A
sinistra: statua di sant'Antonio abate a San Fili.
Foto
archivio Francesco Ciccio Cirillo.
* * *
Nel
mese di giugno del 2000, un anziano signore della nostra comunità (Antonio
Noto?), lontano discendente di un certo "Ntontarieddru",
personaggio vissuto a San Fili tra la seconda metà del XVIII e la prima del XIX
secolo, mi chiese, di scrivere un articolo su un suo avo.
Il
tutto, ovviamente, più per una provocazione verso un certo modo, decisamente
poco apprezzabile, di fare da parte degli esperti delle Belle Arti della
provincia di Cosenza (non mi dispiacerebbe che mi dimostrassero gli stessi, dati
alla mano, quanto mi sbaglio con tale affermazione... ma decisamente era meglio
che a San Fili non ci avessero mai messo piede) che per ricordare il simpatico
fatticino legato a questo suo avo.
Qual
era il problema sorto, in questo caso (perché degli altri casi, vedasi gli
interventi operati dalle Belle Arti su diversi edifici religiosi del paese,
preferisco tacere) particolare? ... semplice: si era provveduto a restaurare la
statua, custodita nell'omonima chiesa, di sant'Antonio abate.
Tutto
perfetto, se non fosse per il fatto che dalla stessa sembra, a restauro finito,
sia sparita una certa scritta che recitava all'incirca queste parole: "A
devozione di Antonio Carpanzano e moglie", ovviamente per un certo
scampato pericolo passato dal Carpanzano e di cui diremo nel prosieguo di
questo simpatico racconto.
Non
me ne vogliano né le Belle Arti né tantomeno il parroco del nostro paese per
quanto sto dicendo... non sono qui per fare polemica alcuna con chicchessia, né
penso che valga la pena di fare polemica per una semplice annotazione di
devozione trascritta sul basamento della statua di un santo, ma il citato
anziano signore mi ha detto d'essersi lamentato, invano, con chi di dovere per
l'oltraggio subito dalla propria storica memoria familiare.
Purtroppo
non posso dare torto neanche a quest'ultimo: se qualcuno mi dice che non è
giusto che sulle statue di santi, conservate nelle nostre chiese, compaiano
tali scritte... che spariscano tutte le scritte similari (... senza soppesare
se siano le stesse più o meno "gentilizie") o che si provveda a
ripristinare, senza perdere ulteriore tempo, quella citata in questo pezzo
giornalistico (se è già stato fatto, scusatemi ma non ne ero a conoscenza).
Mi
sembrava di secondaria importanza questo più o meno simpatico racconto (mi
scuso ovviamente con Antonio Noto per averlo sottovalutato) e quindi decisi di
archiviarlo in attesa di saperne qualcosa in più in merito. A qualche mese di
distanza da ciò, parlando del più e del meno con l'amico Mario Oliva (in
effetti mi serviva sapere qualcosa in merito ad una certa versione un po' osé
della "Quadara chjina d'oro" che si trova ai piedi
"du Canalicchiu") lo stesso mi tira di nuovo in ballo la
storia di "Ntontariaddru e i briganti".
"Petru',
merita d'esse' pubblicata", furono le sue parole.
La
sua versione cambiava leggermente nei confronti della versione riferitami dal
Noto... ma il filo conduttore era identico e quindi il tutto meritava d'essere
preso in debita considerazione. Il fatto, seppure nelle sue varianti, era veramente
successo e faceva parte dei mitici racconti dei nostri nonni seduti intorno al
focolare.
* * *
Tanti
nomi dati a particolari luoghi del nostro paese (nel centro abitato e fuori
dallo stesso) nascono o da particolarità degli stessi (vedasi i casi di "Chiarieddru",
"a Rampa", "u Timpune", "Manca",
"Destra", "u Canalicchiu" e via dicendo) o
dal nome (in assenza del soprannome) del personaggio o della famiglia che è
stata proprietaria nei secoli passati del luogo o di qualcosa che si trovava
nello stesso (vedasi i casi de "a curv'e su' 'Ndria", "u
Curciu 'e Catalanu", "Cucunatu", "u pont'e
Picciune, "a curv'e Marrupiatru" ecc.).
A
questa seconda schiera fa parte anche una particolare zona delle montagne
circostanti il nostro pittoresco paesino: "Ntontarieddru".
