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venerdì 19 luglio 2024

Vera Lettera di Nostro Signore Gesù Cristo.



Foto a sinistra: San Fili - facciata principale della Chiesa dello Spirito Santo. La foto è leggermente distorta in quanto fatta con un grandangolare... d’altri tempi.

Foto Pietro Perri.

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Articolo tratta dal bollettino del "San Fili Fraternity Club" - anno 27, n. 2, febbraio 1987 con aggiunta di una breve nota di presentazione a firma dello scrivente Pietro Perri.

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Forse non tutti sanno che in tempi remoti i morti venivano sepolti in fosse comuni (cripte) nelle chiese del paese.

Usanza questa che tante gravi conseguenze ha portato alle comunità ante-Napoleone Bonaparte (fu infatti grazie a questo spettacolare e per tanti versi ambiguo condottiero, e uomo politico, se finalmente si capì ch'era poco igienico tenersi "i morti in casa"... ossia seppellirli nel centro abitato all'interno delle Chiese).

L'idea di quella “buonaparte” di Napoleone, come tutti sappiamo, ovviamente non piacque a tanti benpensanti dell'epoca. Non ultimo tra questi il famoso Ugo Foscolo che non ci mise granché a rispondere "con le rime" al provvedimento bonapartista con i suoi arcinoti "Sepolcri"... tanto per restare in tema. I Sepolcri (1806), infatti, sono stati suggeriti dal decreto bonapartista che vietava le sepolture nelle Chiese e nelle cappelle.

La Calabria, si sa, fa parte dell'Italia (in altri tempi più che dell'Italia faceva parte del Regno delle due Sicilie) almeno sulla carta... perché nella realtà sembriamo più africani che europei. Cosenza, si sa... forse un po' di meno, fa parte della Calabria. San Fili, mi auguro che qualcuno lo sappia, fa parte della provincia di Cosenza.

Perché questo discorso? ... perché da quando Napoleone conquistò (? ... non fu certamente un grande sforzo!) l'Italia, e passò per giunta a miglior vita, a quando San Fili si fornì di un cimitero. Passarono molto più d'una cinquantina d'anni. Secondo la tradizione orale il primo morto ad avere accesso in quel di "Santa Maria", inteso come cimitero sanfilese, fu una guardia di finanza.

Correva l'anno 1891.

Effettivamente ci eravamo da tempo lasciati alle spalle l'inizio della seconda metà del XIX secolo (1850).

Comunque grazie al convento dei "frati Ritiranti" che sorgeva nella zona di Santa Maria, i morti nella zona erano da tempo di casa. T'invito, a tal fine, caro avventore, a leggere sempre nelle pagine di questo blog, nella sezione dedicata a "I racconti del focolare a San Fili" la simpatica storiella dal titolo "Vorra sapire si la morta è morta".

Seppure si perse l'usanza di seppellire i morti nelle chiese del paese, a San Fili, in ogni caso non ci si preoccupò per niente di prelevare i cadaveri in esse presenti e dargli miglior sepoltura nel costruendo cimitero.

Tali restarono indisturbati per oltre una centinaia d'anni... e siamo agli inizi degli anni Settanta (1970) quando finalmente s'iniziò a dare un'occhiata alle cripte della Chiesa Madre e ci volle gli inizi degli anni Ottanta (1980) per dare un'occhiata anche alle cripte della Chiesa dello Spirito Santo (ossia alla chiesa dedicata a san Francesco di Paola).

In quell'occasione...

“(...) in un borsello di pezza, rimasto intatto tra le ossa delle mani di una donna è stata rinvenuta la Vera lettera di nostro Signore Gesù Cristo: un documento di fede religiosa, sentita e vissuta tra speranze e timore in promessa di bene, nella gioia del paradiso, e in terrore del male, nelle pene dell'inferno.

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«Vera Lettera di Nostro Signore Gesù Cristo, per mano dell'Angelo Custode ad una fanciulla chiamata Brigida, nove miglia distante di San Marcello di Francia, stampata a lettera di oro, trovata ai piedi di un Crocifisso ove, era la Fanciulla, che da sette anni non aveva parlato, e subito che sentì la suddetta lettera parlò e disse tre volte Gesù e Maria.

«La domenica ch'è festa di precetto, andate alla Chiesa e pregate Iddio che vi perdona i vostri peccati. Io vi ho lasciato sei giorni per lavorare ed il settimo per riposare, dovete in quel giorno udire la Messa ed ascoltare i divini uffici e prediche, e fare l'elemosina ai poveri secondo la vostra possibilità che avete, e sarete da me riempiti di bene, altrimenti la mia malevolezza sarà sopra dei vostri figli e della roba, se poi digiunerete cinque venerdì all'anno in onore delle mie cinque piaghe che ebbi sopra la Croce, vi farò molte grazie che domandate.

«Tutti quelli che mormoreranno contro la mia Santa Lettera, e che diranno non essere uscita dalla mia Santa Bocca saranno da me discacciati, ed anche a quelli che la terranno celata e non la pubblicheranno, quelli che la paleseranno e leggeranno diranno essere uscita dalla mia Santa Bocca se avranno tanti peccati per quante gocce di acqua sono nel mare, da me saranno perdonati. Se qualche donna non potrà partorire, ponendosi questa Santa Lettera addosso subito partorirà. Tutti quelli che ubbidiranno ai miei Sacramenti goderanno per una eternità la Santa Gloria del Paradiso.

«Ebbi trenta pugni in bocca quando fui in casa di Anna e cascai tre volte: ebbi 105 colpi ed i soldati che mi portarono furono otto, le gocce di sangue che versai furono 3800, a quella persona che mi dirà ogni giorno due Pater, Ave e Gloria per tre anni continui si concederanno 5 grazie:

La prima = Non le farò provare le pene del purgatorio.»

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La versione della "Vera Lettera di Nostro Signore Gesù Scritto" è stata copiata, dall'originale in pessime condizioni, da Ciccio Cirillo - il Sanfilese d'America - e pubblicata sul bollettino del mese di febbraio 1987 del "San Fili Fraternity Club", in uno spazio dedicato tra l'altro all'amico Goffredo Jusi. Entrambi, il Cirillo ed il Jusi, passeranno prematuramente a miglior vita all'inizio degli anni novanta (1990). Di entrambi questo sito se ne occupa nelle pagine dedicate ai personaggi.

martedì 27 settembre 2022

I Sanfilesi ed il cardinale Fabrizio Ruffo.



Foto a sinistra: Il cardinale Fabrizio Ruffo in una immagine ripresa dal web.

L’episodio che ha coinvolto i Sanfilesi ed il cardinale Fabrizio Ruffo è documentato in più cronache dell’epoca.

