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martedì 26 aprile 2022

LEGGENDE SANFILESI: U monachieddhru.



U monachieddhru.

Immagine a sinistra ripresa dal web.


Streghe, stregoni, magare, spirdi, fantasmi, mommaruti, esseri sovrannaturali in buona parte decisamente malefici e, perché no?, tra i tanti persino (tremate, gente, tremate)… u monachieddhru.

Si, proprio così, perché a San Fili in altri tempi (tempi in cui si credeva in certe cose e per il fatto di crederci queste cose finivano per prendere vita) si aggirava indisturbato (ma decisamente “disturbante”) persino… u monachieddhru.

Dicono, di quest’essere buffo e dispettoso, che oltre che comparire e scomparire nelle case di tantissimi nostri compaesani, amava anche fare le sue (decisamente rare però) plateali apparizioni in alcune zone del nostro centro storico. Tra queste zone c’era anche via San Vincenzo Ferreri (per quanto riguarda la salita verso via Manca).

Ma chi è… u monachieddhru?

U monachieddhru è un folletto pazzerello, guarda caso vestito da… monaco (situazione che di fatto ne giustifica il nome), che si diverte a fare dispetti ai bambini e non solo ai bambini (facendo sparire piccoli oggetti o facendo strani rumori, versi o imitando la voce di persone, lontane e spesso anche defunte, a noi care).

Guai ad incavolarsi con u monachieddhru. Dicono che si offende facilmente e che sia alquanto vendicativo.

Hai perso un mazzo di chiavi? … non arrabbiarti più di tanto ma chiedi, gentilmente, a ru monachieddhru di fartele ritrovare. Miracolo: li hai davanti agli occhi o in tasca.

U monachieddhru in ogni caso si discosta dalle altre entità sovrannaturali che abitarono (chissà che fine hanno fatto in questi ultimi decenni) San Fili in quando non sempre è catalogabile tra le presenze malefiche. u monachieddhru infatti non raramente viene considerato come un nume tutelare della casa e quindi, se lo si sa prendere per il verso giusto, ne diventa una presenza… benvenuta.

Secondo la tradizione, infatti, u monachieddhru trae la propria origine da alcuni angeli rimasti sospesi (chissà per quale motivo) tra il cielo e la terra e quindi non legati alle forze del male.
Poiché è in grado di predire il futuro e di portare buone notizie a chi ha la fortuna/sfortuna d’imbattersi in lui è detto anche… augurieddhru.

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U monachieddhru? ... che stupendo personaggio!

Reale? … di fantasia? … chissà! … e poi, chi ci dice, in quest’assurdità di mondo in cui viviamo (un mondo dove regolarmente s’intersecano dimensioni temporali diverse), quando cessa di esistere la storia fantastica e quando prende il sopravvento la cruda realtà?

Oggi persino i gestori delle più grandi religioni (di per sé legate al mondo del sovrannaturale, ovvero dello stesso mondo di cui fanno gli spirdi, i demoni, le streghe e gli stregoni - le magare no, quelle, specie a San Fili, li salutiamo tutti i giorni e quindi siamo certi che fanno parte del mondo reale) affrontano quotidianamente grosse difficoltà nel cercare di fare nuovi accoliti e/o di mantenersi stretti quelli che già hanno.

Una volta, tanto e tanto tempo fa, ai tempi dell’antica Roma o della Magna Grecia ma anche, nel Meridione d’Italia, fino alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso) il discorso era diverso: c’era posto per tutto e per tutti, anche per ciò che non esisteva ma che necessitava d’essere creato… per il bene (o il male?) dell’intera umanità.

A chi scrive piace pensare che esista una seconda dimensione (… e/o, perché no?, una terza, una quarta, una quinta… magari persino quella in cui vive il maghetto Harry Potter!) che di tanto in tanto interagisce con la nostra dimensione lasciando prigionieri dell’una e dell’altra dimensione esseri facenti parte della prima o della seconda e viceversa.

Dopotutto come si può credere in un Essere Superiore senza credere ad un presupposto di più dimensioni? … e non credere a ciò significa uccidere, annullare… persino gli dei.

Gli dei della Grecia o di Roma hanno cessato di vivere quando, con l’avvento (non certo indolore) del cristianesimo, la gente ha cessato (o ha pensato d’aver cessato) di credere in loro. Si dice, tra l’altro, che quando Cristo dopo il terzo giorno tornò in vita... si udì per il mondo conosciuto una voce spettrale gridare ai quattro venti: “Il grande dio Pan”, il nostro amato dio dei boschi, della saggezza e della felicità, “è morto!” (“Pan ho megas tethneke” ).

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U monachieddhru? ... che stupenda creatura.

Sarebbe bello venire a sapere come e quando i nostri avi si sono imbattuti in questo stupendo personaggio e chissà se si siano mai posti la domanda se sia u monachieddhru ad essere frutto della loro fantasia o loro frutto della fantasia di quest’ultimo.

Chi scrive non ha avuto incontri ravvicinati con u monachieddru (io, infatti, appartengo al periodo in cui a farla da padrone nei vicoli del centro abitato di San Fili o lungo il suo terrificante perimetro era la Fantastica, qualche magara, qualche strega propriamente detta e qualche spirdu di passaggio) malgrado con tanti esseri sovrannaturali da piccolo ha piacevolmente (o orribilmente) convissuto.

Eppure anche lui, u monachieddhru, era conosciutissimo, nei bei tempi che furono, nella Comunità Sanfilese.

Nei miei ricordi non era semplicemente il mattacchione che si divertiva a nascondere oggetti o a metterli fuori posto magari sul pavimento in punti in cui avresti potuto facilmente inciamparci... lasciandolo sbiascicarsi dalle risate per lo scherzo, simpatico per lui, riuscito.

Nei miei ricordi, ovviamente di quando ero ancora un lattante (siamo nei lontani anni Sessanta del XX secolo), u monachieddhru era quell’essere insopportabile che veniva, nel corso della notte, a disturbare il tuo innocente sonno: avevi un peso sulla pancia e sul petto... ti mancava il respiro... aprivi gli  occhi tutto sudato ed affannato e... chi ti ritrovavi seduto sul tuo pancino, con le mani sul tuo petto e che ti guardava sghignazzante dritto dritto negli occhi... con i suoi occhi orrendamente spalancati? ... proprio lui: u monachieddhru!

All’epoca, inutile dirlo, in casa mia non c’erano scorte di “Dolce Euchessina” (n.d’a.: medicinale che negli anni Sessanta e Settanta veniva pubblicizzato come un toccasana anche per l’uso sui bambini con problemi di digestione... o pesantezza - a causa de “... u monachieddru?” di stomaco) e quindi non raramente u monachieddhru - nelle lunghe e buie notti in quel casolare di campagna alle Volette - la faceva da padrone.

Fu in quel tempo che chiesi a mia madre chi era e cosa faceva u monachieddhru e lei detentrice dell’antico sapere in casa nostra, nella sua proverbiale pazienza, mi erudì in merito a questa simpatica... magica presenza “casalinga”: sui suoi pregi e sui suoi difetti... sulle sue straordinarie potenzialità.

