| Parte di contrada Frassino in Comune di San Fili vista dall'alto (google maps). |
| Parte di contrada Cozzi in Comune di San Fili vista dall'alto (google maps). |
Il Blog di Pietro Perri dedicato a San Fili (uno dei più bei paesi della provincia di Cosenza) e ai Sanfilesi nel Mondo.
| Parte di contrada Frassino in Comune di San Fili vista dall'alto (google maps). |
| Parte di contrada Cozzi in Comune di San Fili vista dall'alto (google maps). |
Nella foto a sinistra,
messami gentilmente a disposizione dall’amico e compaesano Salvatore Calomeni,
troviamo uno spaccato della San Fili di metà anni Ottanta del XX secolo...
sull’entrata della macelleria (un vero e proprio circolo di aggregazione
sociale) di compa’ Giovanni Calomeni. Da sinistra: Gianni Zolo, Luigi
(Gigino) Mazza, Franco Musacchio, Antonio Palermo, Salvatore Calomeni, compa’
Giovanni Calomeni e Mario Sergi.
Articolo pubblicato sul
Notiziario Sanfilese (il bollettino dell’Associazione culturale “Universitas
Sancti Felicis” di San Fili) del mese di 0ttobre 2017... a firma Pietro Perri.
* *
*
Ho sempre amato passeggiare lungo corso XX
Settembre a San Fili e quest’amore sicuramente è via via aumentato col passare
degli anni.
Oltretutto, col passare degli anni e col
sopraggiungere di qualche piccolo disturbo metabolico legato alla vita
sedentaria ed alla cattiva alimentazione che contraddistingue i tempi moderni,
in questi ultimi anni mi sono felicemente reso conto di quanto possa essere
salutare una bella “vasca” (ovvero una bella salita e discesa dell’intero corso
compreso tra l’aireddra ed il bivio per la frazione Bucita).
Ammettiamolo: abbiamo uno dei più bei
corsi dell’intera provincia di Cosenza e proprio non vogliamo mettercelo in
testa. Un corso che se si trovasse in Toscana o in Umbria sarebbe sinonimo di
oro colato.
Purtroppo si trova a San Fili cioé in
provincia di Cosenza ovvero, parafrasando un brutto concetto usato da Giorgio
Bocca come titolo di uno dei suoi peggiori libri, nell’Inferno... in
Calabria... destinazione Profondo Sud.
Di “vasche”, sia con amici
quotidiani che con amici con cui mi ritrovavo nel corso dell’estate o dei
periodi natalizi (cioè quando gli stessi, fuori regione per motivi di lavoro,
rientravano - qualcuno per fortuna rientra ancora - in paese a trovare i loro
familiari), lungo corso XX Settembre negli ultimi cinquanta anni ne ho fatte
tantissime. Alcune tutte d’un fiato e magari, quasi una salutare amara pillola,
a passo di prete. Altre fermandomi di tanto in tanto in qualche punto
strategico a parlare del più o del meno con i “compaesani storicamente
designati” a guardia di tale punto.
Quasi un tutt’uno con lo stesso:
compaesano/compaesani e punto strategico.
Uno dei punti in cui mi piaceva fermarmi,
nel percorrere in su ed in giù corso XX Settembre a San Fili nel corso degli
anni Settanta... Ottanta e Novanta del secolo scorso, era sicuramente la
macelleria del cavaliere del lavoro… compa' Giovanni Calomeni.
Un’istituzione all’epoca ancora vivente di
ciò che ormai sopravviveva solo nel ricordo dei nostri padri della mitica
“piazza Municipio” ovvero de “Mmienz’u puontu”.
Nei pochi lineari metri di Piazza
Municipio negli anni Settanta ancora si potevano visitare saloni di barbieri,
il negozio di scarpe di Annibale Nigro, la fruttivendola di Eugenia Cavaliere,
l’esattoria di Genuzzu Calomeni, negozi di stoffe quali quello di
Genoeffa Rossiello (ma non era l’unico), il tabacchino di Lisetta Calomeni
e chi più che ha più ne metta.
Era, quello, decisamente un mondo a sé
tanto da rientrare a pieno diritto anche in alcune strofe apparse sul mitico
giornale murale satirico sanfilese (1945/1950) “Il Cantastorie”.
