A chi non ha il coraggio di firmarsi ma non si vergogna di offendere anche a chi non (?) lo merita.

Eventuali commenti a post di questo blog non verranno pubblicati sia se offensivi per l'opinione pubblica e sia se non sottoscritti dai relativi autori. Se non avete il coraggio di firmarvi e quindi di rendervi civilmente rintracciabili... siete pregati di tesorizzare il vostro prezioso tempo in modo più intelligente (se vi sforzate un pochino magari per sbaglio ci riuscirete pure).
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Ricordo ad ogni buon file l'indirizzo di posta elettronica legata a questo sito/blog: pietroperri@alice.it

lunedì 3 settembre 2018

San Fili 26 ottobre 1958: “Sanfilese” contro “Pastificio Lecce” di Cosenza.

Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di agosto 2018... by Pietro Perri.
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Si è svolta a San Fili il 26 ottobre 1958 (ossia circa 60 anni addietro) una storica amichevole tra la rappresentativa calcistica locale (la nostra mitica Sanfilese) ed una rappresentativa dello storico “Pastificio Lecce” di Cosenza.
Un bellissimo incontro fortemente voluto all’epoca dal nostro compaesano Ferdinando Granata (che ci ha messo a disposizione le foto che pubblichiamo a sinistra) e dal suo fraterno compagno di scuola Piergiorgio Lecce (figlio dell’imprenditore Biagio Lecce).
Inutile dire che l’evento fu un vero successo: gli spettatori, malgrado fosse un’amichevole, furono veramente tanti.
A noi comunque interessa, oltre che a celebrare il sessantesimo anniversario di questo stupendo incontro, ricordare i tanti cari volti che compaiono in queste due foto. Molti dei quali da tempo non sono più tra noi ma restano sempre vivi nei nostri ricordi.
L’amichevole si è giocata sul campo “Asta-Salerno”.
A fine partita... scambio di confezioni di pasta obbligatoriamente Lecce.
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Nella foto in alto a sinistra... da sinistra: Michelangelo Luchetta, Raimondo Assisa, Eugenio De Lorenzo, Ferdinando Granata, Ernesto Salituro (Pastificio Lecce), Piergiorgio Lecce (Pastificio Lecce), Luigi De Lio, Alfonso Rinaldi, l’insegnante Raffaele Perri e Giovanni Sabato (Pastificio Lecce).
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

martedì 21 agosto 2018

U pont’e Saraca ovvero... “amara cronaca di una tragedia annunciata”?


Articoli pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di agosto 2018... by Pietro Perri.
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U pont’e Saraca ovvero... “amara cronaca di una tragedia annunciata”?

Il 14 agosto 2018 alle ore 12 l’Italia apprendeva dell’ennesima tragedia, decisamente annunciata, che colpiva la città di Genova.
Un tratto del ponte Morandi (ovvero una parte del tracciato dell’autostrada A10) è crollato ponendo fine, tra l’altro, alla vita di oltre una quarantina di persone. Molte di queste erano decisamente giovani, alcuni poco più che ragazzine, ed in alcuni casi si trattava di interi nuclei familiari.
Una vera tragedia e purtroppo una tragedia più volte annunciata sia da segnalazioni di singoli cittadini che persino di interrogazioni parlamentari.
Purtroppo in Italia, e forse non solo in Italia, non basta annunciare le tragedie per accorgerci della crudele realtà delle stesse e per prendere eventuali provvedimenti al fine di prevenirle. A volte è necessario che prima si verifichino... e possibilmente che scorra sangue innocente.
Una volta che si è verificata la tragedia si cercano le responsabilità... di chi doveva intervenire e non è intervenuto, di chi doveva controllare e non ha controllato, di chi doveva relazionare ed ha relazionato con un classico “tutto a posto” (un po’ come a dire, parafrasando una celebre gag del principe Antonio De Curtis “L’operazione è riuscita ma il malato è morto”).
Oltretutto anche se trovassimo un colpevole questi tra processi controprocessi rinvii e via dicendo... alla fine sarà prosciolto con una bella prescrizione ed una lauta buonuscita.
Questa, dopotutto, continua ad essere l’Italia.
Restano i morti e gli inconsolabili familiari degli stessi.
Il crollo del ponte Morandi di Genova ha risvegliato, seppure per i soliti pochi giorni previsti dal protocollo, l’attenzione sulla situazione di tutti gli altri ponti a rischio presenti in tutt’Italia.
E nel novero di questi ponti, o viadotti, a rischio crollo è giusto ricordare che c’è anche il nostro caro “viadotto Emoli I” ovvero de ‘u pont’e Saraca (qualcuno dice sia nelle stesse condizioni anche il “viadotto Emoli II” ovvero quello al di sotto della villetta degli emigranti).
La domanda, che rivolgo con tutto il cuore agli amministratori locali (passati, presenti e futuri), è: “Vogliamo parlarne seriamente prima che sia troppo tardi”?
Se non è già troppo tardi.
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Una strana casualità?

Avevo non più di sei o sette anni quando furono inaugurati (ovvero aperto al traffico automobilistico) i ponti “viadotto Emoli I” e “viadotto Emoli II”.
Era il 1966 o al massimo il 1967. Era, difatti, una inaugurazione quasi in contemporanea  all’inaugurazione del ponte Morandi a Genova.
Da allora sono passati oltre 50 anni.
Tanti... per una struttura in cemento più o meno armato (in alcuni casi del tutto disarmato).
Il cemento, infatti, ormai l’abbiamo capito tutti che è un materiale eterno come l’eternit: zero, confrontato ad altri materiali scoperti ed utilizzati nel passato da noi esseri umani per realizzare ponti, case, strade e chi più ne ha più ne metta.
La realizzazione della nuova SS (Strada Statale) 107 per San Fili e non solo per San Fili all’inizio fu una fortuna. Una fortuna che comunque gli amministratori locali che hanno vissuto in quel periodo e molti di quanti sono loro succeduti agli stessi non hanno saputo minimamente tesorizzare.
Come al solito dalle nostre parti si è pensato al presente, ai soldi facili e subito (sempre per pochi e sempre per i soliti) a discapito del futuro dell’intera Comunità.
In quel periodo la mia famiglia abitava, da piccoli coloni, in una casetta in contrada Volette di proprietà della famiglia dell’ingegnere Giuseppe Blasi.
Io nascevo “immediatamente ospite di quella casetta” nel lontano 1961.
Al primo piano c’era la stanza da letto ed una finestra guardava proprio nella zona del costruendo ponte di Saraca ovvero del “viadotto Emoli I”.
I miei occhi erano affascinati dalle luci delle prime macchine che oltrepassavano quel ponte.
Qualcuno mi disse d’iniziare a contarle ed io iniziai a contarle e ad annotarne il numero.
Ero un bambino.
Era una magia unica.
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

domenica 12 agosto 2018

‘a ‘mpigliolata. (1/6)