Mia madre mi disse che questo era un essere terribilmente dispettoso ma comunque un buon giocherellone. Quindi non cattivo se non lo si faceva incavolare più di tanto. Un essere con cui si poteva benissimo... coabitare.

Dopotutto se u monachieddhru si rende conto che la famiglia che lo ospita si trova in grosse difficoltà ce la mette tutta per aiutarla. Dandole anche qualche insperato aiutino economico: u monachieddhru è riconoscente dei piccoli accorgimenti che si usano nei suoi confronti (tipo lasciando qualche avanzo di leccornia sul tavolo da cucina a suo uso e consumo nel corso della notte).

E se nel corso della notte ci viene a fare visita nel modo surriportato ovvero cercando di rovinarci la nottata? ... non è detto che tutto il male vien per nuocere. Dopotutto... se si riesce ad impadronirsi del cappuccio de u monachieddhru... abbiamo fatto, come si diceva fino a pochi anni addietro, tredici.

Chi riesce ad impossessarsi del cappuccio de u monachieddhru, infatti, ne diventa automaticamente il padrone... non del cappuccio ma de u monachieddhru stesso. Quello, infatti, è un po’ il segno del suo potere e l’essenza della sua vita sovrannaturale messa allo scoperto ed alla mercé degli esseri inferiori.

Chi riesce ad impossessarsi del cappuccio de u monachieddhru può costringere lo stesso a farsi consegnare, in un libero scambio, il suo tesoro (realizzato con le migliaia di oggetti spesso e volentieri di valore persi nei secoli dai suoi umani conviventi) e quindi vivere agiatamente per il resto della sua vita.

Ecco che non appena svegliatici nel corso della notte a causa di questo dispettoso simpatico esserino... bisogna essere pronti a toglierli il cappuccio dalla testa.

Inutile dire che, fatto il debito scambio, tempo di ridare il cappuccio dallo stesso ci si può aspettare qualche terribile... meritata vendetta.

Mai sfidare le forze e le presenze sovrannaturali con cui quotidianamente interagiamo: in questa dimensione (e non solo in questa) noi siamo semplici ospiti... forse anche loro ma loro sono avvitati prima di noi..

LEGGENDE SANFILESI: U lupu mannaru de Santu Fili.



San Fili (CS) - via Emoli.

Si dice che la casa de "u lupu mannaru 'e Santu Fili" si affacciasse proprio su questa stupenda storica via. Ma ormai il tutto è caduto nell'oblio della memoria.

Foto a sinistra by Pietro Perri.


Dicerie? … verità? … chissà!

A priori comunque è bene ricordare che dietro ogni leggenda, dietro ogni diceria… un fondo, seppure insignificante, di verità di base c’è sempre. E sicuramente un fondo di verità c’è anche dietro la “leggenda metropolitana” de “… u lupu mannaru de Santu Fili”.

E’ questa (quella che vi ripropongo di seguito) una stupenda favoletta che circolava, di bocca in bocca tra i nostri anziani, quando, verso la fine degli anni Sessanta del XX secolo, lo scrivente si avvicinava alla sua prima decade di vita.

E poi se la storia non fosse per niente vera né avesse alcuna base di insignificante verità… comunque era un ottimo deterrente per i bambini che da soli non dovevano addentrarsi in alcuni vicoletti del nostro amato/odiato paesino… specie in certe ore del giorno e soprattutto della notte.

La notte (il buio, i posti isolati e via dicendo), infatti, è assassina… se non del corpo, sicuramente della psiche.

Ed i lupi mannari (ossia vili soggetti che rubavano l’innocenza dei fanciulli… la pedofilia, che ci si creda o no, è stata di casa anche nel nostro amato/odiato paesino) in altri tempi (… e forse ancora oggi) in circolazione, anche a San Fili, ci sono stati davvero. Quest’ultimo periodo comunque non è riferito né alla famiglia (ipotetica) del mio racconto (che riporto di seguito) né ai soggetti (ipotetici) cui lo stesso potrebbe riferirsi.

Il lupo mannaro comunque che propongo in questo post però non era un pedofilo… ma solo un povero cristo che, a sentir dire da qualcuno che l’aveva conosciuto di persona, l’unica colpa che aveva è quella di bere di tanto in tanto (magari nelle notti di luna piena) un bicchiere in più dell’ottimo vino che veniva spacciato nelle varie cantine presenti nel secolo scorso in tutto il territorio di San Fili.

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Mamma, ma cosa sono i lupi mannari?”, proprio così, non contento dei problemi psicologici che mi causavano la presenza di tanti esseri (in alcuni casi veri e propri mostri) sovrannaturali che circolavano impunemente per le strade ed i vicoletti di San Fili… chissà come e chissà perché… finii per imbattermi anche nei lupi mannari, anche loro, guarda caso graditi o sgraditi ospiti che dir si voglia del nostro amato/odiato paesino.

Altro che Fantastica, streghe, magare, monachieddri, spirdi e chi più ne ha più ne metta. Questa volta mi ero imbattuto in qualcosa di veramente spaventoso e pericoloso: un soggetto psicopatico (la colpa comunque non era sua ma della sua bestiale natura) che durante le notti di luna piena da uomo si trasformava in un animale mezzo uomo e mezzo lupo.

Questo soggetto, questo essere spaventoso, dicono (si parla ovviamente di tanti e tanti decenni fa) che abitasse in una casetta situata in via Emoli.

Pietro, u lupu mannaru è un essere spaventoso che, trasformatosi da essere umano in un essere metà uomo e metà lupo, non riconosce neppure i propri familiari e quindi è pericolosissimo per tutti… li sbrana!”, mi rispose mia madre.

Fortunatamente il poveraccio, dopotutto di maledizione si tratta, subisce la metamorfosi soltanto nelle notti di luna piena. Ecco perché, parole di mia madre, nell’approssimarsi di tali magiche notti, il lupo mannaro sanfilese lasciava la propria abitazione per andare a dormire in qualche caverna che si trova nei castagneti intorno al nostro paesino.

Alla moglie, chiudendosi la porta alle spalle, lasciava un terribile avvertimento: “… se in queste notti di luna piena senti bussare alla porta, senti graffiare alla porta, senti ululare nelle vicinanze della nostra casa: per il tuo bene ed il bene dei nostri figli non aprire a nessuno… anche se nell’ululato dovessi riconoscere la mia voce”.

Qualcuno, che lo conosceva bene, dice anche che in effetti gli ululati del lupo mannaro sanfilese altro non erano che i lancinanti rantoli di un ubriaco deciso a darle di santa ragione alla moglie ed ai propri figli (erano altri tempi, si era nella prima metà del XX secolo) che, per paura, lo lasciava chiuso fuori.

Sarà vero? … sarà falso? … io ci credevo e conoscevo “i figli du lupu mannaru de Santu Fili”… ma non chiedetemi chi sono o... erano.

venerdì 22 aprile 2022

Serpenti succhialatte e dintorni.



A sinistra: Eracle bambino uccide un serpente nella culla.

Musei capitolini (foto ripresa dal web).

Tanto e tanto tempo fa (non poi tanto a dire il vero visto che siamo nella prima metà del XX secolo) a San Fili circolavano non solo serpenti giganteschi ma anche serpenti sucalatte (succhia latte).

