A chi non ha il coraggio di firmarsi ma non si vergogna di offendere anche a chi non (?) lo merita.

Eventuali commenti a post di questo blog non verranno pubblicati sia se offensivi per l'opinione pubblica e sia se non sottoscritti dai relativi autori. Se non avete il coraggio di firmarvi e quindi di rendervi civilmente rintracciabili... siete pregati di tesorizzate il vostro prezioso tempo in modo più intelligente (se vi sforzate un pochino magari per sbaglio ci riuscirete pure).

giovedì 31 luglio 2014

… si fa presto a dire fresa. (5)

... il giorno della "SAGRA DELLA FRESA SANTUFILISE" (ovvero il 22 Agosto 2014) si avvicina. Con ospiti di riguardo e con tanta voglia di stare assieme. E' quasi completato anche il tavolo della presidenza del convegno. Tra gli altri ci saranno la dottoressa Rosanna Labonia, lo chef Mario Molinaro, lo scrittore Anton Francesco Milicia e l'artista Pietro De Seta. E ci saremo anche noi dell'Associazione culturale "Universitas Sancti Felicis" di San Fili.
Tu... sarai dei nostri?
*     *     *
San Fili, si legge ancora su qualche rivista di settore o su qualche sito internet fermatosi all’età della pietra (per non dire della “scarola”), è un paese con un’economia prevalentemente agricola. Persino su Wikipedia c’imbattiamo in tale concetto. Alla pagina dedicata al nostro amato/odiato paesino, nello spazio dedicato all’economia, infatti leggiamo: “Produzioni agricole: castagne, fichi, funghi e olive”, stop!
Inutile dire che una tale definizione ci fa pensare immediatamente ad una bellissima, o quantomeno autosufficiente, casa in campagna con annessa una piccola azienda agricola a conduzione familiare. Siamo, però, nella realtà alla fine degli anni Sessanta del XX secolo. In quegli anni  sul territorio sanfilese persistevano ancora tantissime piccole aziende agricole gestite o da coltivatori diretti, o da soggetti con contratto di colono mezzadro se non da piccoli coloni. In tanti, nel nostro paese, fino agli anni del secondo dopoguerra o al massimo ai primi anni del boom economico, tra l’altro venivano assunti o quantomeno chiamati a svolgere lavoro di “giornaliero di campagna”.
Fino a quei tempi, sì!, l’economia sanfilese era un’economia prevalentemente agricola… e non solo. Tra l’altro l’agricoltura si trasformava quasi per magia in industria di trasformazione dei prodotti alimentari e di prima distribuzione degli stessi. In quella situazione a San Fili, anche se pochi si facevano realmente ricchi (e molti di quei pochi tra l’altro lo erano già da secoli), riuscivano a sopravvivere circa 5000 persone. Era tale la popolazione residente, ovviamente a San Fili, agli inizi degli anni Cinquanta contro i poco meno di 3000 dei giorni nostri.
Inutile dire che parlando di San Fili in effetti non faccio altro che fotografare l’intera situazione dell’hinterland cosentino… malgrado San Fili qualche carta in più da giocare nei confronti delle realtà territoriali confinanti nel suo mazzo le avesse pure (“oggi come allora” e in parte “allora come oggi”): la ferrovia (oggi ci basterebbe la superstrada), il territorio poco esteso (quindi più facilmente gestibile), la posizione geografica e geopolitica, una manovalanza flessibile e preparata, tante menti nonché una presenza di acqua aria pulita e natura circostante decisamente di qualità.
In una popolazione con un’economia prevalentemente agricola è normale trovare, dicevamo, case di campagna, e non solo di campagna, tipiche e quindi con annessi il ricovero per gli animali da allevamento ed… il forno per cuocere il pane e le frese (per ritornare al nostro tema portante). Tanti piccoli forni, ad uso familiare o al servizio di più famiglie, erano presenti anche nel centro abitato di San Fili.
Come non ricordare, altresì, il notevole numero di mulini ad acqua, presenti lungo i vari torrenti che scorrono sul territorio sanfilese? … mulini dove si macinava di tutto: castagne, mais (migliu), orzo e tant’altro. Quindi? … non solo grano.
Di fatti lo stesso centro abitato di San Fili per alcuni versi poteva benissimo essere definito come una indiscutibile “casa colonica” o “casa di campagna” per famiglia allargata. Fino alla fine degli anni Sessanta del XX secolo era possibile imbattersi, camminando lungo le viuzze interne del nostro paesino, in tanti catuoji (locale a pianterreno dove venivano allevati e custoditi animali di allevamento o necessari se non utili alla conduzione della campagna) in cui troviamo maiali, galline, vitelli, muli, buoi, pecore, capre e chi più ne ha più ne metta.
All’odore non ci faceva caso nessuno: il naso, e non solo quello, dell’essere umano prima o poi si abitua a tutto. E per quanto riguarda invece l’igiene? …questo  ancora non era entrato a pieno titolo nel limitato vocabolario dei residenti.
Ci vorranno i primi anni Settanta per poter leggere un’ordinanza del sindaco del paese, che all’epoca era Alfonso Rinaldi, in cui veniva ordinato “l’allontanamento” dal centro abitato di determinati animali.
Gli odori in cui ci si imbatteva percorrendo le viuzze interne di San Fili negli anni precedenti gli anni Settanta del XX secolo erano molteplici ed alcuni, come nel caso di una bella infornata di pane ed affini, erano pure decisamente piacevoli.
La preparazione del forno, utilizzando i residui prodotti dalla pulizia dei boschi (frasche, risultati di putature ecc.) circostanti il villaggio di San Fili, iniziata  alle prime luci dell’alba: Servivano almeno due ore di fiamma viva per garantire una giusta temperatura all’interno del benevolo… antro del diavolo.
L’impasto nella majiddra (ottenuto con farina, sale e lievito madre… pochi vi aggiungevano un po’ d’olio e qualcuno - ad avercelo - anche qualche cucchiaio di zucchero) era già pronto da un pezzo. Dopotutto l’operazione era iniziata la sera precedente con la preparazione della “levatina”.
Al forno ci pensavano gli uomini di casa, alla majiddra le donne.
Non tutti avevano dei forni in casa o quantomeno nelle vicinanze della propria abitazione. In tanti, preparate le pagnotte pronte da infornare, si dirigevano verso amici o parenti che avevano fatto loro il piacere di mettergli a diposizione la propria struttura. Non era raro, nella San Fili degli anni Sessanta, vedere donne con una lunga tavola sulla testa trasportare con la stessa, opportunamente coperte da un panno bianco - magari per evitare l’affascino da parte di compaesani invidiosi -, le forme delle pagnotte (o già predisposte a pitta e quindi in buona parte per ottenere a fine cottura delle ottime frese) pronte per entrare nel forno opportunamente surriscaldato.
Anche questo… era uno spettacolo.
(continua).
*     *     *
... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace!

Nessun commento: