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mercoledì 16 ottobre 2024

La predicazione di Gioacchino da Fiore sui monti di Rende/San Fili. Di Salvatore Turuccio Mazzulla.

Nella foto a sinistra: veduta laterale della Chiesa di santa Lucia nella frazione Bucita di San Fili (CS). Nell’area in cui ricade quest’antico edificio di culto secondo la tradizione vi ha tenuto delle prediche il quasi beato (santo per Dante Alighieri che lo colloca nel suo Paradiso) Gioacchino da Fiore.

Foto ovviamente… by Pietro Perri.

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Salvatore "Turuccio" Mazzulla e l'abate Gioacchino da Fiore.

(Breve nota di Pietro Perri)

Tra le persone che hanno dato tanto a San Fili, pur costantemente costrette da problemi personali e da una società di "dubbia moralità" che nel suo piccolo non perdona neanche il fatto d’essere nati in una famiglia anziché in un’altra (San Fili come tanti piccoli borghi calabresi è anche e soprattutto questo) o di sottomettersi alle decisioni non appellabili di gruppi settati, ottenendone il cambio solo un briciolo di damnatio memoriae, vi è sicuramente il caro indimenticato (?) Salvatore “Turuccio” Mazzulla.

Per anni Salvatore "Turuccio" Mazzulla ha cercato invano di recuperare un po’ di memoria storica della Comunità Sanfilese.

Spesso lavorando, purtroppo e forse anche stupidamente, nel fare da cassa di risonanza agli altri invece di lavorare per fare da cassa di risonanza a se stesso.

Ottima voce interpretativa (nel recitare versi suoi, in quanto autore di bellissime e toccanti poesie, o d’altri aveva un dono naturale) non disdegnava di dividere il palco con chi "in quel determinato momento" gli camminava affianco.

Oggi di Salvatore “Turuccio” Mazzulla riporto in questo mio spazio web un breve scritto (spunto per una ricerca) pubblicata sul Notiziario Sanfilese del mese di agosto del 2008.

In questo scritto il nostro compaesano ci parla del beato (con qualche legittimo dubbio) Gioacchino da Fiore. Ovvero dell'eretico calabrese (come lo definiscono alcuni studiosi della sua enorme ed illuminante opera religiosa, filosofica e letteraria) citato tra l'altro persino in un versetto della Comedia di Dante Alighieri.

Una citazione, quella di Dante Alighieri (quasi contemporaneo all'abate Gioacchino da Fiore), che ci dimostra l'importanza ("visione profetica"), già nei suoi tempi, dell'illustre calabrese. Un'importanza decisamente malvista persino oggi dalla Chiesa di Roma.

Nei versi 139-141 del XII canto del Paradiso il sommo poeta infatti ci segnala:

Rabano è qui, e lucemi dallato

il calavrese abate Giovacchino,

di spirito profetico dotato.

La nota di Salvatore "Turuccio" Mazzulla ci immerge in un breve ricordo dei luoghi dell’abate Gioacchino da Fiore ed in particolare sul suo, quasi certo, passaggio per San Fili (per la frazione Bucita del comune di San Fili, per essere più precisi).

Tale paginetta, scritta da Salvatore "Turuccio" Mazzulla, prematuramente e drammaticamente scomparso nel 2012, riporta come titolo:

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Nei luoghi dell’abate (spunti di ricerca).

La predicazione di Gioacchino da Fiore sui monti di Rende.

Di Salvatore Mazzulla

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Domenico Martire in “Calabria Sacra e Profana” parla di Bucita come uno dei luoghi della predicazione di Gioacchino ma la associa al fiume Surdo, chiaramente nel territorio di Rende (che comprendeva comunque il territorio di San Fili), questo “errore” di Martire (anche se dimostreremo in seguito che non è un suo errore) ha fatto considerare dubbia l’ipotesi della sua permanenza anche a Bucita oltre che a Rende sul fiume Surdo.