Compa' Giovanni Calomeni per chi voleva scrivere su San Fili e sui Sanfilesi,
ovviamente parliamo di memoria storico-popolare degli ultimi due secoli con
particolare riferimento al periodo compreso tra il 1930 ed il 1980, era un
tesoro d'informazioni e di riporto d'aneddoti e curiosità di vario genere… non
solo dal punto di vista della produzione e/o della commercializzazione del vino
e della carne.
Una persona come poche, decisamente, ne ha
avuto come degni figli su questo fronte la nostra San Fili. In quanto oltre che
a ricordare sapeva anche raccontare e dare la giusta enfasi alle frasi che
utilizzava per trasmettere i suoi ricordi.
Diciamo la verità: amava San Fili. Così
come lo amava l’indimenticato Mario Oliva o come lo ama il nostro
sempreverde... mitico Marcello Speziale.
Una ricchezza d’informazioni (quella a cui
si poteva accedere tramite l’amico Giovanni) purtroppo scarsamente, quando non
malamente, utilizzata dai suoi compaesani incluso lo scrivente.
A me piaceva ascoltarlo, non sempre a dire
il vero in quanto all'epoca cercavo di tesorizzare solo ciò che mi serviva sul
momento e per il momento, ed a lui piaceva farsi ascoltare da me... e non solo
da me. Aveva estremo bisogno di sentire il quotidiano contatto umano con i suoi
compaesani.
Lo sgabello in ferro smaltato a
disposizione per me, nella sua macelleria… mmienz'u puontu… c'era
sempre. Anche quando lo stesso era stato già occupato da qualche suo cliente o
qualche altro graditissimo avventore. Quella macelleria al pianterreno del
palazzo di “Donna Vienna Gentile” (così lui continuava a chiamarlo) non raramente
si tramutava in un piacevole… pittoresco circolo di discussione culturale.
Vi si parlava pacatamente del più e del
meno e vi si parlava dei tempi passati. Tempi in cui, agli occhi di compa'
Giovanni Calomeni, ancora esisteva un minimo di rispetto fra le persone e la
parola tra soggetto e soggetto o una semplice stretta di mano valevano
contratto.
Vi si parlava, tra il più ed il meno,
anche delle bellezze architettoniche presenti nel nostro borgo ed un giorno compa’
Giovanni Calomeni mi parlò anche di quella stupenda opera muraria (di cui
purtroppo ormai restava solo un vergognoso rimasuglio distrutto non dall’opera
devastatrice dei tempi ma dall'imbecillità umana) ancora conosciuta col nome
di… Muraglione. Una stupenda opera realizzata sotto il governo dei Borbone tra
il 1820 ed il 1830.
“È un’opera unica!”, mi diceva compa'
Giovanni Calomeni, “Un’opera di cui persino re Ferdinando, nel passare
con la sua carrozza da San Fili, ne restò meravigliato. E volle complimentarsi
con chi l'aveva progettata e con quanti l’avevano realizzata.”
Ed effettivamente se la guardiamo dal di
sotto non possiamo, ancora oggi, che restare affascinati anche noi
nell’osservare i miseri reietti resti di tale stupenda opera.
Inutile dire che il XVIII secolo era ben
diverso dal secolo che ci siamo infelicemente... appena lasciati alle spalle.
* *
*
Un caro abbraccio a
tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!
Nella foto a sinistra
(ripresa dall’archivio Francesco Ciccio Cirillo): San Fili 1930 – Filannola
alle Coste. Nella stessa compaiono mastro Giuseppe Sangermano ed i suoi
discepoli.
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Ricordo, con questo
scritto dell’amico Luigi “Gigino” Iantorno pubblicato sul Notiziario Sanfilese
del mese di Aprile 2017, una bellissima pagina di ricordi (spunti per una
ricerca)... della nostra stupenda amata/odiata Comunità: l’allevamento del baco
da seta.
* *
*
A San Fili fino a qualche decennio
addietro, ovvero agli anni precedenti il 1970, alcune famiglie si dedicavano all’allevamento
de “u siricu” ovvero del baco da seta.
Io, da bambino, a volte seguivo mia madre,
anche lei impiegata in tale occupazione, nei punti in cui si allevavano i bachi
da seta e si procedeva alle varie fasi relative all’estrazione dai bossoli
della preziosa fibra.
Uno dei punti in cui si produceva la seta
a San Fili si trovava nella zona della “Gghiazza” (rione Spirito Santo)
ed il tutto si svolgeva in un magazzino di proprietà della famiglia Lio. Tale
laboratorio fu in un secondo tempo trasferito in “via rampa” dove si trovava
l’abitazione di tale famiglia. Nasceva in tale zona la famosa ditta della
famiglia Lio con i fratelli Giuseppe e Francesco.
