Il Blog di Pietro Perri dedicato a San Fili (uno dei più bei paesi della provincia di Cosenza) e ai Sanfilesi nel Mondo.
A chi non ha il coraggio di firmarsi ma non si vergogna di offendere anche a chi non (?) lo merita.
lunedì 3 settembre 2018
San Fili 26 ottobre 1958: “Sanfilese” contro “Pastificio Lecce” di Cosenza.
martedì 21 agosto 2018
U pont’e Saraca ovvero... “amara cronaca di una tragedia annunciata”?
domenica 12 agosto 2018
‘a ‘mpigliolata. (1/6)
Nella foto a sinistra
(ripresa dal web): Patate 'mpacchiuse... ara santufilise. ‘E
patate ‘mpacchiuse (piatto povero ma decisamente gustoso) sono uno dei
piatti tipici santufilisi assieme a pochissime altre pietanze o dolci
quali ‘a ‘mpigliolata oggetto di quest’articolo. Foto dal web.
Articolo pubblicato sul
Notiziario Sanfilese del mese febbraio del 2018... by Pietro Perri.
*
* *
Non raramente sento chiedermi da gente non
sanfilese quali siano i piatti tipici della cucina del nostro stupendo...
amato/odiato borgo.
Credetemi, non è facile dare una risposta
a tale domanda. O almeno non lo è per lo scrivente (non ho mai messo in dubbio,
infatti, né ho intenzione di farlo d’ora in poi, la cultura a dir poco
superiore - confrontata alla mia - di tanti miei compaesani).
Certo se dovessi riferirmi ad un dolce
tipico non potrei fare a meno di nominare la nostra stupenda chjina (tipico
dolce sanfilese del periodo di carnevale, per chi non lo conoscesse o ne avesse
perso il ricordo) ma troverei grosse difficolta ad indicare un primo piatto, un
buon secondo o un contorno.
Intendiamoci: a San Fili, ovviamente
escludendo singoli casi e/o singoli periodi storici, così come in buona parte
del Meridione d’Italia (grazie anche e soprattutto alla nostra arte
d’arrangiarci col nulla) non siamo mai morti di fame riuscendo non raramente a
far diventare, in cucina, oro colato del semplice piombo.
Però... come rispondere al mio
interlocutore col classico “lagana e ceci” o, per i più sofisticati, “lagana
e cicerchie” o, per restare nel classico, dei fusilli (‘nchionchiari)
conditi con sugo d’agnello o lardo e costine di maiale? ... troppo banale,
troppo scontato, troppo... calabrese.
Diciamo la verità: a San Fili non siamo
stati in grado finora di “istituzionalizzare” una cucina tradizionale.
Ognuno di noi ne inventa, a giusta
richiesta di conoscenti “non sanfilesi”, di volta in volta una propria e spesso
una nuova che tutto ha tranne che di sapore e profumo... tradizionale (tipico
ed unico) sanfilese.
Qualcuna di tanto in tanto provo ad inventarla
anche io. E lo faccio ovviamente rifacendomi ai ricordi che sopravvivono in me
dai tempi in cui la mia famiglia abitava ancora in campagna in contrada
Volette, ovvero fino al 1968, o ai primi anni in cui, con la stessa, mi sono
trovato catapultato nella vita, decisamente meno bucolica di quella della
campagna, del paese.
La cucina della mia famiglia era, ed in
parte lo è tutt’ora, una cucina definibile “povera”. Ed ovviamente con “povera”
intendo una cucina in cui c’era, e c’è, poco da mangiare.
La cucina della mia famiglia era
caratterizzata da pasta fatta in casa, almeno la domenica, con ottimi “fusilli
realizzati col ferro” (‘nchionchiari... prima o poi troverò l’esatta
trascrizione di tale termine), gnocchetti senza patate (strangugliaprieviti
- strangola preti) o gnocchi con patate, uova cucinate in vari modi (tipo ‘mpurgatoriu
o ‘mprigatoriu) e via dicendo. Per secondo, essendo noi gente di
campagna (tengo a sottolineare che in quegli anni non era la campagna ad essere
periferia del centro urbano di San Fili ma esattamente il contrario), si
mangiava quello che la campagna stessa ci metteva a disposizione: carne da
animali da allevamento, latte, uova ecc. ecc.
