La
mitica lotta tra l'uarsu ammaestratu e Carminuzz'e Voe.
Racconto
a due mani realizzato tra gli amici Mario Oliva e Pietro Perri.
(foto
presa dal web).
"Tere',
ca mo ti fazzu ride!", riesco a vedere la scena di mio nonno Francesco
quando la sera, rientrato a casa e preso posto a tavola, raccontava alla nonna
quel che era successo nella giornata.
Il
fatto era un classico di quei tempi, tempi in cui la TV era ben lungi
dall'essere concepita, ed il cinema iniziava a muovere i suoi primi maldestri
passi. Tempi in cui pochi eletti in città potevano permettersi una serata a
teatro e gli spettacoli per la gente di strada erano legati a girovaghi che
s'inventavano mille ed uno espedienti per sbarcare il lunario.
Correva
l'anno 1899... o forse era il 1901? ... un anno, in ogni modo, non si sa dove,
comunque correva!
Cantastorie,
funamboli, fenomeni da baraccone che non avevano trovato posto in qualche circo
o che dallo stesso erano stati scacciati per chissà qual motivo. Girovaghi di
professione e forse anche per vocazione, spesso da soli, spesso accompagnati da
qualche strano animale ammaestrato.
Il
fondo stradale del corso principale di San Fili (nato unico per restare unico
nei secoli dei secoli) quando non era di semplici ciottoli, presentava un
selciato in pietra di fiume (ancora visibile in alcuni punti che di tanto in
tanto, grazie all'inefficienza dei nostri amministratori, fanno l'occhiolino
dall'infernale catrame che ricopre il tutto... anche le nostre coscienze).
Qualche
carrozza, qualche calesse, la confusione tipica dei giorni festivi o dei giorni
di mercato che caratterizzano i nostri paesini.
Piazza
Municipio ("mmianzu u Puantu"): era difficile scorgere, per
chi stava dietro, cosa accadesse all'interno del nutrito cerchio di persone che
facevano stranamente ruota intorno a qualcosa o a qualcuno. Doveva però essere
interessante, tanto interessante se aveva richiamato una tale attenzione.
"E'
n'uarsu... cchi bestia!!!", "... ma quantu po' pisa'? ... tu
dici ch'è forte?", "... forse ti spacca puru u
tufu de na porta!".
Il
girovago nel frattempo faceva fare al suo animale tutta una serie di esercizi
che riempivano di meraviglia i presenti. "Piegati! ... alza un piede!
... fai un salto! ... fanne un altro! ... balla! ... inchinati al pubblico",
comandi prontamente eseguiti dal docile, seppur spaventoso, animale.
Un
gigante d'animale che faceva e avrebbe fatto paura a tutti, tranne che ad
alcuni sanfilesi dell'epoca, semplici cittadini o campioni della comunità che
fossero... e di campioni a San Fili ce n'erano veramente tanti.
"A
questo punto, signore e signori...", breve pausa (anche ciò faceva
parte dello spettacolo), "... a chiunque riuscirà a far cadere per
terra l'animale con la sola forza delle proprie braccia, darò in premio il
corrispettivo di dieci giornate di lavoro. Provate, signori, misurate la vostra
forza con la forza di questo colosso della natura!".
L'orso
aveva attorno al collo un collare collegato ad una catena il cui capo libero
era tenuto in mano dal padrone, nell'altra mano, sempre pronto ad intervenire,
un frustino nei confronti del quale l'orso mostrava d'avere una certa
soggezione.
Aspetta
qualche istante e poi riprende: "Signori! ... è possibile che in questo
paese non ci sia nessuno che abbia il coraggio d'affrontare l'orso? ... eppure
non mi sembra che stiate così male in carne? ... forse la posta è troppo bassa
o pur avendo tanti muscoli intorno alle ossa vi manca un po' di fegato nella
cassa toracica?".
L'offesa
era partita, i sanfilesi si guardarono l'un l'altro in mezzo agli occhi e tutti
insieme rivolsero contemporaneamente e con lo stesso pensiero lo sguardo verso
Carmine Cesario (alias Carminuzzu 'e Voe), uomo che, quasi al pari
dell'animale, data la prestanza fisica e la nota massa muscolare poteva
benissimo accettare la sfida senza in ogni modo sfigurare lui o far sfigurare
il paese.
"Carminu',
tu ci 'a po' fare!", "Carminu', dai da'... ca sinno' un si cchiu'
tu!", "Carminu' un ce pensare supra, ca pue l'uarsu è pur sempre na
povera bestia!".
Fatto
sta che Carminuzzu 'e Voe accetterà (forse nutrendo qualche
dubbio sulla riuscita dell'impresa o forse arcisicuro di se stesso) l'invito
dei propri compaesani. Oltretutto il corrispettivo di dieci giornate di lavoro
erano comunque un bel gruzzoletto.
E' vero che un orso è pur sempre un orso, ma quelle mani callose finora ne
avevano fatte cento e una riuscendo persino a sradicare alberi o a spostare
macigni senza grossi sforzi.