Era il tempo in cui entrare in una casa, vista le migliaia di fori che c’erano nei muri, per una serpe era cosa decisamente facile.

Tra le varie visitatrici, rettili, delle case dei nostri nonni, sembra ce ne fossero alcune che adoravano succhiare il latte dal seno delle donne… rubando il prezioso alimento ai piccoli in fasce che proprio per questo motivo avevano grossi problemi a mettere su carne e quindi a crescere come madre natura impone.

Sembra che tali serpi, per niente assassine (dopotutto era nel loro interesse preservare sia la vita della donna che doveva allattare che del bimbo che doveva essere allattato) a dire il vero, ipnotizzando (e quindi addormentando) le balie in fase di allattamento e iniziando a succhiare dal capezzolo delle stesse, per tener buono il bambino mettevano nella bocca di quest’ultimo, a mo’ di ciuccetto, la propria coda.

Sarà vero? … c’è chi dice si!

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Si era nel periodo compreso tra le due grandi guerre: la prima e la seconda Guerra Mondiale.

Un periodo questo caratterizzato da una gravissima crisi economica (tutte le grandi guerre sono precedute o da una gravissima crisi economica… o da grandi interessi economici… o da entrambi, ma sempre problemi a sfondo economico).

Quando c’è crisi in giro, tranne chi sta bene, tutti stanno decisamente male… specie i ceti meno abbienti.

San Fili, in quel periodo, era la regola che confermava la regola… non l’eccezione.

Quello che però caratterizzava i paesini come San Fili nel succitato periodo storico era che… a tutto dava una giustificazione… se non logica comunque misteriosamente (sovrumanamente) accettabile.

E’ in tali periodi, infatti, che soggetti quali u monachieddhru, o u tesoru da scisa du canalicchiju cc uri diavuli pronti a ti fricare l’anima ccu tutt’u riestu, streghe e magare, jocca d’oro ccuri prucini ‘ntuornu… nei paesini come San Fili diventano padroni assoluti dell’intera comunità.

Tutti, grandi e piccini, sono fatti e tenuti prigionieri da tali stupende entità sovrannaturali.

A tutto, dicevamo, si arriva a dare una giustificazione più o meno plausibile… persino al fatto di un neonato che pur succhiando senza sosta al seno decisamente secco (privo di latte), della madre non riesce a mettere un grammo di carne addosso. Anche per fatti simili, in tali periodi, c’è una spiegazione logica.

Una spiegazione logica? … si… se entriamo nel modo delle favole di Fedro o di qualche autore a lui familiare, ovviamente.

Ecco allora scoprire che per le vie poco illuminate del paesino di San Fili (non solo allora ma anche oggi), a notte fonda, si aggira nientepopodimeno che… il serpente sucalatte.

A scanso d’equivoci, e per giustizia di fatti nell’individuare una giusta paternità a certe dicerie, comunque ritengo giusto sottolineare che tale storiella non è una esclusiva del paese di San Fili ma era conosciuta in più centri abitati della provincia di Cosenza e quasi certamente dell’intera Calabria. Persino Luigi Accattatis la riporta nel suo “Dizionario del Dialetto Calabrese” (pubblicato tra gli anni 1895/1987), almeno nella sua prima parte.

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Il fatto che sto per raccontare… mi è stato raccontato da una gentile signora cui era stato raccontato dalla madre cui… inutile continuare: prima o poi a qualcuno che l’ha raccontato per prima sicuramente si arriverà… e forse si arriverà anche ai diretti protagonisti della tanto strana quanto accattivante vicenda. E se non si ci arriverà? … questo nuovo fatto poco interessa alla nostra storia.

Quello che dobbiamo chiarire, per meglio capirci, è l’ambientazione: sia relativamente all’epoca in cui si è svolto che al luogo dove si è svolto.

Il luogo, anche senza dirlo… si sarebbe capito comunque, è una viuzza della nostra amata/odiata San Fili… forse in località Cuozz’e juri (Cozzo dei fiori o Cozzo di Iorio?), stupendo toponimo che qualche acculturato compaesano agli inizi degli anni Ottanta - 1980 - o nel secondo lustro degli anni Settanta - 1970 - ha voluto tramutare in “Cozzo di Iorio”… purtroppo a vincere dalle nostre parti è sempre la cultura degli ignoranti) mentre l’epoca in cui si svolge tale storia forse agli inizi del XX secolo ma comunque non dopo la fine della seconda Guerra Mondiale. O era nel corso dell’Ottocento? … boh, comunque anche di ciò, alla fine, poco ci interessa.

In quegli anni si abitava in case piene di buchi, spesso composte da non più di due stanze poste una sull’altra (in cui tra l’altro in quella inferiore - ‘ntri catuoji - venivano allevati maiali, muli, asini e galline) in cui non raramente era facile trovarsi girovagare nella propria abitazione anche animali non invitati a far parte del proprio nucleo familiare allargato quali topi, lucertole, serpi e company.

In quella zona ed in quel periodo abitava anche donna Filomena con in figlio (non si sa di chi... dopotutto ancora oggi è facile individuare la madre ma non altrettanto facile individuare il padre… e siamo nell’era, sanitariamente parlando, del DNA) appena nato. Oggi è difficile dire se donna Filomena fosse o meno sposata… troppo tempo è passato da allora.

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Donna Filume’… ma stu picciriddru de crisce propriu nu’nne vo sapì?”, disse mostrando evidente preoccupazione donna Genueffa prendendo in braccio il piccolo Tuture.

Proprio così: il guaio è che più passavano i giorni e meno il bambino, malgrado stesse quasi sempre attaccato al seno della madre, sembrava mettere carne addosso. Anzi… deperiva di giorno in giorno… così come di giorno in giorno deperiva la madre.

Che fine faceva il latte di donna Filomena? … possibile che fosse così poco nutriente? Bisognava investigare in merito.

Fuossi u serpente ca si suca u latte?”, chiese donna Genueffa, una delle magare del paese.

Nu metudu ppe ru capire cc’eni!”, gli rispose zu Franciscu presente alla conversazione.

Detto fatto: il pavimento dell’intera stanza fu coperta da una coltre (due o tre millimetri abbondanti) di bianca farina.

Per tutto l’intero pomeriggio e fino a sera inoltrata donna Genueffa e zu Franciscu stettero nelle vicinanze della casa di donna Filomena in attesa che si sentisse qualche bisbiglio o altro che potesse mettere sul chi va là i presenti.

Visto che tutto sembrava inutile, lasciata donna Filomena da sola sul letto col piccolo Tuture, se ne ritornarono quatti quatti alle loro abitazioni.

Nel mentre donna Filomena scopriva il suo seno per allattare il piccolo Tuture… cadendo immantinente in un sonno dolcissimo e profondo.

La mattina successiva sulla farina sparsa per terra si vedeva una lunga e continua striscia a zigzag… il serpente sucalatte aveva colpito ancora… e quella ne era la prova evidente.

