Foto a
sinistra ripresa dal web.
Articolo di
Pietro Perri.
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La storia che questa volta ti
voglio raccontare, non ha tempi e se li ha... sono tempi d’altri tempi: prima
del 1900, certamente. La storia ha titolo "u surd’e Carlucciu":
sicario di professione, leggenda per vocazione.
Viveva a San Fili, u surd’e
Carlucciu, e, almeno per quei tempi, era certamente una persona, oltre che
di buona forchetta, che sapeva rispettare la tavola cui era invitato a
presenziare.
Molti, mi ha raccontato mio
nonno che a sua volta gli aveva raccontato il padre che a sua volta gli aveva
raccontato il nonno che a sua volta... l’invitavano a pranzo o a cena: un boccone, a quei tempi,
non si negava a nessuno. Erano, appunto, altri tempi.
Un vero signore, u surd’e
Carlucciu, un sanfilese di quelli che in giro non se ne trovano più. Un
vero signore e come tale incapace di restare in debito con qualcuno. All’ultimo
boccone, infatti, non poteva fare a meno di chiedere al proprio commensale:
"Avissiti, per casu, ‘ncunu chi vi vo’ male o chi v’ha fattu ‘ncuna
cosa de bruttu? ... ca dumane chissu, nun camina cchiu’!".
Qualcuno, pensando che
scherzasse, gli faceva nome e cognome del proprio avversario: il secondo giorno
a San Fili c’era nuovo lavoro per il becchino. Una testa era stata troncata di
netto ad un nostro compaesano.
Altri, consapevoli di quanto si
diceva intorno alla figura de u surd’e Carlucciu, misuravano
adeguatamente le parole.
U surd’e
Carlucciu, si diceva e si dice ancora, avesse sotto il mantello
un’affilatissima piccola accetta (na ‘ccetta scugnata, per la
precisione), una destrezza da prestigiatore ed una capacità di gestirla quasi
chirurgicamente: gli bastava un solo colpo e la testa del malcapitato sarebbe
rotolata per terra.
Anche fra cento persone quasi
nessuno si sarebbe accorto di niente. Anche fra cento persone, si sarebbe visto
solo la testa cadere da una parte ed il corpo dall’altra... quasi nessuno si
sarebbe accorto di niente... quasi.
Una donna, in
quel lontano giorno del Signore, se ne accorse ed ebbe la scelleratezza di
gridarlo ai quattro venti, mettendo la parola fine ad una storia che avrebbe
potuto continuare ancora per diversi anni.
Erano sulla scala della Chiesa
Madre, all’uscita della Santa Messa, e quanto tutti guardavano atterriti quel
corpo cadere per terra e la testa del malcapitato contare gli scalini della
scala stessa, ecco che si sente una donna gridare: "E’ statu u surd’e
Carlucciu, l’aju vistu, è statu u surd’e Carlucciu!".
Già i carabinieri avevano
agguantato il galantuomo che questi, voltandosi verso la donna, ebbe il tempo
di dire con disprezzo: "Maria Gra’, n’aju tagliatu vinti capu, ma ti
giuru ca si iasciu vivu da galera... cu ra tua su vint’unu!".
Non mantenne la promessa, ma
non per sua colpa... non usci vivo dalla galera (quando vi era entrato aveva
ormai oltrepassato la terza, se non la quarta, giovinezza).
Del protagonista di questa
stupenda storia, resta ancora nella mente dei nostri anziani il tramandato
ricordo di quanto questi disse al giudice nel momento che il giudice lo
condannò a vent’anni di galera.
Vent’anni, a lui che ne aveva
forse ottanta.
"Signor giudice,
senz’offesa, chiri chi puazzu fare e fazzu, chiri chi nun puazzu fare vorrà
dire ca e faciti vussuria!"
Non so quanto ci sia di vero e
quanto di leggendario in questo racconto, ma... credetemi, non ho potuto fare a
meno di riportarlo. Era questo uno dei tanti racconti che i nostri bisnonni, in
assenza della televisione, raccontavano ai familiari seduti a cerchio intorno
al focolare.
Erano storie... d’altri tempi.
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