Ricordo che, in quel magazzino, c’erano
delle “cannizzole” (ripiani realizzati con intrecci di canne
opportunamente tagliate, spaccate ed intrecciate). Su tali “cannizzole”
venivano disposte una moltitudine di tenere foglie di gelso bianco (dette
comunemente pampine quando attaccate al ramoscello). I bachi da seta
erano ghiottissimi di tali foglie.
Sulle foglie si aggiravano indisturbati ed
intenti a rimpinzarsi a più non posso degli strani vermi tozzi e color cenere.
I bachi da seta, appunto.
Mia madre mi diceva che per ottenere tali
animaletti era necessario versare sulle foglie il relativo seme (ovvero uova
che dischiudendosi avrebbero poi dato vita ai bachi).
Dopo qualche giorno dal momento in cui si
erano dischiuse le uova ed i bachi avevano iniziato a prendere una giusta
consistenza si procedeva a cambiare loro il cibo sostituendo le foglie del
gelso bianco con foglie di gelso nero (piante di cui a quei tempi era ricco il
nostro territorio). Le foglie (pampine) del gelso nero sembra fossero
più ricche di sostanze nutritive.
Piano piano per i bachi si avvicinava il
tempo di procedere alla metamorfosi che li avrebbe tramutati in farfalle.
Metamorfosi che nel caso dei bachi da seta, ovviamente, si sarebbe verificata
in pochissimi casi... visto che la quasi totalità degli stessi non sarebbe mai
uscita fuori viva dal loro bozzolo.
Sulle “cannizzole” venivano, a mano
a mano che si avvicinava il tempo della metamorfosi, anche posti dei rami
ancora con le foglie attaccate. Era su tali ramoscelli cui si attaccavano i
bachi che gli stessi, grazie alla “filatura bavale”, realizzavano un
bozzolo nel quale, con infinita pazienza e sicuramente enorme lavoro, si
chiudevano all’interno.
La maggioranza di tali bachi, dicevamo,
non si tramutavano in farfalla poiché la lavorazione della seta imponeva che i
bozzoli stessi subissero una fase di bollizione che ne uccideva gli ospiti
garantendo comunque la integrità del bozzolo e quindi della preziosa materia
tessile.
I bozzoli così ottenuti venivano poi
commercializzati in varie parti dell’Italia dove, in appositi stabilimenti, si
procedeva alla dipanatura degli stessi e quindi alla realizzazione dei filati
ormai pronti per la fase della tessitura.
Luigi Iantorno.
* *
*
Un caro abbraccio a
tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!
Foto a sinistra: le stupende e saporite amureddre
(more) di spine (rovo). Prelibatezza regalataci dalla natura di cui San
Fili è ricchissima nei mesi di verso la fine della stagione estiva.
Foto by Pietro Perri - Articolo by Luigi Gigino
Iantorno.
* * *
Con
questo ricordo, messo nero su bianco dall’amico Luigi “Gigino” Iantorno
(pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di settembre 2017), riporto alla
mente una bellissima pagina di ricordi... anche e soprattutto della mia
infanzia: le “amureddr’e spine”.
* * *
Mi
ricordo quando, da ragazzino, nel periodo ricadente tra la seconda metà di
agosto e la prima metà di settembre andavo all’incetta di alcuni particolari
gustosissimi frutti che ci elargiva in modo spontaneo la natura circostante: le
more di rovo o (come chiamavamo all’epoca tale pianta) di spine.
Il
rovo è una pianta particolarmente fastidiosa proprio perché presenta lungo i
suoi filamenti tutta una serie costante di spine che lasciano ben poco a
sperare in quanti ci si imbattono. Una quantomeno piccola puntura è infatti
comunque assicurata.
Le
more di rovo sono frutti selvatici commestibili e di buona qualità.
Da
ragazzino, dicevo, come tutti i miei coetanei ne ero alquanto goloso e quindi
ne mangiavo tantissime. Con i miei compagni d’avventura in ogni caso ne
raccoglievamo tantissime e dopo averne mangiato buona parte, ci divertivamo ad
infilare il resto in alcuni fili d’erba appositamente selezionati per tale
scopo.
Si
dava così vita al cosiddetto filaru (appunto il filo d’erba in cui erano
infilate una dietro l’altra le more raccolte).