Nella foto a sinistra (ripresa dal web): Patate 'mpacchiuse... ara santufilise. ‘E patate ‘mpacchiuse (piatto povero ma decisamente gustoso) sono uno dei piatti tipici santufilisi assieme a pochissime altre pietanze o dolci quali ‘a ‘mpigliolata oggetto di quest’articolo. Foto dal web.

Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese febbraio del 2018... by Pietro Perri.

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Non raramente sento chiedermi da gente non sanfilese quali siano i piatti tipici della cucina del nostro stupendo... amato/odiato borgo.

Credetemi, non è facile dare una risposta a tale domanda. O almeno non lo è per lo scrivente (non ho mai messo in dubbio, infatti, né ho intenzione di farlo d’ora in poi, la cultura a dir poco superiore - confrontata alla mia - di tanti miei compaesani).

Certo se dovessi riferirmi ad un dolce tipico non potrei fare a meno di nominare la nostra stupenda chjina (tipico dolce sanfilese del periodo di carnevale, per chi non lo conoscesse o ne avesse perso il ricordo) ma troverei grosse difficolta ad indicare un primo piatto, un buon secondo o un contorno.

Intendiamoci: a San Fili, ovviamente escludendo singoli casi e/o singoli periodi storici, così come in buona parte del Meridione d’Italia (grazie anche e soprattutto alla nostra arte d’arrangiarci col nulla) non siamo mai morti di fame riuscendo non raramente a far diventare, in cucina, oro colato del semplice piombo.

Però... come rispondere al mio interlocutore col classico “lagana e ceci” o, per i più sofisticati, “lagana e cicerchie” o, per restare nel classico, dei fusilli (‘nchionchiari) conditi con sugo d’agnello o lardo e costine di maiale? ... troppo banale, troppo scontato, troppo... calabrese.

Diciamo la verità: a San Fili non siamo stati in grado finora di “istituzionalizzare” una cucina tradizionale.

Ognuno di noi ne inventa, a giusta richiesta di conoscenti “non sanfilesi”, di volta in volta una propria e spesso una nuova che tutto ha tranne che di sapore e profumo... tradizionale (tipico ed unico) sanfilese.

Qualcuna di tanto in tanto provo ad inventarla anche io. E lo faccio ovviamente rifacendomi ai ricordi che sopravvivono in me dai tempi in cui la mia famiglia abitava ancora in campagna in contrada Volette, ovvero fino al 1968, o ai primi anni in cui, con la stessa, mi sono trovato catapultato nella vita, decisamente meno bucolica di quella della campagna, del paese.

La cucina della mia famiglia era, ed in parte lo è tutt’ora, una cucina definibile “povera”. Ed ovviamente con “povera” intendo una cucina in cui c’era, e c’è, poco da mangiare.

La cucina della mia famiglia era caratterizzata da pasta fatta in casa, almeno la domenica, con ottimi “fusilli realizzati col ferro” (‘nchionchiari... prima o poi troverò l’esatta trascrizione di tale termine), gnocchetti senza patate (strangugliaprieviti - strangola preti) o gnocchi con patate, uova cucinate in vari modi (tipo ‘mpurgatoriu o ‘mprigatoriu) e via dicendo. Per secondo, essendo noi gente di campagna (tengo a sottolineare che in quegli anni non era la campagna ad essere periferia del centro urbano di San Fili ma esattamente il contrario), si mangiava quello che la campagna stessa ci metteva a disposizione: carne da animali da allevamento, latte, uova ecc. ecc.

Oltretutto per quanto riguarda i piatti che si ricavava dall’uccisione e dalla lavorazione degli animali di allevamento anche in questo caso qualcosa, qualche sapore di quei tempi - il progresso ce lo impone - l’abbiamo perso. Qualcuno di voi infatti ricorda ancora per caso il sangue del pollo bollito e fritto? ... o ‘e cuorduliddre (interiora pulite ed intorcinate su rametti di prezzemolo e quindi cotte magari in un po’ di sugo di pomodoro)? ... lasciatemi dubitare.

E per contorno? ... patate e verdure. Queste ultime non sempre frutto di coltivazione ma frutto di raccolte di erbe spontanee quali i gustosissimi cardi (carduni) e cicorie selvatiche, germogli di aneto (finuocchi ‘e timpa) e germogli di vitalba (vitarve). Verdure queste, ma non solo queste, cui spesso ci si limitava a sbollentarle e passarle successivamente in un tegamino dove si era messo a friggere un aglio in un po’ d’olio o strutto (grasso di maiale).

I germogli di vitalba (qualcuno a San Fili li raccoglie ancora... a volte anche io) dopo sbollentati non raramente li si impastava con l’uovo sbattuto e vi si ricavava una gustosissima frittata. Una frittata che poteva far concorrenza alla frittata con asparagi... ovviamente selvatici ed altrettanto ovviamente delle nostre parti.

Persino le patate dalle nostre parti negli anni precedenti gli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso avevano uno spazio non indifferente nella nostra “cucina tipica sanfilese”... sempre con riferimento alla mia famiglia.

