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giovedì 8 dicembre 2022

Dedicato a mastru Franco Presta ed a tutti i grandi artigiani sanfilesi... d'altri tempi.



Nella foto a sinistra: maggio 1990 piazza Mario Nigro (ex piazza Caserma) a San Fili - (da sinistra) Mario Sergi (che mi ha messo a disposizione l’originale di questa foto), Serafino Ninnuzzu Giraldi e… mastru Francu Presta.

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Ci fu un tempo a San Fili in cui era difficile, per chi ne aveva qualcuno, non a riuscire risolvere i propri problemi legati alla quotidianità. Ovviamente mi riferisco ai problemi risolvibili ed in particolare a quando dovevi combattere contro un oggetto che ti si era appena rotto.

Ti si rompeva una scarpa? … ci pensavano i calzolai del paese. Ti si rompeva un mobile o un infisso? … e cosa ci stavano a fare i tanti falegnami sanfilesi? … il tuo mulo perdeva un ferro? … e cosa ci stavano a fare i maniscalchi? …. qualsiasi cosa ti si rompeva, in quel tempo, c’era sicuramente un artigiano, a San Fili, in grado di risolverti il problema: corso XX Settembre era un brulicare di botteghe artigiane e tutte gestite da veri e propri maestri nella loro… arte.

Una brutta giornata di metà anni Settanta (avevo intorno a 14/15 anni quindi sarà stato il 1975 o al massimo il 1976) la mia bici “tipo Graziella” (mi sembra si trattasse di una “Atala” rossa) si era spezzata in due, proprio nel punto in cui c’era l’aggancio (segnato da una evidente saldatura) per una eventuale piegatura: un vero dramma… l’avevo appena comprata.

Come risolvere il problema? … semplice: bastava andare a fare una capatina nella bottega artigianale di mastru Francu Presta… u forgiaru.

Non ricordo chi mi avesse consigliato di fare un salto dal maestro… del ferro saldato (ormai, a San Fili e non solo a San Fili, i maestri del ferro battuto, come il mitico Gaetano Cirillo, appartenevano ad un’altra epoca)… ma sicuramente non c’era altra soluzione in quel momento.

E sicuramente le tasche della mia famiglia non potevano permettersi un acquisto d’un’altra bici… tipo “Graziella” né tantomeno d’atri tipi.

E poi, una saldatura il nostro caro indimenticato compaesano, dicevo tra me e me recandomi in quell’antro - agenzia sanfilese - del dio Vulcano, non l’avrebbe negata a nessuno… specie ad uno come il sottoscritto che in quel periodo era in eterna bolletta.

Semplice? … si fa per dire.

Quando mi presentai a mastru Francu Presta, u forgiaru, con la mia bici pieghevole (tipo Graziella) - spezzata in due - con l’assurda speranza di farmela saldare… a gratis… non avevo ancora capito i concetti di “crisi e congiuntura economica disastrosa”.

Il problema era che in quel periodo, ovvero dalla metà degli anni Settanta del XX secolo in poi, in bolletta a San Fili c’eravamo in tanti: io (ancora imberbe), la mia famiglia… e sopratutto gli ultimi artigiani presenti nel paese - ormai veri e propri sopravvissuti all’incetta di personale fatta dai vari uffici pubblici di Cosenza e di Rende - soffrivano di questa strana e spesso inguaribile malattia.

L’officina (… forgia?) di mastru Francu Presta si trovava (e si trova tuttora, anche se chiusa dal momento in cui il nostro eroe è passato prematuramente a miglior vita) poco sotto la vecchia caserma dei Carabinieri (il cui edificio oggi ospita la biblioteca comunale intestata a Goffredo Iusi ed un ufficio decentrato dell’Azienda Sanitaria provinciale di Cosenza): tra piazza Mario Nigro e la scesa della rampa (quella che porta a ciò che resta della storica stazione ferroviaria di San Fili).

Ricordo ancora che su quella facciata di agglomerato d’abitazioni, ovviamente a pianterreno lato corso XX Settembre, c’erano (anche se in tempi diversi) il tabacchino della signora Concetta (madre dell’indimenticato Sarvaturieddru Malfitano), la fruttivendola di Pasqualina Schettino (moglie di Amedeo Perri, il postino di San Fili), il negozio d’alimentari di Riccardo Bonanata (marito di Teresa Comande’) e la storica cantina di Salvatore Cesario (Tutur’e ramagliu) con annesso un piccolo spaccio di stupende leccornie quali le indimenticabili “sarache” (ottime arrustute o fritte e mangiate con pane raffermo… ed il tutto accompagnato da un buon bicchiere di vino rosso).

Corso XX Settembre ancora negli anni Settanta del XX secolo era un brulicare di negozi di vendita al dettaglio e di botteghe artigianali: barbieri, calzolai, falegnami, forgiari, alimentari, fruttivendole, negozi per la vendita di scarpe, stoffe e vestiti e chi più ne ha più ne metta.

L’entrata di uno dei nostri discepoli prediletti dal dio Vulcano, ossia la forgia di mastru Francu Presta, si presentava all’epoca così come si presenta adesso: una saracinesca in ferro a sbarrarti di notte l’accesso e sull’entrata una piccola tettoia (non so se in alluminio o in eternit) su cui, al centro, fa capolino una strana piccola croce in ferro… quasi a ricordarci che oltre quel simbolo ci sono le fiamme e le temperature tipiche di un girone dell’Inferno.

Sulla parte superiore dell’entrata della forgia di “mastru Francu Presta” (al di sopra della porta stessa) campeggia ancora una strana scritta… un’equazione numerica che ancora oggi, dopo tantissimi anni, resta senza soluzione per noi profani: l’equazione propostaci dall’indimenticato “mastru Francu Presta” è… “8?8/9=” ... a te, amico lettore, il compito di trovare, se non ci hai ancora provato, una possibile soluzione.

Non ricordo bene se in qualche punto dell’entrata ci fossero anche un paio di corna da caprone o altre simbologie simili… ma non me ne meraviglierei se altri me ne certificassero… il ricordo. Alla sinistra dell’entrata compariva una bacheca in lamiera, dipinta di rosso, con su una serie di scritti quali “vendita, riparazioni ecc.”.

All’interno? … sceso un paio di scalini dal piano strada? … esattamente ciò che ci si aspetterebbe di trovare all’interno di uno dei covi del dio Vulcano: tanto ferro, uno strano caldo anche quando il fuoco della forgia è spento e soprattutto uno strano “odore e sapore di metallo”.

Sulle prime mastru Francu si lamentò sul tempo e sul costo poi… ci mettemmo quasi immediatamente d’accordo: la saldatura mi sarebbe costata una bella “scartavitriata” ad alcune sbarre di ferro tremendamente arrugginite presenti nella sua bottega.

Inutile dire che a quei tempi ancora non si sapeva cosa fossero le minime norme di sicurezza da seguire in certi ambienti di lavoro. Quindi… niente mascherina e roba simile.

Accettai! … tornandomene poi a casa con la bici stupendamente riparata ma… sporco da fare schifo.

Altri tempi!

Erano quelli i tempi in cui fin da piccolo ti si cercava di insegnare che nulla nella vita, specie ai ceti meno abbienti, era dovuto ma… che era bello guadagnarsi giorno dopo giorno quanto pensavamo ci spettasse di diritto o per bontà cristiana… anche con un po’ di sudore della nostra fronte.

Ed in questo i gestori delle botteghe presenti nel nostro paesino erano dei veri maestri.


giovedì 20 ottobre 2022

C’erano una volta i fichi di San Fili (4/4)... ed anche l’azienda della famiglia Giorno.



Foto a sinistra: Collocamento dei fichi sui “cannizzi”. Scatto (by Pietro Perri) rubato nei primi anni di questo Millennio a San Fili nei pressi del bivio per la frazione Bucita.

L'articolo riportato di seguito è statu pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di ottobre 2020... a firma di Pietro Perri.

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Continua dal Notiziario Sanfilese del mese di settembre 2020.

«All’interno del Padiglione Italia della frutta presente nel vasto complesso delle costruzioni riservato alle produzioni agricole nell’area in cui si svolgeva l’Esposizione Internazionale del 1935 di Bruxelles si respirava anche un po’ di aria della nostra San Fili.»

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Ritroviamo il nome di Ettore Giorno e qualche notizia sulla sua ditta per la lavorazione e la commercializzazione dei fichi di San Fili su due articoli apparsi sulla rivista (mi sembra fosse un settimanale) “Calabria Fascista”. Entrambi, sembra, pubblicati il 13 gennaio del 1934.

Dico “sembra” in quanto per il momento mi sto rifacendo ad un trascritto e quindi non posso affermare l’esattezza di tale dato. Mi riservo comunque quanto prima di verificare lo stesso presso la Biblioteca Civica di Cosenza dove copia di tale rivista dovrebbe essere tuttora gelosamente conservata.

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Il primo dei due articoli s’intitola
“Un Encomiabile gesto”
e di seguito ne riporto il contenuto:

 

«La Ditta Ettore Giorno da San Fili, con gesto veramente encomiabile, ha messo a disposizione di S.E. il Prefetto di Cosenza un notevole quantitativo di fichi imbottiti confezionati in eleganti pacchetti, per essere destinati agli enti locali di beneficenza in occasione delle feste - natalizie.

S.E. il Prefetto ha destinato detti pacchetti ai seguenti Istituti del capoluogo, tenendo presente il numero dei ricoverati negli Istituti stessi: Ricovero Umberto I, Ospizio delle Fanciulle, Orfanotrofio Vittorio Emanuele II, Asilo di Santa Teresa del Bambino Gesù, Istituto della Divina Provvidenza.»

