A chi non ha il coraggio di firmarsi ma non si vergogna di offendere anche a chi non (?) lo merita.

Eventuali commenti a post di questo blog non verranno pubblicati sia se offensivi per l'opinione pubblica e sia se non sottoscritti dai relativi autori. Se non avete il coraggio di firmarvi e quindi di rendervi civilmente rintracciabili... siete pregati di tesorizzare il vostro prezioso tempo in modo più intelligente (se vi sforzate un pochino magari per sbaglio ci riuscirete pure).
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Ricordo ad ogni buon file l'indirizzo di posta elettronica legata a questo sito/blog: pietroperri@alice.it

mercoledì 17 gennaio 2018

C’era una volta... un’altra San Fili.

Nella foto a sinistra; San Fili - largo Municipio ('mmienzu u puontu) nel 1910. Notare le galline pascere in primo piano.

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Qualche anno addietro assieme ad alcuni colleghi di lavoro feci una gita di un giorno ai cosiddetti “Sassi di Matera”.

Al ritorno da tale gita non potei fare a meno di lamentarmi sul mio blog su quanto mi avesse deluso tale gita. Su cosa mi fossi aspettato di trovare e su quanto non avessi trovato.

Tra le cose che mi sarei aspettato di trovare a “i Sassi di Matera”, visto la pubblicità che fanno (peggio di un martello pneumatico) su tale luogo, c’è sicuramente una maggiore capacità imprenditoriale e quindi una maggiore capacità di sfruttare quanto la natura o la storia ci hanno immeritatamente elargito.

Purtroppo da Firenze in giù... siamo e saremo sempre e comunque Meridione.

Anche se l’oro, diciamo la verità, a noi ci sa… di tuorli d’uova marce.

Le critiche non passarono inosservate tanto che nel men che non si dica alcuni operatori turistici di Matera me ne dissero di cotte e di crude. Non mancarono comunque tra gli stessi quanti in effetti presero anche le mie difese.

Qualcuno tra i più critici sul mio scritto disse (... ed a volte a pensar male ci si azzecca pure) che io ero una persona insensibile perché non riuscivo proprio a capire neanche in che modo vivessero gli abitanti della zona denominata “i Sassi di Matera” fino alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso: animali d’allevamento (galline, maiali, conigli, muli, asini. vitelli e chi più ne ha più ne metta) ovunque. E non pochi erano gli esseri umani che dormivano assieme agli animali... magari in qualche grotta.

Tutto ciò come se tale realtà, da esseri dimenticati da Dio e dal Mondo, fosse solo tipica di quella cittadina.

Si stupirono per la mia risposta. Una risposta che lasciava ben pochi margini di ribattere all’argomento aperto: “Scusate...”, dissi loro, “... ma pensate veramente che a San Fili (il borgo in cui io vivo) e gran parte delle cittadine del Sud d’Italia in quel periodo si vivesse diversamente da come si viveva nella vostra Matera?”

Credetemi, non la presero bene. Pensavano d’avere l’esclusiva ed invece...

... invece anche a San Fili, fino alla prima metà degli anni Settanta del secolo scorso, non era difficile vedere galline libere di scorrazzare in cerca di qualcosa da beccare nei nostri caratteristici vicoletti o notare dei recinti con conigli o sentire i maiali grugnire tra i vari catoji (stanze a pianterreno adibita al ricovero degli animali) sparsi, spesso l’uno affianco all’altro, in vari punti del nostro centro abitato.

Oltretutto il possedere nella propria casa un luogo dove accudire tali animali, e gli animali stessi, all’epoca era quasi un simbolo di famiglia benestante.

Dopotutto chi possedeva un mulo, tanto per fare un banale esempio, nel contempo possedeva oltre che un “capitale” (il valore del mulo) anche una buona fonte di reddito.

Bellissima è una pagina scritta dal nostro indimenticato prof. Francesco Cesario dal titolo “la villeggiatura dei maiali” ed apparsa nel suo libro “San Fili nei tempi”.

In tale libro il prof. Francesco Cesario riporta tutta una serie di ricordi della “sua” San Fili tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta del XX secolo.  Se non l’avete letto questo libro e se siete sanfilesi doc... leggetelo. Ne vale proprio la pena.

Ma, direte, a Matera c’era anche chi oltre che con gli animali dormiva anche nelle grotte.

“Ed anche questo...”, rispondo io, “non ci siamo fatti mancare a San Fili e per giunta fino ai primissimi anni Settanta”. Basta infatti pensare al mitico Francesco Mazzulla alias “u Summichele”.

E pensate come dovevano essere puliti e sicuramente profumati i vicoli ed il corso principale del nostro amato/odiato... stupendo borgo.

Altro che gli escrementi di cani in cui ci si imbatte così facilmente ai giorni nostri.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

venerdì 5 gennaio 2018

A SCANSO DI EQUIVOCI... COMPAESANI.