Oltretutto per quanto riguarda i piatti
che si ricavava dall’uccisione e dalla lavorazione degli animali di allevamento
anche in questo caso qualcosa, qualche sapore di quei tempi - il progresso ce
lo impone - l’abbiamo perso. Qualcuno di voi infatti ricorda ancora per caso il
sangue del pollo bollito e fritto? ... o ‘e cuorduliddre (interiora
pulite ed intorcinate su rametti di prezzemolo e quindi cotte magari in un po’
di sugo di pomodoro)? ... lasciatemi dubitare.
E per contorno? ... patate e verdure.
Queste ultime non sempre frutto di coltivazione ma frutto di raccolte di erbe
spontanee quali i gustosissimi cardi (carduni) e cicorie selvatiche,
germogli di aneto (finuocchi ‘e timpa) e germogli di vitalba (vitarve).
Verdure queste, ma non solo queste, cui spesso ci si limitava a sbollentarle e
passarle successivamente in un tegamino dove si era messo a friggere un aglio
in un po’ d’olio o strutto (grasso di maiale).
I germogli di vitalba (qualcuno a San Fili
li raccoglie ancora... a volte anche io) dopo sbollentati non raramente li si
impastava con l’uovo sbattuto e vi si ricavava una gustosissima frittata. Una
frittata che poteva far concorrenza alla frittata con asparagi... ovviamente
selvatici ed altrettanto ovviamente delle nostre parti.
Persino le patate dalle nostre parti negli
anni precedenti gli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso avevano uno spazio
non indifferente nella nostra “cucina tipica sanfilese”... sempre con
riferimento alla mia famiglia.
Un esempio ne erano le cosiddette “patate
‘mpacchiuse” (patate tagliate a fette tonde e relativamente spesse e messe
a friggere - all’inizio con il coperchio - con qualche foglia di lauro e con
qualche spicchio d’aglio a più strati in una capiente padella o... frissura).
Tale pietanza è una delle poche che, stranamente, ha trovato un piccolo spazio
nella cucina dei ristoranti locali. All’interno della padella per diversificare
il sapore delle “patate ‘mpacchiuse” si poteva arricchire la cottura
aggiungendo alle stesse altri ingredienti quali punte di asparagi, broccoli
neri, cime di rapa, funghi porcini (siddri), cipolle e chi più ne ha più
ne metta.
Ottime, a quei tempi, erano anche le
patate cotte nella cenere.
Nel fare tra me e me quest’excursus della
cucina tipica locale in ogni caso non potevo non pensare a determinate pietanze
(piatti?) tipiche di quei tempi ma che oggi sembra siano quasi del tutto dimenticate
o comunque destinate all’eterno oblio.
In tale mio excursus gastronomico, inutile
dirlo, non parlerò della lavorazione della carne del maiale e dei suoi
derivati.
Un esempio? ... i taralli sanfilesi
(quelli realizzati immettendo nell’impasto il sempre più raro... saporitissimo
anice nero o aranzo che dir si voglia), la majatica (in alcune
zone del cosentino la chiamano ‘nchiambara... ma non è altro che un
gustosissimo fritto di farina relativamente liquida anch’esso diversamente
condito all’interno) o la (squillino le trombe)... ‘mpigliolata
santufilise.
Ma di questa deliziosa e quasi dimenticata
pietanza che ai nostri nonni al solo pensiero veniva l’acquolina in bocca... ne
parleremo quanto prima (...).
(continua).
* *
*
Un caro abbraccio a
tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!
mercoledì 18 luglio 2018
‘a Timpa delle Magare. (3/3)
Era
il 12 agosto del 2014 quando, grazie anche ad una guida d’eccezione quale mio
suocero, finalmente potei vedere da vicino la mitica Timpa de Magare. Un
affascinante luogo che si trova poco al di sopra dell’abitato di Bucita ovvero
della tanto storica quanto unica… frazione di San Fili.
Mi
ero scattato qualche foto con l’automatico inserito nella mia Canon PowerShot
50 SX e, visto che ero sceso qualche metro al di sotto della stradella/sentiero
che avevamo percorso per raggiungere tale punto, mi apprestavo a recuperare il
livello della stessa, dove mi aspettava appunto mio suocero, al fine di
incamminarci verso casa.
Una
cosa mi dispiacque di non poter scorgere dalla Timpa de Magare: l’abitato di
San Fili e quello della sua frazione Bucita.
Il
sito della Timpa de Magare, infatti, è un sito… in ombra.