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Il secondo dei due articoli s’intitola:
“Una ditta che si distingue”
ed anche in questo caso ne riporto di seguito il testo:

 

«S.E. il Grande Uff. Dott. Roberto Rizzi, Prefetto della Provincia ed il Comm. Ing. Gino Mancini, Segretario Federale dei Fasci di Combattimento accompagnati dal Questore di Cosenza Comm. Benigni, dal Cent. Alfonso Luvarà, Segretario Generale dei Sindacati Fascisti dell'Agricoltura e dal cav. Francesco Piro, hanno visitato in San Fili la Ditta Ettore Giorno, una Azienda davvero modello specializzatasi nella manifattura dei fichi secchi imbottiti, in eleganti e squisite confezioni ormai dovunque conosciuta.

Il titolare della Ditta sig. Ettore Giorno, con squisita signorilità, ha accompagnato gli illustri ospiti nella visita attraverso i vari reparti ed ha loro minutamente spiegato il metodo di lavorazione, improntato a sani criteri tecnici ed igienici che rende dovunque apprezzatissimo questo prodotto quasi esclusivamente calabrese.

Il camerata Giorno, tipico esempio della tenace laboriosità calabrese, ha saputo, da autentico operaio, attraverso lunghi anni di lavoro assiduo ed onesto, migliorare progressivamente la propria azienda, aumentandone man mano la capacità produttiva, perfezionandone l'attrezzatura tecnica, e riuscendo a far affermare i propri prodotti anche in lontani mercati, oltre che d'Europa, dell’America Settentrionale e Meridionale; è riuscito insomma, attraverso la dirittura della propria attività, a creare una salda, vitalissima azienda, che dà lavoro a numerosi operai, e nel contempo a far espandere ed affermarsi un prodotto tipicamente calabrese, qual è quello dei fichi secchi.

Questo per quanto riguarda la figura di lavoratore del camerata Giorno, che per tale attività ha meritato numerosi premi, benemerenze, ecc. ed ha ricevuto diversi attestati, oltre che da Enti ed alte personalità, anche dalla Casa Reale, cui ripetute volte ha inviato saggi della sua produzione.

Quanto alla figura morale e politica del camerata Giorno, è superfluo dire ch'egli ha sempre dimostrato di essere un degno italiano ed un fascista fedelissimo.

Allo scoppio della Grande Guerra egli, che trovavasi nel Brasile, si affrettò a tornare in Patria per compiere il suo dovere di soldato; si guadagnò due Croci di Guerra.

E' iscritto al Partito dal 18 novembre 1922, ed ha disimpegnato e disimpegna tuttavia numerosi incarichi in organizzazioni ed in enti economici del Regime.

Basti un esempio per dimostrare la tempra di fascista e d'italiano del camerata Giorno: or sono due anni una ditta francese di Marsiglia, già da tempo importante cliente del Giorno, gli ordinò un ingente quantitativo di fichi, condizionando però la commissione al patto che dall'involucro dei singoli pacchi e pacchetti venisse tolta la fascia tricolore che li avvolge e che ne costituisce ormai come la marca di fabbrica; il Giorno rispose con una lettera vibrante d'italianità, rifiutando sdegnosamente la commissione.

S.E. Rizzi ed il Comm. Mancini, entusiasti della proficua attività del Giorno hanno esternato allo stesso la loro ammirazione.

Sopraggiunto il Podestà di San Fili. Prof. Cesario rese doveroso omaggio alle Autorità per 1'onore che rendevano in favore della ridente cittadina.»

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Anche al solo scopo di chiudere con questa uscita del Notiziario Sanfilese (ovvero il bollettino dell’Associazione culturale “Universitas Sancti Felicis” di San Fili) il discorso su “C’erano una volta i fichi di San Fili... ed anche l’azienda della famiglia Giorno” voglio riportare, malgrado non del tutto pertinente al tema portante, un articolo apparso il 6 Febbraio del 1936 sulla rivista “Cronaca di Calabria”.

Un articolo che comunque cita il nostro esimio concittadino Ettore Giorno.

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Titolo dell’articolo è:
“L'on. Malusardi a San Fili”
ed eccone di seguito il testo:

 

«In occasione della commemorazione della morte del compianto Quadrumviro S.E. Michele Bianchi, proveniente da Belmonte Calabro è passato da questo comune, verso l'ore 13, l’on. Malusardi, membro del Direttorio Nazionale del Partito, accompagnato da S.E. Bellini, dal Federale, dal dott. Luvarà e dalle altre autorità della provincia.

Il cav. Ettore Giorno, industriale tipo ben noto anche all'Estero, fascista della prima ora, ha ricevuto l'on. Malusardi nel suo salone ricchissimo di benemerenze e di attestati.

Al ritorno da Cosenza, verso le ore 20:l5 l'on. Malusardi è stato nuovamente ricevuto dal cennato cav. Giorno e poscia si è portato nei locali del Fascio ove si era riunita una moltitudine di fascisti che sfidando l'imperversare della tempesta ha voluto sentire 1a sua simpatica voce ed il suo commosso saluto. Molto si è congratulato col prefato camerata cav. Giorno e con l'instancabile e giovanissimo segretario politico prof. Rinaldi Francesco che continuamente raccoglie stima da parte dei superiori tutti la riconoscenza profonda della intera popolazione.»

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La lavorazione e la commercializzazione (ovviamente a portata “industriale”) dei fichi di San Fili, storicamente parlando, negli anni Cinquanta o verso la fine degli anni Quaranta del secolo scorso sarà rilevata dalla famiglia Lio (murgheddrina) per poi scomparire definitivamente verso la fine degli anni Sessanta... e ricomparire agli inizi di questo millennio grazie alla famiglia Rao.

Lo scrivente ha parlato abbondantemente della lavorazione e della commercializzazione dei fichi a San Fili anche con quattro articoli pubblicati, verso la fine del secolo scorso, sul quindicinale “l’occhio” (giornale a tiratura locale mirante principalmente al recupero delle tradizioni e della memoria popolare. Tale giornale era diretto dalla giornalista Marisa Fallico).

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

C’erano una volta i fichi di San Fili (3/4)... ed anche l’azienda della famiglia Giorno.



Foto a sinistra: Esposizione Internazionale di Bruxelles 1935.

Padiglione Agricoltura Italia.

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Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di settembre 2020... a firma di Pietro Perri.

Continua dal Notiziario Sanfilese del mese di Agosto 2020.

«Grazie ad Ettore Giorno ed all’azienda da lui gestita i fichi di San Fili (debitamente lavorati ed opportunamente confezionati) non solo riescono ad arrivare con una certa regolarità sul tavolo dei nostri monarchi (malgrado tutto dei buongustai quelli della Casa Savoia) ma riusciranno a raggiungere, in occasione dell’Esposizione Internazionale del 1935, la città di Bruxelles e quindi ad essere ospitati nel relativo padiglione riservato all’Italia in occasione di tale prestigioso evento.»

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All’interno del Padiglione Italia della frutta presente nel vasto complesso delle costruzioni riservato alle produzioni agricole nell’area in cui si svolgeva l’Esposizione Internazionale del 1935 di Bruxelles si respirava anche un po’ di aria della nostra San Fili.

In tale padiglione, infatti erano presenti, grazie alla famiglia Giorno ed alla loro azienda di confezionamento e commercializzazione, anche i nostri preziosi, profumati e gustosi fichi.

Se è un po’ difficile capire (ovviamente con i dati che ho personalmente in possesso) come abbiano fatto i fichi di San Fili a ritagliarsi un proprio, seppure meritato, spazio all’interno di questo evento internazionale ciò che non è difficile capire invece è perché proprio questo frutto e non altri.

Gli organizzatori del padiglione riservato all’agricoltura, ai suoi prodotti, alle tecniche ed alle attrezzature utilizzate, infatti, avevano necessità di poter garantire la presenza di prodotti della terra accattivanti, gustosi e non facilmente deperibili. Cosa, questa, non facilmente ottenibile se si considera la distanza, per quei tempi, tra l’Italia ed il Belgio oltre che all’assenza dei moderni metodi di conservazione dei prodotti alimentari

Ed ecco che ad avere la meglio in tale situazione finirono per essere la ricchezza alimentare dei mesi di magra dei nostri progenitori.

Per San Fili... appunto i fichi lavorati in più modi ed opportunamente conservati: fichi bianchi, fichi infornati, paddruni, crocette e chi più ne ha più ne metta.

Erano forse quelli gli anni in cui i fichi di San Fili si facevano un nome e con tale nome diventavano “marchio di qualità”.

Una domanda sorge spontanea: esistono ancora, in commercio, i famosi fichi di San Fili?

Sembrerebbe proprio di si. E con “si” non intendo riferirmi a qualche famiglia sanfilese che ancora ne produce un minimo quantitativo per il fabbisogno ed il piacere di se stessa o di qualche fortunato amico ma intendo un minimo di produzione destinata comunque, anche se come prodotto di nicchia, al grande mercato nazionale.

Circa un mese addietro, infatti, una nostra compaesana che da tempo manca dal nostro paese commentando un mio post pubblicato sul social network Facebook ad un certo punto chiedeva, appunto se si lavorassero e si commercializzassero ancora i fichi sanfilesi o... quelli che lei da qualche anno a questa parte, in particolare nel periodo natalizio, trova in alcuni negozi della capitale sono una truffa? ... una truffa nel senso che chi li commercializza utilizza in modo improprio il nome di San Fili?

Inutile dire che sulle prime qualche dubbio nel leggere tale affermazione era sorto anche a me e, cercando di restringere il campo, provai a vedere chi poteva ancora lavorare e commercializzare i fichi a San Fili... ed ovviamente chi poteva onorarci, utilizzando il nome del nostro borgo, facendo ciò.

Foto a sinistra: Fichi secchi lavorati e posti in commercio dall'azienda "Dolci Pensieri di Calabria"... di San Fili.