"E vabbuanu, alluntanativi tutti: acciattu! ... ca uaminu o bestia chi fuassi,
ancora adde nasce chine jietta 'nterra a Carminuzzu Cesariu!".
In
ogni caso, di come andò a finire la lotta tra Carminuzzu 'e Voe e
"l'uarsu ammaestratu", non abbiatecela a male, ve lo
racconterò sul prossimo numero.
"Gianni',
fuje ara Cozzajoria e v'avverte a Franciscu, u chenatu 'e Carminuzzu, e
diceccelu ca Carminuzzu sta lottannu ccu n'uarsu... diceccelu c'a 'dde veni'
subitu 'cca!", disse uno spettarore della mitica lotta ad un bambino
che gli stava affianco.
E
il bambino, veloce come il vento, s'avvio verso Cozzo di Jorio a fare quel che
gli era stato ordinato.
Nel
frattempo in piazza Municipio ("Mmianz'u Puantu") il girovago
aveva già posizionato adeguatamente i protagonisti della storica
giornata: l'uarsu ammaestratu e Carminuzzu 'e Voe.
Le
zampe anteriori dell'orso poggiavano salde sulle spalle di Carminuzzu così come
salde aderivano le grosse mani di Carminuzzu al di sotto delle braccia
dell'animale. Carminuzzu già si vedeva consegnare il premio pattuito se fosse
riuscito a far cadere a terra la bestia: il corrispettivo di dieci giornate di
lavoro.
"Forza
Carminuzzu!", "Dai Carminu', facce vide chine si'!".
La lotta ebbe inizio, dietro il via del girovago e nel fragore dell'incitamento
generale.
Carminuzzu
iniziava a diventare rosso, cercando invano di far cadere l'orso a terra...
eppure l'impresa non sembrava per niente difficile... Dio, com'era forte
quell'animale!
Carminuzzu
pur strapazzato resisteva eroicamente.
La lotta continuò finché l'orso, stanco di quello stupido gioco (o forse a
qualche strano cenno fatto dal padrone) non decise di porre fine al tutto
premendo ulteriormente con le zampe sulle spalle di Carminuzzu 'e Voe che
cadde ginocchioni a terra.
...
e via giù fischi ai danni del malcapitato, nel momento in cui il girovago non
decretò finita la lotta con l'indiscutibile vittoria dell'orso ammaestrato.
Carminuzzu
s'alzo e, pieno di vergogna (lui che era il più forte della comunità, vinto in
così banale modo e per giunta d'un animale) se la dette a gambe verso casa.
Giunto nei pressi della chiesetta del Carmine, s'imbatte nel cognato Francesco
(accaldato per la corsa): "Carminu', che successu? ... cum'è finità a
lotta?".
"U'mmi
dire nente, Franci'...", disse Carminuzzu, "...ca m'ani fattu fare
veramente na brutta figura: m'ani misu e vranche supra e spaddre e si nun c'era a
sialica mmianzu a strada mi 'mbizzava 'nterra cumu nu chiantaturu!".
"Ha vintu l'uarsu? ... un ti preoccupa ca mo' vaju iu e ti viandicu! ... un ti
preoccupa', ca mo' vaju io e ru fazzu piazzi piazzi!", rispose il
cognato convinto di sè e della propria superiorità.
"Ferma
cca, Franci', addruve va'!", chiuse il discorso Carminuzzu indicando
un lato del palazzo Gentile attaccato alla chiesetta, "Franci': minteti
a su spiculu de muru, appoggiaticce cu na spaddra e ammutta! ... si si move u
palazzu vacce puru cu mini all'uarsu! ... sinno' nun ce jire, ca piardi tiampu
e fa na figur'e fissa!".
Detto
ciò, Franciscu e Carminuzzu se ne ritornarono buoni buoni a casa, mentre il
girovago, contento del gradimento ottenuto dallo spettacolo offerto ai
Sanfilesi, s'apprestava a passare il cappello per raccogliere qualche obolo tra
i presenti.
Dovere
di cronaca: il fatterello è stato in parte (e doverosamente) romanzato. Vere,
nella memoria storica, sono le figure di Carminuzzu 'e Voe,
dell'orso ammaestrato e del girovago così come veri sono (sempre nei limiti
della memoria popolare) i luoghi, il fatto e le frasi riportare. In parte
inventata è la figura del bambino e di Franciscu (il cognato di Carminuzzu)
in quanto nella storiella si parla di un qualcuno (e non espressamente di un
bambino) che va a chiamare un signore (parente o semplice amico) di Carminuzzu (e
non di un cognato). Carminuzzu, c'è da dire inoltre, di professione
faceva "u piacuraru curatulu" (dove "curatulu"
sta per "colui che cura e confeziona i latticini nelle cascine").
In
ogni modo era uno di quei fatterelli che veramente si raccontavano intorno al
focolare tra i nostri avi a San Fili... ed io ringrazio vivamente Mario Oliva
che me l'ha raccontato e mi ha permesso, quindi, di riportarlo e porlo alla
vostra gentile attenzione.
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