Inutile dire che sarebbe stata l’ultima volta: scoperto il foro da cui si immetteva nella stanza e chiuso lo stesso con qualche pietra ed un po’ di calce… al malcapitato non restava che cercare un’altra madre in fase di allattamento ed un altro bimbo da ammaliare con la propria coda.

Per quanto riguarda donna Filomena ed il piccolo Tuture, un po’ di brodo ottenuto con qualche piccolo colombo avrebbe risolto il tutto.

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La storia è vera? Le mie informatrici sono pronte a metterci la mano sul fuoco… personalmente no!

In un periodo così segnato dalla fame, infatti, la farina serviva a ben altro che a spargerla sul pavimento per avere la certezza che il serpente sucalatte facesse visita alla nostra povera compaesana.

Ma anche questa favola fa parte del patrimonio folcloristico culturale della nostra stupenda (?) comunità. La Comunità Sanfilese.

Ed è giusto che io la riportassi… affinché, anche su questo tema, il ricordo non muoia.

Racconto by Pietro Perri.

mercoledì 20 aprile 2022

LEGGENDE SANFILESI: U Tiliu.



Mosaico del III secolo a.C., ritrovato sul sito magnogreco di Kaulon (odierna Monasterace, nella Città metropolitana di Reggio Calabria).

Come se non bastasse la nutrita schiera di streghe, orchi, fantasmi, spiriti maligni e/o giocherelloni che governavano il fantastico mondo sanfilese...a creare grossi problemi esistenziali ai fanciulli (e non solo) del nostro stupendo paesino si ci metteva di mezzo (ai bei tempi che furono) anche un terribile rettile, dalle forme gigantesche, che girava, vergognosamente impunito, nel territorio dei Cozzi.

Tremate gente, tremate quando v'incamminate solinghi per i Cozzi, magari in cerca di funghi... magari semplicemente per una salubre passeggiata: u Tiliu è in agguato e forse sta aspettando proprio voi.

 

"U Tiliu? ... e chi d'eni u Tiliu?"

"... eni nu serpente gigante?"

 

"E quantu eni granne?"

"... tantu e forse puru cchiu'!"

(facendo un’apposito gesto con le braccia divaricate al massimo).

 

"E tu l'ha vistu?"

 

"... iu nun le vistu... ma l'hannu vistu in tanti! ... e spieru d'un nu vide mai! ... ca u patre de Francuzzu a cimminera, pe ru vide na decina d'anni fa... dicic'ancora sta fujiannu da paura e addruve passa si sente puzza de mmerda".

 

"Chi culure tene?"

 

"... giallu, 'ncunu dice che puru virde!"

 

"E ci la fa' a si mangia' ad unu de nui?"

 

"... si si mangia a na vacca 'nta nu vuccune, pensa a mie e a tie misi assiemi... mancu ppe sicce pulizza a vucca!"

 

"E cumu cc'eni venutu supra i Cuozzi?"

 

"... dicich'eni fujutu a nu circu e nun l'hannu potutu trovare cchiu!"

 

"E unnu ponnu ammazza?".

 

"... si riescissinu aru trovare. Ma iddru eni furbu, mica eni fissa: de juornu s'ammuccia 'nta tana ed esce sulu quannu adde mangiare. E pue camina sempre 'nti filici e 'nte frasche, mai aru scupiertu. Chine l'ha vistu, l'ha vistu ppe sbagliu!"

 

"E fin'a mmo s'ani mangiatu a 'ncunu?"

 

"... a storia unne cunta, ma si tìeni curaggiu... va ti fa na caminata de sulu si Cuozzi Cuozzi, magari 'nti perrupi de Timpe Russe... ca si sini fortunatu, mi cunti tu veramente cumu è fattu... u Tiliu de Santu Fili!"

*     *     *

Forse la storia de "u Tiliu" è la meno vera di quelle che si raccontavano fino a qualche decennio addietro a San Fili, ma, seppure in tono minore, meritava di essere citata. Questo strano essere (un grande serpente molto più grande di circonferenza di un boa, un pitone ed una anaconda messi assieme... non parliamo poi della lunghezza!) infatti rientrava a far parte a pieno titolo delle nostre paure infantili.

Quando si seguiva i nostri genitori per i Cozzi in cerca di funghi, bastava un minimo rumore per farci saltare il cuore in gola... "u Tiliu" poteva essere in agguato e magari aspettava proprio noi per farsi un piccolo provvidenziale spuntino.

Oggi nessuno parla più "du Tiliu" a San Fili, così come non si parla da tempo di tanti altri fantastici mostri o esseri sovrannaturali del nostro più o meno recente passato. Forse "u Tiliu" è morto e forse proprio per questo ha cessato di far parlare di se con le sue periodiche apparizioni... o forse i mostri non sono più quelli di una volta, che seppure avevano aspetti per niente umani (lupi mannari ecc.) ... erano certamente meno mostri dei mostri di adesso (pedofili e company).


martedì 19 aprile 2022

LEGGENDE SANFILESI: La Fantastica.


A sinistra: interpretazione della Fantastica opera del bravissimo Davide Rende (figlio di Geppino).

Streghe, stregoni, magare, fantasmi, spirdi, umbre, fate, monachieddri e chi più ne ha più ne metta: San Fili (con i suoi anziani) è una vera miniera in merito. Tutto un mondo a sé che, purtroppo, più passa il tempo e più cade tragicamente nel dimenticatoio.

Anche questo mondo, come il meraviglioso mondo di Fantasia (vero protagonista del film "La storia infinita") ha bisogno d'essere salvato da una lenta ed ormai forse inarrestabile agonia. Per salvare questo mondo c'è un solo modo: qualcuno, in determinate cose, deve ritornare a crederci.

Diversamente addio streghe, stregoni, magare, fantasmi, spirdi, umbre, fate, monachieddri e, tragedia nella tragedia... la mitica "Fantastica".

Luogo prediletto della Fantastica, una presenza sovrannaturale con tutti gli attributi al posto giusto, è il cosiddetto "zumpu della Fantastica".

La Fantastica ha sembianze di donna e, nella memoria popolare sanfilese (quel poco che ne è sopravvissuto), sembra divertirsi a spaventare i bambini che vogliono incautamente (da soli o con coetanei) lasciare il centro abitato senza la compagnia di qualche adulto.

Li adocchia, si avvicina a loro e più si avvicina e più diventa grande... li afferra... li... semplicemente "li", poiché giunti a tale punto succede qualcosa e d'incanto la Fantastica sparisce nel nulla, ovvero ritorna nel luogo da dov'era venuta.

E' bella? ... forse all'inizio della visione, nessuno è riuscito a darmi notizie in merito ed io non ho mai avuto la fortuna, o la sfortuna, d'imbattermi in lei.

Dicono che sia "u spirdu" di qualche donna morta nel circondario del paese di San Fili (forse più di una, da come mi è stato riferito da diversi anziani... almeno due). Dicono che "aru zumpu da Fantastica" ci sia morta, tanto e tanto tempo fa, una giovane donna in procinto di sposarsi. Era proprio il giorno del matrimonio e, chissà come, proprio in quel giorno ed in quel punto dette quello che doveva essere il suo ultimo addio al mondo. La sua anima in pena vaga ancora per quel punto... chissà perché, chissà in cerca di chi o di che cosa!