L’unica azienda che mi venne in mente, in quanto era difficile pensare ad una singola famiglia in grado di fare qualcosa del genere, fu la “Dolci Pensieri di Calabria” di Carbone Carmelina.

Chiesi qualche ulteriore informazione alla nostra cara compaesana e questa mi confermò quanto da me ipotizzato: i fichi di San Fili, grazie appunto all’azienda “Dolci Pensieri di Calabria”, sono ritornati ad oltrepassare, ed alla grande, il perimetro del nostro territorio comunale.

Cosa, questa, che non può che farci enorme piacere.

Una fetta del futuro di San Fili potrebbe infatti ripartire proprio dalla lavorazione e commercializzazione dei nostri (almeno sulla carta) fichi.

(continua).

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

C’erano una volta i fichi di San Fili (2/4)... ed anche l’azienda della famiglia Giorno.


Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di agosto 2020... a firma di Pietro Perri.

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Continua dal Notiziario Sanfilese del mese di Luglio 2020.

«Chissà, forse quando per la prima volta pubblicai questa notizia non facevo altro che scrivere una pagina di storia della nostra bella Comunità Sanfilese... inventandola di sana pianta.

Forse effettivamente quella famiglia Giorno (...) a San Fili non era mai esistita.

Forse... o forse, si?»

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La famiglia Giorno, quella appunto dell’azienda della lavorazione dei fichi presente a San Fili almeno fino alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso è esistita eccome.

Che fine abbia fatto successivamente alla fine degli anni Quaranta tale famiglia, visto che i pochi che ricordano la stessa (tra cui il nostro sempreverde Marcello Speziale) non sono stati in grado di dirmelo, a noi poco importa.

Personalmente non sono, né mi ci sento, uno storico (malgrado in tanti mi qualificano come tale... anche se, bontà loro in quanto per me è comunque un onore, in modo dispregiativo) e se riporto queste notizie è solo per dare lo spunto ad altri per lavorarci seriamente su.

Chissà, prima o poi gli “altri” - sono sicuro che ce ne sono tanti - usciranno dalla loro calda, accogliente, protettiva camera, anche nella nostra stupenda (sempre amata/odiata) Comunità. E daranno anche loro un onesto contributo affinché San Fili, il nostro borgo, possa tornare a risorgere e a ritagliarsi nuovamente un ruolo nell’hinterland cosentino.

Sveliamo, però ora, un altro mistero su questa “famiglia Giorno” e l’azienda per la lavorazione, il confezionamento e la commercializzazione dei fichi dalla stessa gestita all’interno dell’abitato di San Fili ed in particolare nella parte sottostante del palazzo di proprietà della medesima.

Il palazzo, abbiamo detto, era quello che fino alla fine del secolo scorso ha ospitato la locale Stazione dei Carabinieri, che ha ospitato il Circolo di cultura Enrico Granata e che ora ospita la Biblioteca comunale (o ciò che ne resta) intitolata al professor Goffredo Iusi.

L’altro mistero che vorrei svelare questa volta è il nome della persona che, magari grazie anche al fatto di essere al posto giusto nel momento giusto, ha reso grande tale azienda e quindi il nome stesso della propria famiglia: Ettore.

Ettore Giorno.

Grazie ad Ettore Giorno ed all’azienda da lui gestita i fichi di San Fili (debitamente lavorati ed opportunamente confezionati) non solo riescono ad arrivare con una certa regolarità sul tavolo dei nostri monarchi (malgrado tutto dei buongustai quelli della Casa Savoia) ma riusciranno a raggiungere, in occasione dell’Esposizione Internazionale del 1935, la città di Bruxelles e quindi ad essere ospitati nel relativo padiglione riservato all’Italia in occasione di tale prestigioso evento.

San Fili (CS) è proprio il caso di dire... c’era.

Chissà, forse è proprio grazie all’azienda sanfilese di fichi gestita dal nostro “dimenticato” compaesano Ettore Giorno (mi è impossibile per il momento poter affermare se fosse o meno stata aperta dallo stesso) se ancora in tanti, non solo in provincia di Cosenza, ricordano i famosi fichi di San Fili e sfruttano, spesso in modo improprio, tale nostro “marchio di qualità”.

Perché, volenti o nolenti, il qualificativo “fichi di San Fili” continua ad essere un “marchio di qualità” malgrado di fichi di San Fili (paddruni ecc.) è da decenni che non se ne vedono più in circolazione.

Un esempio?

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Cercando su internet notizie sui “fichi di San Fili” oltre alla chicca su Ettore Giorno e sulla partecipazione dei (mi si consenta) nostri fichi all’Esposizione Internazionale di Bruxelles del 1935 mi sono imbattuto anche in una pagina che reclamizzava una, sicuramente gustosa, accattivante torta di fichi... Sanfilesi.

Cosa dite? ... che si tratta di una semplice omonimia in quanto esistono più San Fili e più Sanfilesi sparsi per il mondo?

Nulla di più sbagliato... o di più giusto che dir si voglia.

Sul sito di un’azienda di un paese dell’Alto Ionio cosentino, infatti, il prodotto incriminato (anche se momentaneamente non disponibile) è tutt’ora reclamizzato tra l’altro con la seguente descrizione: “Dolce di natale tipico di San Fili (CS) realizzato con mandorle, miele e fichi secchi del cosentino.

Un dolce che parla delle tradizioni autunnali e natalizie della provincia di Cosenza in cui si era soliti gustare questa torta di fichi secchi durante le feste natalizie. Ad impreziosire ogni morso, delle mandorle, miele e miscela di aromi che le danno un gusto inconfondibile.

Il prodotto è artigianale, 100% naturale, realizzato secondo tradizione senza l'utilizzo di conservanti”.

Inutile dire che l’unica torta, o dolce tipico, che ricordi tutt’ora la tradizione sanfilese (ovviamente con l’uso dei fichi o di suoi derivati) è la nostra adorata ed insostituibile chjina.

Ma quando si apprezza e si porta avanti, in positivo, il nome del nostro territorio e della nostra Comunità ciò non può che farci piacere.

Quindi grazie anche a questa amorevole azienda dell’Alto Ionio cosentino.

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Fatta questa breve digressione sulla tradizionale torta di fichi sanfilesi (ingredienti: fichi secchi di Calabria 33%; mandorle 28%; miele; zucchero; farina di grano duro; miscela di spezie) di cui quasi certamente neanche i sanfilesi erano ancora a conoscenza, è giusto ritornare al nostro tema portante (almeno per questa parte di articolo) e quindi alla partecipazione dell’azienda di Ettore Giorno da San Fili all’Esposizione Internazionale di Bruxelles del 1935.

Nel citato opuscoletto realizzato dall’Istituto Poligrafico dello Stato in ricordo della partecipazione dell’Italia all’Esposizione Internazionale di Bruxelles del 1935 ad un certo punto, ed esattamente a pagina 99, scopriamo che venne persino assegnata una medaglia d’argento (in virtù proprio del suo materiale apporto) all’azienda ETTORE GIORNO di San Fili (CS). La nostra azienda viene segnalata, con tale prestigiosa onorificenza, nel “GRUPPO VI - Classe 43”... ma non chiedetemi cosa significa. Non sono uno storico, non sono del settore e non intendo diventare né l’uno né dell’altro.

Chi comunque, provetto navigatore della rete, volesse scaricarsi (in formato PDF) l’opuscoletto di cui ho fatto menzione in queste pagine può fare un salto all’indirizzo internet:

https://digit.biblio.polito.it/4253/

Comunque qualcosa, di tale opuscoletto sarà pubblicato prossimamente sul nostro Notiziario Sanfilese.

(continua).

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

I fichi di San Fili.


A sinistra Mario Oliva negli anni Sessanta del XX secolo intento a mettere a posto una...spasera di fichi supr'a nnu cannizzu.

Articolo di Pietro Perri.

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Il fico, frutto antico come il mondo antico era ben conosciuto ed apprezzato dai Greci, dagli Asiatici e dagli stessi Ebrei dell'Antico Testamento.

L'origine di San Fili più volte, seppur fantasiosamente (essendoci solo degli indizi e non delle documentazioni comprovabili) l'abbiamo indirizzato verso un'origine greca. Fantasiosamente ma fino ad un certo punto, se si considera che i comuni circostanti sono tutti o quasi d'origine greca, ed alcune "arti" (ceramilari ecc.) praticate dagli avi dei residenti discendono dalla scuola ellenica.

I fichi, un frutto, nelle sue mille ed una varietà, di una squisitezza unica.

Presso gli antichi, inoltre, il lattice del fico era utilizzato per la preparazione dei formaggi e per intenerire la carne. Le foglie di fico, inoltre, sembra che puliscano perfettamente pentole ed utensili diversi... comunque il loro materiale residuo non inquina, così come succede con gli attuali detersivi.

Ricchi di zucchero, proteine, lipidi, fosforo (questo, forse, giustifica l'intelligenza dei sanfilesi dei bei tempi che furono), calcio e oligoelementi, nonché vitamina PP e C associata a vitamina A e B: cosa si può chiedere di più da un semplice frutto?

I Sanfilesi dei bei tempi che furono (periodo ante 1970, visto che con l'avvento di tale anno si chiude, non solo per San Fili, un'epoca) apprezzavano moltissimo questo frutto, tanto da consumarlo e conservarlo in decine di modi diversi, non ultimo i famosi fichi bianchi (ficu jianche) o secchi: "appassulate ara chjanta e siccate aru sule supra nu cannizzu". Vengono (o venivano) a tal punto appiattite per bene e quindi riposte in un boccaccio o in un vasetto.

Ottime, le ficu jianche sanfilesi, da mangiare direttamente.

Bollite, una volta venivano utilizzate per ricavarne uno sciroppo naturale per la tosse.