Padre Francesco Russo al I Congresso internazionale di studi gioacchimiti nel 1979 per quanto riguarda La figura storica di Gioacchino da Fiore afferma:

«negli anni 1152-53 si recò alla Sambucina di Luzzi e circa un anno dopo, non essendo ancora sacerdote* si recò a Bucita in territorio di San Fili a predicarvi la parola di Dio con quel fervore mistico che sarà la sua caratteristica». Altre fonti citano chiaramente Bucita ma saranno esaminate in seguito. Partendo dall’ipotesi che sia stato sia a Bucita che sul Surdo, si tratta ora di individuare i luoghi.

Nel corso di un convegno tenutosi nel teatro comunale di San Fili nel mese di novembre 2003 sul recupero del patrimonio linguistico, chiesi al Prof. John Trumper se un toponimo potesse avere valore di documento storico ed egli mi rispose di sì.

Forte di questa affermazione insieme ad Antonio Asta ed a Pietro Perri iniziammo questo tipo di ricerca ed abbiamo scoperto tre toponimi significativi: lauri, aira di corazzo e grangu. Per quanto riguarda il primo mi era stato già indicato dallo storico Amedeo Miceli di Serra di Leo la cui famiglia risulta proprietaria di un vasto territorio sopra Bucita.

In località Lauri secondo gli intervistati (cacciatori, boscaioli ed anziani) dovevano esserci i ruderi di uno scarazzu (casolare di montagna) si trattava ora di fare un sopralluogo, insieme ad Antonio Asta ci siamo recati nel luogo che ci avevano indicato ed effettivamente vi erano dei ruderi che ad una prima impressione sembravano molto antichi e il tipo di costruzione sembrava risalire ad un’epoca molto lontana.

Chiaramente questa costruzione antica che sorge in un luogo che si chiama lauri sotto la quale scorre un ruscello che si chiama grangu e al di sopra un piano che si chiama aira di Corazzo mi ha fatto subito pensare ad una piccola grangia dove prima c’era una laura, ma questo chiaramente spetta agli esperti stabilirlo,** se la mia ipotesi dovesse risultare vera potrei affermare che quel rudere è la grangia che ha ospitato Gioacchino.

Il terzo toponimo mi richiamava alla mente l’Abbazia di S. Maria di Corazzo, ci doveva essere per forza un legame con Bucita ed infatti avevo ragione: in un atto del 1225 Bucita risulta tra le terre dell’Abbazia di Corazzo.

…….. et tenimentum Bucchitae cum canonibus castanetis suis in territorio Montis Alti, cuius tenimenti fines sunt isti: ab oriente est via publica, ab occidente locus qui dicitur Deo Gratias et Petra Cruciata; ab uno latere flumen Bucchitae, et ab alio flumen Lorici, et concluditur…

 

I toponimi deo gratias e petra cruciata ci sono ancora mentre quello dei fiumi è cambiato ma senza ombra di dubbio è la nostra Bucita.

 

* Il Tocco pensa che questo fatto abbia provocato la reazione dell’Arcivescovo di Cosenza, il quale gli avrebbe interdetto la predicazione (L’eresia nel medioevo - Firenze 1884 - pp. 269-270).

** Negli anni seguenti il Miceli ha fatto visitare i ruderi dall’Arch. Terzi che li ha collocati in un’epoca successiva.

 

Salvatore Mazzulla. 

giovedì 20 ottobre 2022

I fichi di San Fili.


A sinistra Mario Oliva negli anni Sessanta del XX secolo intento a mettere a posto una...spasera di fichi supr'a nnu cannizzu.

Articolo di Pietro Perri.

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Il fico, frutto antico come il mondo antico era ben conosciuto ed apprezzato dai Greci, dagli Asiatici e dagli stessi Ebrei dell'Antico Testamento.

L'origine di San Fili più volte, seppur fantasiosamente (essendoci solo degli indizi e non delle documentazioni comprovabili) l'abbiamo indirizzato verso un'origine greca. Fantasiosamente ma fino ad un certo punto, se si considera che i comuni circostanti sono tutti o quasi d'origine greca, ed alcune "arti" (ceramilari ecc.) praticate dagli avi dei residenti discendono dalla scuola ellenica.

I fichi, un frutto, nelle sue mille ed una varietà, di una squisitezza unica.