Dicono che la Fantastica indossi ancora il proprio abito da sposa.

Dicono pure che la Fantastica (almeno quella che appariva "ara scisa du Canalicchiu") indossasse un abito nero... da vecchia vedova... o forse da giovane donna impegnata nella vana ricerca del proprio figlio venuto a mancare da pochi giorni (questo potrebbe spiegarne l'abito nero).

La Fantastica "da scisa du Canalicchiu" si differenzia in forma e indumenti dalla Fantastica che regna nelle vicinanze della fontana di Pulizia... ma non nel fine ultimo: entrambe cercano (e pertanto bloccano) un bambino o una bambina.

La Fantastica "da scisa du Canalicchiu" adocchiato il bambino solo, gli gira intorno alzandosi piano piano da terra: gli gira intorno arrivando quasi a fargli perdere i sensi... e a volte ci riesce.

"U zumpu da Fantastica": è posizionato in quella ormai dimenticata via che congiunge Cozzo di Jorio alla vecchia fontana di Pulizia. Punto questo visibile dalla villetta realizzata di fronte l'ex palazzo Blasi nei pressi dell'abbeveratoio.

In effetti l'ubicazione, se ci si ragiona un pochino sopra, non è del tutto strana né tantomeno casuale (ammesso che la Fantastica non esisti realmente): si trova esattamente ad un punto di fine (o inizio che dir si voglia) di quello che fu, fino a pochi decenni addietro, il centro abitato di San Fili.

Da tale punto la Fantastica, infatti, poteva tener d'occhio oltre che la scesa verso l'originaria fontana di Pulizia anche, al di sopra de "u zumpu" omonimo anche la biforcazione per Bucita e per "a Macchia Posta".

Un punto questo che per i bambini d'una volta (ma anche per quelli di oggi) era bene non oltrepassare se non accompagnati da qualche adulto di loro conoscenza: "Attientu ca sinno' ti piglia a Fantastica!"... e magari se non era la fantastica, certamente era qualche male intenzionato.

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Oggi, era dei non credenti (spesso mettiamo in dubbio persino la nostra stessa esistenza... ma su questo campo non siamo i primi, l'avevano fatto già gli antichi filosofi greci), e sfruttando le attuali risorse in campo... potremmo benissimo dire ai nostri bambini: "U jire e chira parte", indicando il bivio per Bucita, "ca sinno ti piglianu i Carabinieri".

Anche i Carabinieri, infatti, tanto tempo fa (ma non proprio tanto!) venivano usati come spauracchio, dai nostri anziani, per tenere buoni i bambini più turbolenti. A tener idonea compagnia ai Carabinieri, in questo campo, c'erano anche le iniezioni, i dottori e, per l'appunto, la Fantastica.

Il problema è che la Fantastica, strano essere sovrannaturale legato ai ricordi fanciulleschi dei nostri anziani, sembra non sia stata vista solo nei pressi del famoso ed omonimo "zumpu" (che certamente ha un non so che di misterioso) ma anche in altre zone della linea perimetrale del centro abitato di San Fili: alle Coste ad esempio.

In questi giorni, tra l'altro, ho parlato con un nostro compaesano che afferma di aver avuto, da bambino, un incontro ravvicinato con questo malefico (?) o semplicemente sovrannaturale essere.

Effettivamente la parola "malefico" è un po' esagerata nel rappresentare la nostra cara “materna presenza sovrannaturale” in quanto la Fantastica finora a quanti si sono imbattuti in lei, quasi tutti bambini, sembra abbia fatto prendere agli stessi solo una "proverbiale purga".

Il mio intervistato, che mi ha chiesto giustamente di non fare il suo nome in quanto già da piccolo è stato eccessivamente preso in giro per quanto da lui raccontato, ha detto che all'età di sette anni circa (siamo verso la metà degli anni quaranta, poco prima della fine della seconda guerra mondiale) si trovava a giocare a nascondino (alla "mmucciareddra", salviamola ogni tanto qualche parola del nostro glorioso passato!) in via Destre e per l'occasione s'era andato a nascondere sotto l'arco d'un portone della facciata che dava sulle Coste.

Le Coste, a quei tempi, tutto erano tranne quel zig zag (più o meno con senso... ma non sempre) di cemento dei nostri giorni.

Era da solo, il protagonista della nostra storia... o almeno lui credeva. D'incanto prende forma una strana donna che ancora oggi gli è difficile descrivere tanta la paura che gli mise addosso in quell'occasione. Una strana donna che più s'avvicinava e più assumeva forme gigantesche.

“S'avvicino ulteriormente verso di me”, mi disse l’ormai anziano signore, “che ero completamente paralizzato dalla visione, si piegò, mi scrutò dall’alto in basso e dal basso in alto e subito inizio ad sollevarmi in aria”.

Grazie a Dio, o semplicemente al suo angelo custode, si sfilò da dosso del bambino la giacchetta che lo stesso indossava in quel determinato momento, giacchetta che restò nelle mani della raccapricciante visione. Il bambino, trovatosi in tal modo libero dalla presa, non ci pensò due volte a scappare via senza mai voltarsi indietro.

Inutile dire che nessuno ha creduto a quella strana storia. Ci fu infatti chi pensò ad una semplice burla creata sul momento dalla sveglia mente del bambino (che magari non sapeva giustificare che fine avesse fatto fare al proprio giacchino) e chi, cercando di giustificare il pallore in viso e gli occhi rossi dello stesso, si limitò a dire che sicuramente "ci l'avia fattu u spirdu" o, per l'appunto, "ca s'u stava pigliannu 'a Fantastica". Un modo come un altro, questo, per fargli capire che quella, d'ora in poi, sarebbe dovuta essere per lui zona off-limit.

“Molti mesi dopo, quanto il tutto era ormai acqua passata”, continua il mio anonimo intervistato, “andando con mia nonna in cerca di funghi nei castagneti al di là del fiume, nei pressi della fontana di San Pietro ritrovai, con grande meraviglia (e non senza rinnovata paura) il giacchino rimasto nelle mani della strana signora”.

Puro racconto di fantasia? ... forse, io comunque a questo signore ho voluto crederci.

Tra l'altro la versione di questo signore è suffragato d'un'altra credenza in merito alla Fantastica: per allontanare la Fantastica da sé, infatti, era (ma forse lo è ancora) necessario gettarle contro qualcosa che si aveva addosso nel momento dell'incontro.

E’ vero, il bambino protagonista del racconto non gettò nulla contro la Fantastica... ma le lasciò in pegno, pur non volendo, il proprio giacchino.

*     *     *

Nei pressi di questa zona (le Coste) o in un punto ben visibile da questa zona tanto e tanto tempo fa (ai tempi dei briganti) sembra ci sia morta, uccisa per errore, una giovane donna di nome "Stella" o "Estella". Questa notizia fa parte dei classici racconti dei nostri anziani seduti intorno al focolare (pertanto gli storici, tenuto conto che tutte le leggende hanno una base di verità, sono pregati di fare opportune ricerche in merito... io per fortuna non sono uno storico e, pur rischiando censure su censure, posso prendermi il gusto di soprassedere su determinate cose! Il giorno che sarò pagato come pagano gli storici, presumibilmente metterò da parte la ricerca popolare per dedicarmi alla ricerca documentale... ma sarà un brutto giorno quello per me!).