Vere e proprie leccornie, con l'utilizzo dei fichi secchi, a San Fili erano comunque ottenute tramite la cottura in forno delle stesse: siamo in un periodo in cui, nelle campagne sanfilesi, ogni abitazione rurale (ma a volte anche fabbricati del centro abitato) aveva a sua disposizione un forno a legna costruito a ridosso o all'interno della stessa.

Chi non aveva un forno a disposizione, comunque, non aveva certo da preoccuparsi molto, potendo utilizzare, dietro un giusto corrispettivo, uno dei tre forni pubblici che c'erano nel paese.

Dal forno uscivano le gustose "crucette" (quattro fichi aperte a meta, opportunamente incrociate al cui interno venivano messe delle noci e quindi infornate), le famose "jette" (fichi bianche infilate in una listella di canna, bloccate ai margini della listella con un particolare sistema ricavato da un pezzo della canna stessa e quindi infornate), i famosi "paddruni de ficu" e gli stessi fichi bianchi cotti al forno "ntra na lagna".

E' opportuno sottolineare che per i "paddruni de ficu" e per i fichi cotti al forno (per la serie "na vota un si jiettava nente") si utilizzavano i fichi di scarto del "cannizzu" ossia quelli che, dopo essiccati, presentavano qualche macchia esterna o risultavano rovinati in modo rilevante dagli insetti o dagli uccelli (api e company).

Le crucette venivano conservate per l'inverno in boccacci mentre ficu 'nfurnate e jette venivano riposte dentro casciuni o vancariaddri dove prima si era sistemato un foglio di carta oliata. Tali prodotti, è bene precisarlo, data la loro dolcezza era necessario mangiarli col pane.

A cuocere dentro il forno a legna troviamo anche le famose "ficu scantate". ossia il vero e proprio scarto dei fichi bianchi ovvero dei cannizzi. Si tratta dei fichi piccoli e quindi non lavorabili diversamente. Tali fichi venivano lasciate "a riposare" nel forno (quello stesso forno appena utilizzato per le ficu 'nfurnate) per l'intera nottata.

Le ficu 'nfurnate nel forno, a cuocere, c'erano state invece all'incirca quattro ore.

E poi diciamocelo pure: mangiare un bel fico appena colto dalla pianta, non dispiace nemmeno. Attenzione però se salite sulla pianta per raccogliere i fichi: copritevi bene le braccia... il suo latte, altamente irritante, non perdona.

Malgrado, e a dispetto della fama che si era creato intorno al proprio nome, San Fili non ha mai garantito una produzione ottimale di fichi, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Eppure persino una delle contrade del nostro paese, quasi certamente in onore a questo imparagonabile frutto, arriva a prendere il nome di "Prufico".

I fichi direttamente prodotti nelle zone più o meno umide (il vento e l'acqua a San Fili grazie a Dio non ci è mai mancati... almeno finora!), infatti, sono buoni più che altro per ricavarne miele, ficu 'nfurnate e similari: tutto, cioè, tranne che fichi secchi o bianchi.

Le piante di fico pur essendo, tramite le radici, veri e propri vampiri insaziabili d'acqua, poco gradiscono sul loro frutto l'acqua piovana. Bastano poche gocce, quando il frutto è quasi giunto a maturazione, per ottenere delle pessime "ficu trisingate" (aperte a fiore) ovvero a "vucca spalancata".

C'è comunque da sottolineare che nel momento in cui noi parliamo di territorio di San Fili (o dei sanfilesi), anche se i confini politici non ci sono del tutto favorevoli, non possiamo, né potevamo in altri tempi, non considerare nello stesso alcune località (appartenenti a comuni limitrofi al nostro) quali contrada Cucchiano e parte del territorio di San Vincenzo la Costa (zona "du Palazzieddru", dei "Gralati" e via dicendo). Contrade queste in cui diversi nostri concittadini da secoli hanno avuto proprietà terriere,

Buona parte del territorio di San Vincenzo la costa (incluso le succitate), di fatto, sono impareggiabili per questo e tanti altri tipi di piantagione (ulivi ecc.); ed è proprio da tali zone che ci veniva garantita buona parte dei fichi che noi sanfilesi (grazie più che altro alle fortunate vie di comunicazione che attraversavano il nostro comune) lavoravamo e quindi commercializzavamo in modo encomiabile.

Quanti bei nomi di questo stupendo albero vanno via via perdendosi nella memoria dei nostri anziani: ficu truiana, paravisu (ottima da mangiare appena colta ma utilizzata anche per alimentare maiali e galline), culumbru, vajaneddra, viscuvile e paulineddra. Ficu nivura, lattarula, cu ra lacrima, senza lacrima e sanguinara. Fichi di primavera (profico o caprifico), d'estate e d'estate inoltrata.

Un bene inestimabile, quello della memoria storica (spesso semplicemente dal punto di vista popolare), che se non facciamo qualcosa per recuperarlo al più presto, della irreparabile perdita dovremmo farcene una colpa per l'intero resto della nostra esistenza. Alla memoria storica dei nostri anziani, tra l'altro, è legata la sopravvivenza della nostra stessa comunità in quanto, come mi piace sempre più sottolineare, non può esistere una comunità o un popolo che dir si voglia se allo stesso non gli si dà una valida ragione per esistere e tale ragione non può che essere la propria memoria storica.

Un'altra delle squisitezze che riuscivano a ricavare (usanza che non si è del tutto persa) le mani d'oro dei sanfilesi dai fichi era il "miele" o, come lo chiamano forse più giustamente i polentoni, il "vino cotto di fichi".

Il miele di fichi è alla base della tradizione dolciaria sanfilese, con esso (amalgamandolo con la neve) si ottiene un gustosissimo gelato naturale chiamato "scirubetta". Il miele di fichi lo troviamo a carnevale nella "chjina", a Natale ci imbeviamo i "turdiddri" (alcuni amano inzupparci persino i "cuddruriaddri" ancora caldi) e in prossimità di San Giuseppe lo ritroviamo nei "mustazzuali" (farina impastata col miele e quindi messa a cuocere in forno, di quest'ultimo dolce comunque a San Fili si è un po' persa la memoria).

Per fare il miele di fichi si utilizzano fichi bianchi e neri possibilmente in pari misura (ne bastano quattro o cinque chili dell'uno e dell'altro tipo), ben maturi e dolci. Possibilmente non aperti a fiore (a vucca spalancata), ovvero non raccolti dopo una giornata di pioggia.

I fichi vanno tagliati a metà e quindi messi, coperti d'acqua, a bollire in un pentolone (na quadara) per circa cinque o sei ore a fuoco lento e rimestando quasi ininterrottamente.

Giunti a questo punto bisogna colare il tutto in un secondo pentolone filtrando la parte liquida con l'aiuto di una tela di garza (una volta si usava, per quest'operazione, mettere il magico intruglio in un sacco di tela di lino), così facendo si separa la parte liquida dai semi e dalle bucce.

Si rimette il tutto sul fuoco, si fa asciugare un paio d'orette ed ecco ottenuto il tanto desiderato "mele 'e ficu".

Per la serie "tutto si produceva e nulla si gettava" nella laboriosa cittadina di San Fili ai bei tempi che furono, c'è da dire che il residuo della lavorazione del miele di fichi (semi e bucce) finiva in pasto ai maiali ed alle galline (quando lo stesso, passato al forno, non finiva nelle bocche dei nostri anziani).

Per quanto riguarda il lino poi, seppure in minima quantità, lo stesso veniva coltivato dai contadini sanfilesi.

Poco utilizzata, e quindi prodotta dalle nostre massaie, era la marmellata di fichi.

Fichi e olive nere erano alla base, negli anni antecedenti il periodo del boom economico italiano, delle colazioni degli scolari (e non solo di loro) sanfilesi.

I fichi bianchi, frutto della pianta di fico denominata "ficottata", necessitavano di non poco lavoro ed attentissima cura: appena colti erano posti ad asciugare al sole su un particolare piano denominato "cannizzu" in quanto ottenuto con un minuzioso intreccio di canne. Su tale "cannizzu" i fichi venivano quasi costantemente girati su se stessi finché non prendevano completamente la loro caratteristica colorazione "bianca".

A parte ciò c'è da rilevare che i "cannizzi" con sopra i fichi erano lasciati all'aperto anche di notte, stando in ogni modo attenti che non venisse a piovere in quanto la pioggia avrebbe danneggiato l'intero prodotto. Al primo sentore di ciò il bracciante (coltivatore o colono che fosse) doveva scattare giù dal letto e mettere a riparo il prodotto.

Resta, a conclusione di questa breve ricerca sulla storia popolare del nostro paese, da fare un breve ma doveroso cenno sull'industria della lavorazione dei fichi a San Fili: quello stupendo, per niente breve, periodo che ha reso tanto famosi i nostri (?) fichi.

Gestita fino alla fine degli anni sessanta dalla famiglia Lio, ancora oggi l'industria della lavorazione dei fichi di San Fili è ricordata con sommo piacere. Lo stabilimento si trovava sotto lo stesso Palazzo Lio (quel fabbricato che costeggia la "Rampa". In tale stabilimento, dove per conto della ditta "La Vittoria" di Cosenza, i fichi bianchi, pervenuti dalle campagne circostanti il territorio sanfilese, venivano scelti, appiattiti e messi in cestini (formette di legno rivestite all'interno da carta oleata), ulteriormente pressati, in quantità di circa mezzo chilo.

Alle dipendenze dei Lio lavoravano, limitatamente al periodo interessato dal commercio dei fichi bianchi, all'incirca una quarantina di persone. Molte di queste erano donne e tantissime erano signorine impegnate più che altro a... farsi il corredo.

C'erano anche delle persone che giravano per le campagne circostanti il nostro paese all'incetta di fichi bianchi per conto degli stabilimenti di trasformazione di San Fili. A Cucchiano (anni '50, anni '60) c'era, a raccogliere i fichi bianchi nei vari poderi, per conto della ditta "La Vittoria", ad esempio, un certo Pietru 'e Santu.

Una storia non tanto breve, dicevo, anche e soprattutto perché pur essendo la famiglia Lio l'ultima famiglia a commercializzare i fichi di San Fili, certamente non fu la prima.

Un'altra famiglia rimasta famosa a San Fili per tale commercio fu la famiglia Giorno, proprietaria all'epoca dello stabile dove attualmente alloggia la locale stazione dei Carabinieri.

Nelle stanze a piano terra del loro stabile, i Giorno avevano i locali adibiti allo stabilimento e per la lavorazione (impacchettamento ecc.) delle varie leccornie che a San Fili venivano prodotte con l'utilizzo dei fichi.

Tale famiglia, per la bontà del prodotto posto sul mercato, fu nominata "fornitrice ufficiale", di fichi lavorati, della reale Casa Savoia. Un'onorificenza questa che dava il diritto all'illustre famiglia sanfilese di riportare tale dicitura sull'etichetta applicata sulla confezione del prodotto stesso.

Da sottolineare che i cestini in cui venivano riposte le varie delizie del palato, venivano prodotti "in loco" con verghe di castagno intrecciate dalle mani d'oro dei nostri antenati.

Purtroppo, se fino a qualche tempo fa in un negozio di Corso Mazzini a Cosenza potevo notare, ridendoci sopra (consapevole che al nostro paese tale "tradizione secolare" era completamente scomparsa da circa un ventennio), su alcune confezioni di fichi lavorati una strana e dubbia etichetta riportante la scritta "fichi di San Fili" non posso fare a meno di dirti, caro amico lettore, come mi sia venuto un groppo in gola qualche mese addietro, facendo una gita nei pressi di Scalea... notai, in un bar, delle etichette, su confezioni di fichi conservati, che ricordavano con una certa violenza d'immagine il passato glorioso della nostra cittadina.

Su tali confezioni di fichi, infatti, non compariva più il nome di San Fili ma quelli di Scalea e zone limitrofe: un vero schiaffo non solo alla memoria storica di San Fili ma anche alla nostra "incapacità" di creare nuove e reali forme d'occupazione. Quello che la gente San Fili, amministratori in prima linea seguiti a ruota libera dai benpensanti locali, si sforza di dimenticare (forse considerando il tutto un passato tragicamente inglorioso) per altre comunità calabresi sta diventando la soluzione naturale ad uno dei peggiori drammi dei nostri anni: la disoccupazione.

Era giusto concludere questa breve carrellata su "i fichi di San Fili" dando il meritato spazio ad una leccornia ottenuta con la lavorazione degli stessi: i famosi "paddruni 'e ficu".

Ottenuti facendo asciugare nel forno fichi, precedentemente infornati, racchiusi in foglie della stessa pianta a mo' di pallone... i "paddruni 'e ficu" vengono tutt'oggi ricordati, assieme ai locali capiccuaddri, vinu uagliu buanu e sazizze, oltre che per la loro bontà, anche e soprattutto per il fatto che quando si doveva "jire a trovare 'ncunu" si sapeva che erano sempre e comunque bene accetti.

Parliamo giustamente d'altri tempi, così come d'altri tempi parla l'amico Gigino Aloe nella sua poesia "palloni de ficu", poesia di seguito riportata:


Ogni paisi tena pe tradizione

i cunserva' i prodotti di stagione.


Chini fa l'uva chini fa i pircochi

San Fili da millanni fa ri ficu.


I sicca a ru suli cu i cannizzi

e pue li mburna pe li da bellizza.


I fa a crucette cu i nuci i l'annu prima

pue li cunfeziona e i manda intr'i cestini.


Si ficu fannu u giru i tuttu u munnu

e l'annu dopu i circanu i rivonnuu.


Quannu a San Fili vena n'emigratu

sinn'inchia i valigie c'ha purtatu.


Quannu finita a festa si ricoglia

iddru s'ammuccia e i caccia pe na voglia.


Fatti a palluni ntri foglie ammucciati

hannu sarvatu studenti e malati.


Pe putiri raggiungia nu traguardu

quannu li mandi aumenta lu riguardu.


Un c'è chirurgu c'un l'ha ricevuti

pe sarvare nu poveru malatu.


Cumu rigalu custa pocu o nenti

però è assai graditu di la genti.


Quannu ti fa nimicu u capufficiu

quattru paddruni i ficu e ci fa paci!


Erano questi i tempi del libro "Cuore" del De Amicis, oggi se non sganci la "mazzetta", non solo il chirurgo non t'opera... rischi persino di non entrare in ospedale (qualcosa comunque dicono stia iniziando a cambiare, speriamo non in peggio!). La "mazzetta" serve per il posto di lavoro e il capufficio (spesso figlio di poveri arricchiti, razza tanto odiata da Bertoldo, dimentichi delle proprie origini) non s'addolcisce certo con quattro "paddruni 'e ficu"... non gliene basta na camionata! ... ma forse alcuni personaggi della nostra epoca gradirebbero di più una balla di fieno, bestie quali sono!


giovedì 18 agosto 2022

I barbieri di San Fili.

 

A sinistra: Martino Lombardo.

La foto fa parte dell'archivio Francesco (Ciccio) Cirillo.

(omissis).

Questa volta voglio parlare dei barbieri (quelli storici) che hanno fatto sfoggio dei loro magici arnesi a San Fili tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta.

Il mestiere di barbiere, diciamolo a scanso di equivoci, è sempre stata un’arte e non raramente i verbi tagliare e rasare sono andati a braccetto con i sostantivi igiene e salute.

Nei bei tempi che furono, infatti, quando San Fili contava cinquemila abitanti (intorno agli anni cinquanta) non raramente una bella rasata risolveva tanti fastidiosissimi problemi sulle teste dei nostri bambini.

Gli anni cinquanta: gli anni dei mastru Sarvature Ruffolo (mastru della spazzola che aveva il proprio salone ‘mmianzu ‘u puantu), Giovanni Parrinelli (di fronte al vecchio municipio), Davide de ‘Gnaziu (in via Destre), Noe (di fianco al negozio dei Calomeni sempre ‘mmianzu u puontu), ‘Ntonu de Milieddra ‘a monaca (aru Spiritu Santu), Martino Lombardo l’allievo d’Oscarinu Cosenza (‘mmianzu u puantu) Vittorio Blasi (a San Giovanni) e Michele Gentile (di fianco alla Chiesa del Carmine).

Oggi, di tutta una serie di maestri delle forbici storiche di San Fili, possiamo ancora scambiare qualche parola con gli amici Michele Leo, Mario Storino e Franco Napolitano

Quest’ultimo, Franco Napolitano ovvero mastru Francu de Focu, è l’unico rimasto ancora in piena attività, dopo trentacinque anni, nel suo salone di Piazza San Giovanni, ed è proprio nel suo salone che ho preso parte degli appunti che hanno dato vita al presente articolo.

Il taglio di capelli che andavano più di moda negli anni cinquanta e sessanta era di fatto il taglio a “spazzola” o “all’Umberto”, seguito a ruota dal taglio a zero (“cozza munnata fatta ‘ccu ru rasuaiu”). Si facevano molte barbe e gli shampoo erano praticamente sconosciuti (non tutti i saloni avevano all’epoca l’acqua corrente dentro).

Per aprire un salone, come ci dice lo stesso Franco Napolitano, bastava decisamente poco: una sedia, uno specchio, un rasoio, un pettine ed un paio di forbici. A questi attrezzi vi si aggiungevano in seguito la pietra per la molatura dei rasoi e la “strappa” (particolare cinghia di cuoio appesa al muro che serviva per l’affilettatura dei rasoi stessi). Molto più tardi farà la sua comparsa anche la famosa “macchinetta manuale a molla”.

Il mestiere dei barbieri a San Fili oggi si è praticamente perso: se si esclude il salone di Franco Napolitano, infatti, a San Fili troviamo un altro solo salone (di fronte alla Caserma dei Carabinieri) che comunque, pur essendo gestito da un bravo giovane, comunque non è gestito da un sanfilese. In compenso hanno fatto la comparsa per corso XX settembre anche i primi saloni per signora.

Ed hanno fatto la loro comparsa anche le prime macchinette per tagliare i capelli elettriche che seppure evitano perdite di tempo (quand’ero bambino ricordo che a volte quasi mi ci prendeva il sonno sullo sgabello nel salone de mastru Maruzzu Storino) ed errori del tipo “tagli a scalinata”, comunque fanno perdere buona parte della poesia intrinseca nell’operazione del taglio dei capelli col solo mezzo di un paio di forbici e di un pettine.

Una volta il salone dei barbieri a San Fili era anche e soprattutto, per i nostri giovani, una scuola d’arte (dove chi voleva poteva imparare un mestiere) e di educazione… (omissis).

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I barbieri… di San Fili (2).

Fino agli anni sessanta inoltrati l’artigianato (con le sue varie botteghe, saloni ecc.) a San Fili era decisamente fiorente.

Le botteghe ed i saloni degli artigiani, non a caso qualificati a pieno titolo “maestri”, erano tra l’altro un’ottima scuola per le giovani leve non solo di un prezioso mestiere (per la serie “impara l’arte e mettila da parte”) ma anche e soprattutto una scuola di vita.

Alla base di una società priva di tante cose, difatti, non poteva che essere al primo posto l’educazione, l’onestà ed il rispetto che una persona doveva avere verso un’altra persona e verso sè stesso.

I saloni dei tanti barbieri presenti a San Fili in quegli anni adempievano perfettamente a tale scopo. Il mestiere di “barbiere” s’imparava direttamente sul campo di battaglia e il “maestro barbiere” finiva di fatto per completare l’istruzione che la mattina avevano iniziato gli insegnanti sui banchi di scuola.