Un esempio ne erano le cosiddette “patate ‘mpacchiuse” (patate tagliate a fette tonde e relativamente spesse e messe a friggere - all’inizio con il coperchio - con qualche foglia di lauro e con qualche spicchio d’aglio a più strati in una capiente padella o... frissura). Tale pietanza è una delle poche che, stranamente, ha trovato un piccolo spazio nella cucina dei ristoranti locali. All’interno della padella per diversificare il sapore delle “patate ‘mpacchiuse” si poteva arricchire la cottura aggiungendo alle stesse altri ingredienti quali punte di asparagi, broccoli neri, cime di rapa, funghi porcini (siddri), cipolle e chi più ne ha più ne metta.

Ottime, a quei tempi, erano anche le patate cotte nella cenere.

Nel fare tra me e me quest’excursus della cucina tipica locale in ogni caso non potevo non pensare a determinate pietanze (piatti?) tipiche di quei tempi ma che oggi sembra siano quasi del tutto dimenticate o comunque destinate all’eterno oblio.

In tale mio excursus gastronomico, inutile dirlo, non parlerò della lavorazione della carne del maiale e dei suoi derivati.

Un esempio? ... i taralli sanfilesi (quelli realizzati immettendo nell’impasto il sempre più raro... saporitissimo anice nero o aranzo che dir si voglia), la majatica (in alcune zone del cosentino la chiamano ‘nchiambara... ma non è altro che un gustosissimo fritto di farina relativamente liquida anch’esso diversamente condito all’interno) o la (squillino le trombe)... ‘mpigliolata santufilise.

Ma di questa deliziosa e quasi dimenticata pietanza che ai nostri nonni al solo pensiero veniva l’acquolina in bocca... ne parleremo quanto prima (...).

(continua).

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

mercoledì 18 luglio 2018

‘a Timpa delle Magare. (3/3)


Era il 12 agosto del 2014 quando, grazie anche ad una guida d’eccezione quale mio suocero, finalmente potei vedere da vicino la mitica Timpa de Magare. Un affascinante luogo che si trova poco al di sopra dell’abitato di Bucita ovvero della tanto storica quanto unica… frazione di San Fili.

Mi ero scattato qualche foto con l’automatico inserito nella mia Canon PowerShot 50 SX e, visto che ero sceso qualche metro al di sotto della stradella/sentiero che avevamo percorso per raggiungere tale punto, mi apprestavo a recuperare il livello della stessa, dove mi aspettava appunto mio suocero, al fine di incamminarci verso casa.

Una cosa mi dispiacque di non poter scorgere dalla Timpa de Magare: l’abitato di San Fili e quello della sua frazione Bucita.

Il sito della Timpa de Magare, infatti, è un sito… in ombra.

Li avrei rivisti almeno in parte, comunque, qualche decina di metri più avanti, giusto il tempo e lo spazio di oltrepassare la prossima curva. In particolare, guardando ai piedi del burrone che mi trovavo sulla sinistra, ecco d’incanto apparirmi la curva nei pressi della fontana di panico’ (posta sul lato “San Vincenzo la costa” dell’abitato di Bucita).

Un panorama a dir poco mozzafiato. Peccato che quel giorno c’era un po’ di foschia in circolazione. E dopotutto senza un po’ di foschia… che giorno dedicato all’esplorazione della Timpa de Magare poteva essere?

Eppure prima di giungere a quella curva che almeno psicologicamente m’avrebbe riportato a casa (considerato la vista dei tetti familiari degli edifici di cui ai succitati centri abitati) qualcos’altro doveva richiamare, colpendola di brutto, la mia attenzione. Poco al di sopra della stradella/sentiero che collega il territorio di San Fili con quello di San Vincenzo la costa (ovviamente qualche centinaio di metri al di sopra della strada provinciale)… uno strano masso alto non meno di un paio di metri, a forma di punta di un’antica freccia in pietra, alla sommità del piccolo colle che ci fa da sfondo sulla nostra destra, s’erge a dir poco imponente verso il cielo.

Non so perché ma la punta di quel masso che usciva in modo così dirompente dal terreno ipnotizzò per alcuni istanti tutto il mio essere.

Che fosse anch’esso, così come la Timpa de Magare, un qualcosa di collegabile all’antico sapere dei nostri avi?

Avevo voglia, quel giorno, di salire quei pochi metri che mi dividevano da tale strana roccia e girarvi intorno con la quasi certezza, o forse la malsana speranza, di scoprire sulla stessa qualche antica raffigurazione rupestre o qualche segno che avrei potuto benissimo, nella mia ignoranza in materia, confondere con qualche antica... magica scrittura.

Poi”, dissi tra me e me, “chissà: magari sarà un buon motivo quello di lasciar perdere per ora la cosa per ritornarci in futuro e con più calma. E ritornarci possibilmente con qualche esperto in materia.

Ed allontanandomi da quel punto mi vedevo proiettato in una magica notte d’estate di qualche secolo addietro (magari proprio un 12 agosto) intento a spiare un gruppo di donne che alla luce di una serie di fuochi, della luna piena e di qualche saltuaria stella cadente, erano impegnate in uno strano spasmodico ballo proprio intorno a quel magico… sacro masso.

Un sabba o qualcosa del genere si svolgeva davanti ai miei terrorizzati occhi.

Giunto a casa mi chiesi cosa mi restava di quella stupenda passeggiata in uno dei luoghi più misteriosi e magici presenti sul territorio sanfilese ovvero l’area denominata la Timpa de Magare. La risposta poteva racchiudersi in quattro o cinque punti base: 1) la roccia denominata Timpa delle Magare; 2) lo strano albero dalle foglie simili alle foglie d’ulivo ma con ghiande quali frutti… un albero che pensavo di non aver mai visto in vita mia; 3) un piccolo ruscello denominato Pezzullo (che divide difatti il territorio della frazione Bucita di San Fili dal territorio della frazione Gesuiti di San Vincenzo la costa); 4) uno strano masso (una guglia?  un megalitico? un menhir?) dalla strana forma (... quasi la punta di una primitiva freccia) che spuntando in modo dirompente dal terreno si proietta minaccioso o speranzoso verso il cielo; 5) la voglia di ritornare con più calma in tale magico luogo.

