Spiegando sinteticamente i motivi di tale tutt'altro che facile scelta.
Il Blog di Pietro Perri dedicato a San Fili (uno dei più bei paesi della provincia di Cosenza) e ai Sanfilesi nel Mondo.
A chi non ha il coraggio di firmarsi ma non si vergogna di offendere anche a chi non (?) lo merita.
venerdì 5 gennaio 2018
A SCANSO DI EQUIVOCI... COMPAESANI.
Spiegando sinteticamente i motivi di tale tutt'altro che facile scelta.
venerdì 8 dicembre 2017
Ricordi di un recente passato (sanfilese): u sampaulanu.
Immagine a sinistra ripresa dal web.
Riporto questa volta un
articolo dell’amico compaesano Luigi “Gigino” Iantorno pubblicato sul
Notiziario Sanfilese del mese di novembre 2017.
Tale articolo ci
catapulta nella San Fili gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.
Sono passati poco più di
Cinquanta anni dall’epoca eppure sembra siano passati secoli.
Buona lettura by Pietro Perri.
Ricordi di un recente
passato: u sampaulanu.
Di Luigi “Gigino”
Iantorno.
Chi era, o chi è, u sampaolanu
o sampaolaro che dir si voglia?
U sampaulanu è innanzitutto un uomo nato nel giorno dedicato alla venerazione di san
Paolo ovvero il 29 giugno (giorno della morte dello stesso) o, in casi estremi,
tra la notte che va dal 24 al 25 gennaio (giorno della conversione di Saulo di
Tarso... futuro apostolo Paolo).
U sampaulanu tradizione vuole che nasca con un particolare segno, quasi un tatuaggio
divino, sul corpo. Un segno simile ad un serpente.
Sarà vero? ... sarà falso? ... questo
comunque raccontavano i nostri padri e nonni fino agli anni Sessanta del XX
secolo.
Vuole la tradizione che u sampaulanu sia
indenne da ogni morso di animale velenoso, guarisca chi ne è stato avvelenato e
salvi da altre malattie. Dono di Dio questo che san Paolo acquisì in un suo
soggiorno sull’isola di Malta. Un dono che questi bravi uomini in ogni caso
portavano con loro girando nei vari paesi ed aiutando con lo stesso quanti per
fede ne facevano richiesta.
Ricordo che quand’ero fanciullo di tanto
in tanto un sampaulanu veniva anche a San Fili.
Quest’uomo portava sempre con sé un cesto
chiuso (... spurtune?) nel cui interno custodiva gelosamente un serpente
nero (nu cursune).
Questo particolare tipo di serpente non è
velenoso ma fa tantissimo senso a vederlo. Ovviamente noi fanciulli non
sapevamo della non pericolosità di questo serpente. Avevamo paura ed eravamo
sicuri che u sampaulanu, per come gestisse lo stesso, avesse veramente
delle capacità miracolose.
U sampaulanu girava sul corso principale e tra i vicoli di San Fili chiedendo qualche
spicciolo per sopravvivere e dispensando a quanti rispondevano al suo appello
con benedizioni e promesse di preghiere per la positiva risoluzione dei loro
problemi in particolare per i problemi di salute.
Noi fanciulli, e sicuramente non solo noi,
eravamo tutti affascinati da quel misterioso personaggio.
Nel suo incedere tra i vicoli del nostro
paese di tanto in tanto u sampaulanu, che noi fanciulli seguivamo a
debita distanza, si fermava, faceva uscire il serpente dal cesto, lo
accarezzava e gli sussurrava strane parole che il nero strisciante animale
sembrava ascoltare con attenzione. Poi lo poggiava per terra e questi iniziava
ad andare su e giù girando sempre e comunque intorno all’umano amico.
La gente presente inutile dire che più il
serpente si avvicinava a loro e più la stessa scappava lontano per paura di
essere morsa dallo stesso. Cessato questo breve spettacolo u sampaulanu con
altre strane parole ed alcuni segni con le mani richiamava a sé il serpente
che, senza reagire, si faceva prendere in mano dal miracoloso uomo e si faceva
deporre di nuovo all’interno della succitata cesta.
U sampaulanu portava sempre con sé un misterioso libro. Diceva che nello stesso erano
riportate tutte le formule da utilizzare con qualsiasi tipo di serpente a
seconda di quale specie lo stesso appartenesse. Tramite queste formule u
sampaulanu aveva il comando assoluto su queste pericolosissime bestie.