Inutile
dire che tra noi ragazzini si faceva a gara a chi avvistasse il rovo più carico
di more... ovviamente giunte a giusta maturazione e più grandi delle altre.
Era
questo un frutto senza padrone e quindi serviva anche a placare i desideri, in
alcuni casi una vera e propria necessità alternativa, della povera gente.
Spesso
i filari venivano portati a casa e messi a disposizione degli altri
componenti il nucleo familiare.
Inutile
ribadire che molti erano i graffi che si accumulavano sulla propria pelle nel
cercare di raccogliere dai rovi più more possibili ed a volte qualcuno di noi
ci rimetteva (a causa di vari strappi) anche le camicie, le maglie o i
pantaloni. Il che poteva significare non ottenere dai genitori i complimenti
per il lavoro fatto ma un bel ceffone per il danno causato ai vestiti.
Le
more dei rovi (o di spine) oggi sono alquanto ricercate anche per la
realizzazione di ottimi dolci, di saporite bevande e di gustosi gelati.
Stranamente
le stesse sembra non siano più ricercate dai ragazzini di oggi.
Ma
i tempi passano e forse è anche meglio così.
* * *
Un
caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
*/pace
ma... “si vis pacem para bellum”!
Sulla sinistra: Pipe
ricavate da radice di erica arborea.
Foto ripresa dal web.
San Fili malgrado abbia
un territorio limitatissimo ha saputo imporsi nei secoli passati in più campi
sia della cultura che dell’economia. Ed ogni tanto di qualità che hanno
caratterizzato la nostra cittadina (il nostro stupendo amato/odiato borgo) e la
nostra Comunità ne scopriamo (o quantomeno ne riscopriamo) una nuova.
Questa volta, ad
esempio, grazie anche ad un articolo scritto dall’amico e compaesano Luigi
“Gigino” Iantorno (e con una mia piccola successiva aggiunta) ci immergiamo nel
campo del... fumo.
L’articolo e l’aggiunta,
che riporto di seguito, sono stati pubblicati sul Notiziario Sanfilese del mese
di Agosto 2017.
Buona lettura.
* *
*
Quando il legno
sanfilese era ricercatissimo per le pipe da fumo.
Di Luigi “Gigino”
Iantorno.
Finora non credo che qualcuno ne abbia mai
parlato o scritto ma tra le tante cose che in altri tempi rendevano famoso il
territorio sanfilese c’era - e c’è ancora anche se non è più ricercata - una
particolare pianta le cui radici fornivano un prezioso materiale per realizzare
le pipe da fumo.
Parlo dell’ilica (erica arborea)
ovvero di un arbusto sempreverde, dalla corteccia rossastra, a portamento
eretto, appartenente alla famiglia delle Ericaceae. Questa pianta la
troviamo crescere in modo spontaneo in più punti del territorio sanfilese, in
particolare a ridosso, spesso come semplice sottobosco, dei castagneti presenti
nella zona chiamata i Cozzi.
Quando ero giovane mi capitava spesso di
seguire mio padre in campagna.
Ci fu un tempo, a ridosso degli anni
Settanta, in cui mio padre lavorava un pezzo di terra in una zona, sempre nel
territorio di San Fili, chiamata “i carusi”. Tale zona si trova nelle
vicinanze della statale 107 all’altezza di contrada Profico.
In una di queste occasioni mi capitò di
osservare delle persone che non avevo mai visto prima. Erano scesi da un grosso
mezzo di trasporto e portavano con sé, per quella zona, una combinazione di
strani attrezzi da lavoro: accette, pichi e sacchi di canapa.
Costeggiando la proprietà che lavorava mio padre si erano diretti, come seppi dagli stessi nel momento in cui gli chiesi il motivo della loro presenza in una zona vicina conosciuta come “i martini” (...).
In tale zona, mi dissero inoltre, c’erano
diverse piante di ilica. Piante che per loro rappresentavano un vero e
proprio tesoro.
Inutile dire che dalle nostre parti tale
pianta era, ed è ancora considerata, una pianta a dir poco inutile se non
fastidiosa ed infestante o utile al massimo per realizzare, con i fini
ramoscelli, delle rustiche scope da dare in uso agli spazzini del paese.
Arrivati nel punto per loro di maggiore
interesse, quei signori venuti da chissà dove iniziarono a farsi spazio tra i
cespugli di ilica tagliando con le accette i rami delle stesse
mettendoli in modo frettoloso da parte. Dopotutto non erano i rami di tali
piante nel loro interesse ma... le radici che iniziarono nel men che non si dica
ad estirpare con grosse botte di piccone.