Stufo di subire infantili attacchi su Facebook da un caro compaesano ultraquarantenne (e l'età dovrebbe dire tutto) allego copia della mia lettera di fuoriuscita, ovviamente in seno al Consiglio comunale di San Fili ed in qualità di membro dello stesso, dal gruppo INDIETRO NON SI TORNA e la conseguente adesione al GRUPPO MISTO.
Spiegando sinteticamente i motivi di tale tutt'altro che facile scelta.
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Chissà perché da un anno a questa parte ho dovuto tristemente ammettere che sul carro ormai eravamo in troppi e le fila vanno quotidianamente ad incrementarsi.
Quindi qualcuno (che magari la pensa "superpartes" e per il bene della Comunità) doveva pur scendere.
Personalmente non ho mai apprezzato più di tanto i film western né tanto meno quelli con scene di diligenze costrette a correre più del vento o a bloccarsi alla mercé di tutti i vecchi i nuovi ed i soliti arrivati.
Da parte loro i cittadini si facciano una passeggiata lungo corso XX Settembre o corso Miniaci o nei violetti dei centri storici di San Fili e della frazione e... capiranno da soli il perché di questa mia scelta.
Ognuno ragioni in coscienza (se ne ha una) e, cosa ancor più complicata dalle nostre parti, con la propria testa.
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La lettera (che comunque trascrivo anche di seguito) è stata protocollata al Comune di San Fili giorno 3 gennaio 2018 intorno alle ore 11 circa. Ancora doveva essere letta dagli interessati che già cinque minuti dopo era di dominio pubblico... e di quale pubblico! ... di un quarantenne compaesano che dicono persino laureato ed insegnante (ovvero un soggetto che dovrebbe dare l’esempio... ma non della sua immaturità) che non avendo alcunché di intelligente da fare nella vita spreca il suo tempo a cercare di provocarmi in mille ed uno modi non comprendendo che io non appartengo alla sua razza e come tale non mi abbasserò mai al suo livello.
A quarant’anni, ripeto, teoricamente un soggetto dovrebbe essere in grado di dimostrare di essere uomo e come tale soggetto maturo.
Ma forse San Fili, ed alcuni miei cari compaesani, vivono in un modo a sé.
Non riesco proprio ad immaginare come li avrebbe classificati Freud a soggetti come questo e sicuramente qualche erede del padre della psicanalisi moderna sarebbe costretto, studiandoli, a rivedere le sue stesse convinzioni.
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Di seguito, comunque, il testo della lettera incriminata ed indirizzata per competenza al Segretario comunale ed al Presidente del Consiglio di San Fili nonché al Sindaco ed al capogruppo del gruppo INDIETRO NON SI TORNA.
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OGGETTO
Uscita dal gruppo consiliare INDIETRO NON SI TORNA ed adesione al GRUPPO MISTO.

Gentilissimi Segretario Comunale e Presidente del Consiglio Comunale del Comune di San Fili,
lo scrivente Pietro Perri nato a Cosenza il 29 giugno 1961, in qualità di membro del Consiglio Comunale di San Fili e componente del gruppo di maggioranza INDIETRO NON SI TORNA con la presente formalizza la propria uscita da tale gruppo e dalla maggioranza medesima.
Con ciò fa altresì presente, anche nel rispetto di quanti gli hanno accordato la propria fiducia nelle elezioni amministrative sanfilesi del 2015, che per nessun motivo intende essere considerato membro dell’opposizione consiliare in quanto intende comunque onorare i principi che hanno ispirato il programma della lista INDIETRO NON SI TORNA.
Lo scrivente uscendo dal gruppo INDIETRO NON SI TORNA e quindi dalla maggioranza consiliare nel contempo aderisce al cosiddetto GRUPPO MISTO consiliare sanfilese che di fatti con tale adesione viene legittimamente formato e dello stesso, in assenza attualmente di altre adesioni, se ne dichiara capogruppo.
Ovviamente lo stesso si riserva, propositivamente ed in piena autonomia, così come vuole lo spirito di chi aderisce al GRUPPO MISTO, di votare, di volta in volta, sempre e comunque secondo coscienza e per il bene dell’intera Comunità Sanfilese.
Distinti saluti.

Pietro Perri.

San Fili (CS), lì 3 gennaio 2018.
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ADORO I MIEI NEMICI - ADORO... OSCAR WILDE.
(by Pietro Perri)
"Un uomo deve stare molto attento nella scelta dei suoi nemici.
lo non ne ho uno che non sia stupido.
Si tratta di uomini di una certa levatura intellettuale e, di conseguenza, mi stimano."
(by Oscar Wilde - leggermente corrotto).
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La decisione di lasciare il gruppo INDIETRO NON SI TORNA per aderire al GRUPPO MISTO consiliare è tutt’altro che una decisione avventata e maturata nell’arco di una sola notte o per qualche cosa che mi è stato negato a titolo personale.
Anzi, sono sicuro che se avessi chiesto qualcosa a titolo personale a chi di dovere... sicuramente l’avrei ottenuta ed altrettanto sicuramente oggi non potrei “liberamente ed in coscienza” prendere una tale strada.
La decisione di lasciare il gruppo INDIETRO NON SI TORNA è nata presumibilmente a pochi giorni dell’insediamento del Consiglio comunale in carica. Nel momento in cui mi resi tristemente conto che... pur essendo vero che INDIETRO NON SI TORNA era anche vero che in avanti non ci saremmo mossi neanche di un millimetro. E la drammatica realtà in cui si ritrova oggi la nostra Comunità me ne da’ tristemente conferma.
Drammatica realtà che io anche e soprattutto dalle pagine di questo blog (ma non solo) ho sempre denunciato.
Ed a chi ha memoria corta (tipo il mio infantile “illustre” ormai compaesano ultraquarantenne) consiglio di darci una sbirciatina.
Per quanto poi quel mio ignorante (in materia e non solo) compaesano ultraquarantenne che ha affermato per iscritto che lo scrivente fuoriesce dalla maggioranza consiliare sanfilese (gruppo INDIETRO NON SI TORNA) dopo aver approvato tutto alla stessa in seno alle riunioni del Consiglio comunale stesso non posso che ricordare quando avvenuto nel corso delle mie partecipazioni edizione 2017 a tale consesso. Ed in particolare: 1) non ho votato il bilancio preventivo 2017 uscendo dalla sala proprio nel momento in cui si votava tale punto (comportamento civile previsto e politicamente corretto in casi del genere); 2) non ho votato il bilancio consuntivo (assente) e la variazione di bilancio (in questo secondo caso mi trovavo fuori nazione ma se fossi stato presente avrei votato sicuramente contro); 3) ho votato contro al Documento Unico Programmatico.
Quindi quest’ignorante prima di scrivere certe stupidità non degne di un soggetto ultraquarantenne che tra l’altro assurge alla figura di “maestro”... dovrebbe stare attento a scrivere certe fregnacce che altro non fanno che classificarne il soggetto stesso.
Un soggetto, credetemi, che per chi non lo guarda con una fetta di prosciutto sugli occhi... si commenta da solo.
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

venerdì 8 dicembre 2017

Ricordi di un recente passato (sanfilese): u sampaulanu.

Immagine a sinistra ripresa dal web.

Riporto questa volta un articolo dell’amico compaesano Luigi “Gigino” Iantorno pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di novembre 2017.

Tale articolo ci catapulta nella San Fili gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.