Inutile dire che tale libro per avere
effetto le formule (incantesimi) in esso contenute poteva essere posseduto ed
utilizzato solo da una persona nata il 29 giugno ovvero il giorno dedicato a
san Paolo... dotati del segno sul corpo.
Dobbiamo credere nei poteri miracolosi dei
sampaulani?
Noi fanciulli dell’epoca ci credevamo ed
alcuni come me ne avevamo anche un buon motivo che racconto di seguito.
In uno dei giorni in cui mi imbattei, da
fanciullo, in un sampaulanu in visita a San Fili ricordo che
questi, a me ed al gruppo di ragazzi presenti all’occasione ci chiese se per
caso in zona avessimo visto ultimamente qualche serpente.
Risposi subito in modo affermativo ed
assieme a lui ci recammo sul posto in cui qualche giorno prima avevo visto il
terribile animale.
Lui prese il librettino, lo aprì in una
determinata pagina ed iniziò a leggere la strana formula riportata nella
stessa. Nel men che non si dica da un buco del muro che gli avevo prima
indicato uscì una grossa vipera.
U sampaulanu la prese tra le mani, l’accarezzò, la ripose per terra e lei, docile
docile, rientrò nel buco da cui era prima uscita scomparendo per sempre dalla
nostra vista.
Dobbiamo credere nel potere dei sampaulani?
Sono anni ormai che non vedo più camminare
tra i vicoli di San Fili, e non solo nel nostro borgo, qualche sampaulanu.
* *
*
Un caro abbraccio a tutti dal sempre
vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para
bellum”!
sabato 2 dicembre 2017
XVI edizione della borsa di studio “Vincenzo Miceli”.
San Fili (CS) ed il castello di San Fili... nel comune di Stignano (RC).
Nella foto sotto a sinistra (ripresa dal web): Il castello di San
Fili nel comune di Stignano in provincia di Reggio Calabria. Stupenda
costruzione del XVI secolo costruita come struttura difensiva.
Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di novembre
2017... by Pietro Perri.
In questi ultimi giorni un caro amico mi ha detto: “Pietro, sai che non
sapevo che San Fili avesse un castello?”
“Infatti non ce l’ha!”, gli ho risposto io.
“Come, non ce l’ha?!?", mi fa il mio caro amico, "... l’ho visto proprio ieri su internet anche se, per
quante volte sono stato a San Fili, non mi sembra di aver mai notato questa
costruzione.”
Ok, sveliamo l’arcano rispondendo alla domanda: esiste veramente un
castello “di San Fili”? ... notate: non ho detto “a San Fili”.
In effetti esiste veramente un castello di San Fili solo che non si trova a
San Fili in provincia di Cosenza ma in una contrada (appunto “contrada San
Fili”) nel comune di Stignano in provincia di Reggio Calabria.
Nelle mie ricerche ho trovato finora, oltre a quest’altro San Fili, altri
quattro San Fili: un San Fili nel comune di Conflenti (anche in questo caso una
contrada che tra l’altro ci accomuna con la presenza - o le presenze - di
esseri sovrannaturali chiamati “fantastica”), c’é poi contrada San Fili
nel comune di Locri, contrada San Fili nel comune di Melicucco ed infine,
decisamente dulcis in fundo, un’altra San Fili nel comune di
Monteroni in provincia di Lecce.
Per quanto riguarda San Fili a Monteroni, dove si venera la Vergine di
Costantinopoli, è bello vedere che tale contrada viene familiarmente chiamata “Santu
Fili” proprio come chiamiamo noi sanfilesi nel nostro dialetto il nostro
stupendo... amato/odiato borgo.
Qualche anno addietro, oltretutto, volendo scrivere anch’io qualcosa su San
Fili a Monteroni ho mandato a richiedere tramite internet il libro “San Fili a
Monteroni - ricordi bizantini storia culto tradizioni popolari” di Gino
Giovanni Chirizzi (Congedo Editore, Galatina 1993). E non posso negare che
sono rimasto felicemente stupito nel leggere tra le prime pagine dello stesso
che i Sanfilesi di Monteroni ipotizzano una propria discendenza diretta dalla
nostra Comunità.
In tale libro infatti leggiamo: “(...) dell’agiotoponimo Santu Fili,
è legittimo, ma con una certa cautela, avanzare l’ipotesi di un culto
medioevale a S. Felice, S. Phili, legato alle emigrazioni bizantine
dalla Calabria e forse al centro di San Fili.”