Si trattava, di fatto, di un vero e proprio “doposcuola”: erano gli stessi genitori che portavano i propri figli al salone e pregavano il barbiere di “tenerselo a scuola” sia per togliere i propri figli dal pericoloso mondo della strada (sicuramente meno pericoloso di oggi) e sia con la lontana speranza che il figlio si appassionasse a quel mestiere e non finisse, come il padre, a lavorare la terra sotto padroni o a cercare di sbarcare il lunario in mille ed uno altri modi.

“… e si fani u cretinu, nu paru de scaffi dunaticceli puru ‘ccu ru permessu miu!”, era l’ultima frase che il genitore diceva al barbiere nel momento in cui si apprestava ad uscire dal salone.

Nel salone s’aggiravano non meno di cinque o sei “discepoli” del “maestro barbiere”, tutti pronti a scattare quando un cliente entrava nel salone, ossequiosi e riverenti, tutti pronti a scattare quando il cliente usciva dal salone, sempre ossequiosi e riverenti.

Prima si doveva fare un lungo tirocinio guardando, con quattro o sei occhi, come si faceva una barba, osservando minuziosamente come il rasoio saliva e scendeva sul volto del cliente, come sfiorava (per non dire “baciava”) la delicata pelle del cliente, come evitava ogni minimo ostacolo… una sola goccia di sangue o una piccola scalfitura sul volto del cliente erano decisamente imperdonabili per quei tempi.

Poi si passava all’insaponatura del volto e solo dopo tantissimo tempo si dava finalmente in mano al ragazzo il famoso “rasoio a mano libera”.

I maestri barbiere (più o meno ostentatamente) erano alquanto severi nei confronti dei propri discepoli, e dagli stessi pretendevano il massimo della correttezza e dell’educazione: il salone dei barbieri di San Fili erano una vera e propria scuola di comportamento.

Il ragazzo entrando nel salone aveva l’obbligo di salutare e di non mostrare atteggiamenti lesivi alla propria immagine di persona retta e corretta: chi dimenticava di salutare era pregato di uscire fuori dal salone, rientrare e salutare così come avrebbe dovuto fare fin dall’inizio… e guai a chi non salutava correttamente il cliente!

Qualsiasi rifiuto a tali regole poteva significare ritornarsene a casa e non rientrare più in quel salone.

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I barbieri… di San Fili (3).

I saloni dei barbieri di San Fili, fino agli anni sessanta inoltrati, erano, di fatto un’eccellente scuola di comportamento: anche e soprattutto per questo i genitori erano felici se qualche “maestro barbiere” prendesse i propri figlioli “a scuola” nel proprio salone.

Mille ed una erano le raccomandazioni che facevano i “maestri barbieri” ai propri allievi quando mandavano gli stessi in qualche abitazione del paese a fare qualche servizio: siate ossequiosi, non fatemi fare brutta figura, non toccate niente, mi raccomando il saluto e via dicendo.

Un ottimo insegnante sembra sia stato, a detta di chi l’ha conosciuto, “mastru Sarvature Ruffolo”.

Di “mastru Sarvature Ruffolo” si racconta che lo stesso per mettere alla prova l’onesta dei propri allievi, usasse mettere agli angoli del salone qualche monetina (stiamo parlando di tempi in cui le monete era difficile persino vederle in televisione… anche perché la televisione in Italia, e quindi a San Fili, faceva la propria comparsa proprio in quei tempi).

Trovandosi in un momento in cui nel salone non c’erano clienti, invitava qualcuno dei suoi allievi a dare “na bella scupata ‘nterra” e quindi faceva finta di addormentarsi su qualche sedia del salone.

Cosa avrebbe fatto il ragazzo nel momento in cui trovava le monete per terra? … l’avrebbe presa e consegnata al maestro o se la sarebbe messa in tasca?

Teniamo a sottolineare che a quei tempi gli allievi non venivano certamente pagati, se non con l’arte che veniva loro insegnata!

Erano quelli, appunto, altri tempi: tempi in cui di monete in circolazione se ne vedevano ben poche e ciò, spesso e volentieri, non solo per gli allievi ma anche e soprattutto per gli stessi maestri.

I barbieri, infatti (malgrado siamo in un periodo che la popolazione sanfilese sfiorasse le cinquemila unità), non raramente vedevano pagata la loro opera non con soldi ma in natura… e siccome la fame imperava, un paio d’uova, un chilo di farina ed un po’ di patate comunque non erano da biasimare.

Si racconta che qualche signora andasse a prendere qualche chilo di pasta a credito (erano i tempi della “libretta”) per pagare il barbiere per i capelli fatti ai propri figlioli. In periodi di carestia, può sembrare strano, ma a stare meno male, di fatto, non è chi sta nei centri abitati a lavorare da artigiano o a giornata, bensì chi sta in campagna… considerato che almeno qualcosa sotto i denti la mette.

Non mancavano in quegli anni di stenti anche le magre che per risparmiare qualche lira tagliavano direttamente loro i capelli ai propri figlioli.

Alcuni barbieri di San Fili, in quei magri anni, non raramente per racimolare qualcosa in più andavano a fare il giro delle campagne e tanti altri si avventuravano persino nella vicina Falconara a fare qualche taglio di capelli.

Devo dire inoltre che personalmente ho conosciuto i figli di “mastru Sarvature Ruffolo” Aldo, Carmine e la figlia Maria. Tutti e tre noti per la loro squisitezza di modi, educazione, intelligenza, amore per il paese che ha dato loro i natali e lo spirito altruistico a tutta la comunità sanfilese… buon sangue non mente! … della signora Maria sono stato alunno per i cinque anni delle elementari: devo a lei il 50 per cento della mia preparazione, anche se ancora avverto il dolore sulle mani di qualche staffilata ricevuta in più.

Ieri come oggi, comunque, il salone del barbiere a San Fili non è solo un luogo dove semplicemente ci si taglia la barba o i capelli, ma è innanzitutto un luogo di ritrovo tra amici che vogliono scambiare qualche parola di sport, politica e anche cultura.

Personalmente non posso negare che non mi dispiace a volte avvicinarmi al salone di mastru Francu Napolitano ad ascoltare quanto si dice tra i suoi affezionati frequentatori… e in quel punto che ancora oggi posso godere di un po’ della veracità dei miei amati odiati compaesani.

… e poi in quel salone non raramente si può apprezzare l’ottima chitarra di mastro Franco, di Eliuzzu Satinu, il magico mandolino di Giorgino Curatolo e la stupenda voce del nostro sempreverde Mario Oliva.

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I barbieri… di San Fili (4).

Indubbiamente San Fili e i sanfilesi, come il resto del mondo, fino agli anni sessanta inoltrati, economicamente non se la passavano certamente bene ed anche chi aveva un mestiere, una professione o un’arte in mano non era esente da tale problema.

Alcuni barbieri di San Fili sia per arrotondare le loro entrate, facendo concorrenza ai dottori del paese (e, sembra, facendo pagare qualcosa in meno di questi... dicono le solite malelingue) avevano attrezzato il proprio salone anche per la professione di cavadenti. Era questo, ad esempio, il caso del grande mastru Sarvature Ruffolo, preferito dai sanfilesi, si dice, allo studio del dottore Adolfo Mauro per quanto riguarda il costo dell'estrazione, ma tra l'altro consigliato ai propri pazienti dallo stesso dottore Giuseppe Crispini (il quale sembra non praticasse con piacere tale operazione nel proprio studio).

E si racconta pure che lo stesso Marsico, successivamente dentista di una certa notorietà, subì... le pinze del bravo mastru Sarvature Ruffolo.

Una vera e propria operazione, questa, consistente nello scarnare il dente e quindi estrarlo con una apposita pinza. A questo punto provate un po’ a considerare il tutto nell’ottica che all’epoca non si sapeva neanche cosa fosse l’anestetico, oggi che ci facciamo fare l’anestesia locale anche per toglierci una spina di rose piantata in un dito.

Mastru Sarvature Ruffolo (nato il 1899 e morto il 1976) a soli quattordici anni era partito a Napoli a frequentare un corso di sei mesi per imparare quella professione che tanto tempo dopo necessiterà, oltre alla professionalità, un diploma di laurea: il dentista. A Napoli però resterà ben poco (circa due mesi) in quanto sarà richiamato dal padre al paese.

Il padre, infatti, aveva paura di quel che si diceva circa quanto a tempi brevi stesse per accadere in Europa: siamo di fatto, alle soglie della prima guerra mondiale.

Al paese il padre, quasi a ripagarlo del forzato rientro, gli aprirà un salone di barbiere (in una stanza a piano strada del palazzo ancora oggi conosciuto da tanti come il "Palazzo di Donna Vienna Gentile").

Mastru Sarvature Ruffolo, comunque, c’è da dire che seppure è stato l’ultimo “barbiere cavadenti” di San Fili, certamente non è stato il primo e come tale non era l’eccezione bensì la regola. Nel libro del prof. Francesco Cesario “San Fili nel tempo” al paragrafo “calzolai e barbieri” infatti leggiamo:

“I barbieri erano abili, oltre che nel loro mestiere, anche nel cavare i denti ed applicare le sanguisughe (sanguette) per abbassare la pressione sanguigna. Mastro Paolo Caruso, dalla solenne barba bianca e mastro Achille Salerno, anch’egli grigio barbuto, ostentavano la loro valentia esponendo ogni mattina all’ingresso della bottega, accanto al piatto ovale di ottone - emblema dei barbieri - un capace vaso di vetro contenente le centinaia di denti cavati”

Siamo agli inizi del 1900, e questo era un modo come un altro per attirare clienti.