Sono passati poco più di Cinquanta anni dall’epoca eppure sembra siano passati secoli.

Buona lettura by Pietro Perri.

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Ricordi di un recente passato: u sampaulanu.

Di Luigi “Gigino” Iantorno.

 

Chi era, o chi è, u sampaolanu o sampaolaro che dir si voglia?

U sampaulanu è innanzitutto un uomo nato nel giorno dedicato alla venerazione di san Paolo ovvero il 29 giugno (giorno della morte dello stesso) o, in casi estremi, tra la notte che va dal 24 al 25 gennaio (giorno della conversione di Saulo di Tarso... futuro apostolo Paolo).

U sampaulanu tradizione vuole che nasca con un particolare segno, quasi un tatuaggio divino, sul corpo. Un segno simile ad un serpente.

Sarà vero? ... sarà falso? ... questo comunque raccontavano i nostri padri e nonni fino agli anni Sessanta del XX secolo.

Vuole la tradizione che u sampaulanu sia indenne da ogni morso di animale velenoso, guarisca chi ne è stato avvelenato e salvi da altre malattie. Dono di Dio questo che san Paolo acquisì in un suo soggiorno sull’isola di Malta. Un dono che questi bravi uomini in ogni caso portavano con loro girando nei vari paesi ed aiutando con lo stesso quanti per fede ne facevano richiesta.

Ricordo che quand’ero fanciullo di tanto in tanto un sampaulanu veniva anche a San Fili.

Quest’uomo portava sempre con sé un cesto chiuso (... spurtune?) nel cui interno custodiva gelosamente un serpente nero (nu cursune).

Questo particolare tipo di serpente non è velenoso ma fa tantissimo senso a vederlo. Ovviamente noi fanciulli non sapevamo della non pericolosità di questo serpente. Avevamo paura ed eravamo sicuri che u sampaulanu, per come gestisse lo stesso, avesse veramente delle capacità miracolose.

U sampaulanu girava sul corso principale e tra i vicoli di San Fili chiedendo qualche spicciolo per sopravvivere e dispensando a quanti rispondevano al suo appello con benedizioni e promesse di preghiere per la positiva risoluzione dei loro problemi in particolare per i problemi di salute.

Noi fanciulli, e sicuramente non solo noi, eravamo tutti affascinati da quel misterioso personaggio.

Nel suo incedere tra i vicoli del nostro paese di tanto in tanto u sampaulanu, che noi fanciulli seguivamo a debita distanza, si fermava, faceva uscire il serpente dal cesto, lo accarezzava e gli sussurrava strane parole che il nero strisciante animale sembrava ascoltare con attenzione. Poi lo poggiava per terra e questi iniziava ad andare su e giù girando sempre e comunque intorno all’umano amico.

La gente presente inutile dire che più il serpente si avvicinava a loro e più la stessa scappava lontano per paura di essere morsa dallo stesso. Cessato questo breve spettacolo u sampaulanu con altre strane parole ed alcuni segni con le mani richiamava a sé il serpente che, senza reagire, si faceva prendere in mano dal miracoloso uomo e si faceva deporre di nuovo all’interno della succitata cesta.

U sampaulanu portava sempre con sé un misterioso libro. Diceva che nello stesso erano riportate tutte le formule da utilizzare con qualsiasi tipo di serpente a seconda di quale specie lo stesso appartenesse. Tramite queste formule u sampaulanu aveva il comando assoluto su queste pericolosissime bestie.

Inutile dire che tale libro per avere effetto le formule (incantesimi) in esso contenute poteva essere posseduto ed utilizzato solo da una persona nata il 29 giugno ovvero il giorno dedicato a san Paolo... dotati del segno sul corpo.

Dobbiamo credere nei poteri miracolosi dei sampaulani?

Noi fanciulli dell’epoca ci credevamo ed alcuni come me ne avevamo anche un buon motivo che racconto di seguito.

In uno dei giorni in cui mi imbattei, da fanciullo, in un sampaulanu in visita a San Fili ricordo che questi, a me ed al gruppo di ragazzi presenti all’occasione ci chiese se per caso in zona avessimo visto ultimamente qualche serpente.

Risposi subito in modo affermativo ed assieme a lui ci recammo sul posto in cui qualche giorno prima avevo visto il terribile animale.

Lui prese il librettino, lo aprì in una determinata pagina ed iniziò a leggere la strana formula riportata nella stessa. Nel men che non si dica da un buco del muro che gli avevo prima indicato uscì una grossa vipera.

U sampaulanu la prese tra le mani, l’accarezzò, la ripose per terra e lei, docile docile, rientrò nel buco da cui era prima uscita scomparendo per sempre dalla nostra vista.

Dobbiamo credere nel potere dei sampaulani?

Sono anni ormai che non vedo più camminare tra i vicoli di San Fili, e non solo nel nostro borgo, qualche sampaulanu.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

sabato 2 dicembre 2017

XVI edizione della borsa di studio “Vincenzo Miceli”.

Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di novembre 2017... by Pietro Perri.
Nella foto sotto a sinistra... da sinistra: la dott.ssa Loredana Nigri, l’alunno Matteo Borchetta, il dottor Amedeo Miceli dei baroni di Serradileo, la dott.ssa Angela Corso e l’alunna Elisa Speranza (foto prelevata dal sito dell’Istituto Comprensivo Statale di San Fili..
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Si è svolta sabato 30 settembre 2017 presso l’aula magna della Scuola Secondaria (si chiamano così oggi le Scuole Medie) di San Fili la consegna della borsa di studio dedicata al giurista di origine sanfilese prof. Vincenzo Miceli.
A fare gli onori di casa e quindi a coordinare i lavori della manifestazione ci ha pensato la prof.ssa Angela Corso Dirigente dell’Istituto Comprensivo Statale di San Fili.
Nella scaletta degli interventi era previsto anche l’intervento del sindaco del paese architetto Antonio Argentino nonché della dottoressa Loredana Nigri (scrittrice nonché assistente sociale dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza).
Ad aggiudicarsi l’ambito premio nell’edizione 2016/2017 della borsa di studio Vincenzo Miceli sono stati gli alunni Matteo Borchetta e Elisa Speranza.
Ricordiamo che i destinatari della borsa di studio “Vincenzo Miceli”, giunta ormai alla sua XVI edizione, sono gli studenti iscritti alla terza classe (sezione A) della Scuola Secondaria dell’Istituto Comprensivo Statale di San Fili che risultino aver completato l’anno scolastico di riferimento e che si siano licenziati dallo stesso con la valutazione di 10 o 10 con lode nonché che siano regolarmente iscritti al primo anno di una Scuola Secondaria di secondo grado.
Ha concluso i lavori il dottor Amedeo Miceli, promotore della borsa di studio intitolata all’illustre avo.
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Un breve cenno sul prof. Vincenzo Miceli.
(Dall’enciclopedia online Treccani).