A proposito di quello strano albero che tanto colpì i miei occhi e la mia fantasia... è un albero conosciutissimo agli studiosi del campo. Si tratta di un leccio e può raggiungere, ma non come nel caso di quell’esemplare presente alla Timpa de Magare in quanto le sue radici hanno trovato ospitalità nella roccia della timpa medesima, diversi metri d’altezza.

Un albero non conosciuto solo dagli esperti botanici o dai nostri insostituibili ed impagabili imprenditori ed operai boschivi ma anche e soprattutto da chi ha cercato di dare un senso in più persino alla stessa religione cristiana: gli apocrifi (scritti non canonici) e la tradizione orale.

Un albero decisamente strano e come tale alquanto ambiguo tanto che nel tempo è stato sia demonizzato che divinizzato dalla dalle varie sette cristiane, Come dire... un po’ diavolo (complice d’un assassino e quindi assassino al tempo stesso) ed un po' santo martire (vittima assieme all’assassinato). Come se la colpa del deicidio di cui si è macchiata circa 2000 anni addietro possa essere della natura e non degli uomini.

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Dall’Enciclopedia online Wikipedia (curiosità comunque confermata da altri scritti che ho avuto a disposizione nello scrivere tale articolo):

«Il leccio fu nelle civiltà greche e italiche antiche un albero dotato di rilevante valore sacro. Valore che fu positivo nel periodo arcaico di entrambe le civiltà, per poi assumerne lentamente uno sempre più negativo nello scorrere della storia di Roma fino a contornarsi di un'aula quasi funesta (così come in Grecia fu successivamente consacrato alla dea Ecate). Il suo significato simbolico è stato rivalutato solo nel medioevo.

(...) Anche nel cristianesimo esistono di simbolismo per questa pianta. Nelle isole ioniche una leggenda (raccolta dal poeta Aristotelis Valaoritis nel XIX Secolo) vuole che il leccio fu l’unico albero che acconsentì a prestare il proprio legno per la costruzione della croce; per questo i boscaioli delle isole di Acarnania e di Santa Maura temevano di contaminare l’ascia toccando “l’albero maledetto". Tuttavia nei “Detti” del beato Egidio – il terzo compagno di San Francesco – il buon nome del leccio viene difeso quando si riferisce che il Cristo lo predilige perché fu l'unico albero a capire che il suo sacrificio era necessario, così come quello del Salvatore stesso, per contribuire alla Redenzione. E proprio sotto il leccio il Signore appariva spesso a Egidio.»

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Volente o nolente archiviai anche quella stupenda passeggiata alla scoperta della Timpa delle Magare.

Pranzai e, archiviata anche la mia classica pennichella pomeridiana, feci un salto a San Fili per la mia salutare quotidiana “vasca” (camminata) lungo corso XX Settembre.

E come ogni giorno rieccomi in piazza don Luigi Magnelli (ex piazza Madonnina) a discorrere del più e del meno con alcuni compaesani noti frequentatori della stessa piazza.

Tra tali compaesani quel giorno c’era anche il caro amico Armando Belmonte. Fu lui, sentendomi parlare, che mi disse il possibile nome (ovviamente azzeccato in pieno) del misterioso albero in cui mi imbattei alla Timpa delle Magare: il leccio ovvero l’elce ovvero (se vogliamo mostrare tutta la nostra preparazione in materia... successiva a quel giorno) quercus ilex.

Tra le cose che ci disse quel giorno Armando Belmonte, esperto conoscitore di quei luoghi in virtù del lavoro che ha svolto per una vita in campo boschivo, a me ed agli altri “curiosi” amici presenti, ce ne fu una in particolare che più che chiudere definitivamente la vecchia porta sul discorso della Timpa delle Magare (ovviamente quella sull’abitato della frazione Bucita di San Fili) di fatti... finiva per aprire un nuovo portone sull’intero argomento e sull’intera sempre più misteriosa e magica zona.

Poco al di sotto della Timpa delle magare”, ci disse Armando, “il torrente Pezzullo da’ vita ad una stupenda, seppur piccola data la portata dello stesso, cascata. Tale cascata in determinati momenti della giornata sembra emettere un suono stupendo... forse un fischio... comunque decisamente melodico.

Che sia il magico canto delle delle magare? ... o che il luogo sia abitato anche da fate e sirene incantatrici?

Dopotutto siamo nella terra del dio Pan.

Ok, abbiamo capito: prima o poi dobbiamo ritornarci e dobbiamo (se ovviamente qualcuno di voi ha il coraggio di accompagnarmi in tale nuova avventura - non rispondo per l’altrui incolumità né fisica né tantomeno psichica) ritornarci non solo facendo il percorso inverso ma, nel possibile, risalendo anche il letto del torrente Pezzullo... Vrinco.

Strano anche questo fatto del cambio del nome di questo torrente: Pezzullo dal punto in cui nasce e fino a toccare il limite inferiore dell’abitato di Bucita e Vrinco non appena entra in territorio del Comune di San Vincenzo la costa.

Magare, streghe, fate (qualche druido dispersosi dalle nostre parti due o tremila anni orsono) e sirene ci chiamano a rapporto.

Già perché adesso, come se non bastassero le varie entità paranormali, gli spiriti vari, le divinità dei padri fondatori della nostra civiltà (gli antichi greci) a rovinare la nostra esistenza (aumentando la nostra curiosità in merito) si ci mettono anche le sirene e le ninfe abitanti nei nostri ruscelli e nei nostri boschi.

Nella zona della Timpa de Magare in territorio di Bucita... del Comune di San Fili.

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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... si vis pacem para bellum!

venerdì 29 giugno 2018

Ed anche questi alberi prima o poi cadranno... magari sulla testa sbagliata.

