A sinistra: Eracle
bambino uccide un serpente nella culla.
Musei capitolini (foto
ripresa dal web).
Tanto e tanto tempo fa (non poi tanto a
dire il vero visto che siamo nella prima metà del XX secolo) a San Fili
circolavano non solo serpenti giganteschi ma anche serpenti sucalatte (succhia
latte).
Era il tempo in cui entrare in una casa,
vista le migliaia di fori che c’erano nei muri, per una serpe era cosa
decisamente facile.
Tra le varie visitatrici, rettili, delle
case dei nostri nonni, sembra ce ne fossero alcune che adoravano succhiare il
latte dal seno delle donne… rubando il prezioso alimento ai piccoli in fasce
che proprio per questo motivo avevano grossi problemi a mettere su carne e
quindi a crescere come madre natura impone.
Sembra che tali serpi, per niente
assassine (dopotutto era nel loro interesse preservare sia la vita della donna
che doveva allattare che del bimbo che doveva essere allattato) a dire il vero,
ipnotizzando (e quindi addormentando) le balie in fase di allattamento e
iniziando a succhiare dal capezzolo delle stesse, per tener buono il bambino
mettevano nella bocca di quest’ultimo, a mo’ di ciuccetto, la propria
coda.
Sarà vero? … c’è chi dice si!
Si era nel periodo compreso tra le due
grandi guerre: la prima e la seconda Guerra Mondiale.
Un periodo questo caratterizzato da una
gravissima crisi economica (tutte le grandi guerre sono precedute o da una
gravissima crisi economica… o da grandi interessi economici… o da entrambi, ma
sempre problemi a sfondo economico).
Quando c’è crisi in giro, tranne chi sta
bene, tutti stanno decisamente male… specie i ceti meno abbienti.
San Fili, in quel periodo, era la regola
che confermava la regola… non l’eccezione.
Quello che però caratterizzava i paesini
come San Fili nel succitato periodo storico era che… a tutto dava una
giustificazione… se non logica comunque misteriosamente (sovrumanamente)
accettabile.
E’ in tali periodi, infatti, che soggetti
quali u monachieddhru, o u tesoru da scisa du canalicchiju cc uri
diavuli pronti a ti fricare l’anima ccu tutt’u riestu, streghe e magare, jocca
d’oro ccuri prucini ‘ntuornu… nei paesini come San Fili diventano
padroni assoluti dell’intera comunità.
Tutti, grandi e piccini, sono fatti e
tenuti prigionieri da tali stupende entità sovrannaturali.
A tutto, dicevamo, si arriva a dare una
giustificazione più o meno plausibile… persino al fatto di un neonato che pur
succhiando senza sosta al seno decisamente secco (privo di latte), della madre
non riesce a mettere un grammo di carne addosso. Anche per fatti simili, in
tali periodi, c’è una spiegazione logica.
Una spiegazione logica? … si… se entriamo
nel modo delle favole di Fedro o di qualche autore a lui familiare, ovviamente.
Ecco allora scoprire che per le vie poco
illuminate del paesino di San Fili (non solo allora ma anche oggi), a notte
fonda, si aggira nientepopodimeno che… il serpente sucalatte.
A scanso d’equivoci, e per giustizia di
fatti nell’individuare una giusta paternità a certe dicerie, comunque ritengo
giusto sottolineare che tale storiella non è una esclusiva del paese di San
Fili ma era conosciuta in più centri abitati della provincia di Cosenza e quasi
certamente dell’intera Calabria. Persino Luigi Accattatis la riporta nel suo
“Dizionario del Dialetto Calabrese” (pubblicato tra gli anni 1895/1987), almeno
nella sua prima parte.
* *
*
Il fatto che sto per raccontare… mi è
stato raccontato da una gentile signora cui era stato raccontato dalla madre
cui… inutile continuare: prima o poi a qualcuno che l’ha raccontato per prima
sicuramente si arriverà… e forse si arriverà anche ai diretti protagonisti
della tanto strana quanto accattivante vicenda. E se non si ci arriverà? …
questo nuovo fatto poco interessa alla nostra storia.
Quello che dobbiamo chiarire, per meglio
capirci, è l’ambientazione: sia relativamente all’epoca in cui si è svolto che
al luogo dove si è svolto.