Non sono a tutt'oggi riuscito a capire, pur parlando con diversi anziani, esattamente chi fosse questa "Stella" o "Estella": madre, donna, giovane in età da marito? ... né come mai si trovasse nel punto in cui fu uccisa per errore (qualcuno afferma che era diretta da alcuni parenti, o dal fidanzato, datisi alla macchia in quanto appartenenti ad un gruppo di briganti) si dice dai gendarmi. Non sono riuscito neanche a capire esattamente dove venne uccisa: qualcuno dice alla via che da via Destre porta alla base "du Canalicchiu", ma un'altra versione vuole che venisse uccisa mentre stava passando il ponte di Crispini e che venisse seppellita alla base del ponte stesso.

Non so neanche se questa "Stella" o "Estella" sia una figura reale o immaginaria, ma siccome il fine che mi sono prefisso è quello di salvare un po' della nostra "memoria popolare" (senza la quale la nostra comunità cesserebbe definitivamente di esistere o di definirsi tale), non posso fare a meno di parlarne.

Fatto sta che "nu bellu spirdu" alla fine di via Destre, nei pressi "da terra 'e Mappa", alle Coste, alla base "du Canalicchiu" o al ponte di Crispini per mantenere buoni i bambini ci stava veramente bene.

Specie se "u spirdu unn'era malignu cumu u volianu veste"... e che, proprio per questo, invece di prendere raccapriccianti nomi, si facesse chiamasse semplicemente "Fantastica"... fantastica in più d'un senso.

Proprio così, quasi fosse una premurosa madre che non vuole che i suoi pargoli si allontanino dal centro abitato e si sperdano nelle campagne circostanti: non mi meraviglierei che fosse l'anima d'una madre in pena morta nella vana speranza di ritrovare il proprio bambino imprudentemente allontanatosi da casa.

Un essere grandissimo, la Fantastica, a dir poco gigantesco: con le sue gambe congiungeva i due punti più distanti del trivio in cui appariva (imbocco strada per Bucita o alla base "du Canalicchiu").

Oggi i più siamo vaccinati a certe credenze: oggi i più siamo vaccinati anche ai classici soggetti religiosi (Cristo, santi ecc.)... almeno finché non abbiamo bisogno di loro e, ricevendone grazia, non ci rendiamo conto finalmente dei nostri limiti e della loro inconfutabile reale presenza.

Esiste veramente la Fantastica? ... o per lo meno (tenuto conto che ormai non se ne parla più da tanto tempo), è esistita veramente la Fantastica?

Se è esistita veramente: che fine ha fatto adesso? ... chi era?

Personalmente ho fatto mia quell'affermazione di un notissimo scrittore (tanto noto da non venirmi mai a mente il suo nome) che recita in questo modo: "Non è vero, ma ci credo!". Proprio così: so benissimo che è tutta una grossa panzana la storiellina sulla Fantastica di San Fili... ma siccome sono libero di farlo, preferisco credere che esista veramente questo strano ed amorevole (materno) essere sovrannaturale.

Voi no? ... e se un giorno l'incontraste? ... dopotutto sono in tanti, anche se preferiscono restare nell'anonimato, i sanfilesi che asseriscono d'essercisi almeno una volta nella loro vita imbattuti.

*     *     *

Sembrava che il discorso sulla Fantastica si dovesse chiudere con tale "ricerca popolare" che tra l'altro era ben lungi dall'essere resa nota ai più: così non è stato.

Agli inizi del 2001 l'amico Giuseppe (Peppe) Esposito, lasciata (sicuramente momentaneamente) la vita politica e scopertasi una innata capacità commediografa, dopo aver messo in scena la sua prima opera "Mastru Genu", mi chiese se avevo del materiale, fatticini locali e similari, da proporgli e che lui avrebbe potuto utilizzare come spunto per un suo nuovo lavoro.

Quasi scherzando gli parlai della "Fantastica"... e fu la nuova era de "'a Fantastica"... che solcherà le scene del locale teatro comunale per la prima volta il 27 luglio 2002... ed è stato un successone.

*     *     *

A sinistra: interpretazione della Fantastica (morte di Stella) opera del bravissimo Davide Rende (figlio di Geppino).

Fin qui la trama dell'opera di Peppe Esposito, adesso vediamo chi ne sono stati i primi, magistrali, interpreti:

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Personaggi ed interpreti

Donnu 'Ntonu -Antonio Asta

Matalena - Adele Esposito

Zà Carmena - Tina Giorno

Donn'Affredu - Francesco D'Alessandro

Luvigi 'e Ciorra - Michele Ciancio

Don Micienzu - Armando Belmonte

Tutti membri, ovviamente, del laboratorio teatrale "Chiacchiara" di San Fili.

La scenografia invece è stata magistralmente studiata e realizzata dall'architetto Biagio Luchetta.

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A sinistra: particolare di una scena de "A Fantastica" di Peppe Esposito. Sul palco i bravi Michele Ciancio e Antonio Asta. Foto Pietro Perri.

Dando un'occhiata, verso la metà di luglio 2002, alla raccolta foto di Francesco "Ciccio" Cirillo fu con grande stupore che trovai tra le stesse una foto che riportava la seguente didascalia: "San Fili 1961 - strada verso le Volette: fosso di Stella" (vedi foto a lato).

Mi recai assieme all'amico Antonio Asta nella zona e chiesi ad un anziano compaesano se sapeva dove si trovava esattamente "u fuossu 'e Stella".

Sulle prime questo compaesano sembrò cadere dalle nuvole, poi ci disse che a lui, da piccolo, con il termine "fuossu 'e Stella" veniva indicata una zona (lato Coste) compresa tra la Chiesa dello Spirito Santo ed il palazzo Gentile ('mmienz'u Puontu).

A sinistra: San Fili - 1961 - strada verso le Volette - fosso di Stella. (Foto e Archivio Francesco "Ciccio" Cirillo).

Ovviamente chiesi pure se lui, per sentito dire, sapesse chi era "Stella". Ci disse che era un brigante, dal cognome "Stella", fucilato in quella stessa zona, pur non sapendo dire da chi ed in quale periodo. Il periodo indicato con il termine "brigantaggio", nella storia e nella nostra zona, infatti sappiamo che è troppo vasto per indicarlo come dato certo (1650 - 1910) così come non sappiamo dire in quale periodo si possa parlare a San Fili di brigantaggio politico o di pura e semplice criminalità.

Le impiccagioni e le fucilazioni sommarie dei briganti e dei sospettati tali sono però da far risalire ad un periodo compreso tra il 1650 ed il 1860 (quest'ultima data da far coincidere con l'unità d'Italia e con la presenza, nella nostra zona, di quel polentone sanguinario di Pietro Fumel).

Per cui "Stella": brigante o brigantessa? ... personalmente preferisco, in mancanza di dati certi, la versione "brigantessa", non fosse altro se non per il fatto che agli inizi dell'Ottocento a San Fili il nome, di donna e non cognome collegabile a famiglie locali, "Stella" era comune e stranamente tale nome, presumibilmente dopo la tragica fine di "Stella" cadrà nell'oblio.