E’ nel suo complesso – e nella sua tragicità - una storiellina simpatica (a mio modesto parere) da leggere.

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Quante volte ho sentito dire (e quante volte l'ho detto pure io): "'Ntu Meridione stavamu buani aru tiempu di Borboni". L'ho sentito dire e l'ho detto pure io... dimenticandomi d'essere un sanfilese, ossia il classico "Bastian contrario".

E' da tutti risaputo, infatti, che all'appuntamento referendario del 2 giugno 1946, dove si doveva scegliere tra il sistema monarchico e quello repubblicano, a San Fili vinsero i monarchici con 1149 voti contro i repubblicani che ne ottennero solamente 742 (le bianche e nulle furono ben 88). Fu una vera e propria disfatta, quella che scaturì dalle urne del nostro comune, per la nascente Repubblica Italiana.

Tutto ciò spiega, o quantomeno dovrebbe spiegare e giustificare, il rimpianto dei sanfilesi per l'annullamento del Regno delle due Sicilie e la nostra nostalgia per i discendenti di Franceschiello e dell'intera Casa Reale Borbonica.

Tutto ciò (i risultati del referendum del 1946 che videro in San Fili una convinta cittadina monarchica) spiega, o quantomeno dovrebbe spiegare e giustificare, una tale predilezione e fede monarchica del popolo sanfilese... se non ci si mettesse di mezzo la storia della nostra comunità e quanto accadde tra i Sanfilesi e le milizie del Cardinale Fabrizio Ruffo verso la fine del diciottesimo secolo (1700).

Innanzitutto è opportuno, per meglio capirci, tracciare un breve profilo storico del Cardinale Fabrizio Ruffo: ecclesiastico (in un periodo in cui il clero non disdegnava il potere temporale della Chiesa, e quindi non ci pensasse due volte ad imbracciare le armi per "le sante guerre") e uomo politico di tutto rispetto.

La situazione della penisola all'epoca del Ruffo non era delle migliori, tutto cambiava in rapida successione. Persino il Regno di Napoli (successivamente delle due Sicilie): nel diciottesimo secolo passò dapprima sotto il dominio austriaco, e poi sotto il governo di Carlo III di Borbone, il quale adottò un piano di vaste riforme per l'abbellimento e il progresso del Regno, anche se la maggioranza della popolazione era lasciata nella miseria e nell'ignoranza.

Il Cardinale Fabrizio Ruffo emette i suoi primi vagiti il 1744 nel castello di San Lucido (morirà a Napoli nel 1827). Tesoriere generale della Camera apostolica, si guadagnò l'odio dei feudatari per la sua amministrazione riformista; fu quindi rimosso dall'incarico da Pio VI e creato, secondo il motto "promuovere per rimuovere", cardinale nel 1791.

Tornato a Napoli nel 1798, dopo la creazione della Repubblica Partenopea, seguì la corte borbonica a Palermo. Nominato vicario generale del Regno, l'anno successivo passò in Calabria dove raccolse bande di volontari e formò l'esercito della "Santa Fede". Con tale "esercito", in soli quattro mesi, riuscì a travolgere le fragili difese repubblicane e a riconquistare Napoli.

Inutile dire che a favorire l'impresa del porporato venne anche in aiuto, oltre alla fede cristiana delle masse dei contadini, la sua favella e i vari provvedimenti "popolari" emessi dallo stesso quali l'abolizione e la riduzione di pesanti tasse e gabelle allora in vigore (una ritoccatina al prelievo fiscale, ieri come oggi, non guasta mai).

L'avanzata del Cardinale Fabrizio Ruffo verso la città di Napoli non trovò ostacoli sul suo camino... finché non s'imbatté (pensate un po') nei Sanfilesi, o più precisamente in un gruppo di loro... e non rischiò di rimetterci le penne.

 

Scrive Luigi Maria Greco negli Annali di Citeriore Calabria (1806/1811):

 

"Per insidie tese nella valle del Crati, da pochi repubblicani di San Fili a Ruffo Cardinale, un colpo di archibugio, insolito a fallire troncò il fiocco della Croce del porporato".

"Per insidie tese nella valle del Crati, da pochi repubblicani di San Fili" il cardinale Fabrizio Ruffo (che si vantava, il 6 marzo 1799, di aver raccolto attorno a se, già a Pizzo, ben quattromila uomini e di prevederne nelle sue fila oltre diecimila appena giunto a Catanzaro) e per colpa di "un corpo di archibugio insolito a fallire" per poco non passò alla storia in tutt'altro modo... ed in quest'anno (1999) Napoli non avrebbe potuto celebrare l'anniversario della storica vittoriosa insurrezione.

 

Proprio così: San Fili, la repubblicana, per un soffio non mandò prematuramente all'altro mondo non solo il cardinale Fabrizio Ruffo ma anche lo stesso ritorno sul trono di Napoli da parte della Casa Borbonica... e oggi, noi sanfilesi, abbiamo anche la sfrontatezza di definirci filo-borbonici!

Vi ho raccontato questa parte della storia e quanto prima vi racconterò anche il seguito (cosa ancora più bella) ma vi prego: CHE NESSUNO DI VOI SI SOGNI DI ANDARE A FARE LA SPIA CON LA BELLA MELBA!

*     *     *

San Fili fu, nel 1800, un centro di indiscutibile valore patriottico... punti di vista permettendo. Il nostro alto spirito repubblicano e il nostro desiderio di vedere un'Italia unica ed indivisibile non potevano certamente piacere né ai Borboni né tantomeno ai monarchici.

Persino il nostro eroe risorgimentale Sante Cesario, "riveduto e corrotto", in tale logica finisce per passare da indiscutibile punto di riferimento storico e quindi vanto della nostra comunità, a semplice criminale di bassa lega.

Ed è in questa strana logica della storia umana, dove i vincenti ce li ritroviamo sempre e comunque dalla parte della ragione, che l'eroica azione dei sanfilesi che stava culminando nella morte del Cardinale Fabrizio Ruffo (a capo dell'esercito della "Santa Fede" che doveva rimettere sul trono del Regno di Napoli i reali della casa borbonica), finisce per essere riportato da alcuni commentatori storici dell'epoca come uno tra i tanti casi di volgare criminalità comune (anche se in una veste simpatica e folcloristica).