A volte penso di essere l’unico a vivere nel nostro stupendo... amato/odiato borgo di San Fili.
E’ possibile, infatti, che alcune cose (storture che potrebbero e dovrebbero essere risanate da parte delle Istituzioni e/o di chi dovrebbe intervenire in modo opportuno con una semplicità estrema) li veda solo io?
Eppure, malgrado San Fili sia sempre più (ed io dico “giustamente”) spopolato, non mi sembra di essere l’unico sanfilese in circolazione... lungo corso XX Settembre o nei vicoli e viuzze (non li chiamo “calle”... non siamo a Venezia) del centro storico e delle aree allo stesso adiacenti.
Poi, finalmente, dopo tanto tempo mi vedo fermare da qualche nostro compaesano che mi dice: “Pietro, visto che tu sembri essere più sensibile di tanti altri”, per non dire magari DEGLI ALTRI, “ a San Fili e tra i membri del Consiglio comunale, non è che potresti un po’ interessarti di questo o di quel problema?”
E tra questi problemi, legati alla sicurezza (diciamo “incolumità fisica”) della nostra Comunità nonché al degrado urbano in cui è drammaticamente caduto l’intero territorio comunale sanfilese, vi è sicuramente quello relativo a due alberi (abeti) a rischio di crollo nell’area dell’ex stazione ferroviaria di San Fili.
Due alberi che, semi sradicati, rischiano di cadere sulla stradina che, percorrendo il sottopassaggio ferroviario, collega in alternativa contrada Frassino, contrada Petrone ed il centro abitato del nostro borgo.
Io... provo a lanciare un messaggio (... fischio? ... colpo del tipo “se ci sei battilo”?) al nostro sindaco dottor Antonio Argentino ed al responsabile dell’Ufficio Tecnico di San Fili (area di competenza).
Riporto di seguito copia della lettera trasmessa in data odierna agli stessi con la speranza che... la speranza continui ad essere l’ultima a morire.
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Gent.mo dott.
ANTONIO ARGENTINO
SINDACO COMUNE DI
87037 SAN FILI (CS)

Gent.mo Responsabile
UFFICIO TECNICO
COMUNE DI
87037 SAN FILI (CS)

OGGETTO:
Richiesta urgente taglio due abeti semi-sradicati in area campetto di bocce ex stazione di San Fili.

Gentilissimi Sindaco e Responsabile (area di competenza) Ufficio Tecnico di San Fili,
mi è stato segnalato da alcuni concittadini giorni addietro un grave problema che si è venuto a creare nell’area dell’ex stazione ferroviaria di San Fili. Un problema che potrebbe mettere a rischio, se non affrontato adeguatamente ed in tempi brevissimi, la stessa vita o quantomeno l’incolumità fisica di qualcuno che passa nella zona interessata.
Mi riferisco in particolare ai grandi abeti cresciuti in modo spettacolare a ridosso (alcuni all’interno) dell’area adibita in altri tempi come campetto di bocce ad uso dei funzionari ed operai assegnati al gestione della succitata stazione. Due di questi abeti danno l’impressione che si siano in parte sradicati e, considerata l’inclinazione assunta negli ultimi tempi del loro tronco (fusto), sembra stiano cadendo nella zona sottostante interessata dall’accesso non solo a piedi ma anche e soprattutto autoveicolare del sottopassaggio ferroviario.
Credo sia inutile dilungarmi su cosa possa rischiare di comportare una definitiva ed incontrollata caduta degli stessi nel momento in cui qualche nostro concittadino o qualche incauto avventuriero della zona possa trovarsi in quel determinato momento a passare da tale zona.
Chiedo pertanto un immediato intervento risolutivo del problema (sia avvisando gli eventuali proprietari dell’area che in modo preventivo e diretto) e qualora non sia possibile lo stesso di interdire preventivamente (con apposita ordinanza sindacale e transennando nel contempo il tutto) l’intera area al traffico sia a piedi che veicolare.
Tenuto conto che stiamo parlando della sicurezza e della salute dei nostri concittadini nonché del “minimo” di decoro che si richiede ad una cosciente gestione pubblica... confido in un intervento immediato alla risoluzione del problema segnalato dallo scrivente.
Si allegano foto.
Cordiali saluti.                                             

Pietro Perri
GRUPPO MISTO CONSILIARE

San Fili (CS), lì 28 giugno 2018.
(segnalazione trasmessa tramite servizio p.e.c. in pari data).
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Non so se riuscirò a smuovere le acque almeno su questo fronte ma... ci provo.
E chissà se da una piccola battaglia (come dopotutto sono piccole tutte le battaglie che da sempre conduco nella mia vita) non possa smuoversi qualche stupidità che possa dar vita in futuro a qualcosa di serio come, ad esempio, rivalutare opportunamente il nostro stupendo... amato/odiato borgo.
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

martedì 19 giugno 2018

‘a Timpa delle Magare. (2/3)


E fu così che, finalmente, il 12 agosto del 2014, accompagnato da mio suocero Pietro Mazzulla (n.d'a.: a sinistra nella foto), raggiunsi il luogo denominato la “Timpa delle Magare” (zona qualche tre o quattrocento metri al di sopra dell’abitato della frazione Bucita di San Fili... sul versante che guarda a San Vincenzo la costa). E tutto ciò avveniva diversi anni dopo dal momento in cui mi ero prefissato di fare tale “salutare passeggiata”.

Cosa cercavo ara Timpa de Magare? ... cercavo semplicemente qualcosa che nel mio immaginario potesse giustificare il perché di tale nome. Cercavo, ad esempio, qualche pianta medicinale (dopotutto le magare sanfilesi erano - qualcuno dice lo siano tuttora - delle erboriste che non temevano confronto con le plurititolate colleghe dei giorni nostri). Cercavo magari un colossale albero di noce intorno al quale le magare paesane potessero, in particolari notti, ritrovarsi e scambiare tra di loro nuove ricette e formule magiche o pregare i loro antichi dei e relative consorti. Cercavo forse degli alberi di nocciolo vergini da cui le nostre donne, perché comunque di tali si trattava, potessero ricavare le loro bacchette magiche e vari attrezzi in legno che sarebbero loro serviti per amalgamare i vari... miracolosi salutari intrugli o i tanto pericolosi filtri d’amore.