Li
avrei rivisti almeno in parte, comunque, qualche decina di metri più avanti,
giusto il tempo e lo spazio di oltrepassare la prossima curva. In particolare,
guardando ai piedi del burrone che mi trovavo sulla sinistra, ecco d’incanto
apparirmi la curva nei pressi della fontana di panico’ (posta sul lato “San
Vincenzo la costa” dell’abitato di Bucita).
Un
panorama a dir poco mozzafiato. Peccato che quel giorno c’era un po’ di foschia
in circolazione. E dopotutto senza un po’ di foschia… che giorno dedicato
all’esplorazione della Timpa de Magare poteva essere?
Eppure
prima di giungere a quella curva che almeno psicologicamente m’avrebbe
riportato a casa (considerato la vista dei tetti familiari degli edifici di cui
ai succitati centri abitati) qualcos’altro doveva richiamare, colpendola di
brutto, la mia attenzione. Poco al di sopra della stradella/sentiero che
collega il territorio di San Fili con quello di San Vincenzo la costa
(ovviamente qualche centinaio di metri al di sopra della strada provinciale)…
uno strano masso alto non meno di un paio di metri, a forma di punta di
un’antica freccia in pietra, alla sommità del piccolo colle che ci fa da sfondo
sulla nostra destra, s’erge a dir poco imponente verso il cielo.
Non
so perché ma la punta di quel masso che usciva in modo così dirompente dal
terreno ipnotizzò per alcuni istanti tutto il mio essere.
Che
fosse anch’esso, così come la Timpa de Magare, un qualcosa di collegabile
all’antico sapere dei nostri avi?
Avevo
voglia, quel giorno, di salire quei pochi metri che mi dividevano da tale
strana roccia e girarvi intorno con la quasi certezza, o forse la malsana
speranza, di scoprire sulla stessa qualche antica raffigurazione rupestre o
qualche segno che avrei potuto benissimo, nella mia ignoranza in materia,
confondere con qualche antica... magica scrittura.
“Poi”,
dissi tra me e me, “chissà: magari sarà un buon motivo quello di lasciar
perdere per ora la cosa per ritornarci in futuro e con più calma. E ritornarci
possibilmente con qualche esperto in materia.”
Ed
allontanandomi da quel punto mi vedevo proiettato in una magica notte d’estate
di qualche secolo addietro (magari proprio un 12 agosto) intento a spiare un
gruppo di donne che alla luce di una serie di fuochi, della luna piena e di
qualche saltuaria stella cadente, erano impegnate in uno strano spasmodico
ballo proprio intorno a quel magico… sacro masso.
Un
sabba o qualcosa del genere si svolgeva davanti ai miei terrorizzati occhi.
Giunto
a casa mi chiesi cosa mi restava di quella stupenda passeggiata in uno dei
luoghi più misteriosi e magici presenti sul territorio sanfilese ovvero l’area
denominata la Timpa de Magare. La risposta poteva racchiudersi in quattro o
cinque punti base: 1) la roccia denominata Timpa delle Magare; 2) lo strano
albero dalle foglie simili alle foglie d’ulivo ma con ghiande quali frutti… un
albero che pensavo di non aver mai visto in vita mia; 3) un piccolo ruscello
denominato Pezzullo (che divide difatti il territorio della frazione Bucita di
San Fili dal territorio della frazione Gesuiti di San Vincenzo la costa); 4)
uno strano masso (una guglia? un megalitico? un menhir?) dalla
strana forma (... quasi la punta di una primitiva freccia) che spuntando in
modo dirompente dal terreno si proietta minaccioso o speranzoso verso il cielo;
5) la voglia di ritornare con più calma in tale magico luogo.
A proposito di quello strano albero che tanto colpì i
miei occhi e la mia fantasia... è un albero conosciutissimo agli studiosi del
campo. Si tratta di un leccio e può raggiungere, ma non come nel caso di
quell’esemplare presente alla Timpa de Magare in quanto le sue radici hanno
trovato ospitalità nella roccia della timpa medesima, diversi metri d’altezza.
Un albero non conosciuto solo dagli esperti botanici o
dai nostri insostituibili ed impagabili imprenditori ed operai boschivi ma
anche e soprattutto da chi ha cercato di dare un senso in più persino alla
stessa religione cristiana: gli apocrifi (scritti non canonici) e la tradizione
orale.