*     *     *

Riporto di seguito un simpatico passo scritto da L. Grimaldi nel suo articolo "Bernardo de' Marchesi de Riso ed i suoi tempi", opera postuma, apparsa su "Il giurista calabrese", anno III, 1869, numeri. 2 e 3:

 

"... Fra le bizzarrie del tempo, fu anche quella di vedere sorgere in Sanfili (sic.!), paese non molto distante da Cosenza, un tale Dell'Aquila, che, raccolta una banda di trenta assassini, si pose a fare il rapinatore, sotto protesto politico, che variava a suo piacere, poiché, percorrendo i piccioli paesi, se vi trovava la bandiera regia l'abbatteva e v'innalzava la repubblicana, ordinando il saccheggio; se invece trovava la bandiera repubblicana l'abbattea per innalzare la regia, così facendo sempre grosso bottino.

Nel bosco Ritorta, imbattutosi colle truppe cardinalizie, il Dell'Aquila non vide altra risorsa che di annunziarsi al Cardinale come raccoglitore di gente per metterla a sua disposizione. Il Cardinale lodollo e l'accettò, ma un nemico del dell'Aquila, che seguiva il cardinale, lo avvertì di tenerlo per sospetto, comecché avea piantato l'albero in più luoghi.

La comitiva allora, caduta in diffidenza, diede di mano alle armi ed ebbe luogo un conflitto, nel quale un colpo di fucile portò via il pomo della sella del Cardinale. Ma vinti dal numero, alcuni restarono morti, altri fatti prigioni, fra i quali il Dell'Aquila, che fu giustiziato".

*     *     *

Brutta fine quella del Dell'Aquila, così come brutta fine fece l'eroe sanfilese Sante Cesario, ma ancor più brutta fine stavano per fare i sanfilesi tutti, dopo l'episodio del Cardinale Fabrizio Ruffo, se non fossero giunti gli amici di Bucita a darci man forte.

Ma vediamo assieme come si svolsero i fatti.

 

All'indomani dell'attentato, fallito per un soffio, al Cardinale Ruffo, i Falconaresi (fedeli al Cardinale), decisi a dare una sonora lezione ai rei Sanfilesi (presumibilmente una scusa, in quando per ben altre cose e ragioni, i Sanfilesi non erano ben visti dalla gente della costa tirrenica), con a capo un certo Donnu Titta mossero armati fino ai denti contro il nostro abitato.

I Sanfilesi, opportunamente messi sull'avviso, aspettarono gli "ospiti" arroccati sul sagrato della Chiesa Madre. Vi fu una cruenta battaglia che, malgrado persino le nostre donne si facessero in quattro per dar man forte ai nostri avi, dopo breve tempo si volse contro i poveri accerchiati.

Fortuna volle che un certo Pasquale Gentile (ricco possidente del paese nonché maestro nell'arte della produzione e della commercializzazione della seta) recatosi di corsa a Bucita ottenne dai concittadini della nostra futura frazione un insperato, pronto e fortuito aiuto.

Giunti a San Fili i confratelli di Bucita assieme al Gentile presero di spalle i Falconaresi cui in breve resto ben poco scampo e ben poche possibilità di vittoria.

In men che non si dica, ottenuta una proverbiale batosta, i Falconaresi furono costretti a scappare e quindi San Fili per l'ennesima volta poté emettere un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo.

Il tutto, per la cronaca, si svolse nel 1799.

 

*     *     *

I fatti che hanno interessato i Sanfilesi ed il Cardinale Ruffo hanno ispirato anche il nostro simpatico ed impareggiabile "poeta e cantastorie Luigi Gigino Aloe.

I versi di seguito riportati sono ripresi dalla sua poesia/canzone in vernacolo "San Fili da Terra di Sancti Felicis"... cambia qualche nome, ma la storia è sempre quella:

 

(...) Su populu ha lottatu pe a paci e a libertà

na storia forsi vera vi vuagliu raccunta'.

 

Prima nu cardinali, formò na banda armata

partitu da Sicilia, saccheggia sa vallata.

 

Ruffu i cugnume, a Santu Lucidu natu,

anchi si Cardinali, era nu depravatu.

 

Chiamanu ad Ermellinu ca spara ‘i precisioni

pe fa fini ccu a forza chissa maledizioni.

 

Postìa ru Cardinali d'arriati nu Frascuni

u spara ma ull'ammazza! U coglia a ru curduni.

 

Chissu è nu malidittu! U pruteggia Belzebù

Ermellinu sa squaglia e nun si trova cchiù.

 

Intantu n'atru barbaru arriva i Falconara

Don Chiccu cu mill'uamini si vole vendicare.

 

A genti di San Fili, ardita e curaggiusa

supa a ra Cchiesa Matri pripara ra difesa.

 

U scontru è assai violentu, para tuttu perdutu

arrivanu i rinforzi: Vucita è tutta armata.

 

Vucitari, è Pasqualinu Gentile a ri guidari,

a ra banda i Don Chiccu un li resta ca scappari

(...).

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Poeticamente parlando, comunque, non fu solo l'amico Gigino Aloe ad interessarsi della vicenda intercorsa tra i Sanfilesi ed il cardinale Fabrizio Ruffo... né fu certamente il primo.

Su tale argomento, infatti, si c'era già sbizzarrito con la penna il poeta e letterato locale Raffaele Pellegrini (S. Fili 29 settembre 1857 - ivi 13 dicembre 1934).

Nella sua composizione dedicata all'allora costruendo tunnel del tratto ferroviario Cosenza Paola (intitolata appunto "Pel Tunnel della Cosenza - Paola), stiamo parlando degli inizi del Novecento, troviamo la seguente strofa:

 

E lì, ritto in arcioni,

il tristo Cardinal crocesegnato,

Fabrizio Ruffo, ancora ammantellato

nella porpora, tinta di sanguigno

da le stragi novissime, maligno

il guardo, anch'Ei s'erge, e guata quella

balza fatal del monte, ove Armellino,

spiandone il cammino,

l'arciöne gli forava de la sella.

 

Con le seguenti note curate dall'indimenticabile Goffredo Iusi:

 

"E' tradizione, confermata, del resto, dal racconto attendibile dei nostri vecchi, che nel 1799, Pasquale Blasi, soprannominato Armellino della Carboneria - alla quale in quei tempi davano contributo larghissimo le famiglie Pellegrini, Granata, Gentile, ecc. - si appostasse al passaggio del Cardinal Ruffo, capo dei Sanfedisti e reduce dai massacri delle Puglie e del Cosentino. Sul così detto "passo delle Crocelle" il colpo del suo fucile falliva colpendo semplicemente l'arcione della sella; ed il porporato poté raggiungere le rive di Paola, ove l'aspettava un legno. che doveva condurlo in Napoli, a dare l'ultimo colpo a quella agonizzante e gloriosa Repubblica Partenopea".