Ma forse cercavo semplicemente un luogo e quasi certamente alla fine fu solo questo che trovai in tale punto. Dopotutto chi non crede non ha occhi per vedere oltre il mondo materiale che gli si pone davanti agli occhi. Ed io in quell’occasione purtroppo non credevo.

Mio suocero, indicandomi prima il punto considerato il cuore della Timpa delle Magare e poi un piccolo spiazzo nelle vicinanze dello stesso, mi disse che in altri tempi la gente che andava a lavorare in quelle zone utilizzava quello spiazzo per fare colazione o pranzo... spesso accompagnati dalle mogli e dai propri figli. In alcuni casi più che trattarsi di una colazione di lavoro si trattava di una vera e propria scampagnata familiare magari effettuata nel giorno della pasquetta (du pasc-kune) o del giorno di ferragosto.

I figli a volte erano dei semplici bambini.

Perché specifico questo? ... solo per sottolineare la pericolosità della zona con il dirupo a pochi metri di distanza dal punto in cui si pranzava e con i bambini che non sempre si riusciva a tenere a distanza di braccio (quindi, in caso di pericolo, facilmente acciuffabili).

Avvicinandosi ai limiti del dirupo, parliamo sempre e comunque della Timpa delle Magare, e guardando in basso ai piedi dello stesso... le vertigini, specie se siete un soggetto alquanto impressionabile, prendono il sopravvento sulla vostra salda psiche.

Le vertigini o... le magare? ... magari quelle magare che provando da quel punto a spiccare il volo sulle loro inseparabili scope per far ritorno alle loro case dopo una notte segnata da un diabolico sabba (o magari per fare una capatina al famoso noce di Benevento)... sbagliando qualche parola della obbligatoria formula magica sono precipitate in fondo al burrone e vi si sono spiaccicate ben benino lasciandoci le penne a futura memoria?

Ed ecco allora le madri gridare ai loro bambini mentre questi si avvicinavano al limitare della Timpa delle Magare: - Vieni subitu cca’! ... Ca si ‘nnoni ‘e magare ti piglianu e ti portanu ddra’ sutta ccu loro.

Quanto c’è di vero in quest’ultima ipotesi? ... quasi certamente niente o altrettanto quasi certamente tutto.

Fatto sta che quel luogo sembra effettivamente ipnotizzare quanti vi si fermano a contemplare contemporaneamente l’orizzonte ed il dirupo sottostante, il dirupo sottostante e l’orizzonte...

Da un punto della roccia prende forma uno strano albero. Un albero non più alto di un paio di metri... quasi certamente un semi-bonzai naturale (quel tipo d’albero, come scoprirò in seguito, può raggiungere diversi metri d’altezza. Può raggiungere persino i trenta metri d’altezza... ma non in quel punto ed in quelle condizioni).

E’ uno strano albero... magico anch’esso come è magico tutto il piccolo mondo che in quel momento mi gira intorno.

Ad una vista “tocca e fuggi” mi sembra abbia delle foglie simili a foglie d’ulivo ma ciò che mi colpisce più di tutto in quella brevissima analisi di questo strano albero sono sicuramente i frutti: delle ghiande.

Che albero può essere un albero con le foglie d’olivo e per frutto delle ghiande? ... sicuro che in natura esiste un tale tipo d’albero? ... o il tutto è solo il frutto di qualche incantesimo che mi hanno fatto in quello stesso momento le anime delle magare che ancora si aggirano facendola da padrone in questo luogo tanto misterioso?

Quando nel primo pomeriggio di quella stessa giornata feci la mia solita “vasca” (passeggiata) lungo corso XX Settembre a San Fili accennai ad alcuni miei amici di tale strana pianta. Ci fu chi, incredulo alle mie parole, quasi mi dette del pazzo o credesse che lo stessi canzonando. Ma ci fu anche un caro amico, titolare all’epoca di una piccola impresa boschiva, che ci disse: “Potrebbe essere un ilice. E se sei stato qualche volta alla villa vecchia a Cosenza sicuramente ne avrai visti, senza farci mai caso, tantissimi”.

Potrebbe essere un ilice?

Ma... che pianta è l’ilice? ... e siamo sicuri che in natura esiste veramente?

Iniziamo a dire che questo mio amico conosceva bene il suo lavoro (dopotutto la lavorazione ed il commercio del legname garantivano, a lui ed alla sua famiglia, il pane quotidiano) e conosceva veramente tale pianta.

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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

lunedì 18 giugno 2018

A San Fili le more di rovo (spine) si raccolgono seduti s’una panchina... spine annesse.