Un albero decisamente strano e come tale alquanto
ambiguo tanto che nel tempo è stato sia demonizzato che divinizzato dalla dalle
varie sette cristiane, Come dire... un po’ diavolo (complice d’un assassino e
quindi assassino al tempo stesso) ed un po' santo martire (vittima assieme
all’assassinato). Come se la colpa del deicidio di cui si è macchiata circa
2000 anni addietro possa essere della natura e non degli uomini.
* * *
Dall’Enciclopedia online Wikipedia (curiosità comunque
confermata da altri scritti che ho avuto a disposizione nello scrivere tale
articolo):
«Il leccio fu nelle civiltà greche e italiche antiche
un albero dotato di rilevante valore sacro. Valore che fu positivo nel periodo
arcaico di entrambe le civiltà, per poi assumerne lentamente uno sempre più
negativo nello scorrere della storia di Roma fino a contornarsi di un'aula
quasi funesta (così come in Grecia fu successivamente consacrato alla
dea Ecate). Il suo significato simbolico è stato rivalutato solo nel
medioevo.
(...) Anche nel cristianesimo esistono di simbolismo
per questa pianta. Nelle isole ioniche una leggenda (raccolta dal
poeta Aristotelis Valaoritis nel XIX Secolo) vuole che il leccio fu
l’unico albero che acconsentì a prestare il proprio legno per la costruzione
della croce; per questo i boscaioli delle isole di Acarnania e
di Santa Maura temevano di contaminare l’ascia toccando “l’albero
maledetto". Tuttavia nei “Detti” del beato Egidio – il terzo compagno di
San Francesco – il buon nome del leccio viene difeso quando si riferisce che il
Cristo lo predilige perché fu l'unico albero a capire che il suo sacrificio era
necessario, così come quello del Salvatore stesso, per contribuire alla
Redenzione. E proprio sotto il leccio il Signore appariva spesso a Egidio.»
* * *
Volente o nolente archiviai anche quella stupenda
passeggiata alla scoperta della Timpa delle Magare.
Pranzai e, archiviata anche la mia classica
pennichella pomeridiana, feci un salto a San Fili per la mia salutare
quotidiana “vasca” (camminata) lungo corso XX Settembre.
E come ogni giorno rieccomi in piazza don Luigi
Magnelli (ex piazza Madonnina) a discorrere del più e del meno con alcuni
compaesani noti frequentatori della stessa piazza.
Tra tali compaesani quel giorno c’era anche il caro
amico Armando Belmonte. Fu lui, sentendomi parlare, che mi disse il possibile
nome (ovviamente azzeccato in pieno) del misterioso albero in cui mi imbattei
alla Timpa delle Magare: il leccio ovvero l’elce ovvero (se vogliamo mostrare
tutta la nostra preparazione in materia... successiva a quel giorno) quercus
ilex.
Tra le cose che ci disse quel giorno Armando Belmonte,
esperto conoscitore di quei luoghi in virtù del lavoro che ha svolto per una
vita in campo boschivo, a me ed agli altri “curiosi” amici presenti, ce ne fu
una in particolare che più che chiudere definitivamente la vecchia porta sul
discorso della Timpa delle Magare (ovviamente quella sull’abitato della
frazione Bucita di San Fili) di fatti... finiva per aprire un nuovo portone
sull’intero argomento e sull’intera sempre più misteriosa e magica zona.
“Poco al di sotto della Timpa delle magare”, ci
disse Armando, “il torrente Pezzullo da’ vita ad una stupenda, seppur
piccola data la portata dello stesso, cascata. Tale cascata in determinati
momenti della giornata sembra emettere un suono stupendo... forse un fischio...
comunque decisamente melodico.”
Che sia il magico canto delle delle magare? ... o che
il luogo sia abitato anche da fate e sirene incantatrici?
Dopotutto siamo nella terra del dio Pan.
Ok, abbiamo capito: prima o poi dobbiamo ritornarci e
dobbiamo (se ovviamente qualcuno di voi ha il coraggio di accompagnarmi in tale
nuova avventura - non rispondo per l’altrui incolumità né fisica né tantomeno
psichica) ritornarci non solo facendo il percorso inverso ma, nel possibile,
risalendo anche il letto del torrente Pezzullo... Vrinco.
Strano anche questo fatto del cambio del nome di
questo torrente: Pezzullo dal punto in cui nasce e fino a
toccare il limite inferiore dell’abitato di Bucita e Vrinco non
appena entra in territorio del Comune di San Vincenzo la costa.