 

Resta ovviamente l'invito a leggere, e non solo questa, l'intera poesia "Pel Tunnel della Cosenza-Paola di Raffaele Pellegrini.


martedì 3 maggio 2022

Cosiminu, Sarchiapune e la scaltra moglie.



A sinistra foto della collezione Francesco Ciccio Cirillo: contadino negli anni Cinquanta del XX secolo sul ponte delle Jumiceddre a San Fili.

Articolo di Pietro Perri - pubblicato su "l'occhio" / dicembre 2000.

*     *     *

C'è da dire però che nell'espressione più viva della saggezza popolare, anche le donne sanfilesi si prendono la loro bella rivincita. In quest'occasione parleremo di una di queste donne (senza farne il nome ma posizionando l'accaduto agli inizi del XX secolo). Anche questo raccontino fa parte dei classici racconti del focolare tramandato nella tradizione orale dei nostri nonni.

Siamo a Bucita e il marito di questa perspicace donna si struggeva il cervello cercando invano una scusa valida per darne di santa ragione alla sua dolce metà. Il tutto per la serie: "quando ritorni a casa dai pure un paio di schiaffi alla tua consorte, tu non immagini neanche il perché... ma lei lo sa benissimo!"

Al nostro eroe (?) sarebbe bastato che la moglie gli rivoltasse la parola o quantomeno mettesse in dubbio un suo modo di fare, ma la moglie sembrava la perfezione personificata e non c'era modo di farla cadere in qualche seppur banale trabocchetto.

Pensa che ti ripensa il nostro eroe si decide a chiedere consiglio alla madre (... e noi sappiamo benissimo che quando si ci mettono di mezzo le suocere, addio pace familiare). La madre del nostro eroe trova immediatamente la soluzione: "Figlio, fai qualcosa di deficiente davanti a tua moglie e vedrai che lei, come tutte le donne, avrà da che dire in merito".

Ma cosa fare di tanto deficiente da costringere la moglie a ridire sul proprio operato? "Figlici’, domani preoccupati di caricare un paio di fascine sul tuo somaro con la parte larga sul davanti. La sera sforzati di fare entrare il somaro nella stalla in questa posizione e mettiti ad imprecare nel constatare il fatto di non riuscire a farlo passare dalla porta. Vedrai che tua moglie, avrà certamente da ridire sul tuo operato e tu avrai un'ottima scusa per dargliene in giusta misura".

Detto fatto... e sembrava che tutto andasse per il meglio... se non fosse stato per la risposta della brava donna che, nel vedere il marito impegnato in quell'assurda epica impresa, invece di offendere il consorte per la stupida caparbietà, dirà allo stesso: "E via vì, Cosimì (n.d.r.: nome di fantasia): un't'arraggia, c'ancora e' priestu. Fa chianu chianu, ca nun c'e' fretta! ... ara fine, Cosimi!, cchi male c'è si mangiamu na menzura cchiu tardi?".

Il nostro eroe, pur accusando il colpo, ritorna dalla madre a chiedere ulteriori ragguagli... è risaputo dopotutto che la donna ne sa una più del diavolo e che... solo una donna può mettere ko un'altra donna.

"Figlio", dirà la madre a Cosimino, "domani sera il somaro invece di farlo entrare nella stalla regolarmente, sempre carico di due fascine abbondanti di frasche... fallu trase cularrieti... e pue vidimu si muglierta tene... o nun tene nent'e cchi ti dire!"

Detto fatto, al rientro da un'altra dura giornata di lavoro in montagna, Cosimino mette in atto quanto suggeritogli dalla madre... ed anche questa volta, notando l'impossibilità a far entrare il somaro, per giunta "cularrieti e caricu de frasche", nella stalla... giù bestemmie ed imprecazioni di varia natura.

Ed anche questa volta, puntuale dal balcone, ecco sporgersi la moglie che rivolta al somaro (somaro "animale" e non somaro "marito") gli dice: "E via vì, Sarchiapu' (n.d.r.: nome di fantasia)! ... fallu cuntientu na vota 'nta vita tua a su marituzzu miu ca s'e' ricuotu stancu da muntagna: almenu na vota 'nta vita tua, nu ddicu de cchiù... trasecce ntra sa staddra cumu dice Cusiminu miu!".

Sui risultati di quella sera i dubbi sono molti: qualcuno dice che il nostro eroe non cercò più di provocare la moglie (né cercò più consigli alla madre) ed altri che, anche per togliersi uno scrupolo dalla coscienza... una bella bastonata alla scaltra moglie gliela diede lo stesso.

Non so se accadde veramente questo fatto... ma me l'hanno raccontato in tanti e non ho potuto fare a meno di riferirvelo. Non dimenticate però, cari mariti, che, secondo quell'antico detto cinese: un paio di schiaffi alla vostra moglie la sera al vostro rientro non guastano mai... voi non immaginate neanche il perché, ma lei lo sa benissimo!

*     *     *

Su Cosimino, soprannominato "u Turnise", e sui rapporti con la propria moglie ovviamente se ne racconta più di una in merito. Forse qualcuna è vera, forse qualcuna e per metà vera e metà leggenda... forse qualcuna è tutta leggenda.

Ma "u Turnise", in quel di Bucita, è comunque un personaggio degno della nostra attenzione... specie se collegato al batti - ribatti della moglie.

Ci fu una volta, ad esempio, che cercando invano una scusa per dargliele di santa ragione alla cara consorte, secondo i racconti popolari dei nostri nonni, accese un grandissimo fuoco davanti a ferragosto, in un anno in cui facevano a dir poco quaranta gradi all'ombra.

La moglie invece di incavolarsi e dirgliene quattro sulla sua stupidità, avvicinatasi al fuoco e facendo finta si scaldarsi con piacere, si limito' a dire al povero ed incredulo Cosimino: - Sini, Cosimì! ... c'ha fattu buanu... cu fuacu... è buanu tridici misi all'annu!

C'è da dire però che nell'espressione più viva della saggezza popolare, anche le donne sanfilesi si prendono la loro bella rivincita. In quest'occasione parleremo di una di queste donne (senza farne il nome ma posizionando l'accaduto agli inizi del XX secolo). Anche questo raccontino fa parte dei classici racconti del focolare tramandato nella tradizione orale dei nostri nonni.

Siamo a Bucita e il marito di questa perspicace donna si struggeva il cervello cercando invano una scusa valida per darne di santa ragione alla sua dolce metà. Il tutto per la serie: "quando ritorni a casa dai pure un paio di schiaffi alla tua consorte, tu non immagini neanche il perché... ma lei lo sa benissimo!".