Presso gli antichi, inoltre, il lattice del fico era utilizzato per la preparazione dei formaggi e per intenerire la carne. Le foglie di fico, inoltre, sembra che puliscano perfettamente pentole ed utensili diversi... comunque il loro materiale residuo non inquina, così come succede con gli attuali detersivi.

Ricchi di zucchero, proteine, lipidi, fosforo (questo, forse, giustifica l'intelligenza dei sanfilesi dei bei tempi che furono), calcio e oligoelementi, nonché vitamina PP e C associata a vitamina A e B: cosa si può chiedere di più da un semplice frutto?

I Sanfilesi dei bei tempi che furono (periodo ante 1970, visto che con l'avvento di tale anno si chiude, non solo per San Fili, un'epoca) apprezzavano moltissimo questo frutto, tanto da consumarlo e conservarlo in decine di modi diversi, non ultimo i famosi fichi bianchi (ficu jianche) o secchi: "appassulate ara chjanta e siccate aru sule supra nu cannizzu". Vengono (o venivano) a tal punto appiattite per bene e quindi riposte in un boccaccio o in un vasetto.

Ottime, le ficu jianche sanfilesi, da mangiare direttamente.

Bollite, una volta venivano utilizzate per ricavarne uno sciroppo naturale per la tosse.

Vere e proprie leccornie, con l'utilizzo dei fichi secchi, a San Fili erano comunque ottenute tramite la cottura in forno delle stesse: siamo in un periodo in cui, nelle campagne sanfilesi, ogni abitazione rurale (ma a volte anche fabbricati del centro abitato) aveva a sua disposizione un forno a legna costruito a ridosso o all'interno della stessa.

Chi non aveva un forno a disposizione, comunque, non aveva certo da preoccuparsi molto, potendo utilizzare, dietro un giusto corrispettivo, uno dei tre forni pubblici che c'erano nel paese.

Dal forno uscivano le gustose "crucette" (quattro fichi aperte a meta, opportunamente incrociate al cui interno venivano messe delle noci e quindi infornate), le famose "jette" (fichi bianche infilate in una listella di canna, bloccate ai margini della listella con un particolare sistema ricavato da un pezzo della canna stessa e quindi infornate), i famosi "paddruni de ficu" e gli stessi fichi bianchi cotti al forno "ntra na lagna".

E' opportuno sottolineare che per i "paddruni de ficu" e per i fichi cotti al forno (per la serie "na vota un si jiettava nente") si utilizzavano i fichi di scarto del "cannizzu" ossia quelli che, dopo essiccati, presentavano qualche macchia esterna o risultavano rovinati in modo rilevante dagli insetti o dagli uccelli (api e company).

Le crucette venivano conservate per l'inverno in boccacci mentre ficu 'nfurnate e jette venivano riposte dentro casciuni o vancariaddri dove prima si era sistemato un foglio di carta oliata. Tali prodotti, è bene precisarlo, data la loro dolcezza era necessario mangiarli col pane.

A cuocere dentro il forno a legna troviamo anche le famose "ficu scantate". ossia il vero e proprio scarto dei fichi bianchi ovvero dei cannizzi. Si tratta dei fichi piccoli e quindi non lavorabili diversamente. Tali fichi venivano lasciate "a riposare" nel forno (quello stesso forno appena utilizzato per le ficu 'nfurnate) per l'intera nottata.

Le ficu 'nfurnate nel forno, a cuocere, c'erano state invece all'incirca quattro ore.

E poi diciamocelo pure: mangiare un bel fico appena colto dalla pianta, non dispiace nemmeno. Attenzione però se salite sulla pianta per raccogliere i fichi: copritevi bene le braccia... il suo latte, altamente irritante, non perdona.

Malgrado, e a dispetto della fama che si era creato intorno al proprio nome, San Fili non ha mai garantito una produzione ottimale di fichi, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Eppure persino una delle contrade del nostro paese, quasi certamente in onore a questo imparagonabile frutto, arriva a prendere il nome di "Prufico".