Magare, streghe, fate (qualche druido dispersosi dalle
nostre parti due o tremila anni orsono) e sirene ci chiamano a rapporto.
Già perché adesso, come se non bastassero le varie
entità paranormali, gli spiriti vari, le divinità dei padri fondatori della
nostra civiltà (gli antichi greci) a rovinare la nostra esistenza (aumentando
la nostra curiosità in merito) si ci mettono anche le sirene e le ninfe
abitanti nei nostri ruscelli e nei nostri boschi.
Nella zona della Timpa de Magare in territorio di
Bucita... del Comune di San Fili.
* * *
... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro
affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... si vis pacem para bellum!
venerdì 29 giugno 2018
Ed anche questi alberi prima o poi cadranno... magari sulla testa sbagliata.
martedì 19 giugno 2018
‘a Timpa delle Magare. (2/3)
Cosa cercavo ara Timpa de
Magare? ... cercavo semplicemente qualcosa che nel mio immaginario potesse
giustificare il perché di tale nome. Cercavo, ad esempio, qualche pianta
medicinale (dopotutto le magare sanfilesi erano - qualcuno dice lo siano
tuttora - delle erboriste che non temevano confronto con le plurititolate
colleghe dei giorni nostri). Cercavo magari un colossale albero di noce intorno
al quale le magare paesane potessero, in particolari notti, ritrovarsi e
scambiare tra di loro nuove ricette e formule magiche o pregare i loro antichi
dei e relative consorti. Cercavo forse degli alberi di nocciolo vergini da cui
le nostre donne, perché comunque di tali si trattava, potessero ricavare le
loro bacchette magiche e vari attrezzi in legno che sarebbero loro serviti per
amalgamare i vari... miracolosi salutari intrugli o i tanto pericolosi filtri
d’amore.
Ma forse cercavo semplicemente un
luogo e quasi certamente alla fine fu solo questo che trovai in tale punto.
Dopotutto chi non crede non ha occhi per vedere oltre il mondo materiale che
gli si pone davanti agli occhi. Ed io in quell’occasione purtroppo non credevo.
Mio suocero, indicandomi prima il
punto considerato il cuore della Timpa delle Magare e poi un piccolo spiazzo
nelle vicinanze dello stesso, mi disse che in altri tempi la gente che andava a
lavorare in quelle zone utilizzava quello spiazzo per fare colazione o
pranzo... spesso accompagnati dalle mogli e dai propri figli. In alcuni casi
più che trattarsi di una colazione di lavoro si trattava di una vera e propria
scampagnata familiare magari effettuata nel giorno della pasquetta (du
pasc-kune) o del giorno di ferragosto.
I figli a volte erano dei semplici
bambini.
Perché specifico questo? ... solo
per sottolineare la pericolosità della zona con il dirupo a pochi metri di
distanza dal punto in cui si pranzava e con i bambini che non sempre si
riusciva a tenere a distanza di braccio (quindi, in caso di pericolo, facilmente
acciuffabili).
Avvicinandosi ai limiti del dirupo,
parliamo sempre e comunque della Timpa delle Magare, e guardando in basso ai
piedi dello stesso... le vertigini, specie se siete un soggetto alquanto
impressionabile, prendono il sopravvento sulla vostra salda psiche.
Le vertigini o... le magare? ...
magari quelle magare che provando da quel punto a spiccare il volo sulle loro
inseparabili scope per far ritorno alle loro case dopo una notte segnata da un
diabolico sabba (o magari per fare una capatina al famoso noce di Benevento)...
sbagliando qualche parola della obbligatoria formula magica sono precipitate in
fondo al burrone e vi si sono spiaccicate ben benino lasciandoci le penne a
futura memoria?
Ed ecco allora le madri gridare ai
loro bambini mentre questi si avvicinavano al limitare della Timpa delle
Magare: - Vieni subitu cca’! ... Ca si ‘nnoni ‘e magare ti piglianu e
ti portanu ddra’ sutta ccu loro.
Quanto c’è di vero in quest’ultima
ipotesi? ... quasi certamente niente o altrettanto quasi certamente tutto.
Fatto sta che quel luogo sembra
effettivamente ipnotizzare quanti vi si fermano a contemplare
contemporaneamente l’orizzonte ed il dirupo sottostante, il dirupo sottostante
e l’orizzonte...