Giurista, nato a S. Fili (Cosenza) il 20 gennaio 1858, morto a Milano il 7 febbraio 1932. Professore di diritto costituzionale a Perugia (1892), ordinario di filosofia del diritto prima a Palermo (1902), poi a Pisa (dal 1917 al 1928).
Di lui, scrittore fecondissimo nel campo della filosofia del diritto, del diritto costituzionale e internazionale, si hanno numerose opere. Vanno ricordati: Saggio di una nuova teoria della sovranità, voll. 2, Firenze 1884-87; Filosofia del dir. internazionale, ivi 1889; La corona, Perugia 1894; Il gabinetto, ivi 1894; Le fonti del diritto, Palermo 1905; La norma giuridica, ivi 1906; Lezioni di filosofia del diritto, voll. 4, ivi 1909-11; Principî di diritto costituzionale, 2ª ed. Milano 1913; Principî di filosofia del diritto, 2ª edizione, ivi 1928; Il concetto della proprietà nella filosofia del diritto, Aquila 1928.
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

San Fili (CS) ed il castello di San Fili... nel comune di Stignano (RC).

Nella foto sotto a sinistra (ripresa dal web): Il castello di San Fili nel comune di Stignano in provincia di Reggio Calabria. Stupenda costruzione del XVI secolo costruita come struttura difensiva.

Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di novembre 2017... by Pietro Perri.

In questi ultimi giorni un caro amico mi ha detto: “Pietro, sai che non sapevo che San Fili avesse un castello?”

“Infatti non ce l’ha!”, gli ho risposto io.

“Come, non ce l’ha?!?", mi fa il mio caro amico, "... l’ho visto proprio ieri su internet anche se, per quante volte sono stato a San Fili, non mi sembra di aver mai notato questa costruzione.”

Ok, sveliamo l’arcano rispondendo alla domanda: esiste veramente un castello “di San Fili”? ... notate: non ho detto “a San Fili”.

In effetti esiste veramente un castello di San Fili solo che non si trova a San Fili in provincia di Cosenza ma in una contrada (appunto “contrada San Fili”) nel comune di Stignano in provincia di Reggio Calabria.

Nelle mie ricerche ho trovato finora, oltre a quest’altro San Fili, altri quattro San Fili: un San Fili nel comune di Conflenti (anche in questo caso una contrada che tra l’altro ci accomuna con la presenza - o le presenze - di esseri sovrannaturali chiamati “fantastica”), c’é poi contrada San Fili nel comune di Locri, contrada San Fili nel comune di Melicucco ed infine, decisamente dulcis in fundo, un’altra San Fili nel comune di Monteroni in provincia di Lecce.

Per quanto riguarda San Fili a Monteroni, dove si venera la Vergine di Costantinopoli, è bello vedere che tale contrada viene familiarmente chiamata “Santu Fili” proprio come chiamiamo noi sanfilesi nel nostro dialetto il nostro stupendo... amato/odiato borgo.

Qualche anno addietro, oltretutto, volendo scrivere anch’io qualcosa su San Fili a Monteroni ho mandato a richiedere tramite internet il libro “San Fili a Monteroni - ricordi bizantini storia culto tradizioni popolari” di Gino Giovanni Chirizzi (Congedo Editore, Galatina 1993). E non posso negare che sono rimasto felicemente stupito nel leggere tra le prime pagine dello stesso che i Sanfilesi di Monteroni ipotizzano una propria discendenza diretta dalla nostra Comunità.

In tale libro infatti leggiamo: “(...) dell’agiotoponimo Santu Fili, è legittimo, ma con una certa cautela, avanzare l’ipotesi di un culto medioevale a S. Felice, S. Phili, legato alle emigrazioni bizantine dalla Calabria e forse al centro di San Fili.”

Il castello di San Fili a Stignano, per ritornare al tema portante di questa pagina, risale al XVI secolo e nasce, nel 1500, come struttura difensiva. Il castello appartiene oggi alla famiglia Alvaro-Salerno.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

giovedì 26 ottobre 2017

Ne abbiamo discusso su Facebook: emergenza idrica a San Fili. (3)

Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di ottobre 2017... by Pietro Perri.
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Parte di contrada Frassino in Comune di
San Fili vista dall'alto (google maps).
Il problema (... o i problemi?) dell'acqua a San Fili e purtroppo non solo a San Fili c'è e va via via incancrenendosi.
In effetti, anche per meglio affrontare lo stesso, io più che di problema parlerei di problemi. Alcuni dei quali andrebbero affrontati subito ed altri la cui soluzione andrebbe comunque programmata... da subito.
C'è ad esempio il problema di garantire l'acqua potabile a tutti i residenti e nel possibile (visto che ce lo impongono non solo le normative in materia ma anche i rapporti di buon vicinato) anche alcune zone dei paesi limitrofi.
Con tali paesi, la vicina Rende ad esempio, si dovrebbe comunque - magari un po’ anche bluffando - iniziare a fare anche un discorso del tipo “do ut des” ovvero “io do qualcosa a te affinché tu dia qualcosa a me”. E non mi riferisco al classico piacere strettamente personale così come avvenuto nei decenni passati ma un vero e proprio... piacere comunitario.
Questo per quanto riguarda il discorso al di là dei confini del nostro territorio. Ben diverso dovrà essere il discorso interno al confine territoriale sanfilese. In questo secondo caso, infatti, dovremmo, tutti i Sanfilesi, iniziare a guardarci una volta per tutte negli occhi e iniziare tutti a giocare a carte scoperte.
Dovremmo ad esempio vedere se tutta la quantità di acqua potabile che entra annualmente nella rete idrica urbana viene effettivamente registrata - con le dovute correzioni - in uscita dai contatori delle nostre abitazioni.
Le correzioni ad esempio possono includere l’acqua che si disperde tramite fontane pubbliche (problema in parte arginabile fornendo le stesse di eventuali rubinetti a chiusura - tramite pulsante a pressione automatica al termine dell’uso delle stesse) eventuali perdite (decisamente poche per quanto mi risulta), dovute ad eventuali rotture presenti periodicamente nella rete stessa.
Per risolvere tutti i problemi relativi ad un eccessivo scostamento, comunque e qualora lo stesso sia effettivamente verificato con dati reali alla mano e non con semplici supposizioni, tra la quantità di acqua che entra nella rete idrica comunale ed il consumo che viene registrato dai contatori delle abitazioni civili sanfilesi... bisognerà guardare un po’ oltre e chiedersi se qualcosa, dal 1970 in poi (ovvero da quando abbiamo iniziato a popolare determinate zone periferiche - tipo il Frassino o i Cozzi - del nostro territorio) non ci sia scappato dalle mani.
Parte di contrada Cozzi in Comune di
San Fili vista dall'alto (google maps).
Dopotutto piccoli orti, giardini, lavaggio macchine, piscine fisse o vasche gonfiabili e via dicendo... hanno bisogno d’acqua e l’acqua, se non abbiamo possibilità alternative di approvvigionamento, può avere un costo decisamente salato. Un costo che non tutti potrebbero affrontare con eccessiva facilità.
Quindi, non volendo negarsi qualche piccolo lusso personale, ci si sente spesso legittimati a mettere su qualche piccolo marchingegno o a trovare qualche scappatoia... decisamente illegale.
Anzi, oltre che illegale anche moralmente disonesta (crudele ed egoista) nei confronti dei propri compaesani che abitando magari nelle parti alte del nostro centro abitato restano regolarmente tutti gli anni nei periodi estivi per varie ore del giorno senza l’acqua potabile nelle proprie abitazioni.
Lo so, le estati sono calde e quella che ci siamo appena lasciati alle spalle in fatto di caldo è stata maestra ma... siamo tutti sanfilesi e da sanfilesi abbiamo tutti gli stessi diritti. In particolare il diritto all’acqua.
Domanda: sarebbe ora il caso di controllare se tutte le abitazioni presenti sul territorio sanfilese abbiano una fornitura idrica con uscite (allacci) esclusivamente post contatore dell’acqua?
Intendiamoci, come al solito la sto sparando grossa e come al solito sto facendo ipotesi che vanno oltre la fantascienza locale ma, come disse qualcuno in tempi non sospetti, “a furia di pensare male... qualche volta si finisce per azzeccarci!”
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

domenica 22 ottobre 2017

C’era una volta il Muraglione di San Fili. (3/3)



Nella foto a sinistra, messami gentilmente a disposizione dall’amico e compaesano Salvatore Calomeni, troviamo uno spaccato della San Fili di metà anni Ottanta del XX secolo... sull’entrata della macelleria (un vero e proprio circolo di aggregazione sociale) di compa’ Giovanni Calomeni. Da sinistra: Gianni Zolo, Luigi (Gigino) Mazza, Franco Musacchio, Antonio Palermo, Salvatore Calomeni, compa’ Giovanni Calomeni e Mario Sergi.

Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese (il bollettino dell’Associazione culturale “Universitas Sancti Felicis” di San Fili) del mese di 0ttobre 2017... a firma Pietro Perri.

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Ho sempre amato passeggiare lungo corso XX Settembre a San Fili e quest’amore sicuramente è via via aumentato col passare degli anni.

Oltretutto, col passare degli anni e col sopraggiungere di qualche piccolo disturbo metabolico legato alla vita sedentaria ed alla cattiva alimentazione che contraddistingue i tempi moderni, in questi ultimi anni mi sono felicemente reso conto di quanto possa essere salutare una bella “vasca” (ovvero una bella salita e discesa dell’intero corso compreso tra l’aireddra ed il bivio per la frazione Bucita).

Ammettiamolo: abbiamo uno dei più bei corsi dell’intera provincia di Cosenza e proprio non vogliamo mettercelo in testa. Un corso che se si trovasse in Toscana o in Umbria sarebbe sinonimo di oro colato.

Purtroppo si trova a San Fili cioé in provincia di Cosenza ovvero, parafrasando un brutto concetto usato da Giorgio Bocca come titolo di uno dei suoi peggiori libri, nell’Inferno... in Calabria... destinazione Profondo Sud.

Di “vasche”, sia con amici quotidiani che con amici con cui mi ritrovavo nel corso dell’estate o dei periodi natalizi (cioè quando gli stessi, fuori regione per motivi di lavoro, rientravano - qualcuno per fortuna rientra ancora - in paese a trovare i loro familiari), lungo corso XX Settembre negli ultimi cinquanta anni ne ho fatte tantissime. Alcune tutte d’un fiato e magari, quasi una salutare amara pillola, a passo di prete. Altre fermandomi di tanto in tanto in qualche punto strategico a parlare del più o del meno con i “compaesani storicamente designati” a guardia di tale punto.

Quasi un tutt’uno con lo stesso: compaesano/compaesani e punto strategico.

Uno dei punti in cui mi piaceva fermarmi, nel percorrere in su ed in giù corso XX Settembre a San Fili nel corso degli anni Settanta... Ottanta e Novanta del secolo scorso, era sicuramente la macelleria del cavaliere del lavoro… compa' Giovanni Calomeni.

Un’istituzione all’epoca ancora vivente di ciò che ormai sopravviveva solo nel ricordo dei nostri padri della mitica “piazza Municipio” ovvero de “Mmienz’u puontu”.