I fichi direttamente prodotti nelle zone più o meno umide (il vento e l'acqua a San Fili grazie a Dio non ci è mai mancati... almeno finora!), infatti, sono buoni più che altro per ricavarne miele, ficu 'nfurnate e similari: tutto, cioè, tranne che fichi secchi o bianchi.

Le piante di fico pur essendo, tramite le radici, veri e propri vampiri insaziabili d'acqua, poco gradiscono sul loro frutto l'acqua piovana. Bastano poche gocce, quando il frutto è quasi giunto a maturazione, per ottenere delle pessime "ficu trisingate" (aperte a fiore) ovvero a "vucca spalancata".

C'è comunque da sottolineare che nel momento in cui noi parliamo di territorio di San Fili (o dei sanfilesi), anche se i confini politici non ci sono del tutto favorevoli, non possiamo, né potevamo in altri tempi, non considerare nello stesso alcune località (appartenenti a comuni limitrofi al nostro) quali contrada Cucchiano e parte del territorio di San Vincenzo la Costa (zona "du Palazzieddru", dei "Gralati" e via dicendo). Contrade queste in cui diversi nostri concittadini da secoli hanno avuto proprietà terriere,

Buona parte del territorio di San Vincenzo la costa (incluso le succitate), di fatto, sono impareggiabili per questo e tanti altri tipi di piantagione (ulivi ecc.); ed è proprio da tali zone che ci veniva garantita buona parte dei fichi che noi sanfilesi (grazie più che altro alle fortunate vie di comunicazione che attraversavano il nostro comune) lavoravamo e quindi commercializzavamo in modo encomiabile.

Quanti bei nomi di questo stupendo albero vanno via via perdendosi nella memoria dei nostri anziani: ficu truiana, paravisu (ottima da mangiare appena colta ma utilizzata anche per alimentare maiali e galline), culumbru, vajaneddra, viscuvile e paulineddra. Ficu nivura, lattarula, cu ra lacrima, senza lacrima e sanguinara. Fichi di primavera (profico o caprifico), d'estate e d'estate inoltrata.

Un bene inestimabile, quello della memoria storica (spesso semplicemente dal punto di vista popolare), che se non facciamo qualcosa per recuperarlo al più presto, della irreparabile perdita dovremmo farcene una colpa per l'intero resto della nostra esistenza. Alla memoria storica dei nostri anziani, tra l'altro, è legata la sopravvivenza della nostra stessa comunità in quanto, come mi piace sempre più sottolineare, non può esistere una comunità o un popolo che dir si voglia se allo stesso non gli si dà una valida ragione per esistere e tale ragione non può che essere la propria memoria storica.

Un'altra delle squisitezze che riuscivano a ricavare (usanza che non si è del tutto persa) le mani d'oro dei sanfilesi dai fichi era il "miele" o, come lo chiamano forse più giustamente i polentoni, il "vino cotto di fichi".

Il miele di fichi è alla base della tradizione dolciaria sanfilese, con esso (amalgamandolo con la neve) si ottiene un gustosissimo gelato naturale chiamato "scirubetta". Il miele di fichi lo troviamo a carnevale nella "chjina", a Natale ci imbeviamo i "turdiddri" (alcuni amano inzupparci persino i "cuddruriaddri" ancora caldi) e in prossimità di San Giuseppe lo ritroviamo nei "mustazzuali" (farina impastata col miele e quindi messa a cuocere in forno, di quest'ultimo dolce comunque a San Fili si è un po' persa la memoria).

Per fare il miele di fichi si utilizzano fichi bianchi e neri possibilmente in pari misura (ne bastano quattro o cinque chili dell'uno e dell'altro tipo), ben maturi e dolci. Possibilmente non aperti a fiore (a vucca spalancata), ovvero non raccolti dopo una giornata di pioggia.

I fichi vanno tagliati a metà e quindi messi, coperti d'acqua, a bollire in un pentolone (na quadara) per circa cinque o sei ore a fuoco lento e rimestando quasi ininterrottamente.

Giunti a questo punto bisogna colare il tutto in un secondo pentolone filtrando la parte liquida con l'aiuto di una tela di garza (una volta si usava, per quest'operazione, mettere il magico intruglio in un sacco di tela di lino), così facendo si separa la parte liquida dai semi e dalle bucce.