Da un punto della roccia prende forma uno strano albero. Un albero non più alto di un paio di metri... quasi certamente un semi-bonzai naturale (quel tipo d’albero, come scoprirò in seguito, può raggiungere diversi metri d’altezza. Può raggiungere persino i trenta metri d’altezza... ma non in quel punto ed in quelle condizioni).
E’ uno strano albero... magico
anch’esso come è magico tutto il piccolo mondo che in quel momento mi gira
intorno.
Ad una vista “tocca e fuggi” mi
sembra abbia delle foglie simili a foglie d’ulivo ma ciò che mi colpisce più di
tutto in quella brevissima analisi di questo strano albero sono sicuramente i
frutti: delle ghiande.
Che albero può essere un albero con
le foglie d’olivo e per frutto delle ghiande? ... sicuro che in natura esiste
un tale tipo d’albero? ... o il tutto è solo il frutto di qualche incantesimo
che mi hanno fatto in quello stesso momento le anime delle magare che ancora si
aggirano facendola da padrone in questo luogo tanto misterioso?
Quando nel primo pomeriggio di
quella stessa giornata feci la mia solita “vasca” (passeggiata) lungo
corso XX Settembre a San Fili accennai ad alcuni miei amici di tale strana
pianta. Ci fu chi, incredulo alle mie parole, quasi mi dette del pazzo o
credesse che lo stessi canzonando. Ma ci fu anche un caro amico, titolare
all’epoca di una piccola impresa boschiva, che ci disse: “Potrebbe essere un
ilice. E se sei stato qualche volta alla villa vecchia a Cosenza sicuramente ne
avrai visti, senza farci mai caso, tantissimi”.
“Potrebbe essere un ilice?”
Ma... che pianta è l’ilice?
... e siamo sicuri che in natura esiste veramente?
Iniziamo a dire che questo mio
amico conosceva bene il suo lavoro (dopotutto la lavorazione ed il commercio
del legname garantivano, a lui ed alla sua famiglia, il pane quotidiano) e
conosceva veramente tale pianta.
* * *
... un caro abbraccio a tutti dal
sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem
para bellum”!
lunedì 18 giugno 2018
A San Fili le more di rovo (spine) si raccolgono seduti s’una panchina... spine annesse.
mercoledì 23 maggio 2018
‘a Timpa delle Magare. (1/3)
Nella foto a sinistra: 12 agosto 2014 – Pietro Perri
(alias lo scrivente) ara Timpa de Magare. Sopra l'abitato della frazione Bucita
di San Fili.
Nella foto sotto sempre a sinistra: carta topografica
della Timpa delle Magare (sopra l’abitato della frazione Bucita di San Fili
lato San Vincenzo la costa).
Era
da una vita che avevo sentito parlare della “Timpa delle Magare” al di
sopra della frazione Bucita del nostro Comune.
Ne
avevo sentito parlare da tantissimo tempo e me l’ero immaginata in migliaia di
modi: una spianata di terreno, un dirupo... comunque un qualcosa di magico o
quantomeno di misterioso.
Nella
mia ingenuità, all’epoca (primi anni ottanta del XX secolo) ero uno sbarbatello
senza cognizione di causa e/o di luogo, quando sentii parlare - nel corso di
una indagine collegata alla tragedia di Ustica - di un MIG libico caduto sugli
appennini calabri nella zona denominata “Timpa delle Magare”. Arrivai
persino a pensare che lo stesso, a noi Sanfilesi, ci fosse caduto quasi sulla
testa.
Da
Wikipedia, l’Enciclopedia online:
«L'incidente
aereo di Castelsilano, spesso citato con la locuzione MIG libico
precipitato sulla Sila o simili, è un sinistro
aviatorio avvenuto il 18 luglio 1980 sui monti della Sila,
in zona Timpa delle Magare, in contrada Colimiti, nell'attuale
comune di Castelsilano (CS ora KR), in Calabria.
L'incidente coinvolse un MiG-23MS dell'Aeronautica militare libica, il
corpo del cui pilota Ezzedin Fadah El Khalil venne ritrovato privo di
vita poco distante dai rottami».
* * *
Ma...
cosa significa “timpa” e cosa significa “magara”?
Per
quando riguarda il termine “timpa”, parola che ci riportiamo
presumibilmente dai nostri avi greci, lo stesso può tradursi con “roccia, rupe,
burrone, precipizio o stretta tra di monte. E vi assicuro che, considerato che
ho avuto il piacere nell’agosto del 1984 di andare a vedere con i miei occhi la
“Timpa delle Magare” che si trova al di sopra dell’abitato della
frazione Bucita, i surriportati significati nel caso del territorio a noi
caro... ci sono tutti.