Nei pochi lineari metri di Piazza Municipio negli anni Settanta ancora si potevano visitare saloni di barbieri, il negozio di scarpe di Annibale Nigro, la fruttivendola di Eugenia Cavaliere, l’esattoria di Genuzzu Calomeni, negozi di stoffe quali quello di Genoeffa Rossiello (ma non era l’unico), il tabacchino di Lisetta Calomeni e chi più che ha più ne metta.

Era, quello, decisamente un mondo a sé tanto da rientrare a pieno diritto anche in alcune strofe apparse sul mitico giornale murale satirico sanfilese (1945/1950) “Il Cantastorie”.

Compa' Giovanni Calomeni per chi voleva scrivere su San Fili e sui Sanfilesi, ovviamente parliamo di memoria storico-popolare degli ultimi due secoli con particolare riferimento al periodo compreso tra il 1930 ed il 1980, era un tesoro d'informazioni e di riporto d'aneddoti e curiosità di vario genere… non solo dal punto di vista della produzione e/o della commercializzazione del vino e della carne.

Una persona come poche, decisamente, ne ha avuto come degni figli su questo fronte la nostra San Fili. In quanto oltre che a ricordare sapeva anche raccontare e dare la giusta enfasi alle frasi che utilizzava per trasmettere i suoi ricordi.

Diciamo la verità: amava San Fili. Così come lo amava l’indimenticato Mario Oliva o come lo ama il nostro sempreverde... mitico Marcello Speziale.

Una ricchezza d’informazioni (quella a cui si poteva accedere tramite l’amico Giovanni) purtroppo scarsamente, quando non malamente, utilizzata dai suoi compaesani incluso lo scrivente.

A me piaceva ascoltarlo, non sempre a dire il vero in quanto all'epoca cercavo di tesorizzare solo ciò che mi serviva sul momento e per il momento, ed a lui piaceva farsi ascoltare da me... e non solo da me. Aveva estremo bisogno di sentire il quotidiano contatto umano con i suoi compaesani.

Lo sgabello in ferro smaltato a disposizione per me, nella sua macelleria… mmienz'u puontu… c'era sempre. Anche quando lo stesso era stato già occupato da qualche suo cliente o qualche altro graditissimo avventore. Quella macelleria al pianterreno del palazzo di “Donna Vienna Gentile” (così lui continuava a chiamarlo) non raramente si tramutava in un piacevole… pittoresco circolo di discussione culturale.

Vi si parlava pacatamente del più e del meno e vi si parlava dei tempi passati. Tempi in cui, agli occhi di compa' Giovanni Calomeni, ancora esisteva un minimo di rispetto fra le persone e la parola tra soggetto e soggetto o una semplice stretta di mano valevano contratto.

Vi si parlava, tra il più ed il meno, anche delle bellezze architettoniche presenti nel nostro borgo ed un giorno compa’ Giovanni Calomeni mi parlò anche di quella stupenda opera muraria (di cui purtroppo ormai restava solo un vergognoso rimasuglio distrutto non dall’opera devastatrice dei tempi ma dall'imbecillità umana) ancora conosciuta col nome di… Muraglione. Una stupenda opera realizzata sotto il governo dei Borbone tra il 1820 ed il 1830.

È un’opera unica!”, mi diceva compa' Giovanni Calomeni, “Un’opera di cui persino re Ferdinando, nel passare con la sua carrozza da San Fili, ne restò meravigliato. E volle complimentarsi con chi l'aveva progettata e con quanti l’avevano realizzata.

Ed effettivamente se la guardiamo dal di sotto non possiamo, ancora oggi, che restare affascinati anche noi nell’osservare i miseri reietti resti di tale stupenda opera.

Inutile dire che il XVIII secolo era ben diverso dal secolo che ci siamo infelicemente... appena lasciati alle spalle.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!


domenica 15 ottobre 2017

SOLO UN TERMINE: VERGOGNA!

San Fili 15 ottobre 2017.
Frazione Bucita... salita via Danise.
Circa una quindicina di giorni addietro ho avvisato in modo informale il sindaco in carica di San Fili (architetto Antonio Argentino) pregandolo di intervenire tramite qualche dipendente comunale per tappare alla meglio questa buca.
Mi ha risposto che era inutile perché nel giro di due o tre giorni in questa zona sarebbero iniziati i lavori di rifacimento del manto stradale.
Mi viene il dubbio se - quando si da' un numero approssimativamente di giorni al Comune di San Fili - per la strada non si perda qualche zero da mettere affianco alle unità.
Ovviamente la mia parola contro la sua. Ma una cosa è certa: la buca in tale punto è pericolosamente presente da oltre 10 o 12 giorni e da questo punto quotidianamente ci passano gli addetti (... spazzini?... no: operatori ecologici!) alla raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani e non credo che gli stessi, se non l’hanno segnalato all’ufficio tecnico il problema, si sarebbero fatti male a segnalarlo.
Fatto sta che difronte a cose del genere possiamo solo parlare di "INCOSCIENZA CRIMINALE AMMINISTRATIVA" considerato cosa può succedere se incautamente qualcuno finisce con la ruota di un motorino (ma anche involontariamente a piedi) in tale buca.
Ok, io ci ho provato.
male ma ci ho provato perché se chiedevo “per piacere” a qualcun altro di intervenire su tale punto... per piacere quasi certamente avrei ottenuto un risultato più civile.
Adesso ci provino anche gli altri solerti amministratori appartenenti sia alla maggioranza che alla minoranza consiliare del Comune di San Fili.
Fatto sta che vedendo certe cose si può usare solo un termine: VERGOGNA!
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

sabato 30 settembre 2017

ARTIGIANATO E COMMERCIO A SAN FILI: U siricu (il baco da seta).



Nella foto a sinistra (ripresa dall’archivio Francesco Ciccio Cirillo): San Fili 1930 – Filannola alle Coste. Nella stessa compaiono mastro Giuseppe Sangermano ed i suoi discepoli.

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Ricordo, con questo scritto dell’amico Luigi “Gigino” Iantorno pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di Aprile 2017, una bellissima pagina di ricordi (spunti per una ricerca)... della nostra stupenda amata/odiata Comunità: l’allevamento del baco da seta.

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A San Fili fino a qualche decennio addietro, ovvero agli anni precedenti il 1970, alcune famiglie si dedicavano all’allevamento de “u siricu” ovvero del baco da seta.