Il castello di San Fili a Stignano, per ritornare al tema portante di
questa pagina, risale al XVI secolo e nasce, nel 1500, come struttura
difensiva. Il castello appartiene oggi alla famiglia Alvaro-Salerno.
* * *
Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
giovedì 26 ottobre 2017
Ne abbiamo discusso su Facebook: emergenza idrica a San Fili. (3)
| Parte di contrada Frassino in Comune di San Fili vista dall'alto (google maps). |
| Parte di contrada Cozzi in Comune di San Fili vista dall'alto (google maps). |
domenica 22 ottobre 2017
C’era una volta il Muraglione di San Fili. (3/3)
Nella foto a sinistra,
messami gentilmente a disposizione dall’amico e compaesano Salvatore Calomeni,
troviamo uno spaccato della San Fili di metà anni Ottanta del XX secolo...
sull’entrata della macelleria (un vero e proprio circolo di aggregazione
sociale) di compa’ Giovanni Calomeni. Da sinistra: Gianni Zolo, Luigi
(Gigino) Mazza, Franco Musacchio, Antonio Palermo, Salvatore Calomeni, compa’
Giovanni Calomeni e Mario Sergi.
Articolo pubblicato sul
Notiziario Sanfilese (il bollettino dell’Associazione culturale “Universitas
Sancti Felicis” di San Fili) del mese di 0ttobre 2017... a firma Pietro Perri.
* *
*
Ho sempre amato passeggiare lungo corso XX
Settembre a San Fili e quest’amore sicuramente è via via aumentato col passare
degli anni.
Oltretutto, col passare degli anni e col
sopraggiungere di qualche piccolo disturbo metabolico legato alla vita
sedentaria ed alla cattiva alimentazione che contraddistingue i tempi moderni,
in questi ultimi anni mi sono felicemente reso conto di quanto possa essere
salutare una bella “vasca” (ovvero una bella salita e discesa dell’intero corso
compreso tra l’aireddra ed il bivio per la frazione Bucita).
Ammettiamolo: abbiamo uno dei più bei
corsi dell’intera provincia di Cosenza e proprio non vogliamo mettercelo in
testa. Un corso che se si trovasse in Toscana o in Umbria sarebbe sinonimo di
oro colato.
Purtroppo si trova a San Fili cioé in
provincia di Cosenza ovvero, parafrasando un brutto concetto usato da Giorgio
Bocca come titolo di uno dei suoi peggiori libri, nell’Inferno... in
Calabria... destinazione Profondo Sud.
Di “vasche”, sia con amici
quotidiani che con amici con cui mi ritrovavo nel corso dell’estate o dei
periodi natalizi (cioè quando gli stessi, fuori regione per motivi di lavoro,
rientravano - qualcuno per fortuna rientra ancora - in paese a trovare i loro
familiari), lungo corso XX Settembre negli ultimi cinquanta anni ne ho fatte
tantissime. Alcune tutte d’un fiato e magari, quasi una salutare amara pillola,
a passo di prete. Altre fermandomi di tanto in tanto in qualche punto
strategico a parlare del più o del meno con i “compaesani storicamente
designati” a guardia di tale punto.
Quasi un tutt’uno con lo stesso:
compaesano/compaesani e punto strategico.
Uno dei punti in cui mi piaceva fermarmi,
nel percorrere in su ed in giù corso XX Settembre a San Fili nel corso degli
anni Settanta... Ottanta e Novanta del secolo scorso, era sicuramente la
macelleria del cavaliere del lavoro… compa' Giovanni Calomeni.
Un’istituzione all’epoca ancora vivente di
ciò che ormai sopravviveva solo nel ricordo dei nostri padri della mitica
“piazza Municipio” ovvero de “Mmienz’u puontu”.
Nei pochi lineari metri di Piazza
Municipio negli anni Settanta ancora si potevano visitare saloni di barbieri,
il negozio di scarpe di Annibale Nigro, la fruttivendola di Eugenia Cavaliere,
l’esattoria di Genuzzu Calomeni, negozi di stoffe quali quello di
Genoeffa Rossiello (ma non era l’unico), il tabacchino di Lisetta Calomeni
e chi più che ha più ne metta.
Era, quello, decisamente un mondo a sé
tanto da rientrare a pieno diritto anche in alcune strofe apparse sul mitico
giornale murale satirico sanfilese (1945/1950) “Il Cantastorie”.