Si rimette il tutto sul fuoco, si fa asciugare un paio d'orette ed ecco ottenuto il tanto desiderato "mele 'e ficu".

Per la serie "tutto si produceva e nulla si gettava" nella laboriosa cittadina di San Fili ai bei tempi che furono, c'è da dire che il residuo della lavorazione del miele di fichi (semi e bucce) finiva in pasto ai maiali ed alle galline (quando lo stesso, passato al forno, non finiva nelle bocche dei nostri anziani).

Per quanto riguarda il lino poi, seppure in minima quantità, lo stesso veniva coltivato dai contadini sanfilesi.

Poco utilizzata, e quindi prodotta dalle nostre massaie, era la marmellata di fichi.

Fichi e olive nere erano alla base, negli anni antecedenti il periodo del boom economico italiano, delle colazioni degli scolari (e non solo di loro) sanfilesi.

I fichi bianchi, frutto della pianta di fico denominata "ficottata", necessitavano di non poco lavoro ed attentissima cura: appena colti erano posti ad asciugare al sole su un particolare piano denominato "cannizzu" in quanto ottenuto con un minuzioso intreccio di canne. Su tale "cannizzu" i fichi venivano quasi costantemente girati su se stessi finché non prendevano completamente la loro caratteristica colorazione "bianca".

A parte ciò c'è da rilevare che i "cannizzi" con sopra i fichi erano lasciati all'aperto anche di notte, stando in ogni modo attenti che non venisse a piovere in quanto la pioggia avrebbe danneggiato l'intero prodotto. Al primo sentore di ciò il bracciante (coltivatore o colono che fosse) doveva scattare giù dal letto e mettere a riparo il prodotto.

Resta, a conclusione di questa breve ricerca sulla storia popolare del nostro paese, da fare un breve ma doveroso cenno sull'industria della lavorazione dei fichi a San Fili: quello stupendo, per niente breve, periodo che ha reso tanto famosi i nostri (?) fichi.

Gestita fino alla fine degli anni sessanta dalla famiglia Lio, ancora oggi l'industria della lavorazione dei fichi di San Fili è ricordata con sommo piacere. Lo stabilimento si trovava sotto lo stesso Palazzo Lio (quel fabbricato che costeggia la "Rampa". In tale stabilimento, dove per conto della ditta "La Vittoria" di Cosenza, i fichi bianchi, pervenuti dalle campagne circostanti il territorio sanfilese, venivano scelti, appiattiti e messi in cestini (formette di legno rivestite all'interno da carta oleata), ulteriormente pressati, in quantità di circa mezzo chilo.

Alle dipendenze dei Lio lavoravano, limitatamente al periodo interessato dal commercio dei fichi bianchi, all'incirca una quarantina di persone. Molte di queste erano donne e tantissime erano signorine impegnate più che altro a... farsi il corredo.

C'erano anche delle persone che giravano per le campagne circostanti il nostro paese all'incetta di fichi bianchi per conto degli stabilimenti di trasformazione di San Fili. A Cucchiano (anni '50, anni '60) c'era, a raccogliere i fichi bianchi nei vari poderi, per conto della ditta "La Vittoria", ad esempio, un certo Pietru 'e Santu.

Una storia non tanto breve, dicevo, anche e soprattutto perché pur essendo la famiglia Lio l'ultima famiglia a commercializzare i fichi di San Fili, certamente non fu la prima.

Un'altra famiglia rimasta famosa a San Fili per tale commercio fu la famiglia Giorno, proprietaria all'epoca dello stabile dove attualmente alloggia la locale stazione dei Carabinieri.

Nelle stanze a piano terra del loro stabile, i Giorno avevano i locali adibiti allo stabilimento e per la lavorazione (impacchettamento ecc.) delle varie leccornie che a San Fili venivano prodotte con l'utilizzo dei fichi.

Tale famiglia, per la bontà del prodotto posto sul mercato, fu nominata "fornitrice ufficiale", di fichi lavorati, della reale Casa Savoia. Un'onorificenza questa che dava il diritto all'illustre famiglia sanfilese di riportare tale dicitura sull'etichetta applicata sulla confezione del prodotto stesso.