Io, da bambino, a volte seguivo mia madre, anche lei impiegata in tale occupazione, nei punti in cui si allevavano i bachi da seta e si procedeva alle varie fasi relative all’estrazione dai bossoli della preziosa fibra.

Uno dei punti in cui si produceva la seta a San Fili si trovava nella zona della “Gghiazza” (rione Spirito Santo) ed il tutto si svolgeva in un magazzino di proprietà della famiglia Lio. Tale laboratorio fu in un secondo tempo trasferito in “via rampa” dove si trovava l’abitazione di tale famiglia. Nasceva in tale zona la famosa ditta della famiglia Lio con i fratelli Giuseppe e Francesco.

Ricordo che, in quel magazzino, c’erano delle “cannizzole” (ripiani realizzati con intrecci di canne opportunamente tagliate, spaccate ed intrecciate). Su tali “cannizzole” venivano disposte una moltitudine di tenere foglie di gelso bianco (dette comunemente pampine quando attaccate al ramoscello). I bachi da seta erano ghiottissimi di tali foglie.

Sulle foglie si aggiravano indisturbati ed intenti a rimpinzarsi a più non posso degli strani vermi tozzi e color cenere. I bachi da seta, appunto.

Mia madre mi diceva che per ottenere tali animaletti era necessario versare sulle foglie il relativo seme (ovvero uova che dischiudendosi avrebbero poi dato vita ai bachi).

Dopo qualche giorno dal momento in cui si erano dischiuse le uova ed i bachi avevano iniziato a prendere una giusta consistenza si procedeva a cambiare loro il cibo sostituendo le foglie del gelso bianco con foglie di gelso nero (piante di cui a quei tempi era ricco il nostro territorio). Le foglie (pampine) del gelso nero sembra fossero più ricche di sostanze nutritive.

Piano piano per i bachi si avvicinava il tempo di procedere alla metamorfosi che li avrebbe tramutati in farfalle. Metamorfosi che nel caso dei bachi da seta, ovviamente, si sarebbe verificata in pochissimi casi... visto che la quasi totalità degli stessi non sarebbe mai uscita fuori viva dal loro bozzolo.

Sulle “cannizzole” venivano, a mano a mano che si avvicinava il tempo della metamorfosi, anche posti dei rami ancora con le foglie attaccate. Era su tali ramoscelli cui si attaccavano i bachi che gli stessi, grazie alla “filatura bavale”, realizzavano un bozzolo nel quale, con infinita pazienza e sicuramente enorme lavoro, si chiudevano all’interno.

La maggioranza di tali bachi, dicevamo, non si tramutavano in farfalla poiché la lavorazione della seta imponeva che i bozzoli stessi subissero una fase di bollizione che ne uccideva gli ospiti garantendo comunque la integrità del bozzolo e quindi della preziosa materia tessile.

I bozzoli così ottenuti venivano poi commercializzati in varie parti dell’Italia dove, in appositi stabilimenti, si procedeva alla dipanatura degli stessi e quindi alla realizzazione dei filati ormai pronti per la fase della tessitura.

Luigi Iantorno.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

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sabato 23 settembre 2017

C'ERA UNA VOLTA SAN FILI: Le more di rovo (l'amureddr'e spine) - Articolo di Luigi Gigino Iantorno.



Foto a sinistra: le stupende e saporite amureddre (more) di spine (rovo). Prelibatezza regalataci dalla natura di cui San Fili è ricchissima nei mesi di verso la fine della stagione estiva.

Foto by Pietro Perri - Articolo by Luigi Gigino Iantorno.

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Con questo ricordo, messo nero su bianco dall’amico Luigi “Gigino” Iantorno (pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di settembre 2017), riporto alla mente una bellissima pagina di ricordi... anche e soprattutto della mia infanzia: le “amureddr’e spine”.

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Mi ricordo quando, da ragazzino, nel periodo ricadente tra la seconda metà di agosto e la prima metà di settembre andavo all’incetta di alcuni particolari gustosissimi frutti che ci elargiva in modo spontaneo la natura circostante: le more di rovo o (come chiamavamo all’epoca tale pianta) di spine.

Il rovo è una pianta particolarmente fastidiosa proprio perché presenta lungo i suoi filamenti tutta una serie costante di spine che lasciano ben poco a sperare in quanti ci si imbattono. Una quantomeno piccola puntura è infatti comunque assicurata.
Le more di rovo sono frutti selvatici commestibili e di buona qualità.

Da ragazzino, dicevo, come tutti i miei coetanei ne ero alquanto goloso e quindi ne mangiavo tantissime. Con i miei compagni d’avventura in ogni caso ne raccoglievamo tantissime e dopo averne mangiato buona parte, ci divertivamo ad infilare il resto in alcuni fili d’erba appositamente selezionati per tale scopo.

Si dava così vita al cosiddetto filaru (appunto il filo d’erba in cui erano infilate una dietro l’altra le more raccolte).
Inutile dire che tra noi ragazzini si faceva a gara a chi avvistasse il rovo più carico di more... ovviamente giunte a giusta maturazione e più grandi delle altre.

Era questo un frutto senza padrone e quindi serviva anche a placare i desideri, in alcuni casi una vera e propria necessità alternativa, della povera gente.
Spesso i filari venivano portati a casa e messi a disposizione degli altri componenti il nucleo familiare.

Inutile ribadire che molti erano i graffi che si accumulavano sulla propria pelle nel cercare di raccogliere dai rovi più more possibili ed a volte qualcuno di noi ci rimetteva (a causa di vari strappi) anche le camicie, le maglie o i pantaloni. Il che poteva significare non ottenere dai genitori i complimenti per il lavoro fatto ma un bel ceffone per il danno causato ai vestiti.

Le more dei rovi (o di spine) oggi sono alquanto ricercate anche per la realizzazione di ottimi dolci, di saporite bevande e di gustosi gelati.
Stranamente le stesse sembra non siano più ricercate dai ragazzini di oggi.
Ma i tempi passano e forse è anche meglio così.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
*/pace ma... “si vis pacem para bellum”!


lunedì 28 agosto 2017

Quando il legno sanfilese era ricercatissimo per le pipe da fumo.