Compa' Giovanni Calomeni per chi voleva scrivere su San Fili e sui Sanfilesi,
ovviamente parliamo di memoria storico-popolare degli ultimi due secoli con
particolare riferimento al periodo compreso tra il 1930 ed il 1980, era un
tesoro d'informazioni e di riporto d'aneddoti e curiosità di vario genere… non
solo dal punto di vista della produzione e/o della commercializzazione del vino
e della carne.
Una persona come poche, decisamente, ne ha
avuto come degni figli su questo fronte la nostra San Fili. In quanto oltre che
a ricordare sapeva anche raccontare e dare la giusta enfasi alle frasi che
utilizzava per trasmettere i suoi ricordi.
Diciamo la verità: amava San Fili. Così
come lo amava l’indimenticato Mario Oliva o come lo ama il nostro
sempreverde... mitico Marcello Speziale.
Una ricchezza d’informazioni (quella a cui
si poteva accedere tramite l’amico Giovanni) purtroppo scarsamente, quando non
malamente, utilizzata dai suoi compaesani incluso lo scrivente.
A me piaceva ascoltarlo, non sempre a dire
il vero in quanto all'epoca cercavo di tesorizzare solo ciò che mi serviva sul
momento e per il momento, ed a lui piaceva farsi ascoltare da me... e non solo
da me. Aveva estremo bisogno di sentire il quotidiano contatto umano con i suoi
compaesani.
Lo sgabello in ferro smaltato a
disposizione per me, nella sua macelleria… mmienz'u puontu… c'era
sempre. Anche quando lo stesso era stato già occupato da qualche suo cliente o
qualche altro graditissimo avventore. Quella macelleria al pianterreno del
palazzo di “Donna Vienna Gentile” (così lui continuava a chiamarlo) non raramente
si tramutava in un piacevole… pittoresco circolo di discussione culturale.
Vi si parlava pacatamente del più e del
meno e vi si parlava dei tempi passati. Tempi in cui, agli occhi di compa'
Giovanni Calomeni, ancora esisteva un minimo di rispetto fra le persone e la
parola tra soggetto e soggetto o una semplice stretta di mano valevano
contratto.
Vi si parlava, tra il più ed il meno,
anche delle bellezze architettoniche presenti nel nostro borgo ed un giorno compa’
Giovanni Calomeni mi parlò anche di quella stupenda opera muraria (di cui
purtroppo ormai restava solo un vergognoso rimasuglio distrutto non dall’opera
devastatrice dei tempi ma dall'imbecillità umana) ancora conosciuta col nome
di… Muraglione. Una stupenda opera realizzata sotto il governo dei Borbone tra
il 1820 ed il 1830.
“È un’opera unica!”, mi diceva compa'
Giovanni Calomeni, “Un’opera di cui persino re Ferdinando, nel passare
con la sua carrozza da San Fili, ne restò meravigliato. E volle complimentarsi
con chi l'aveva progettata e con quanti l’avevano realizzata.”
Ed effettivamente se la guardiamo dal di
sotto non possiamo, ancora oggi, che restare affascinati anche noi
nell’osservare i miseri reietti resti di tale stupenda opera.
Inutile dire che il XVIII secolo era ben
diverso dal secolo che ci siamo infelicemente... appena lasciati alle spalle.
* *
*
Un caro abbraccio a
tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!
domenica 15 ottobre 2017
SOLO UN TERMINE: VERGOGNA!
sabato 30 settembre 2017
ARTIGIANATO E COMMERCIO A SAN FILI: U siricu (il baco da seta).
Nella foto a sinistra
(ripresa dall’archivio Francesco Ciccio Cirillo): San Fili 1930 – Filannola
alle Coste. Nella stessa compaiono mastro Giuseppe Sangermano ed i suoi
discepoli.
* *
*
Ricordo, con questo
scritto dell’amico Luigi “Gigino” Iantorno pubblicato sul Notiziario Sanfilese
del mese di Aprile 2017, una bellissima pagina di ricordi (spunti per una
ricerca)... della nostra stupenda amata/odiata Comunità: l’allevamento del baco
da seta.
* *
*
A San Fili fino a qualche decennio
addietro, ovvero agli anni precedenti il 1970, alcune famiglie si dedicavano all’allevamento
de “u siricu” ovvero del baco da seta.