Anche
se serve a ben poco al fatticino che sto per raccontarvi (ossia al mitico
rapimento di questo eccezionale personaggio vissuto a San Fili nel corso del
XIX secolo), non guasta rinfrescare la mente dei nostri anziani su alcuni nomi
di luoghi che hanno segnato in modo indelebile la loro stessa vita.
Vi
dirò, conseguentemente, come si arriva alla zona denominata "Ntontariaddru".
Incamminandoci,
da piazza San Giovanni, per la strada che costeggia sulla sinistra il Cinema
Teatro comunale di San Fili, dopo qualche centinaia di metri si raggiunge la
villa degli emigranti dove spadroneggia imperioso (si fa per dire, in quanto
da' più l'impressione d'essere un povero vecchio addormentato, decisamente
annoiato nel continuare ad osservare le scelleratezze dei suoi concittadini,
che non ciò che per tanti secoli, a memoria dei nostri anziani, ha
rappresentato per la nostra comunità) il famosissimo "Curc'e Catalanu".
In
altri tempi, ossia fino all'avvento dell'Amministrazione firmata Zuccarelli,
v'avrei potuto anche dire di proseguire per quella stupenda discesa che porta
al ponte delle "Jumiceddre" (così denominato perché proprio
dov'è stata realizzato il ponte stesso si uniscono i due principali corsi
d'acqua che alimentano quel torrente che tutti conosciamo col nome di "Jume
Emoli").
Dico
"in altri tempi" poiché oggi, causa una frana che nel suddetto
periodo (... senza colpa della succitata Amministrazione, s'intende!) ha
distrutto buona parte della stradella che unisce "u Chianu Mulinu"
(alias villa degli emigranti, alias "Curc'e Catalanu") con il
ponte de "Jumiceddre"... stradella mai ricostruita... in
quanto i nostri amministratori (giunta Zuccarelli - 1993/1995, commissariato
Sirimarco - 1995/1996, giunta Carbotti - 1996/2000, giunta Bruno 2000/...)
erano e sono impegnati, contemporaneamente, in chissà quale altra cosa.
Senza
oltrepassare il ponte delle "Jumiceddre", che è uno dei tre
ponti in pietra che si trovano lungo il corso del torrente Emoli, ma
proseguendo per quella viuzza che si trova alla destra dello stesso,
costeggiando "u scarazziaddru" (dal greco antico: luogo dove,
opportunamente divise dagli agnelli, venivano e/o vengono rinchiuse le pecore)
si arriva alla "Formicùla", si costeggia "u Fuassu du
Chiagatu" (celebre perché ci garantisce gran parte dell'acqua, quella
buona, che scorre dai rubinetti di casa nostra) e quindi si arriva alla nostra
desiata meta: "a terr'e 'Ntontariaddru".
A
proposito dei ponti in pietra che si trovano lungo il corso del torrente Emoli:
il secondo è quello denominato "Crispini" (che ha resistito per più
secoli alle intemperie della natura è alla mano malvagia dell'uomo... ma che
non ha avuto la forza di resistere alla scelleratezza di quanti hanno lavorato
in questi ultimi anni al fantasioso progetto di recuperare la vecchia centrale
idroelettrica di San Fili), mentre il terzo, unico sopravvissuto indenne
all'operato disastroso degli interventi pubblici realizzati in questi ultimi
vent'anni dai nostri illuminati amministratori... sicuramente perché ancora non
sanno neanche che esiste... scusatemi se non vi dico qual è né dov'è... ma
preferisco, per il suo bene, che continui a restare segreto.
La
terra di "Ntontariaddu" sembra, in base a quanto si tramanda
da padre in figlio, ossia per notizie sentite dai nostri anziani, sia stata
acquistata con i soldi "fregati" da questo simpatico personaggio, ai
briganti che l'avevano rapito e da cui miracolosamente era riuscito a scappare.
A sinistra: facciata
principale e sagrato della chiesa di sant'Antonio abate di San Fili.
Foto by Pietro Perri.
Siamo
intorno alla fine del XVIII secolo. Le montagne intorno a San Fili erano
stracolme di briganti della peggior specie e ciò le rendeva decisamente
pericolose per la brava gente che, per mille ed uno motivi, era costretta ad
avventurarvisi.