Il luogo, anche senza dirlo… si sarebbe
capito comunque, è una viuzza della nostra amata/odiata San Fili… forse in
località Cuozz’e juri (Cozzo dei fiori o Cozzo di Iorio?), stupendo
toponimo che qualche acculturato compaesano agli inizi degli anni Ottanta -
1980 - o nel secondo lustro degli anni Settanta - 1970 - ha voluto tramutare in
“Cozzo di Iorio”… purtroppo a vincere dalle nostre parti è sempre la cultura
degli ignoranti) mentre l’epoca in cui si svolge tale storia forse agli inizi
del XX secolo ma comunque non dopo la fine della seconda Guerra Mondiale. O era
nel corso dell’Ottocento? … boh, comunque anche di ciò, alla fine, poco ci interessa.
In quegli anni si abitava in case piene di
buchi, spesso composte da non più di due stanze poste una sull’altra (in cui
tra l’altro in quella inferiore - ‘ntri catuoji - venivano allevati
maiali, muli, asini e galline) in cui non raramente era facile trovarsi
girovagare nella propria abitazione anche animali non invitati a far parte del
proprio nucleo familiare allargato quali topi, lucertole, serpi e company.
In quella zona ed in quel periodo abitava
anche donna Filomena con in figlio (non si sa di chi... dopotutto ancora oggi è
facile individuare la madre ma non altrettanto facile individuare il padre… e
siamo nell’era, sanitariamente parlando, del DNA) appena nato. Oggi è difficile
dire se donna Filomena fosse o meno sposata… troppo tempo è passato da allora.
* *
*
“Donna Filume’… ma stu picciriddru de
crisce propriu nu’nne vo sapì?”, disse mostrando evidente preoccupazione
donna Genueffa prendendo in braccio il piccolo Tuture.
Proprio così: il guaio è che più passavano
i giorni e meno il bambino, malgrado stesse quasi sempre attaccato al seno
della madre, sembrava mettere carne addosso. Anzi… deperiva di giorno in
giorno… così come di giorno in giorno deperiva la madre.
Che fine faceva il latte di donna
Filomena? … possibile che fosse così poco nutriente? Bisognava investigare in
merito.
“Fuossi u serpente ca si suca u latte?”,
chiese donna Genueffa, una delle magare del paese.
“Nu metudu ppe ru capire cc’eni!”,
gli rispose zu Franciscu presente alla conversazione.
Detto fatto: il pavimento dell’intera
stanza fu coperta da una coltre (due o tre millimetri abbondanti) di bianca
farina.
Per tutto l’intero pomeriggio e fino a
sera inoltrata donna Genueffa e zu Franciscu stettero nelle
vicinanze della casa di donna Filomena in attesa che si sentisse qualche
bisbiglio o altro che potesse mettere sul chi va là i presenti.
Visto che tutto sembrava inutile, lasciata
donna Filomena da sola sul letto col piccolo Tuture, se ne ritornarono
quatti quatti alle loro abitazioni.
Nel mentre donna Filomena scopriva il suo
seno per allattare il piccolo Tuture… cadendo immantinente in un sonno
dolcissimo e profondo.
La mattina successiva sulla farina sparsa
per terra si vedeva una lunga e continua striscia a zigzag… il serpente sucalatte
aveva colpito ancora… e quella ne era la prova evidente.
Inutile dire che sarebbe stata l’ultima
volta: scoperto il foro da cui si immetteva nella stanza e chiuso lo stesso con
qualche pietra ed un po’ di calce… al malcapitato non restava che cercare
un’altra madre in fase di allattamento ed un altro bimbo da ammaliare con la
propria coda.
Per quanto riguarda donna Filomena ed il
piccolo Tuture, un po’ di brodo ottenuto con qualche piccolo colombo
avrebbe risolto il tutto.
* *
*
La storia è vera? Le mie informatrici sono
pronte a metterci la mano sul fuoco… personalmente no!
In un periodo così segnato dalla fame,
infatti, la farina serviva a ben altro che a spargerla sul pavimento per avere
la certezza che il serpente sucalatte facesse visita alla nostra povera
compaesana.
Ma anche questa favola fa parte del
patrimonio folcloristico culturale della nostra stupenda (?) comunità. La
Comunità Sanfilese.
Ed è giusto che io la riportassi…
affinché, anche su questo tema, il ricordo non muoia.
Racconto by Pietro Perri.
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