Io, da bambino, a volte seguivo mia madre,
anche lei impiegata in tale occupazione, nei punti in cui si allevavano i bachi
da seta e si procedeva alle varie fasi relative all’estrazione dai bossoli
della preziosa fibra.
Uno dei punti in cui si produceva la seta
a San Fili si trovava nella zona della “Gghiazza” (rione Spirito Santo)
ed il tutto si svolgeva in un magazzino di proprietà della famiglia Lio. Tale
laboratorio fu in un secondo tempo trasferito in “via rampa” dove si trovava
l’abitazione di tale famiglia. Nasceva in tale zona la famosa ditta della
famiglia Lio con i fratelli Giuseppe e Francesco.
Ricordo che, in quel magazzino, c’erano
delle “cannizzole” (ripiani realizzati con intrecci di canne
opportunamente tagliate, spaccate ed intrecciate). Su tali “cannizzole”
venivano disposte una moltitudine di tenere foglie di gelso bianco (dette
comunemente pampine quando attaccate al ramoscello). I bachi da seta
erano ghiottissimi di tali foglie.
Sulle foglie si aggiravano indisturbati ed
intenti a rimpinzarsi a più non posso degli strani vermi tozzi e color cenere.
I bachi da seta, appunto.
Mia madre mi diceva che per ottenere tali
animaletti era necessario versare sulle foglie il relativo seme (ovvero uova
che dischiudendosi avrebbero poi dato vita ai bachi).
Dopo qualche giorno dal momento in cui si
erano dischiuse le uova ed i bachi avevano iniziato a prendere una giusta
consistenza si procedeva a cambiare loro il cibo sostituendo le foglie del
gelso bianco con foglie di gelso nero (piante di cui a quei tempi era ricco il
nostro territorio). Le foglie (pampine) del gelso nero sembra fossero
più ricche di sostanze nutritive.
Piano piano per i bachi si avvicinava il
tempo di procedere alla metamorfosi che li avrebbe tramutati in farfalle.
Metamorfosi che nel caso dei bachi da seta, ovviamente, si sarebbe verificata
in pochissimi casi... visto che la quasi totalità degli stessi non sarebbe mai
uscita fuori viva dal loro bozzolo.
Sulle “cannizzole” venivano, a mano
a mano che si avvicinava il tempo della metamorfosi, anche posti dei rami
ancora con le foglie attaccate. Era su tali ramoscelli cui si attaccavano i
bachi che gli stessi, grazie alla “filatura bavale”, realizzavano un
bozzolo nel quale, con infinita pazienza e sicuramente enorme lavoro, si
chiudevano all’interno.
La maggioranza di tali bachi, dicevamo,
non si tramutavano in farfalla poiché la lavorazione della seta imponeva che i
bozzoli stessi subissero una fase di bollizione che ne uccideva gli ospiti
garantendo comunque la integrità del bozzolo e quindi della preziosa materia
tessile.
I bozzoli così ottenuti venivano poi
commercializzati in varie parti dell’Italia dove, in appositi stabilimenti, si
procedeva alla dipanatura degli stessi e quindi alla realizzazione dei filati
ormai pronti per la fase della tessitura.
Luigi Iantorno.
* *
*
Un caro abbraccio a
tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!
sabato 23 settembre 2017
C'ERA UNA VOLTA SAN FILI: Le more di rovo (l'amureddr'e spine) - Articolo di Luigi Gigino Iantorno.
Foto a sinistra: le stupende e saporite amureddre
(more) di spine (rovo). Prelibatezza regalataci dalla natura di cui San
Fili è ricchissima nei mesi di verso la fine della stagione estiva.
Foto by Pietro Perri - Articolo by Luigi Gigino
Iantorno.
* * *
Con
questo ricordo, messo nero su bianco dall’amico Luigi “Gigino” Iantorno
(pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di settembre 2017), riporto alla
mente una bellissima pagina di ricordi... anche e soprattutto della mia
infanzia: le “amureddr’e spine”.
* * *
Mi
ricordo quando, da ragazzino, nel periodo ricadente tra la seconda metà di
agosto e la prima metà di settembre andavo all’incetta di alcuni particolari
gustosissimi frutti che ci elargiva in modo spontaneo la natura circostante: le
more di rovo o (come chiamavamo all’epoca tale pianta) di spine.