Al nostro eroe (?) sarebbe bastato che la moglie gli rivoltasse la parola o quantomeno mettesse in dubbio un suo modo di fare, ma la moglie sembrava la perfezione personificata e non c'era modo di farla cadere in qualche seppur banale trabocchetto.

Pensa che ti ripensa il nostro eroe si decide a chiedere consiglio alla madre (... e noi sappiamo benissimo che quando si ci mettono di mezzo le suocere, addio pace familiare). La madre del nostro eroe trova immediatamente la soluzione: "Figlio, fai qualcosa di deficiente davanti a tua moglie e vedrai che lei, come tutte le donne, avrà da che dire in merito".

Ma cosa fare di tanto deficiente da costringere la moglie a ridire sul proprio operato? ... "Figlio, domani preoccupati di caricare un paio di fascine sul tuo somaro con la parte larga sul davanti. La sera sforzati di fare entrare il somaro nella stalla in questa posizione e mettiti ad imprecare nel constatare il fatto di non riuscire a farlo passare dalla porta. Vedrai che tua moglie, avrà certamente da ridire sul tuo operato e tu avrai un'ottima scusa per dargliene in giusta misura".

Detto fatto... e sembrava che tutto andasse per il meglio... se non fosse stato per la risposta della brava donna che, nel vedere il marito impegnato in quell'assurda epica impresa, invece di offendere il consorte per la stupida caparbietà, dirà allo stesso: "E via vì, Cosimì (n.d.r.: nome di fantasia): nun't'arraggia, c'ancora e' priestu. Fa chianu chianu, ca nun c'e' fretta! ... ara fine, Cosimi! Chi male c'è si mangiamu na menzura cchiu tardi?".

Il nostro eroe, pur accusando il colpo, ritorna dalla madre a chiedere ulteriori ragguagli... è risaputo dopotutto che la donna ne sa una più del diavolo e che... solo una donna può mettere ko un'altra donna.

"Figlio", dirà la madre a Cosimino, "domani sera il somaro invece di farlo entrare nella stalla regolarmente, sempre carico di due fascine abbondanti di frasche... fallu trase cularrieti... e pue vidimu si muglierta tene... o nun tene nent'e cchi ti dire!".

Detto fatto, al rientro da un'altra dura giornata di lavoro in montagna, Cosimino mette in atto quanto suggeritogli dalla madre... ed anche questa volta, notando l'impossibilità a far entrare il somaro, per giunta "cularrieti e caricu de frasche", nella stalla... giù bestemmie ed imprecazioni di varia natura.

Ed anche questa volta, puntuale dal balcone, ecco sporgersi la moglie che rivolta al somaro (somaro "animale" e non somaro "marito") gli dice: "E via vì, Sarchiapu' (n.d.r.: nome di fantasia)! ... fallu cuntientu na vota 'nta vita tua a su marituzzu miu ca s'e' ricuotu stancu da muntagna: almenu na vota 'nta vita tua, nu ddicu de cchiù... trasecce ntra sa staddra cumu dice Cusiminu miu!".

Sui risultati di quella sera i dubbi sono molti: qualcuno dice che il nostro eroe non cercò più di provocare la moglie (né cercò più consigli alla madre) ed altri che, anche per togliersi uno scrupolo dalla coscienza... una bella bastonata alla scaltra moglie gliela diede lo stesso.

Non so se accadde veramente questo fatto... ma me l'hanno raccontato in tanti e non ho potuto fare a meno di riferirvelo. Non dimenticate però, cari mariti, che, secondo quell'antico detto cinese: un paio di schiaffi alla vostra moglie la sera al vostro rientro non guastano mai... voi non immaginate neanche il perché, ma lei lo sa benissimo!

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Su Cosimino, soprannominato "u Turnise", e sui rapporti con la propria moglie ovviamente se ne racconta più di una in merito. Forse qualcuna è vera, forse qualcuna e per metà vera e metà leggenda... forse qualcuna è tutta leggenda.

Ma "u Turnise", in quel di Bucita, è comunque un personaggio degno della nostra attenzione... specie se collegato al batti - ribatti della moglie.

Ci fu una volta, ad esempio, che cercando invano una scusa per dargliele di santa ragione alla cara consorte, secondo i racconti popolari dei nostri nonni, accese un grandissimo fuoco davanti a ferragosto, in un anno in cui facevano a dir poco quaranta gradi all'ombra.

La moglie invece di incavolarsi e dirgliene quattro sulla sua stupidità, avvicinatasi al fuoco e facendo finta si scaldarsi con piacere, si limito' a dire al povero ed incredulo Cosimino: - Sini, Cosimì! ... c'ha fattu buanu... cu fuacu... è buanu tridici misi all'annu!

U tauru di baruni Miceli.



La foto a sinistra ripresa dal web.

U tauru dei baroni Miceli ovvero... i notabili della politica sanfilese riconoscono sempre i loro padroni.

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Per quanto riguarda i miei scritti sulle tradizioni (racconti del focolare inclusi) della comunità sanfilese, una vera miniera d'oro, dal punto di vista delle informazioni dallo stesso ottenute, si è dimostrato l'amico Mario Oliva.

In questi giorni, siamo nel mese di luglio 2002, Mario mi ha raccontato un fatticino che considerato a se aveva, dal mio modesto punto di vista, ben poco d'interessante (era un semplice fatto a dir poco "naturale"), ma preso nel contesto dell'interscambio di amichevoli informazioni avutosi tra l'amico Mario e l'amico Alfonso Rinaldi (quest'ultimo sindaco di San Fili per quasi un ventennio)... da' l'impressione di avere tutta una sua morale di vita (politica e quindi sociale) di indiscussa rilevanza.

I capi (se "tori di razza") sono sempre capi, e un capo, anche dopo diversi anni, viene sempre riconosciuto dai propri sottomessi (i "piecurari", ovvero i notabili della politica locale). Quanti dei sottomessi s'illudono che il capo è morto, solo perché è sparito per qualche tempo, pur non avendone trovato il cadavere... rischiano di restare fuori dal gioco.

Questa premessa, che è solo una premessa, è necessaria comunque per campire l'intera storiellina che vi sto per raccontare.

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Il 1969 a San Fili era caduta l'allora amministrazione comunale guidata dalla Democrazia Cristiana e nel 1970, ormai in piena campagna elettorale, ci si apprestava ad eleggere il nuovo "parlamentino locale". DC da una parte e dall'altra, capitanata da Alfonso Rinaldi, la coalizione di sinistra "Torre con Orologio". 