Camminare lungo corso XX Settembre a San Fili senza rischiare di calpestare una (beep!) di cane (... dicono che porti fortuna ed io spero vivamente che questo tipo di fortuna se la becchino sempre e tutta i proprietari di tali animali) o senza mettere un piede in fallo (complimenti alla giunta guidata dall’architetto Antonio Argentino per l’ottima scelta di pavimentazione imposta alla cittadinanza - visto la pavimentazione precedente - su parte di detto corso) o non rischiare di perdere un occhio grazie ai rovi ed ai rami di acacia che la fanno da padrone in certi punti del nostro tanto principale quanto unico corso... è diventata una vera impresa.
Ora... sulla (beep!) dei cani purtroppo credo ci sia poco da fare (dopotutto non siamo in grado a far capire ad alcuni nostri compaesani quanto sia giusto mettere di tanto in tanto la museruola ad i loro fedeli amici... pensa un po’ se agli stessi (a dire il vero qualcuno si salva) possiamo convincerli che è loro dovere camminare con una palettina ed una bustina con cui raccogliere e dove mettere i bisogni “solidi” dei loro affezionati animali.
E’ loro dovere ed è segno anche di civiltà.
In tanti, credetemi, negheranno d’aver mai avuto un cane in vita loro o, facendo l’analisi della (beep!) dimostreranno che, senza ombra di dubbio, data la consistenza, il colore e l’odore... di tutti può essere quella (beep!) – magari anche di un essere umano e quindi di un nostro compaesano o di qualche immigrato clandestino per giunta neanche ancora giunto nel nostro borgo - tranne che di del proprio impeccabile cane. Perché certe cose, credeteci, il loro cane le fa esclusivamente nel bagno della propria casa (in un apposita sedia) e dopo si fa pure il bidet.
Difficile fare un discorso anche sulla pavimentazione ed in particolare del tratto di pavimentazione che va da piazza san Giovanni al bivio per la frazione Bucita.
Roba da Corte dei Conti e da Procura della Repubblica... visto i risultati (la perfetta riuscita “a regola d’arte”) di un’opera realizzata meno di due anni addietro.
Su una cosa comunque si può intervenire facilmente e quasi a costo zero: una breve pulizia dei prolungamenti di rovi (spine) già in fase di fioritura (quindi more di rovo a breve per tutti lungo corso XX Settembre a San Fili nel tratto di marciapiede che costeggia ciò che resta del muraglione di borbonica memoria (tratto compreso quindi tra la discesa di via Giuseppe Crispini ex via Rampa e piazza Adolfo Mauro ex piazza Rinacchio). Tratto interessato anche dall’invasione di alcuni ramoscelli di acacia (più giustamente conosciuta come “robinia pseudoacacia”).
Una presenza questa che oltre a denotare il menefreghismo dell’Amministrazione in carica nel nostro borgo nei confronti del territorio e della Comunità amministrata rischia di far registrare in tempi anche relativamente brevi qualche brutto incidente a qualche bambino o adulto che dir si voglia.
Non faccio l’uccello del malaugurio (quello semmai lo fanno questi amministratori non intervenendo in merito guardandosi intorno e prevenendo eventuali problema) ma... mi guardo intorno e guardandomi intorno vedo nel mio e nel vostro futuro.
Perché, credetemi, è questo che un buon politico ed un buon amministratore dovrebbero fare: guardar nel futuro dei propri cittadini e dei propri amministrati.
Non avendo comunque possibilità d’intervenire direttamente in merito (pago il fatto d’essere stato esiliato/emarginato per il fatto che non ho voluto limitarmi a fare, da Consigliere comunale di maggioranza, il semplice alza mano in Consiglio comunale) mi sono permesso di segnalare a chi di competenza tale problema.
Segnalazione che trascrivo di seguito.
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Gent.mo dott.
ANTONIO ARGENTINO
SINDACO COMUNE DI
87037 SAN FILI (CS)

Gent.mo Responsabile
UFFICIO TECNICO
COMUNE DI
87037 SAN FILI (CS)

OGGETTO:
Richiesta urgente taglio rovi (spine) e rami acacia (robinia pseudoacacia) lungo corso XX Settembre a San Fili (marciapiedi costeggiante il muraglione).

Gentilissimi Sindaco e Responsabile (area di competenza) Ufficio Tecnico di San Fili,
in questi giorni (ma vi assicuro che il problema è tutt’altro che di questi giorni) non ho potuto fare a meno di notare il pericolo per i passanti, specie se bambini, che presentano alcuni rovi (ovvero “spine”) e dei rami di acacia (robinia pseudoacacia) che invadono in modo vergognoso il marciapiedi che costeggia il tratto interessato dal cosiddetto “ex muraglione” lungo corso XX  Settembre.
Inutile dire che qualche bambino in particolare ma anche qualche adulto in generale potrebbe nel peggiore dei casi anche rimetterci gli occhi. Ma al di là di ciò credo che mantenere in modo civile una parte tra le più belle e regolarmente frequentate del nostro borgo sia un dovere di chi è delegato ad amministrare il borgo stesso.
Parlo in particolare dei rovi che letteralmente imprigionano una panchina difronte al palazzo ex curia e di alcuni rami di acacia che invadono parte del marciapiedi di fronte all’abitazione del signor Elio Perri. Rovi (spine) e rami di acacia che aventi le radici o direttamente dentro gli interstizi dell’ex muraglione o ai piedi di questi oltrepassando la ringhiera si riversano sul marciapiede stesso
Mi sembra strano che nessun amministratore né tantomeno qualche responsabile comunale né qualche dipendente che per sbaglio si sia trovato a passare da tali punti si sia finora minimamente accorto di questa deprecabile, per non dire vergognosa, situazione. Perché se se ne fosse accorto e non fosse intervenuto adeguatamente sarebbe veramente biasimevole.
Tenuto conto che stiamo parlando della sicurezza e della salute dei nostri concittadini ed in particolare dei bambini nonché del “minimo” di decoro che si richiede ad una cosciente gestione pubblica... confido in un intervento immediato alla risoluzione del problema segnalato dallo scrivente.
Dopotutto... basta nu facigliu e nu pocu ‘e bona volontà.
Si allegano foto.
Cordiali saluti.

Pietro Perri
GRUPPO MISTO CONSILIARE

San Fili (CS), lì 17 giugno 2018.
(segnalazione trasmessa tramite servizio p.e.c. in pari data).
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Signori?!? ... siamo ormai a ridosso della fine della seconda decade del mese di giugno.
Vogliamo aspettare il mese di dicembre per rendere “usufruibile” nel suo complesso il nostro stupendo corso XX Settembre?
Non so se riuscirò a smuovere (è proprio il caso di dirlo) le acque almeno su questo fronte ma... ci provo.
E chissà se da una piccola battaglia (come dopotutto sono piccole tutte le battaglie che da sempre conduco nella mia vita) non possa smuoversi qualche stupidità che possa dar vita in futuro a qualcosa di serio come, ad esempio, rivalutare opportunamente il nostro “oro liquido”.
... se di oro si tratta.
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

mercoledì 23 maggio 2018

‘a Timpa delle Magare. (1/3)



Nella foto a sinistra: 12 agosto 2014 – Pietro Perri (alias lo scrivente) ara Timpa de Magare. Sopra l'abitato della frazione Bucita di San Fili.