Sulla sinistra: Pipe ricavate da radice di erica arborea.

Foto ripresa dal web.

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San Fili malgrado abbia un territorio limitatissimo ha saputo imporsi nei secoli passati in più campi sia della cultura che dell’economia. Ed ogni tanto di qualità che hanno caratterizzato la nostra cittadina (il nostro stupendo amato/odiato borgo) e la nostra Comunità ne scopriamo (o quantomeno ne riscopriamo) una nuova.

Questa volta, ad esempio, grazie anche ad un articolo scritto dall’amico e compaesano Luigi “Gigino” Iantorno (e con una mia piccola successiva aggiunta) ci immergiamo nel campo del... fumo.

L’articolo e l’aggiunta, che riporto di seguito, sono stati pubblicati sul Notiziario Sanfilese del mese di Agosto 2017.

Buona lettura.

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Quando il legno sanfilese era ricercatissimo per le pipe da fumo.

Di Luigi “Gigino” Iantorno.

Finora non credo che qualcuno ne abbia mai parlato o scritto ma tra le tante cose che in altri tempi rendevano famoso il territorio sanfilese c’era - e c’è ancora anche se non è più ricercata - una particolare pianta le cui radici fornivano un prezioso materiale per realizzare le pipe da fumo.

Parlo dell’ilica (erica arborea) ovvero di un arbusto sempreverde, dalla corteccia rossastra, a portamento eretto, appartenente alla famiglia delle Ericaceae. Questa pianta la troviamo crescere in modo spontaneo in più punti del territorio sanfilese, in particolare a ridosso, spesso come semplice sottobosco, dei castagneti presenti nella zona chiamata i Cozzi.

Quando ero giovane mi capitava spesso di seguire mio padre in campagna.

Ci fu un tempo, a ridosso degli anni Settanta, in cui mio padre lavorava un pezzo di terra in una zona, sempre nel territorio di San Fili, chiamata “i carusi”. Tale zona si trova nelle vicinanze della statale 107 all’altezza di contrada Profico.

In una di queste occasioni mi capitò di osservare delle persone che non avevo mai visto prima. Erano scesi da un grosso mezzo di trasporto e portavano con sé, per quella zona, una combinazione di strani attrezzi da lavoro: accette, pichi e sacchi di canapa.

Costeggiando la proprietà che lavorava mio padre si erano diretti, come seppi dagli stessi nel momento in cui gli chiesi il motivo della loro presenza in una zona vicina conosciuta come “i martini” (...).

In tale zona, mi dissero inoltre, c’erano diverse piante di ilica. Piante che per loro rappresentavano un vero e proprio tesoro.

Inutile dire che dalle nostre parti tale pianta era, ed è ancora considerata, una pianta a dir poco inutile se non fastidiosa ed infestante o utile al massimo per realizzare, con i fini ramoscelli, delle rustiche scope da dare in uso agli spazzini del paese.

Arrivati nel punto per loro di maggiore interesse, quei signori venuti da chissà dove iniziarono a farsi spazio tra i cespugli di ilica tagliando con le accette i rami delle stesse mettendoli in modo frettoloso da parte. Dopotutto non erano i rami di tali piante nel loro interesse ma... le radici che iniziarono nel men che non si dica ad estirpare con grosse botte di piccone.

Dalle radici delle iliche, appunto per loro materiale preziosissimo, mi dissero infatti che avrebbero ricavato delle pipe da fumo ricercatissime sul mercato internazionale. Tale legno era considerato, per oggetti del genere, decisamente pregiato.

Quel giorno riuscirono a riempire più sacchi con le succitate radici. La giornata, almeno per loro, era stata alquanto fruttuosa.

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Sulla sinistra: Ramoscello di erica arborea ripreso di stampe d'epoca.

Foto dal web.

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Alla fine, quando ci salutammo, dopo avermi spiegato l’uso che avrebbero fatto di quelle radici, mi svelarono anche che venivano dalla Campania e che consideravano le radici di ilica presenti sul territorio sanfilese migliori di uguali materiali che andavano raccogliendo in altre zone del cosentino in particolare e della Calabria in generale. Tutto ciò forse, mi dissero, era dovuto all’esposizione soleggiata del nostro territorio.

Fatto sta che la radice delle piante di ilica che si trova a San Fili sembra sia particolarmente tenera e quindi facile da lavorare ma che quando, lavorata, si lascia opportunamente essiccare diventa decisamente resistente e quindi permette la realizzazione di pipe da fumo decisamente uniche nel suo genere.

Quindi valeva la pena, per i nostri amici della Campania, fare tanti chilometri per venire a respirare un po’ di aria buona a San Fili.

Oggi certo i fumatori di pipa sono diminuiti e le pipe vengono realizzate con tanti altri materiali ma sicuramente non sono belle come quelle che in altri tempi venivano realizzate con la radice di ilica sanfilese. E chissà che un domani, magari qualcuno dei nostri figli o dei nostri nipoti, non decida di riprendere questa attività, ovvero l’estrazione e la lavorazione della “erica arborea” anche solo al fine di realizzare oggetti da utilizzare come semplici soprammobili, portachiavi, fermacarte e via dicendo.

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E non solo terra di pipe.

Di Pietro Perri.

San Fili, come ci ha ricordato l’amico e compaesano Luigi “Gigino” Iantorno nel suo articolo “Quando il legno sanfilese era ricercatissimo per le pipe da fumo” è strettamente collegato alla storia del consumo del tabacco in Italia.

Dopotutto l’erica arborea (ilica) è una pianta decisamente presente sul nostro territorio. In particolare nella zona dei Cozzi.

Eppure il borgo di San Fili in altri tempi, ed in particolare quando nel Sud d’Italia governavano i Borbone di Napoli, era famoso anche per la coltivazione del tabacco.

Non è difficile infatti trovare scritto in diversi libri e/o pagine internet che parlano del nostro comune che “per molto tempo a San Fili fu fiorente la produzione di un’ottima qualità di tabacco, il Brasile. Tale era commercializzata in varie regioni del Meridione d’Italia”.

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!