Alfonso Rinaldi, assessore nella precedente amministrazione, aveva rotto, contribuendo in modo determinante alla caduta della stessa, con la DC per incompatibilità di carattere con i vecchi gerarchi democristiani: lui era un capo, una "mente", localmente e politicamente parlando, e come tale gli era difficilissimo sottostare alle imposizioni di quanti non sapessero neanche cosa fosse la stoffa del capo... ed in quel momento stava dando vita a quel filone filosofico, sempre politicamente parlando, che potremmo definire "alfonsismo sanfilese" . 

Tale filone filosofico si racchiudeva nelle frasi più volte dette da Alfonso Rinaldi nei suoi interventi "i partiti camminano con le gambe degli uomini" e "dentro l'abito c'è l'uomo". Un po' come dire: metti le persone sbagliate a dirigere i partiti... e i partiti hanno finito di esistere. L'uomo è alla base di tutti i discorsi e non i discorsi alla base dell'uomo. 

Ovviamente, già a quei tempi era facile additare questo o quel soggetto come traditore, voltagabbana, canna al vento... politicamente parlando. Oggi passare da un partito all'altro è diventato una moda per tutti (e chi non lo fa apertamente, in tasca ha quattro o cinque tessere di partiti diversi): la cittadinanza sanfilese (la noce singola nel sacco non fa rumore) su questo si sta dimostrando maestra. 

L'Italia, ovviamente, ha importanti trascorsi storici in merito: basta pensare a quanto avvenuto appena finita la seconda guerra mondiale: sono spariti i fascisti! ... oppure verso la fine della seconda guerra mondiale quando, nel giro di poche ore ci siamo trovati da alleati dei tedeschi ad alleati degli americani... e senza provare vergogna alcuna!

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Alfonso Rinaldi, vero politico e quindi amico di tutti al paese, in quell'occasione vedendo sul corso XX Settembre a Mario Oliva lo chiamò in disparte e gli chiese: 

- Mario, tu che hai sempre la risposta pronta e caratteristica... mi servirebbe un proverbio... una frase tipica... un aneddoto per poter giustificare sul palco questo mio passaggio dal centro alla sinistra... qualcosa di simpatico per farmi capire ed accettare dai paesani. 

 

E Mario subito di rimando:

- Alfo', dice supra u parcu: "simmina quannu vue ca a giugnu mieti"!

Detto fatto: chi lavora, anche se in politica, prima o poi qualche frutto dovrà pur raccoglierlo. E qual mese migliore per la raccolta se non il mese di giugno? ... in quel mese ce ne sono chicchi di grano nelle spighe!

La frase portò fortuna ad Alfonso che, nel men che non si dica, da assessore con la Democrazia Cristiana, si ritrovò sindaco con la sinistra socialcomunista.

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Il connubio dei primi cinque anni tra Alfonso e la Sinistra sanfilese, malgrado alcuni scempi storici creati per le strade e le contrade del paese, è andato più che ottimamente, tanto da riproporre il tutto ai sanfilesi nella tornata elettorale del 1975... e fu di nuovo vittoria. Purtroppo questo connubio non superò, come avviene in buona parte delle famiglie normali, la crisi del settimo anno... e per San Fili fu il Commissario prefettizio.

Il 1978 Alfonso Rinaldi e fuori dal gioco: per forza d'inerzia la Sinistra sanfilese riconquista il palazzo municipale lasciando ancora una volta la DC al palo... ma il sindaco non si chiama Alfonso Rinaldi bensì Leccadito (sostituito a sua volta, all'inizio degli anni ottanta dal cognato Domenico Greco).

Alfonso Rinaldi si ritira in buonordine a fare il direttore della locale Cassa Rurale ed Artigiana a tempo pieno ma se è vero che... galeotto fu il libro e chi lo scrisse: è altrettanto vero, dopotutto che "è meglio non disturbare il cane che dorme".

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Alfonso Rinaldi si ritira in buonordine a fare il direttore della locale Cassa Rurale ed Artigiana a tempo pieno ma se è vero che... galeotto fu il libro e chi lo scrisse: è altrettanto vero, dopotutto che "è meglio non disturbare il cane che dorme".

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Ma su circa 2500 abitanti, di cui almeno 2499 politicizzati... è possibile che qualcuno non andasse a svegliare il cane dormiente? ... è stato pur sempre l'Alfonso Rinaldi a definirsi, seppur scherzosamente, un cane randagio... un cane senza guinzaglio.

Fatto sta che ritrovai, verso la fine degli anni settanta, l'amico Rinaldi nelle fila del Partito Socialista Italiano più vivo che mai... e tra quanti si erano sforzati di convincerlo a rientrare in gioco c'era persino l'allora Segretario di Sezione Serafino Giraldi. E dopotutto... chi avrebbe negato ad Alfonso Rinaldi, se non un cane di razza (politicamente e localmente parlando) certamente un toro, un posto in prima fila nella prossima competizione amministrativa?

Ovviamente "posto in prima fila" se per Alfonso significava riprendere la "sua" poltrona di Sindaco di San Fili, per altri significava un posto di assessore o di semplice consigliere comunale. Passa qualche anno e le cose si mettono in chiaro nel modo... più naturale possibile: il 1983 ritroviamo Serafino Giraldi capolista della storica "Torre con Orologio" (PCI + PSI), Franco Gentile capolista della folcloristica lista del PSDI (primo esempio di terza lista amministrativa sanfilese) e - squillo di trombe - Alfonso Rinaldi capolista della lista civica "Spiga" (DC + indipendenti).

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Scusate: ma cosa c'entrano con tutta questa storia Mario Oliva ed il toro dei baroni Miceli? 

Un po' di pazienza e ve lo dico prima di subito!

Anche questa volta (elezioni amministrative del 1983) Alfonso Rinaldi fermerà l'amico Mario Oliva e gli chiederà un proverbio, un aneddoto, un qualcosa di simpatico da raccontare sul palco per giustificare il suo nuovo volo pindarico che comunque non doveva sembrare un ritorno da sottomesso alla casa paterna.

Perché lui tutto si sentiva, tranne che un figliol prodigo.

- Alfo', forse 'ncuna cosa ppe ttie a tiegnu! ... u sài u fattu du tauru di baruni Miceli?

E qui Mario inizia il suo racconto (vel'avevo detto che prima o poi saremmo arrivati al dunque).

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Siamo in un periodo che potremmo collocare tra le due grandi guerre. Sulla catena montana paolana all'epoca c'erano, tra le altre attività, anche diversi "vaccarizzi" ovvero allevamenti di bovini con tanto di mucche (vacche) e tori. Tra questi, sul versante sanfilese all'incirca tra la zona della Gesuola e la zona Acquatina c'era anche quello dei baroni Miceli.