Il
rovo è una pianta particolarmente fastidiosa proprio perché presenta lungo i
suoi filamenti tutta una serie costante di spine che lasciano ben poco a
sperare in quanti ci si imbattono. Una quantomeno piccola puntura è infatti
comunque assicurata.
Le
more di rovo sono frutti selvatici commestibili e di buona qualità.
Da
ragazzino, dicevo, come tutti i miei coetanei ne ero alquanto goloso e quindi
ne mangiavo tantissime. Con i miei compagni d’avventura in ogni caso ne
raccoglievamo tantissime e dopo averne mangiato buona parte, ci divertivamo ad
infilare il resto in alcuni fili d’erba appositamente selezionati per tale
scopo.
Si
dava così vita al cosiddetto filaru (appunto il filo d’erba in cui erano
infilate una dietro l’altra le more raccolte).
Inutile
dire che tra noi ragazzini si faceva a gara a chi avvistasse il rovo più carico
di more... ovviamente giunte a giusta maturazione e più grandi delle altre.
Era
questo un frutto senza padrone e quindi serviva anche a placare i desideri, in
alcuni casi una vera e propria necessità alternativa, della povera gente.
Spesso
i filari venivano portati a casa e messi a disposizione degli altri
componenti il nucleo familiare.
Inutile
ribadire che molti erano i graffi che si accumulavano sulla propria pelle nel
cercare di raccogliere dai rovi più more possibili ed a volte qualcuno di noi
ci rimetteva (a causa di vari strappi) anche le camicie, le maglie o i
pantaloni. Il che poteva significare non ottenere dai genitori i complimenti
per il lavoro fatto ma un bel ceffone per il danno causato ai vestiti.
Le
more dei rovi (o di spine) oggi sono alquanto ricercate anche per la
realizzazione di ottimi dolci, di saporite bevande e di gustosi gelati.
Stranamente
le stesse sembra non siano più ricercate dai ragazzini di oggi.
Ma
i tempi passano e forse è anche meglio così.
* * *
Un
caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
*/pace
ma... “si vis pacem para bellum”!
lunedì 28 agosto 2017
Quando il legno sanfilese era ricercatissimo per le pipe da fumo.
Sulla sinistra: Pipe
ricavate da radice di erica arborea.
Foto ripresa dal web.
San Fili malgrado abbia
un territorio limitatissimo ha saputo imporsi nei secoli passati in più campi
sia della cultura che dell’economia. Ed ogni tanto di qualità che hanno
caratterizzato la nostra cittadina (il nostro stupendo amato/odiato borgo) e la
nostra Comunità ne scopriamo (o quantomeno ne riscopriamo) una nuova.
Questa volta, ad
esempio, grazie anche ad un articolo scritto dall’amico e compaesano Luigi
“Gigino” Iantorno (e con una mia piccola successiva aggiunta) ci immergiamo nel
campo del... fumo.
L’articolo e l’aggiunta,
che riporto di seguito, sono stati pubblicati sul Notiziario Sanfilese del mese
di Agosto 2017.
Buona lettura.
* *
*
Quando il legno
sanfilese era ricercatissimo per le pipe da fumo.
Di Luigi “Gigino”
Iantorno.
Finora non credo che qualcuno ne abbia mai
parlato o scritto ma tra le tante cose che in altri tempi rendevano famoso il
territorio sanfilese c’era - e c’è ancora anche se non è più ricercata - una
particolare pianta le cui radici fornivano un prezioso materiale per realizzare
le pipe da fumo.
Parlo dell’ilica (erica arborea)
ovvero di un arbusto sempreverde, dalla corteccia rossastra, a portamento
eretto, appartenente alla famiglia delle Ericaceae. Questa pianta la
troviamo crescere in modo spontaneo in più punti del territorio sanfilese, in
particolare a ridosso, spesso come semplice sottobosco, dei castagneti presenti
nella zona chiamata i Cozzi.
Quando ero giovane mi capitava spesso di
seguire mio padre in campagna.
Ci fu un tempo, a ridosso degli anni
Settanta, in cui mio padre lavorava un pezzo di terra in una zona, sempre nel
territorio di San Fili, chiamata “i carusi”. Tale zona si trova nelle
vicinanze della statale 107 all’altezza di contrada Profico.
In una di queste occasioni mi capitò di
osservare delle persone che non avevo mai visto prima. Erano scesi da un grosso
mezzo di trasporto e portavano con sé, per quella zona, una combinazione di
strani attrezzi da lavoro: accette, pichi e sacchi di canapa.