Nella foto sotto sempre a sinistra: carta topografica della Timpa delle Magare (sopra l’abitato della frazione Bucita di San Fili lato San Vincenzo la costa).

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Era da una vita che avevo sentito parlare della “Timpa delle Magare” al di sopra della frazione Bucita del nostro Comune.

Ne avevo sentito parlare da tantissimo tempo e me l’ero immaginata in migliaia di modi: una spianata di terreno, un dirupo... comunque un qualcosa di magico o quantomeno di misterioso.

Nella mia ingenuità, all’epoca (primi anni ottanta del XX secolo) ero uno sbarbatello senza cognizione di causa e/o di luogo, quando sentii parlare - nel corso di una indagine collegata alla tragedia di Ustica - di un MIG libico caduto sugli appennini calabri nella zona denominata “Timpa delle Magare”. Arrivai persino a pensare che lo stesso, a noi Sanfilesi, ci fosse caduto quasi sulla testa.

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Da Wikipedia, l’Enciclopedia online:

«L'incidente aereo di Castelsilano, spesso citato con la locuzione MIG libico precipitato sulla Sila o simili, è un sinistro aviatorio avvenuto il 18 luglio 1980 sui monti della Sila, in zona Timpa delle Magare, in contrada Colimiti, nell'attuale comune di Castelsilano (CS ora KR), in Calabria. L'incidente coinvolse un MiG-23MS dell'Aeronautica militare libica, il corpo del cui pilota Ezzedin Fadah El Khalil venne ritrovato privo di vita poco distante dai rottami».

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Ma... cosa significa “timpa” e cosa significa “magara”?

Per quando riguarda il termine “timpa”, parola che ci riportiamo presumibilmente dai nostri avi greci, lo stesso può tradursi con “roccia, rupe, burrone, precipizio o stretta tra di monte. E vi assicuro che, considerato che ho avuto il piacere nell’agosto del 1984 di andare a vedere con i miei occhi la “Timpa delle Magare” che si trova al di sopra dell’abitato della frazione Bucita, i surriportati significati nel caso del territorio a noi caro... ci sono tutti.

Del termine “magara” ne ho già parlato abbondantemente in altri miei “pezzi”: sia nel concetto positivo del termine (ovvero nel senso di “guaritrice di campagna”, di erborista ante litteram, di detentrice di un antico sapere trasmesso in via orale da madre in figlia) che in senso negativo (ovvero di strega / fattucchiera).

A San Fili, inutile dirlo, il termine “magara” ha solo un significato positivo ovvero il significato di “guaritrice di campagna”. Ed è proprio grazie a tale significato del termine “magara” che ancora oggi da più parti della regione Calabria tanti di noi residenti vengono raggiunti da telefonate in cui ci viene chiesto come si possa fare a mettersi in contatto con qualcuno delle nostre insostituibili preparatissime e professionali compaesane.

Che ci crediate o no... è a cadenza mensile che mi viene chiesto, tramite telefono o tramite internet, se conosco qualche “magara” del paese e se so come mettermi in comunicazione con le stesse.

Inutile dire che la mia risposta, nell’uno o nell’altro caso, è quasi sempre alquanto evasiva.

Ok, fatta questa breve digressione sui termini “timpa” e “magare” ritorniamo alla traccia di questo brevissimo articolo sul tema della “Timpa delle Magare”.

Dicevo che era da tempo che mi ero ripromesso di fare un salto (ho solo detto “fare un salto”... non ho detto “saltare”) nella zona denominata “Timpa delle Magare” cercando in tal modo di capire il perché di tale toponimo.

Uno dei motivi che poteva giustificare tale toponimo era ad esempio la presenza in tale zona di erbe medicinali o presunte tali. Un altro motivo... era la bellezza mista a pericolosità del luogo stesso. Inutile dire che, una volta giunto nel punto incriminato... propendei ampliamente per la seconda ipotesi. Il luogo, la “Timpa delle Magare”, ai miei occhi si presentò bellissimo, affascinante, misterioso... pericoloso.

Ma andiamo per ordine.

Dopo tanto pensarci e ripensarci finalmente convinsi mio suocero (Pietro Mazzulla, cacciatore ex boscaiolo della frazione Bucita e quindi esperto dei luoghi) ad accompagnarmi, facendomi da guida, alla cosiddetta “Timpa delle Magare”. Per facilitarci il cammino una prima parte (quella più difficile in quanto caratterizzata da un’erta salita che si imboccava in un punto - quasi nel centro - del tratto di strada che collega la frazione Bucita di San Fili con la frazione Gesuiti di San Vincenzo la costa) dello stesso lo coprimmo facendoci accompagnare da Ivan Iantorno con la sua jeep: cinque o seicento metri di difficili tornanti di strada di montagna ce li eravamo felicemente risparmiati. Da quel punto in poi ci saremmo avventurati, dirigendoci verso l’abitato di Bucita, solo in zone pianeggianti quando non in discesa.

Era la mattina del 12 agosto del 2014... non più tardi delle 8,30... diciamo alle 9.

Percorsi due tornanti a piedi ecco mio suocero indicarmi un punto, una roccia ovvero una timpa, posta a pochi metri, poco in basso, dal punto in cui ci trovavamo. Era proprio quella... La magica “Timpa delle Magare”.

Il punto esatto in cui si trovava non era proprio consigliabile da raggiungere ma... come non farsi almeno una foto, magari con l’autoscatto, proprio in quel punto?

Ed eccomi qua, posizionata la mia Canon PowerShot SX50 HS, innescato l’autoscatto, posizionatomi in zona di sicurezza e... click!

I miei piedi poggiavano saldi sulla roccia (la “Timpa delle Magare”). Alle mie spalle, nel momento in cui la mia macchina fotografica faceva il suo dovere, un paesaggio mozzafiato: un dirupo spaventoso e... uno strano albero che, nel momento dello scatto, mi faceva da sfondo. Un albero dalle foglie d’olivo, così mi sembrarono, e ghiande come frutti.

(continua).

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un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... si vis pacem para bellum!