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Finora, caro lettore, in quella che sembrava una semplice passeggiata nei mestieri dei nostri avi e nell’arte dei barbieri di San Fili, in parte volutamente (non bisogna dimenticare che la mia fonte principale, per quanto riguarda le notizie, è la memoria dei nostri anziani), in parte perché preso il lavoro un pochino alla leggera, è stata fatta qualche briciola di confusione in merito ai periodi in cui doveva essere inquadrato un determinato nome di barbiere del paese o la stessa professione da questi praticata: dopotutto fare lo storico non la professione di chi scrive su queste pagine, visto che scrive per semplice hobby e… paga, con la moneta del piacere di scrivere, per essere letto.

In effetti sarebbe stato giusto parlare de “i barbieri di San Fili” inquadrandoli nel periodo ante guerra 1915-1918, nel periodo dell’era fascista (1920-1945), nel periodo post seconda guerra mondiale, nel periodo del boom economico italiano (anni sessanta), fino ad arrivare al periodo compreso tra il 1970 ed oggi. In tali periodi, infatti, il mestiere del barbiere a San Fili non solo ha subito forti modifiche per quanto riguarda il mestiere stesso, ma ha subito forti modifiche anche dal punto di vista del ceto economico sociale da cui vengono reclutate le nuove leve (ossia i discepoli dei mastri barbieri).

Essendo questo però un concetto di una certa importanza (anche per le altre arti e mestieri praticati nei vari periodi nel nostro paese) è giusto che rinviamo il discorso a qualche altra puntata.

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I barbieri… di San Fili (5).

Figure caratteristiche, in ogni tempo, quelle dei barbieri sanfilesi, così come caratteristico, diciamolo pure, dopotutto è ogni sanfilese (importato e non). Ognuno con le sue convinzioni, ognuno con le sue fisime e peculiarità. Si racconta di un barbiere di tanti e tanti anni fa, un certo “mastr’Achille” (presumibilmente il “cavadenti” ricordato dal prof. Francesco Cesario nel suo libro “San Fili nel tempo”), che s’irritava facilmente se a qualche cliente capitasse d’addormentarsi mentre lui gli faceva la barba o i capelli.

Si racconta ancora oggi d’un cliente di mastr’Achille che si svegliò. col viso ancora mezzo insaponato alle storiche imprecazioni del barbiere il quale brandendo minaccioso l’affilato rasoio urlava verso il malcapitato: “… e su’nna finisci mo’ de runcigliare, ti fazzu dorme io na vota ‘ppe sempre!”.

Erano anni, quelli del dopoguerra, tutti particolari, quando anche nei saloni di barbiere di San Fili s’iniziavano a vedere le prime poltrone meccaniche di metallo della famosa fabbrica siciliana “la Scuderi”. Prima di queste poltrone, le stesse, pur avendo all’incirca le identiche funzioni, erano realizzate (per quanto riguarda lo scheletro) in legno.

Oggi le une e le altre, nei saloni che si vanno ad allestire le giovani leve, vengono sostituite da normali poltroncine (o semplici sgabelli) e a differenza di quei tempi, quando sedendosi su una di queste poltrone non ci si alzava più se prima non si era fatto barba, shampoo e capelli, ai giorni nostri dal “coiffeur” (anche la parola “barbiere” è stata pensionata) esiste la zona lavaggio capelli, la zona taglio ed asciugatura e via dicendo.

In poche parole oggi il cliente, entrando nel salone, viene sbattuto da un angolo all’altro dello stesso e spesso stenta a capire quello che i vari addetti ai lavori gli dicono.

E quanto era bello quel tempo in cui ci si sedeva sulla sedia ed il barbiere iniziava a tagliarti i capelli senza chiederti “come li facciamo?”: all’epoca esisteva quasi esclusivamente il taglio “spazzola” ovvero “all’Umberto”. Oggi quanto ti pongono questa domanda, finisci per vergognarti persino di dire il nome del taglio in modo sbagliato, quando non dai delle indicazioni di difficile comprendonio e finisci quasi sempre o per dire la solita stupidità (… corti e tutti dietro?) o per dire al mastro barbiere (che spesso e volentieri tale non è - parlo delle nuove leve e non certamente delle nostre impareggiabili storiche forbici sanfilesi)… “fate un po’ voi… purché… !”.

Erano altri tempi quelli, erano i tempi in cui esistevano nei saloni dei mastri barbieri di San Fili persino i “clienti abbonati”, ossia quei clienti “affezionati” che si mettevano d’accordo col barbiere (in cambio d’uno sconticino sul servizio) per farsi tagliare la barba due o tre volte regolarmente a settimana, i capelli una volta al mese e così via.

Luoghi soprattutto, ed in ogni tempo, di ritrovo, i saloni dei barbieri di San Fili: ognuno con le sue caratteristiche, la sua “selezionata clientela” e le sue peculiarità. In alcuni casi vere e proprie sezioni politiche (scherzosamente parlando) tanto che persino oggi il salone di mastru Franco Napolitano viene additato come uno dei luoghi principali di ritrovo dei “rossi”; quello del compianto e simpatico Martino Lombardo, per la sua indiscutibile fede politica, era familiare ai “neri” (si dice che nel salone conservasse, opportunamente celata agli occhi dei più, una foto del Duce) e, andando più a ritroso, il salone di Oscarino Cosenza (maestro del Martino, che ne sarà di fatto l’erede) per quanto riguarda i repubblicani.

Nel salone di Salvatore Ruffolo (siamo intorno al 1935) un’orchestrina composta da amici ogni sera teneva il suo piccolo concerto.

Quasi tutti i saloni dei barbieri di San Fili, e negli anni non sono stati certamente pochi, avevano sede nel tratto di corso XX Settembre compreso tra il bar di Cenzino Passarelli e quello di Gigetto Sammarco. Era in questo tratto, dopotutto, che in quest’ultimo secolo si svolse la stessa vita della comunità sanfilese.

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I barbieri… di San Fili. (6)

Il problema del barbiere, ovvero del parrucchiere, inutile dirlo che a quei tempi per le donne a San Fili non esisteva. Tutte le donne si crescevano i capelli e tutte le donne li raccoglievano “a tuppu” sulla testa. Si faceva semplicemente, di tanto in tanto, una leggera spuntatina ai capelli direttamente in casa. I capelli all’epoca erano anche e soprattutto un buon investimento per le donne del nostro paese (inutile dire che la mia è una storia popolare e come tale si rivolge alla generalità delle persone e non ai singoli casi quali possono essere nobildonne e similari).

I capelli che venivano raccolti con la pettinatura, infatti, venivano conservati in attesa che per le vie ed i vicoli del nostro paesino non si sentisse la voce dello storico e ormai dimenticato “capiddraru”.

“U capiddraru” era un “ambulante” che in cambio di una matassa di capelli, a seconda della grandezza della stessa, dava, alle nostre madri o alle nostre nonne, aghi, spingole e, se la matassa era abbastanza grande, persino qualche pettine.

I capelli raccolti de “u capiddraru” venivano commercializzati nella città e con gli stessi, sembra, vi venivano ricavate delle parrucche.

Si era agli inizi degli anni settanta e chi scrive si sentiva dire spesso (il tempo tra una ritoccatina e l’altra dei capelli passava decisamente in fretta) dalla madre: “se vai a tagliarti i capelli, ci sono cento lire anche per te!”.

Dire all’epoca quanto costasse un taglio di capelli (oggi che si va dalle diecimila alle quindicimila per i tagli più economici) non è per niente facile: cento lire comunque erano una bella sommetta per un ragazzino di dieci anni. Per entrare al locale cinema si pagava 150 lire ed una partita a calcio balilla (ai bar di Cenzino Passarelli e Teresa Scarpelli o nel circolo juventino dei veraci Romano e Franco Zuccarelli) costava dalle venti alle venticinque lire.

Diversa era la frase che veniva detta “aru mastru varviere”: “Mastru Maru’, no’ caerusati… ma na bella accurciata facimuccela”!

Il taglio era, per noi ragazzini, regolarmente all’Umberto (sfumati dietro e a spazzola davanti): erano poche le famiglie che facevano tagliare a zero i capelli ai propri figlioli o che glieli facessero tenere a caschetto. In questi tre modi di tagliare i capelli potevamo benissimo distinguere i tre ceti economici (spesso anche culturali) presenti nel paese: i ricchi (a caschetto), i meno poveri (all’Umberto) e i poveri (a zero). A zero venivano tagliati, spesso per necessità igieniche, anche i capelli di ragazzini che abitavano nelle campagne.

Negli anni settanta, ma ciò solo per chi aveva una certa età, s’iniziò a parlare a San Fili anche del taglio alla “Napoleone” (lunghi dietro e corti davanti) e dei famigerati (per l’epoca) capelloni.

Per quel che ricordo, il primo a tagliarmi i capelli fu Mario Storino (che aveva il salone di fronte il bar Sammarco), successivamente passai sotto le forbici di Veruzzu (Saverio Marino) che operava nel salone che fu di Salvatore Ruffolo, ed infine di Pasquale Carpanzano, successore di Martino Lombardo.

In questa ricerca popolare sui barbieri sanfilesi che nel ventesimo secolo hanno avuto il loro salone a San Fili, qualche nome sarà scappato (uno fra tutti quello del bravo Piero Tenuta), ma non per colpa, completa, di chi scrive… non rientravano in un’epoca di ricordi… una stupenda epoca che non ritornerà, purtroppo, mai più sui suoi passi!

Uno sistema fiscale sempre più a servizio di chi economicamente sta meglio degli altri (anche nel commercio), la diffusione capillare dell’automobile (che ha convinto, per vari motivi, molti compaesani ad andare a farsi tagliare i capelli da barbieri dei comuni confinanti), la diminuzione demografica della popolazione sanfilese, la messa in commercio delle macchinette elettriche (di facile uso ed alla portata di tutti), gli enormi costi di gestione di un salone (fitto, luce, ragioniere per la contabilità, acqua ecc.) ed in parte, diciamolo pure, l’ignoranza (ma anche il poco coraggio) sulle opportunità che lo stato offre agli artigiani che riescano a garantire determinati requisiti (che non è solo il riuscire a prendere la luna nel pozzo, ma spesso e volentieri semplicemente il “rispettare le regole”)… hanno fatto in modo che il mestiere di barbiere, tra i sanfilesi, venisse quasi definitivamente perduto.