Dalle radici delle iliche, appunto
per loro materiale preziosissimo, mi dissero infatti che avrebbero ricavato
delle pipe da fumo ricercatissime sul mercato internazionale. Tale legno era
considerato, per oggetti del genere, decisamente pregiato.
Quel giorno riuscirono a riempire più
sacchi con le succitate radici. La giornata, almeno per loro, era stata
alquanto fruttuosa.
* *
*
Sulla sinistra:
Ramoscello di erica arborea ripreso di stampe d'epoca.
Foto dal web.
* *
*
Alla fine, quando ci salutammo, dopo
avermi spiegato l’uso che avrebbero fatto di quelle radici, mi svelarono anche
che venivano dalla Campania e che consideravano le radici di ilica presenti
sul territorio sanfilese migliori di uguali materiali che andavano raccogliendo
in altre zone del cosentino in particolare e della Calabria in generale. Tutto
ciò forse, mi dissero, era dovuto all’esposizione soleggiata del nostro
territorio.
Fatto sta che la radice delle piante
di ilica che si trova a San Fili sembra sia particolarmente
tenera e quindi facile da lavorare ma che quando, lavorata, si lascia
opportunamente essiccare diventa decisamente resistente e quindi permette la
realizzazione di pipe da fumo decisamente uniche nel suo genere.
Quindi valeva la pena, per i nostri amici
della Campania, fare tanti chilometri per venire a respirare un po’ di aria
buona a San Fili.
Oggi certo i fumatori di pipa sono
diminuiti e le pipe vengono realizzate con tanti altri materiali ma sicuramente
non sono belle come quelle che in altri tempi venivano realizzate con la radice
di ilica sanfilese. E chissà che un domani, magari qualcuno dei
nostri figli o dei nostri nipoti, non decida di riprendere questa attività,
ovvero l’estrazione e la lavorazione della “erica arborea” anche solo al fine
di realizzare oggetti da utilizzare come semplici soprammobili, portachiavi,
fermacarte e via dicendo.
* *
*
E non solo terra di
pipe.
Di Pietro Perri.
San Fili, come ci ha ricordato l’amico e
compaesano Luigi “Gigino” Iantorno nel suo articolo “Quando il legno sanfilese
era ricercatissimo per le pipe da fumo” è strettamente collegato alla storia
del consumo del tabacco in Italia.
Dopotutto l’erica arborea (ilica) è
una pianta decisamente presente sul nostro territorio. In particolare nella
zona dei Cozzi.
Eppure il borgo di San Fili in altri
tempi, ed in particolare quando nel Sud d’Italia governavano i Borbone di
Napoli, era famoso anche per la coltivazione del tabacco.
Non è difficile infatti trovare scritto in
diversi libri e/o pagine internet che parlano del nostro comune che “per molto
tempo a San Fili fu fiorente la produzione di un’ottima qualità di tabacco, il
Brasile. Tale era commercializzata in varie regioni del Meridione d’Italia”.
* *
*
Un caro abbraccio a tutti dal sempre
vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!
Marietta ‘e Cicculiddru prende
acqua alla fontana di piazza san
Giovanni a San Fili (anno 1961 -
Foto raccolta Ciccio Cirillo).
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![]() |
In questa foto si vede il fumo che
nasconde completamente la frazione
Bucita.
|
L’articolo che propongo in quest’occasione ed in questo spazio è stato
scritto dall’amico e compaesano Luigi “Gigino” Iantorno ed è stato pubblicato
sul Notiziario Sanfilese (il bollettino dell’Associazione culturale
“Universitas Sancti Felicis” di San Fili) nel mese di maggio 2016. Parla
dei... catuoi, ovvero del nostro recente
passato. Dopotutto i catuoi a San Fili ufficialmente sono
stati definitivamente eliminati agli inizi degli anni Settanta del secolo
scorso.
Ufficialmente! Ma nella realtà?
Ma cos’erano (o cosa sono) i catuoi? ... il
termine è di origine greca e San Fili, come sappiamo tutti, ricade nella
storica area della mitica Magna Grecia. E significa “stanza sottostante”. In
tale stanza, di fatti un seminterrato o comunque una stanza a pianterreno, i
nostri padri ed i nostri nonni ci allevavano gli animali... da allevamento:
conigli, galline ecc. Necessarie, o comunque di ottimo aiuto, per il
sostentamento alimentare del proprio nucleo familiare.