Del
termine “magara” ne ho già parlato abbondantemente in altri miei
“pezzi”: sia nel concetto positivo del termine (ovvero nel senso di “guaritrice
di campagna”, di erborista ante litteram, di detentrice di un antico sapere
trasmesso in via orale da madre in figlia) che in senso negativo (ovvero di
strega / fattucchiera).
A
San Fili, inutile dirlo, il termine “magara” ha solo un significato positivo
ovvero il significato di “guaritrice di campagna”. Ed è proprio grazie a tale
significato del termine “magara” che ancora oggi da più parti della
regione Calabria tanti di noi residenti vengono raggiunti da telefonate in cui
ci viene chiesto come si possa fare a mettersi in contatto con qualcuno delle
nostre insostituibili preparatissime e professionali compaesane.
Che
ci crediate o no... è a cadenza mensile che mi viene chiesto, tramite
telefono o tramite internet, se conosco qualche “magara” del paese e se
so come mettermi in comunicazione con le stesse.
Inutile
dire che la mia risposta, nell’uno o nell’altro caso, è quasi sempre alquanto
evasiva.
Ok,
fatta questa breve digressione sui termini “timpa” e “magare”
ritorniamo alla traccia di questo brevissimo articolo sul tema della “Timpa
delle Magare”.
Dicevo
che era da tempo che mi ero ripromesso di fare un salto (ho solo detto “fare un
salto”... non ho detto “saltare”) nella zona denominata “Timpa delle Magare”
cercando in tal modo di capire il perché di tale toponimo.
Uno
dei motivi che poteva giustificare tale toponimo era ad esempio la presenza in
tale zona di erbe medicinali o presunte tali. Un altro motivo... era la
bellezza mista a pericolosità del luogo stesso. Inutile dire che, una volta
giunto nel punto incriminato... propendei ampliamente per la seconda ipotesi.
Il luogo, la “Timpa delle Magare”, ai miei occhi si presentò bellissimo,
affascinante, misterioso... pericoloso.
Ma
andiamo per ordine.
Dopo
tanto pensarci e ripensarci finalmente convinsi mio suocero (Pietro Mazzulla,
cacciatore ex boscaiolo della frazione Bucita e quindi esperto dei luoghi) ad
accompagnarmi, facendomi da guida, alla cosiddetta “Timpa delle Magare”.
Per facilitarci il cammino una prima parte (quella più difficile in quanto
caratterizzata da un’erta salita che si imboccava in un punto - quasi nel
centro - del tratto di strada che collega la frazione Bucita di San Fili con la
frazione Gesuiti di San Vincenzo la costa) dello stesso lo coprimmo facendoci
accompagnare da Ivan Iantorno con la sua jeep: cinque o seicento metri di
difficili tornanti di strada di montagna ce li eravamo felicemente risparmiati.
Da quel punto in poi ci saremmo avventurati, dirigendoci verso l’abitato di
Bucita, solo in zone pianeggianti quando non in discesa.
Era
la mattina del 12 agosto del 2014... non più tardi delle 8,30... diciamo alle
9.
Percorsi
due tornanti a piedi ecco mio suocero indicarmi un punto, una roccia ovvero
una timpa, posta a pochi metri, poco in basso, dal punto in cui ci
trovavamo. Era proprio quella... La magica “Timpa delle Magare”.
Il
punto esatto in cui si trovava non era proprio consigliabile da raggiungere
ma... come non farsi almeno una foto, magari con l’autoscatto, proprio in quel
punto?
Ed
eccomi qua, posizionata la mia Canon PowerShot SX50 HS, innescato l’autoscatto,
posizionatomi in zona di sicurezza e... click!
I
miei piedi poggiavano saldi sulla roccia (la “Timpa delle Magare”). Alle
mie spalle, nel momento in cui la mia macchina fotografica faceva il suo
dovere, un paesaggio mozzafiato: un dirupo spaventoso e... uno strano albero
che, nel momento dello scatto, mi faceva da sfondo. Un albero dalle foglie
d’olivo, così mi sembrarono, e ghiande come frutti.
(continua).
* * *
un
caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... si vis pacem para bellum!