Nulla di strano né decente da raccontare o da riportare nella storica memoria dei nostri anziani se non fosse stato per un bel dì quando il giovane toro del branco decise che era venuto il tempo di aggiornare la classe dirigenziale dello stesso e decise di affrontare, in modo certamente poco democratico - ossia a cornate e a chi più ne ha più ne metta -, il toro anziano.

La posta in gioco erano le femmine del branco.

Il giovane toro, certamente forte ma forse non del tutto esperto nella lotta corpo a corpo... ne prese di santa ragione e, terribilmente umiliato e sanguinante... tra lo stupore dei guardiani saltò il recinto e sparì dalla vista di tutti.

Tutti, ovviamente, pur piangendo la perdita del giovane toro, ammisero che il toro anziano effettivamente era un toro con gli attributi al posto giusto. Tutti ammisero che gli anziani, dopotutto, sono pur sempre anziani e non certamente per caso.

Sembrava che il fatto non dovesse avere un seguito... sembrava... fatto sta che dopo un cinque o sei mesi nella valle si ode echeggiare un raccapricciante muggito:

- MUHUhuHuuUUU!

Tutta la gente che si trovava nella vallata, incluso i pastori che collaboravano a gestire col curatolo "u vaccarizzu" dei baroni Miceli, si voltarono di botto verso a "Petra Cruciata", un promontorio da cui si dominava, appunto, la vallata. 

Da non credere, subito i pastori riconobbero la sagoma del toro scomparso cinque o sei mesi prima e, senza perdere tempo alcuno, scapparono dal curatolo a riferire l'eccezionale notizia.

- U tauru, dommici', s'è ricuotu!

- Siti pazzi: cumu facia a si ricoglie, cumu potia campa' sie misi 'nta ste muntagne, n'animale d'allevamientu, ppe giunta ccu tutti i lupi che cce circolanu? ... u toru nuostru, n'avrà sfamatu bestie! ... eppue... ritornava?

- Nonì, cura', ca l'hamu canusciutu!

E invece era ritornato, aveva disceso in un attimo il promontorio, era rientrato nel recinto ed aveva affrontato l'anziano toro per la seconda ed ultima volta. Ultima volta perché dell'anziano toro si sarebbe ormai parlato solo della carne arrostita e bollita che sarebbe uscita dalla sua carcassa distesa senza vita per terra.

Il giovane toro in tutti questi mesi si era semplicemente ritirato nelle montagne, vogliono dire nella zona di Luta, a rinforzarsi sia fisicamente che tecnicamente. In tutti questi mesi non aveva lasciato un solo attimo che la propria idea di ritornare e governare il branco, il suo branco, venisse meno nella sua mente.

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Alfonso il 1983 non raccontò l'aneddoto sul palco, sicuramente i sanfilesi non l'avrebbero capito e se l'avrebbero capito forse non gli avrebbero dato la fiducia per altre due campagne elettorali (il 1983, appunto, ed il 1988). All'inizio neanche io avevo capito il messaggio di Mario... ossia a cosa si poteva collegare (quale morale potesse avere) il racconto con la campagna elettorale che si stava svolgendo, accesa come al solito, a San Fili.

Eppure era più che semplice. Il giovane toro era certamente Alfonso Rinaldi; il vecchio toro poteva essere indiscriminatamente sia l'antagonista politico Serafino Giraldi che l'ormai agonizzante DC mancante di sangue nuovo e vitale; i pastori erano i notabili della locale classe dirigenziale politica (che sembra continuino ad essere alla ricerca di un valido toro... essendo loro venuto meno il sempreverde Alfonso Rinaldi... ma al momento opportuno riconosceranno il valido e potente nuovo giovane toro); mentre il curatolo è quello che a San Fili continua a non capire un cavolo (ed è inconsapevole persino del potere che ricopre).

Che dite? ... che ho dimenticato qualcosa? ... eppure l'unica cosa non abbinata tra il racconto e la vita politica comunitaria sono state solo le vacche del "vaccarizzo" dei Miceli.
Come? ... dite che non sapete chi sono nella metafora le vacche del "vaccarizzo"? ... non mi meraviglio di ciò: se no è da tempo che avreste smesso di recarvi alle urne a votare.

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Il racconto surriportato è anche un modo, credo simpatico (e spero che come tale venga preso), per parlare un po' della nostra recente vita politica locale oltre che servire a ricordare la figura dell'amico Alfonso Rinaldi che ci ha lasciato, prematuramente, agli inizi di questo terzo millennio.erzo millennio.

sabato 30 aprile 2022

RACCONTI DEL FOCOLARE A SAN FILI: La testa de Sirviuzzu ed il suo giusto cappello.



Foto by Pietro Perri.

La storia che sto per narrarvi (“La testa di Sirviuzzu ed il suo giusto cappello”), opportunamente rielaborata, fa parte dei cosiddetti “racconti del focolare” dei nostri avi.

Vere e proprie perle di saggezza che mostrano l’indiscussa arguzia di chi ci ha preceduto.

Noi, per comodità di narrazione, la collocheremo storicamente verso gli inizi degli anni settanta (1970/1973). I nomi dei personaggi sono ovviamente inventati, i luoghi (incluso la bancarella) sono reali.

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Ormai era deciso, senza un cappello in testa Sirviuzzu non poteva starci più.

Dopotutto un cappello dava anche signorilità, era segno di rispetto e contrassegnava le cosiddette “persone arrivate”.

Non importa fosse un vero e proprio cappello, ossia il copricapo prescelto dai cosiddetti nobili... anche una coppola andava bene, anzi, meglio se una cuoppula. I suoi paesani l'avrebbero sicuramente apprezzato di più (o quanto meno avrebbero riso meno di lui).

I capelli, poi, erano sempre più radi e sempre più grigi sulla sua testa.

C’era un piccolo grande problema, però: in paese non c’era, malgrado non ne mancassero con articoli similari, un negozio in grado di esaudire il suo legittimo desiderio.

E la colpa, manco a dirlo, non era dei commercianti ma di Madre Natura.

Proprio così: una testa come quella di Sirviuzzu, una bella taglia 64 (una vera e propria extralarge) a dirla nella misurazione dei cappelli, era decisamente fuori dal comune e come tale... fuori commercio.

Chiedi e richiedi, un compaesano gli dice che l’unico in grado, forse, di toglierlo dall’impiccio era un venditore di cappelli, a Cosenza, di fianco all’accesso del ponte di Lungo Crati: zu ‘Ntonu, per la precisione.

Presa la corriera, il nostro eroe si reca a Cosenza dal famoso venditore di cappelli: “Per tutte le misure e per tutti i prezzi”, si leggeva su un cartello appeso ad un lato della bancarella.

