (RC).

Nella foto sotto a sinistra (ripresa dal web): Il castello di San Fili nel comune di Stignano in provincia di Reggio Calabria. Stupenda costruzione del XVI secolo costruita come struttura difensiva.

Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di novembre 2017... by Pietro Perri.

In questi ultimi giorni un caro amico mi ha detto: “Pietro, sai che non sapevo che San Fili avesse un castello?”

“Infatti non ce l’ha!”, gli ho risposto io.

“Come, non ce l’ha?!?", mi fa il mio caro amico, "... l’ho visto proprio ieri su internet anche se, per quante volte sono stato a San Fili, non mi sembra di aver mai notato questa costruzione.”

Ok, sveliamo l’arcano rispondendo alla domanda: esiste veramente un castello “di San Fili”? ... notate: non ho detto “a San Fili”.

In effetti esiste veramente un castello di San Fili solo che non si trova a San Fili in provincia di Cosenza ma in una contrada (appunto “contrada San Fili”) nel comune di Stignano in provincia di Reggio Calabria.

Nelle mie ricerche ho trovato finora, oltre a quest’altro San Fili, altri quattro San Fili: un San Fili nel comune di Conflenti (anche in questo caso una contrada che tra l’altro ci accomuna con la presenza - o le presenze - di esseri sovrannaturali chiamati “fantastica”), c’é poi contrada San Fili nel comune di Locri, contrada San Fili nel comune di Melicucco ed infine, decisamente dulcis in fundo, un’altra San Fili nel comune di Monteroni in provincia di Lecce.

Per quanto riguarda San Fili a Monteroni, dove si venera la Vergine di Costantinopoli, è bello vedere che tale contrada viene familiarmente chiamata “Santu Fili” proprio come chiamiamo noi sanfilesi nel nostro dialetto il nostro stupendo... amato/odiato borgo.

Qualche anno addietro, oltretutto, volendo scrivere anch’io qualcosa su San Fili a Monteroni ho mandato a richiedere tramite internet il libro “San Fili a Monteroni - ricordi bizantini storia culto tradizioni popolari” di Gino Giovanni Chirizzi (Congedo Editore, Galatina 1993). E non posso negare che sono rimasto felicemente stupito nel leggere tra le prime pagine dello stesso che i Sanfilesi di Monteroni ipotizzano una propria discendenza diretta dalla nostra Comunità.

In tale libro infatti leggiamo: “(...) dell’agiotoponimo Santu Fili, è legittimo, ma con una certa cautela, avanzare l’ipotesi di un culto medioevale a S. Felice, S. Phili, legato alle emigrazioni bizantine dalla Calabria e forse al centro di San Fili.”

Il castello di San Fili a Stignano, per ritornare al tema portante di questa pagina, risale al XVI secolo e nasce, nel 1500, come struttura difensiva. Il castello appartiene oggi alla famiglia Alvaro-Salerno.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.