Ma... vi lascio all’articolo, ad una più analitica spiegazione del termine
e soprattutto ai vivi ricordi di Luigi “Gigino” Iantorno.
* * *
Quasi certamente ormai in tanti hanno dimenticato cos’erano i catuoi.
I catuoi erano dei locali posti al pianterreno delle abitazioni
all’interno del centro abitato in cui venivano accuditi gli animali
d’allevamento necessari al sostentamento alimentare delle famiglie: galline,
maiali, capre, asini, pecore, conigli e via dicendo.
Al pianterreno, spesso dei seminterrati, gli animali ed al primo piano i
locali dove si svolgeva tutta la vita della famiglia.
A San Fili almeno fino alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso
tantissime case avevano un proprio catuoio.
Agli inizi degli anni Settanta anche la Comunità Sanfilese fu costretta ad
adeguarsi alle norme sanitarie in materia e quindi a chiudere definitivamente
l’epoca dei catuoi all’interno del centro storico.
Oggi, anche lungo corso XX Settembre, è ancora possibile ammirare alcuni
resti di catuo ma gli stessi ovviamente non rispondono più
all’utilizzo cui erano destinati fino agli anni Cinquanta e Sessanta del secolo
scorso. Tanti ex catuoi sanfilesi, infatti, oggi li troviamo trasformati
in magazzini, in garage, in ulteriori preziose stanze adibite ad abitazione
civile e persino in negozi e similari.
E non possiamo dire che non conservino un certo fascino di piacevole, per
alcuni indimenticato, passato.
Inutile dire che l’odore ai tempi in cui i catuoi sanfilesi
funzionavano a pieno regime e nel rispetto del fine per cui nascevano non era
dei migliori. Ma chi ha vissuto in quei tempi c’era abituato e non ci faceva
caso più di tanto. Anzi, il letame - un concime naturale potentissimo -
prodotto dagli animali era considerato una ricchezza per le numerose campagne
che circondavano il centro abitato di San Fili.
Anche la mia famiglia aveva un catuoio a disposizione. Ricordo che
nello stesso allevavamo un maiale, una capra e delle galline. Ciò ci garantiva
tantissimi buonissimi derivati della lavorazione del maiale, le uova fresche ed
il latte. Per quei tempi una vera manna.
Il pavimento dei catuoi spesso era in terra battuta, in ciottoli o
al limite ricavato con incastri di grosse pietre di fiume di opportuna
grandezza.
Ricordo che i maiali spesso si divertivano a scavare, con l’uso del muso e
delle zampe, dei fossi nel pavimento del catuoio e per evitare si usava
inserire un anello di ferro nel muso dell’animale. Il tal modo la povera
bestia, sentendo il fastidio del ferro, rinunciava all’impresa. I maiali sono
degli ottimi scavatori ed hanno anche un ottimo fiuto tanto che in varie parti
d’Italia sono allevati e utilizzati per la ricerca del pregiato tartufo.
In quei tempi non era strano vedere camminare dei maiali nei vicoletti del
nostro borgo. Non raramente infatti i proprietari portavano i loro animali a
pascolare in alcuni tratti di via Emoli o, imboccata tale via, nel collegamento
che dalla stessa portava magari alla scesa del canalicchio o alle coste.
Tale operazione veniva quasi regolarmente condotta dalle donne del paese che
nel pascolare gli animali si portavano dietro anche qualche lavoretto da
realizzare all’uncinetto.
Inutile dire che la bontà della carne del maiale di una volta era dovuta
anche a ciò.
Agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso (quindi appena una quarantina di anni
addietro), dicevo, la musica sul fronte igienico sanitario cambia anche a San
Fili ed i Sanfilesi, qualcuno non senza polemiche e preoccupandosi
tremendamente sul come avrebbe potuto vivere in futuro, dovettero dire addio ai
propri catuoi: l’Amministrazione comunale in carica, ovvero la storica
Torre con Orologio guidata dall’allora sindaco Alfonso Rinaldi, costretta dalle
disposizioni tassative della vigente legge, ordinò ai propri concittadini di
allontanare gli animali d’allevamento dal centro abitato.
Oggi, col senno di poi l’ammettiamo, non possiamo definire quel cambiamento
epocale, ossia la dismissione dei catuoi all’interno del paese, una
vittoria della civiltà.
* * *
Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!