Quest'ultima aggiunta cui avrei potuto benissimo fare a meno, contro il concetto sacrosanto di "dovere di cronaca", di parlare, ci fa comunque capire come la "storia di Stella" sia rimasta impressa, e non certo superficialmente, nella memoria degli anziani sanfilesi: come mai? ... eppure omicidi, fucilazione, impiccagioni, giustizie sommarie e via dicendo nei secoli ve ne sono stati tantissimi anche in un paesino come San Fili che nel XVII e nel XVIII secolo raggiungeva, se non superava, per numero d'abitanti la stessa popolazione della città di Cosenza.

L'abbinamento tra "Stella" e la "Fantastica" mi è stata suggerita, verso la fine del 1999 da un'anziana, cara e simpatica signora del paese: Maria Maier.

By Pietro Perri.

LEGGENDE SANFILESI: Il mulino delle fate.



A sinistra: San Fili 1955 - Mulino di Costantino sotto la neve nei pressi del ponte delle "Jumiceddre".

Che sia il mulino delle fate?

Foto ripresa dall'archivio fotografico di Francesco (Ciccio) Cirillo.

La favola poteva essere o riportata da qualche vecchio libro, o inventata di sana pianta sul momento oppure... realmente vissuta dal narratore o da qualche suo avo.

Quello che oggi vi voglio raccontare è successo a San Fili tanto, ma forse neanche poi tanto, tempo fa... quando i mulini ad acqua spadroneggiavano ai lati del grande solco tracciato dal torrente Emoli.

Siamo nei pressi del ponte "du chianu di mulini" (all'incirca dove oggi c'è la villa degli emigranti) ed una massaia sanfilese col suo misero carico di grano sulla testa (la povertà imperversava tra i nostri avi) si recava lemme lemme verso uno dei tanti mulini che all'epoca si trovavano nei pressi delle "jumiceddre".

Pur essendo poco quel grano, gli sarebbe bastato, tramutato in farina per pane e pasta, per sfamare la famiglia un paio o forse tre giorni.

Giunta nei pressi del ponte "du chianu di mulini", stavamo dicendo, la massaia s'imbatte in un gruppo di simpatiche signore intente a divertirsi, con giochi e parole argute, tra di loro.

"Che Dio guardi sa bella brigata!", disse di cuore la massaia rivolta alle simpatiche signore.

"Che Dio vi guardi sa bella giornata!", risposero le signore alla massaia in riconoscenza all'augurio ricevuto.

Inutile dire che le signore erano fate dei luoghi circostanti e, come tutti ben sappiamo, ogni parola che esce dalle bocche delle fate di fatto altro non è se non un benevolo incantesimo.

Giunta finalmente al mulino ed essendo la prima quella mattina, immediatamente consegnò i pochi chili di grano al mugnaio sicura che avrebbe fatto presto e che quindi, ancor più presto se ne sarebbe ritornata a casa.

Il mugnaio, messo in moto l'ingranaggio, iniziò a macinare il grano che, macina macina, più veniva macinato e più farina produceva. Erano passate già diverse ore e diverse massaie si erano recate al mulino col loro carico di grano sulla testa e tutte iniziavano a spazientirsi per la lunga attesa.

Ma il grano della nostra protagonista più veniva macinato e più farina produceva... tanta farina che la massaia difficilmente sarebbe riuscita ormai a trasportarla a casa se non in tre o quattro viaggi.

Anche il mugnaio finì per spazientirsi tanto d'arrivare a dire: "E mo' basta! ... sempre tu macini? ... ce sunnu puru l'atre c'aspettanu a tant'ure!"

Al profferire tali parole, di botto la produzione di farina del grano della brava ed educata massaia cessò di colpo... ma ormai la massaia era stata adeguatamente ricompensata per il suo buon cuore e la sua educazione.

Se trovandoti a passare a San Fili per "u chianu di mulini" ed incontri un gruppo di giovani e belle signore (ma anche gente normale, diciamo la verità!), non pensarci due volte a salutarle col cuore augurando loro tanto bene... potrebbero essere delle fate e chissà a te che regalo ti faranno.

Se poi non saranno delle fate ma gente normale, un saluto a te non sarà costato niente... ma ci avrai ricavato sicuramente la risposta ed un bel sorriso.

Si parla, nei pressi delle "jumiceddre" di un vecchio e abbandonato mulino detto "il mulino delle fate": che sia quello che ha beneficiato la protagonista di questo racconto?

By Pietro Perri.

domenica 17 aprile 2022

JUGALE ovvero UN PONTE TRA I POPOLI DEL MEDITERRANEO. (1)

Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di marzo 2022 a firma di Pietro Perri.

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Organizzare un convegno sulla figura di Jugale non dovrebbe essere un qualcosa di difficile... Almeno così pensavo anch’io prima di cimentarmi in questa ciclopica impresa: Jugale, alla fine, ho dovuto ammettere che non è un personaggio poi così “jugale” (sciocco) come lo si è voluto dipingere fin da quando ha emesso i suoi primi vagiti nella Terra della Mezza Luna ovvero nel Mondo Arabo.

Sopra il poeta e filosofo Michele Montoro autore tra l’altro del libro “Pensieri Pensati”.

Già, perché Jugale non nasce né a San Fili (malgrado più di un sanfilese ne ha trascritto, quando non scritto, alcune romanze) né tantomeno a Cosenza, così come ha voluto darci ad intendere il bravo Antonio Chiappetta senior (alias Vigabbo).
Tra i sanfilesi che si sono confrontati con il personaggio di Jugale ricordiamo don Giovanni Gentile (alias Chiacchiara, con i suoi canti andati perduti tranne il canto IX), Giuseppe “Peppe” Esposito (con la sua commedia “Mastru Genu” ed il nostro collaboratore Anonimo Grafomane (prima o poi, magari torturandolo, riuscirò ad estirpargli l’autorizzazione a farmi dire chi è) di cui abbiamo pubblicato l’anno scorso un breve racconto su questo tanto eccelso quanto unico personaggio.

Sopra il bravissimo Amedeo Cesario... interprete d'eccezione.