Costeggiando la proprietà che lavorava mio padre si erano diretti, come seppi dagli stessi nel momento in cui gli chiesi il motivo della loro presenza in una zona vicina conosciuta come “i martini” (...).
In tale zona, mi dissero inoltre, c’erano
diverse piante di ilica. Piante che per loro rappresentavano un vero e
proprio tesoro.
Inutile dire che dalle nostre parti tale
pianta era, ed è ancora considerata, una pianta a dir poco inutile se non
fastidiosa ed infestante o utile al massimo per realizzare, con i fini
ramoscelli, delle rustiche scope da dare in uso agli spazzini del paese.
Arrivati nel punto per loro di maggiore
interesse, quei signori venuti da chissà dove iniziarono a farsi spazio tra i
cespugli di ilica tagliando con le accette i rami delle stesse
mettendoli in modo frettoloso da parte. Dopotutto non erano i rami di tali
piante nel loro interesse ma... le radici che iniziarono nel men che non si dica
ad estirpare con grosse botte di piccone.
Dalle radici delle iliche, appunto
per loro materiale preziosissimo, mi dissero infatti che avrebbero ricavato
delle pipe da fumo ricercatissime sul mercato internazionale. Tale legno era
considerato, per oggetti del genere, decisamente pregiato.
Quel giorno riuscirono a riempire più
sacchi con le succitate radici. La giornata, almeno per loro, era stata
alquanto fruttuosa.
* *
*
Sulla sinistra:
Ramoscello di erica arborea ripreso di stampe d'epoca.
Foto dal web.
* *
*
Alla fine, quando ci salutammo, dopo
avermi spiegato l’uso che avrebbero fatto di quelle radici, mi svelarono anche
che venivano dalla Campania e che consideravano le radici di ilica presenti
sul territorio sanfilese migliori di uguali materiali che andavano raccogliendo
in altre zone del cosentino in particolare e della Calabria in generale. Tutto
ciò forse, mi dissero, era dovuto all’esposizione soleggiata del nostro
territorio.
Fatto sta che la radice delle piante
di ilica che si trova a San Fili sembra sia particolarmente
tenera e quindi facile da lavorare ma che quando, lavorata, si lascia
opportunamente essiccare diventa decisamente resistente e quindi permette la
realizzazione di pipe da fumo decisamente uniche nel suo genere.
Quindi valeva la pena, per i nostri amici
della Campania, fare tanti chilometri per venire a respirare un po’ di aria
buona a San Fili.
Oggi certo i fumatori di pipa sono
diminuiti e le pipe vengono realizzate con tanti altri materiali ma sicuramente
non sono belle come quelle che in altri tempi venivano realizzate con la radice
di ilica sanfilese. E chissà che un domani, magari qualcuno dei
nostri figli o dei nostri nipoti, non decida di riprendere questa attività,
ovvero l’estrazione e la lavorazione della “erica arborea” anche solo al fine
di realizzare oggetti da utilizzare come semplici soprammobili, portachiavi,
fermacarte e via dicendo.
* *
*
E non solo terra di
pipe.
Di Pietro Perri.
San Fili, come ci ha ricordato l’amico e
compaesano Luigi “Gigino” Iantorno nel suo articolo “Quando il legno sanfilese
era ricercatissimo per le pipe da fumo” è strettamente collegato alla storia
del consumo del tabacco in Italia.
Dopotutto l’erica arborea (ilica) è
una pianta decisamente presente sul nostro territorio. In particolare nella
zona dei Cozzi.
Eppure il borgo di San Fili in altri
tempi, ed in particolare quando nel Sud d’Italia governavano i Borbone di
Napoli, era famoso anche per la coltivazione del tabacco.
Non è difficile infatti trovare scritto in
diversi libri e/o pagine internet che parlano del nostro comune che “per molto
tempo a San Fili fu fiorente la produzione di un’ottima qualità di tabacco, il
Brasile. Tale era commercializzata in varie regioni del Meridione d’Italia”.
* *
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Un caro abbraccio a tutti dal sempre
vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!
lunedì 14 agosto 2017
Ne abbiamo discusso su Facebook: emergenza idrica a San Fili.
Marietta ‘e Cicculiddru prende
acqua alla fontana di piazza san
Giovanni a San Fili (anno 1961 -
Foto raccolta Ciccio Cirillo).
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... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!