A
quei tempi era necessario attraversarle sia per andare da un paese all'altro a
trovare questo o quell'altro parente, sia perché le nostre montagne per tante
famiglie significavano l'unico mezzo di sostentamento di vita che loro avevano
a disposizione, sia per gli scambi commerciali che intercorrevano tra le varie
comunità al di qua e al di là delle montagne stesse.
I
briganti (... mi piacerebbe sapere se a tutt'oggi ci sono discendenti di questa
brava gente nella nostra comunità... sapendolo, si riuscirebbe a capire meglio
il comportamento degli stessi... in quanto buon sangue e difficile che menta!),
consapevoli che da ognuno si potesse ricavare qualcosa, a quanti riuscivano a
far cadere nella loro trappola o li spogliavano di quanto avevano in quel
momento addosso, o li costringevano a promettere complicità alle loro bieche
azioni (rifornimento viveri, informazioni varie ecc.) o, se erano a conoscenza
che gli stessi erano detentori della benché minima proprietà, li rapivano e
chiedevano un giusto riscatto ai familiari.
'Ntontariaddru
(Antonio Carpanzano secondo il
racconto di Antonio Noto), piccolo proprietario sanfilese, cadde in una
imboscata tesagli dai briganti... più o meno nella zona detta "a
Vuccaglia", un tempo coltivata e quindi fruttuosa. Da tale zona si può
facilmente raggiungere Marano.
I
briganti fecero arrivare ai familiari di 'Ntontariaddru le loro
richieste di riscatto. Nel frattempo, ritenendo le montagne circostanti San
Fili alquanto pericolose per gestire le trattative, cedettero, e quindi
trasferirono, il proprio ostaggio ad una banda consorella che operava nella
Sila.
Ai
piedi della Sila, di fatti, si sarebbero dovuti successivamente incontrare i
briganti con gli emissari della famiglia di Ntontariaddru per fare lo
scambio tra il riscatto pattuito e il rapito. A portare il riscatto ai rapitori
si era recato lo stesso padre di Antonio.
Volle
la sorte che 'Ntontariaddru riuscì non solo a scappare, per un caso che
a sentirla raccontare ad un altro anziano del paese (il mitico Mario Oliva) ha
in sé del miracoloso, ai propri rapitori ma anche e soprattutto a fregar loro
parte dei bottini di precedenti rapimenti.
Quella
sera infatti gli uomini rimasti a guardia del rapito e del rifugio si dettero
alla pazza gioia e quindi caddero facile preda di un sonno profondo... non
senza però aver prima ubriacato per bene l'ostaggio (o così per lo meno
credevano... si vede che non conoscevano bene i sanfilesi), avergli legato le
mani dietro la schiena, i piedi e, come se ciò non bastasse, aver collegato una
corda tra i piedi del rapito ed una loro mano (di modo che se si muoveva,
comunque li avrebbe svegliati).
'Ntontariaddru, che nei giorni di permanenza nel rifugio aveva avuto
modo di vedere dove i rapitori nascondessero le proprie ricchezze, in tale
situazione, dava l'impressione d'essere veramente un salame.
Miracolosamente,
dicevamo, slegatosi, senza farne accorgere ai rapitori di guardia, riuscì a
scappare portandosi dietro una cospicua parte del tesoro dei briganti. Nella
sua fuga ebbe tra l'altro la fortuna d'imbattersi nel padre che proprio quel
giorno stava portando il riscatto ai banditi nel luogo dagli stessi convenuto.
Più
veloce del vento fu il loro dietrofront col rientro a San Fili a riabbracciare
i propri cari.
Secondo
tali racconti (quelli di Mario Oliva e Antonio Noto), il nostro 'Ntontariaddru
con quanto era riuscito ad arraffare nel covo dei briganti, comprò alcune
proprietà in montagna che ancora oggi vengono indicate col nomignolo di questo
scaltro personaggio, ovvero "u fuassu 'e 'Ntontariaddru".
Secondo Antonio Noto (storia, mi prega di sottolinearlo, raccontata da padre in figlio) con parte del bottino venne realizzata, a ringraziamento dello scampato pericolo, la statua di Sant'Antonio Abate che si trova custodita nell'omonima chiesetta del paese.
1 commento:
Come al solito le tue storie sono sempre incredibilmente interessanti, belle e divertenti! Grazie per questi tuoi particolari momenti di vita trascorsa o presente di San Fili, Grazie enza
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