Dopo anni di gestazione (il progetto di organizzare un convegno su Jugale mi era venuto in mente nella prima decade di questo Millennio) e dopo diversi rinvii per le più svariate motivazioni (non ultime quelle legate alla pandemia da covid-19) finalmente il 28 agosto del 2021 siamo riusciti a coronare ciò che ormai, da Jugale a jugale, sembrava essere destinato a restare solo un sogno nel cassetto. E chissà, forse se tale fosse rimasto avremmo fatto meno danni al sogno stesso.
Alle ore 18 circa di sabato 28 agosto del 2021 all’interno della sala convegni della Biblioteca comunale “Goffredo Iusi” di San Fili si dichiaravano finalmente aperti i lavori del convegno/spettacolo sul tema “JUGALE ovvero UN PONTE TRA I POPOLI DEL MEDITERRANEO”.
A dare vita a tale convegno/spettacolo ci pensarono la voce del compianto Antonio “Totonno” Chiappetta (attore cabarettista, recentemente e prematuramente scomparso, nonché nipote di Antonio Chiappetta senior alias Vigabbo), Pietro Perri (presidente dell’Associazione culturale “Universitas Sancti Felicis”, l’avv.to Linda Cribari (sindaco di San Fili), Antonio Asta (attore cabarettista), Michele Montoro (filosofo, poeta ed autore del libro “Pensieri Pensati”) ed il carissimo amico Amedeo Cesario.
A mancare, sarebbe il caso di dire, per più di un motivo (qualcuno anche condivisibile) fu solo il pubblico (decisamente poche le presenze registrate a tale evento).
Un affronto che Jugale sicuramente non meritava visto che Jugale, per chi ancora non l’avesse capito, altro non è che il popolo stesso: Jugale boicottato da Jugale.
Ma, volenti o nolenti, la serata è andata avanti lo stesso e ciò che è stato comunque dimostrato in tale “esperimento” è che comunque com’era stata impostata... teneva: dopo circa due ore i pochi presenti non si erano ancora scocciati di starci ad ascoltare.
Jugale, in tale appuntamento, non era più Jugale ma era un maestro di vita... come di fatto è sempre stato, da oltre mille anni a questa parte, Jugale nei Paesi che si affacciano con le loro coste, le loro spiagge ed i loro porti sul mar Mediterraneo.

Perché Jugale è il Mediterraneo.
(continua)

*     *     *

Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!


San Fili (CS) sabato 28 agosto 2021 - sala convegni Biblioteca comunale “Goffredo Iusi” - convegno/spettacolo  sul tema: JUGALE ovvero UN PONTE TRA I POPOLI DEL MEDITERRANEO.
Nella foto da sinistra: Pietro Perri (presidente dell’Associazione culturale “Universitas Sancti Felicis), l’avv.to Linda Cribari (sindaco di San Fili) e Antonio Asta (attore cabarettista).
Le foto presenti in quest'articolo sono state riprese dalla pagina ufficiale Facebook del Comune di San Fili (https://www.facebook.com/comunedisanfili).

 


sabato 16 aprile 2022

L'AUTORE: Pietro Perri.



A sinistra: San Fili 1972 - zona Airella.

Pietro Perri con sullo sfondo il borgo di San Fili. 

Pietro Perri è nato il 29 giugno 1961 a Cosenza ma è sempre, o quasi, vissuto a San Fili, paese che l'ha ospitato fin dai primi giorni di vita.
Affascinato dal muoversi della propria penna sul foglio bianco, nel 1978, entrato in politica in qualità di Responsabile del locale Movimento Giovanile Socialista, riprende le pubblicazioni del "Sanfiliavanti".

Realizza la prima, e purtroppo unica, mostra filatelica sanfilese (ottobre 1988) nella saletta del locale Centro di Aggregazione Sociale, curandone per la stessa un opuscolo ad uso dei collezionisti.
Nel 1989 inizia a pubblicare sulla testata giornalistica "Il Gazzettino del Crati" di Santino Fasano e collabora contemporaneamente con il "Notiziario Sanfilese" di Ciccio Cirillo.
Nel 1990 da vita al volantino a cadenza mensile "Pagine Sanfilesi", che si occupava di storia ed attualità paesana. Collaborerà per un certo periodo al giornale "Sanfilesi nel Mondo" di Peppino Fullone.

Nel 1994 inizierà a scrivere sul quindicinale "l'occhio" di Marisa Fallico, diventandone immediatamente l'opinionista della redazione sanfilese (redattrice la prof.ssa Maria Rosaria Oriolo sostituita nel 1996 dall'insegnante Franca Napolitano). L'anno successivo sarà designato corrispondente della testata giornalistica "il quotidiano" di Cosenza.
Nel 1996 pubblica la sua prima raccolta di poesie dal titolo "Elogio alla Morte" ed a settembre 1998 divulga, inedita, la sua seconda raccolta dal titolo "Solfeggi, ovvero, opinioni opinabili".
Nell'ottobre 1998 diventa il redattore sanfilese del quindicinale "l'occhio".
Nel 2006, ritornando al volantinaggio locale ed all'amore indiscutibile del proprio paese natale, come Presidente dell'Associazione culturale "Universitas Sancti Felicis" di San Fili dà vita al foglio (bollettino) a cadenza mensile "Notiziario Sanfilese".

Di lui hanno scritto:

"La prima pagina se la prende meritatamente il nostro corrispondente da San Fili, il coraggioso Pietro Perri, con un articolo (e non è il primo) che meriterebbe un giornale più diffuso del nostro, perché fosse più ampiamente conosciuto l'impegno e la preparazione del suo giovanissimo autore. Ma... siamo in Calabria (...) ove i giovani come Perri devono accontentarsi di "apparire" su fogli a modesta tiratura - come il nostro - che stentano anch'essi a decollare per i ristretti mezzi e per l'apatia (per non sospettare altro) delle locali "istituzioni": queste istituzioni (tutte maledette?) che poi spendono e spandono come vogliono, e finiscono... al mondo delle tangenti, del malaffare, e forse anche peggio.

Quando Perri scrisse l'articolo* (6 settembre, felice... anno corrente) non si erano ancora verificati gli arresti di Reggio Calabria e la richiesta di autorizzazione a procedere per ben TRE "Onorevoli" ed invece qualcosa era già successo, sulle coste tirreniche (e il nostro giornale se ne occupò, nel numero precedente, con un corsivo di prima pagina).
E' chiaro che l'articolo di Perri è incompleto sugli ultimi FATTI (ovvero: ARRESTI) calabresi su cui occorre una riflessione seria e approfondita (...).
Ma fin d'ora, possiamo gridare tutto lo sdegno, tutta la nostra delusione, tutta l'amarezza per gli abbondanti casi di corruzione che ci degradano, ci offendono, ed anzi ci insultano. Ora sappiamo perché in Calabria il decollo si è fermato".

Tratto dal "Gazzettino del Crati" anno XX n. 5 del 10.09.1992.
Santino Fasano (editore, scrittore, giornalista)

22-11-1933 / 05.03.1993.

"Diamo un bentornato agli amici della redazione di San Fili che, dopo una breve interruzione, riprendono la collaborazione con l'Occhio.
E' un ritorno che ci fa molto piacere anche perché San Fili è stata, con Montalto, la prima redazione esterna del giornale. Gli amici di San Fili con entusiasmo hanno accettato, nell'ormai lontano 1994, di intraprendere questa avventura con noi. Poi, un momento di stanca, comprensibile, ma per fortuna superato. Crediamo che il contributo di San Filli sia determinante per il nostro progetto di fare comunicazione nella fascia della Media Valle del Crati.
A coordinare la redazione una persona di grande sensibilità, di sagace ironia, che stimiamo molto e che siamo sicuri porterà avanti le problematiche di San Fili con impegno ed obiettività".

Tratto da "l'occhio" anno V numero 19 del 4.10.1998.
Marisa Fallico (giornalista).

A sinistra: 1991 piazza san Giovanni. 

Pietro Perri in occasione della Festa degli Emigranti.