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I barbieri… di San Fili (7).

Oggi, per come li abbiamo conosciuti quelli della mia generazione, i barbieri (di San Fili e non) non sono più quelli di una volta. Con tale affermazione, ben me ne guardo e spero di non essere (come al solito) frainteso, non voglio dire che non siano più bravi come quelli dei tempi che furono: inutile, infatti, citare il detto che “il discepolo supera sempre il maestro”, ma non posso certamente negare che più di una cosa, in questo mestiere, nel corso degli anni sia drasticamente cambiato (e continui a cambiare tutt’oggi).

E’ cambiata la clientela: certamente più “popolana” (segno che i tempi nostri, per un certo verso, sono migliori dei tempi che furono) di quella che frequentava i saloni dei barbieri sanfilesi degli inizi del 1900. A quei tempi, infatti, il popolino più che con la barba o con i propri capelli era costretto a combattere col quotidiano problema del pane da mettere sotto i denti.

In tal modo, quasi a far da specchio a Figaro’, il famoso “Barbiere di Siviglia”, a frequentare il “laboratorio d’arte” dei vari mastru Sarvature Ruffolo ed Oscarino Cosenza, troviamo una clientela più che altro benestante, titolata o quantomeno legittimata nel nobiliare “don, donnu” e via discorrendo. La stessa apertura di un salone, a dir poco costosa, era limitata a membri di famiglie, per l’epoca, più o meno benestanti e come tale era considerato un mestiere per gente di un certo ceto socio economico.

Stiamo parlando di un periodo storico in cui a San Fili, come nel resto d’Italia, non era certo considerata una vergogna ritrovare persino il barone Amedeo Miceli a servire i sanfilesi nella farmacia gestita dallo stesso… e pertanto (malgrado all’epoca per fare il farmacista bastava un patentino e non una laurea) la professione del farmacista veniva negata alla gente che, spesso e volentieri più intelligente di alcuni sapientoni dell’epoca, trovava i propri natali in famiglie appartenenti  a ceti “inferiori”.

Il popolino (prettamente rurale) in tale ottica, dal canto suo, finiva per frequentare il salone dei barbieri di San Fili più per farsi cavare qualche dente che per farsi curare l’estetica. Per quanto riguarda l’insegnamento del mestiere alle nuove leve, i genitori di questi ultimi dovevano persino pagare il “maestro” che prendeva a lezione i propri figlioli (i garzoni del salone).

Passa qualche anno (siamo intorno al 1910) e per San Fili e i sanfilesi qualcosa inizia a cambiare: viene ad alimentare nuova gente il nostro già rigonfio alveare (non era difficile trovare ad abitare all’epoca in una sola stanza sette o otto persone) grazie ai lavori della costruenda tratta ferroviaria Cosenza Paola; rientrano i primi emigranti… in poche parole inizia a circolare più danaro liquido e s’inizia a mettere quasi definitivamente da parte il libero scambio del baratto.

I mestieri, in tale concetto, iniziano ad aprirsi a quei ceti economico sociali finora lasciati ai margini dell’intera società (nelle campagne si lavorava a terzadria, ossia due parti al padrone ed una al lavorante, a volte anche a meno di questa) e contemporaneamente tante arti e mestieri a San Fili finivano per scomparire nell’arco di pochi anni (vedasi il caso, ad esempio, dei locali, famosi ed impareggiabili, costruttori di campane: gli Apuzzo).

E qualcosa cambia ulteriormente con l’avvento dell’era fascista (siamo intorno al 1920) non perché l’avvento dell’era fascista sarà tutta rose e fiori (anche se oggi in tanti la stanno rivalutando), ma, dando a Cesare quel che è di Cesare, qualcosa di buono comunque l’aveva fatto: aveva istituito il famoso “sabato fascista” e imposto, non solo sulla carta, l’obbligo scolastico (anche se non sempre gli alunni superavano la terza elementare… che comunque valeva quanto un secondo superiore di oggi)!

Aveva, cioè, costretto persino i “cafoni” e i “villici” (così erano chiamati all’epoca i contadini) a partecipare a forme di aggregazione sociali (seppure con finalità legate all’ideologia imposta dal regime). In tale modo, volenti o nolenti, lo scambio di opinioni avrebbe finito per porre un’ulteriore pietra sul pensionamento del feudalesimo locale. E ridicolo pensare che alle soglie del duemila, in piena democrazia, a San Fili, in questi ultimi anni si stia facendo esattamente il contrario: lavorare scrupolosamente affinché la gente non si aggreghi e quindi non parli “dei veri problemi”: alcuni baroni, i nuovi baroni, (e non mi riferisco ai Miceli o ai Vercillo, veri signori e non dei semplici “poveri arricchitisi”) si stanno finemente organizzando!

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I barbieri… di San Fili (8).

Già tra gli anni quaranta e cinquanta (periodo in cui entrare in un salone per barbiere faceva quasi soggezione, al popolino, per la bellezza in cui ci si addentrava, il mestiere del barbiere (… l’artigianato locale in generale) s’iniziava a vedere non più come un qualcosa di superiore (… il servizio, spesso anche di confidente, del nobile e dei signori locali) ma come un vero e proprio lavoro e quindi un servizio non sempre piacevole.

Il tempo del “lavoro in quanto missione” era terminato, il piacere del barone che ti pregava di fare un salto al suo palazzo per fargli la barba non apparteneva più ai nostri tempi, la stessa professione “accessoria” di cavadenti doveva essere espletata rispettando alcune regole igienico sanitarie e quindi non era più concepibile praticarla all’interno di un salone per barbieri.

Il dio denaro (espresso spesso e volentieri in dollari americani), ancor prima della seconda guerra mondiale, stava prendendo il sopravvento e nessuno poteva negare anche ad alcuni figli di “cafoni” e “villici” il piacere di farsi tagliare i capelli dalle mani d’oro dei barbieri di San Fili… e ciò fece anche in modo che non solo gli appartenenti ad un ceto socio economico medio alto intraprendessero tale mestiere ma anche semplice gente del popolo.

Aumentavano i clienti, aumentava il liquido, aumentavano le esigenze dei singoli soggetti appartenenti ad una comunità e, conseguentemente, non poteva che aumentare anche la domanda di persone che facessero tale mestiere.

In quegli anni, iniziando a diminuire le braccia nelle campagne, nascevano come funghi, per corso XX Settembre, botteghe di falegnami, saloni di barbieri, negozi di alimentari, macellerie e chi più ne ha più ne metta.

L’enorme e più che giusta offerta di servizio, nel giro di pochi anni avrebbe finito per superare la domanda di un tale servizio: negli anni sessanta, infatti, in pieno boom economico italiano i barbieri operanti sul territorio di San Fili, iniziano a sentire la crisi del settore. Il nostro paese dai circa cinquemila abitanti registrati negli anni quaranta e cinquanta, scendeva drasticamente verso le tremila unità. Se prima era quasi impossibile emigrare in quanto era difficile comprarsi il biglietto della nave, oggi i pochi fortunati dei primi tempi richiamavano all’estero i propri congiunti e parenti pagando agli stessi il biglietto del viaggio.

Parlando con mastru Franco Napolitano, quando intrapresi l’avventura di questa ricerca popolare sui barbieri di San Fili, questi mi disse tra l’altro che loro (e non solo loro a San Fili), in quei magri anni sessanta, toccarono il settimo cielo quando iniziarono i lavori  della realizzazione della superstrada Cosenza Paola: per la seconda volta nel giro di poco più di cinquant’anni, l’economia sanfilese veniva salvata dalle realizzazione di una linea provinciale di comunicazione (la prima, all’inizio del secolo, fu la tratta ferroviaria),

Bastava una semplice barba o un semplice taglio di capelli ad uno degli operai impiegati in tale opera, per racimolare, in un colpo solo, l’intera entrata di una giornata lavorativa.

In quegli anni, pensando che la storia dovesse durare in eterno, i saloni dei barbieri di San Fili pullulavano di garzoni.

I dipendenti delle ditte di costruzione (una mi sembra si chiamasse “Salci”) per qualche anno si sistemarono nel nostro paese (qualcuno sposò persino qualche nostra compaesana) pagando profumatamente non solo i servizi offerti loro dai locali barbieri, ma anche alloggi e servizi vari. Tutti, nobili e meno nobili, entrarono nel calderone di questo grandissimo giro economico.

Come tutti i giochi belli però, anche questo durò poco. Alla fine degli anni sessanta (il 1968 o il 1969 circa) il più dei lavori della superstrada Cosenza Paola sono terminati e per risollevare il morale delle tasche degli artigiani locali bisognerà aspettare l’apertura dell’Università della Calabria (dove ben tre barbieri sanfilesi troveranno occupazione… ma non certamente nella professione della loro arte), del Consorzio di Bonifica (l’università dei forestali della provincia) e della stessa “Legnochimica”.

Cambia la società (col proliferare dell’automobile in tanti abbiamo optato per le forbici, e non solo per le forbici, di altri lidi), aumentano le tasse, i costi d’esercizio e… spariscono i barbieri di San Fili: un’epoca, con l’avvento degli anni ottanta, ha definitivamente calato il sipario ai nostri occhi.

Con questa puntata si conclude la pubblicazione della ricerca popolare sui barbieri di San Fili e non posso fare a meno di ringraziare non solo a quanti hanno collaborato con il sottoscritto per la stesura della stessa, ma anche e soprattutto a te, amico lettore, che hai avuto la costanza (e la pazienza) di continuare a leggermi.