Zu ‘Ntonu notando Sirviuzzu girare intorno al proprio punto commerciale annusò immediatamente odore d'affare.

Prese tra le mani, da uno scatolino ingiallito dal tempo, quella coppola che da anni ormai non riusciva a vendere... vista la grandezza della stessa, e la porse orgoglioso all’incuriosito potenziale acquirente.

Sirviuzzu, con un piglio d'evidente timidezza, la provò subito: era perfetta, giusto quella che cercava e per giunta della giusta misura.

“Caro Sirviuzzu”, si erano già presentati, gli disse il commerciante, “voglio farti fare un affare. Si tratta di un pezzo unico e come tale non devi spaventarti del prezzo... sette mila lire. Oltretutto... mi dici dove riuscirai a trovare mai una coppola per la tua testa... con, rispettosamente parlando, quelle dimensioni”.

“Sette mila lire?” ... si domandò fra sé e sé il nostro compaesano, “... eppure il prezzo massimo delle altre coppole non supera le tre mila lire”.

“Zu ‘Nto, io ti do' pure ragione e per questo ti voglio venire incontro: quattro mila lire e l'affare è fatto. Credimi, qua nessuno è fesso. Dopotutto se io non riuscirò a trovare facilmente una coppola per la mia testa... dubito che tu, pur aspettando altri dieci anni, riuscirai a trovare una testa per la tua cuoppula”.

Zu ‘Ntonu capì che il ragionamento non faceva una grinza e decise di chiudere senza ulteriori tentennamenti, e felicemente per entrambi i contendenti, la trattativa.

Dopotutto anche, ed anche in quel modo, quello era un ottimo affare.

RACCONTI DEL FOCOLARE A SAN FILI: Vorra sapire si la morta è morta o puramente si la morta è viva.


Interno della Chiesa del Ritiro o di santa Maria degli angeli prima del restauro degli anni '80 e prima che gli stupendi pulpiti... sparissero per sempre.

L'autore della foto non è classificato nel mio archivio.

Articolo di Antonio Asta e Pietro Perri.

* * *

Quella che stiamo per raccontarvi è una storia successa tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX: vera o falsa non si sa', fatto sta che era uno dei pezzi forti che i nostri nonni raccontavano quando, in assenza del televisore, l'intera famiglia si riuniva attorno al focolare.

In questa storia c'è di tutto: il ricordo di qualche passo dei "Promessi Sposi", del "Decamerone" e persino del "Giulietta e Romeo" di Shakespeare; morti apparenti, amori senza confini, frati poco legati alla loro promessa di castità, la classica dabbenaggine di qualche comparsa e persino il ritornello d'una canzone popolare che ricorda tanto il motivetto de "la ballata da baronessa di Carini".

E' questa una di quelle classiche storie che restavano impresse nella memoria dei bambini dell'era pre-computerana... ed è giusto che venga salvata.

Tanto ma tanto tempo fa, la nostra Chiesa del Ritiro non era il semplice coronamento d'una vita di stenti di tanti Sanfilesi, ma anche e soprattutto una chiesa conventuale di spicco nell'intera provincia cosentina.

Un convento che, a sentir quanto riferiscono le solite malelingue, non solo per un certo periodo fu luogo di rifugio e ristoro per alcuni briganti e reazionari, ma anche e soprattutto per alcuni frati dalla dubbia moralità.

In quanto chiesa, comunque, aveva al suo interno la sua bella cripta che funzionava, come in tutte le altre chiese del paese, anche da fossa comune. La gente, spesso lasciando i propri averi ai religiosi, sperando magari di conquistarsi un posticino al sole nella vita ventura, a secondo del santo o della santa cui si rivolgeva, poteva, di volta in volta, esprimere il desiderio d'essere seppellito in questo o in quell'altro edificio consacrato.

Si dice, qui lo dico e qui lo nego, d'un frate ospite del succitato convento, debitamente ricambiato, pazzamente innamoratosi d'una paesana per giunta coniugata. Un amore (quello profano) a prima vista impossibile, ma... ben si sa che la necessità, anche in casi come questi, può aguzzare l'ingegno.

Detto fatto: uno strano intruglio bevuto dalla donna, la sopraggiunta morte e la promessa fattasi fare precedentemente dal marito d'essere seppellita nella cripta della chiesa di Santa Maria degli Angeli.

Passa qualche tempo ed un compare della sventurata coppia che aveva un pezzo di terra nei pressi della sacra costruzione, scorge da una finestra una donna dalle familiari sembianze intenta a pettinarsi. Poco dopo un frate che le si avvicina, l'abbraccia e la bacia.

Sarà stato il vino di quella mattina a fargli "u spirdu", diversamente tutto ciò non si capirebbe: la comare, infatti, era ben morta e seppellita.

La seconda mattina il fatto si ripete e così anche la terza, tanto che lo sventurato si decide ad andare dal marito della donna a raccontargli l'accaduto... sicuro d'essere preso per pazzo: come si sarebbe potuto mettere in dubbio il funesto evento e la indiscussa moralità dei religiosi?

La quarta mattina a lavorare quel pezzo di terra oltre al compare c'era anche l'inconsolabile vedovo e altri due amici di famiglia: tutta gente per bene, onesta e devota... e anche quella mattina, alla stessa finestra, riecco la familiare figura femminile di nuovo intenta a pettinarsi.

Non c'erano dubbi: la morta... morta non era ma viva e vegeta.

Cosa fare: denunciare il tutto alle forze dell'ordine (col rischio d'essere presi per pazzi), o far finta di niente facendola far franca all'adultera ed al suo amante?

Per il momento era necessario in ogni caso mettere sull'avviso i due lestofanti sul fatto che comunque loro sapevano e che a tempo debito avrebbero messo in chiaro più d'una cosettina.

La sera stessa il "fu vedovo" sempre più inconsolabile con un gruppo di amici, zampogne sulle spalle, si recano nei pressi del convento ed intonano, evidentemente rivolto al frate, il seguente ritornello:

"Vorra' sapire si la morta è morta / o puramente si la morta è viva, / ca ma de dare cuntu de la morta, / ca da finestra tua l'e vista viva".

Sicuri d'aver dato una sonora lezione al frate ed all'adultera mogliettina e messisi le zampogne in spalla, si apprestavano a rientrare all'abitato... se non che, sempre a mo' di ritornello, si sentì una strana voce (maschile) prendere forma dalla finestra incriminata, recitare la seguente strofa:

"Finché su vivu io, la morta è morta. / Quannu su muartu io, la morta è viva".

(Con variante della seconda affermazione "Quannu su muartu io, si vive è viva.").