Da sottolineare che i cestini in cui venivano riposte le varie delizie del palato, venivano prodotti "in loco" con verghe di castagno intrecciate dalle mani d'oro dei nostri antenati.

Purtroppo, se fino a qualche tempo fa in un negozio di Corso Mazzini a Cosenza potevo notare, ridendoci sopra (consapevole che al nostro paese tale "tradizione secolare" era completamente scomparsa da circa un ventennio), su alcune confezioni di fichi lavorati una strana e dubbia etichetta riportante la scritta "fichi di San Fili" non posso fare a meno di dirti, caro amico lettore, come mi sia venuto un groppo in gola qualche mese addietro, facendo una gita nei pressi di Scalea... notai, in un bar, delle etichette, su confezioni di fichi conservati, che ricordavano con una certa violenza d'immagine il passato glorioso della nostra cittadina.

Su tali confezioni di fichi, infatti, non compariva più il nome di San Fili ma quelli di Scalea e zone limitrofe: un vero schiaffo non solo alla memoria storica di San Fili ma anche alla nostra "incapacità" di creare nuove e reali forme d'occupazione. Quello che la gente San Fili, amministratori in prima linea seguiti a ruota libera dai benpensanti locali, si sforza di dimenticare (forse considerando il tutto un passato tragicamente inglorioso) per altre comunità calabresi sta diventando la soluzione naturale ad uno dei peggiori drammi dei nostri anni: la disoccupazione.

Era giusto concludere questa breve carrellata su "i fichi di San Fili" dando il meritato spazio ad una leccornia ottenuta con la lavorazione degli stessi: i famosi "paddruni 'e ficu".

Ottenuti facendo asciugare nel forno fichi, precedentemente infornati, racchiusi in foglie della stessa pianta a mo' di pallone... i "paddruni 'e ficu" vengono tutt'oggi ricordati, assieme ai locali capiccuaddri, vinu uagliu buanu e sazizze, oltre che per la loro bontà, anche e soprattutto per il fatto che quando si doveva "jire a trovare 'ncunu" si sapeva che erano sempre e comunque bene accetti.

Parliamo giustamente d'altri tempi, così come d'altri tempi parla l'amico Gigino Aloe nella sua poesia "palloni de ficu", poesia di seguito riportata:


Ogni paisi tena pe tradizione

i cunserva' i prodotti di stagione.


Chini fa l'uva chini fa i pircochi

San Fili da millanni fa ri ficu.


I sicca a ru suli cu i cannizzi

e pue li mburna pe li da bellizza.


I fa a crucette cu i nuci i l'annu prima

pue li cunfeziona e i manda intr'i cestini.


Si ficu fannu u giru i tuttu u munnu

e l'annu dopu i circanu i rivonnuu.


Quannu a San Fili vena n'emigratu

sinn'inchia i valigie c'ha purtatu.


Quannu finita a festa si ricoglia

iddru s'ammuccia e i caccia pe na voglia.


Fatti a palluni ntri foglie ammucciati

hannu sarvatu studenti e malati.


Pe putiri raggiungia nu traguardu

quannu li mandi aumenta lu riguardu.


Un c'è chirurgu c'un l'ha ricevuti

pe sarvare nu poveru malatu.


Cumu rigalu custa pocu o nenti

però è assai graditu di la genti.


Quannu ti fa nimicu u capufficiu

quattru paddruni i ficu e ci fa paci!


Erano questi i tempi del libro "Cuore" del De Amicis, oggi se non sganci la "mazzetta", non solo il chirurgo non t'opera... rischi persino di non entrare in ospedale (qualcosa comunque dicono stia iniziando a cambiare, speriamo non in peggio!). La "mazzetta" serve per il posto di lavoro e il capufficio (spesso figlio di poveri arricchiti, razza tanto odiata da Bertoldo, dimentichi delle proprie origini) non s'addolcisce certo con quattro "paddruni 'e ficu"... non gliene basta na camionata! ... ma forse alcuni personaggi della nostra epoca gradirebbero di più una balla di fieno, bestie quali sono!