Foto a sinistra - San
Fili (1950-1960): tipico contadino intento a "fare il pane". In altri
tempi tutte le case di campagna sanfilese avevano il loro forno.
Foto archivio Francesco (Ciccio) Cirillo. Articolo by Pietro Perri.
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Nel corso dei begli anni che furono (fino
al 1960) troviamo diversi mulini operanti nel paese nel nostro paesino... e ce
n'erano veramente tanti operanti sul territorio di San Fili (CS) e in quello della
frazione Bucita. Ce n'erano tanti e tutti che sfruttavano la forza motrice che
veniva elargita gratuitamente loro dallo scorrere perenne dei nostri torrenti.
A volte mi chiedo come facevano a
sopravvivere tutti questi mulini in una comunità come quella sanfilese (seppure
la nostra comunità in alcuni periodi della sua storia demografica abbia
raggiunto le cinquemila unità): a volte mi chiedo, e non senza ragione, da dove
veniva questa eccezionale offerta di materiale (grano, miglio, castagne ecc.)
da far macinare, tanto da giustificare un tale numero di mulini operanti sul
nostro territorio.
Ma forse sarebbe meglio se mi chiedessi
come facevano una volta i sanfilesi, senza i pastifici nazionali o i panifici
dei comuni confinanti, a procurarsi il pane e la pasta che, più o meno
quotidianamente, sopperiva e sopperisce al loro fabbisogno alimentare.
Erano quelli gli anni in cui le brave
massaie sanfilesi, col solo aiuto delle loro mani, facevano la pasta in casa (lagana,
'nchjonchiari, lasagne, “strangugliaprieviti”) e da sé facevano
anche il pane che sarebbe servito al proprio nucleo familiare per i successivi
dieci o quindici giorni. Erano quelli gli anni in cui la casa (spesso composta
da una sola stanza adibita a più funzioni e da spartire con altri sette o più
coabitanti) odorava di farina e di pane appena sfornato.
Una delle cose che i nostri predecessori
sapevano, e dovevano, fare decisamente bene era certamente il "pane":
quel delizioso, a volte oggigiorno sottovalutato, alimento che veniva prodotto
con la farina ottenuta dal grano che loro stessi coltivavano nel corso
dell'anno.
Il pane veniva fatto ogni volta per un
consumo stimato (tenendo conto anche del numero dei membri della famiglia) tra
i dieci e i quindici giorni. L'intera operazione iniziata la sera precedente
con la preparazione della "levatina" (un pugno di farina,
aggiunto ed impastato col lievito, ogni cinque chilogrammi di pane previsti)
veniva completata nel giorno successivo con la cottura nel forno dell'intero
preparato.
Siamo in un periodo in cui non si
conoscevano tanto i vari lieviti industriali o il lievito di birra tra le
famiglie sanfilesi, ma si faceva largo uso del più salutare, per quei tempi,
lievito naturale.
Il lievito naturale era di fatto un po' di
impasto lasciato al di fuori della panificazione: questo nel giro di pochi
giorni irrancidiva ed il gioco era fatto. Il lievito, naturale in tutti i
sensi, era pronto per preparare una nuova infornata di pane casereccio.
Per diventare lievito, la parte d'impasto
lasciata per tale scopo, ci metteva all'incirca tre o quattro giorni ossia un
tempo molto inferiore al tempo che trascorreva tra una infornata di pane e
l'altra. Tenuto conto di ciò le varie massaie, per non rischiare di utilizzare
lievito andato a male, finivano per passarselo l'un l'altra in tal modo
mantenendo sempre fresco e pronto all'uso (in un periodo in cui certamente non
si poteva parlare di frigoriferi o di conservanti vari) il prezioso elemento.
La mattina successiva la farina veniva
impastata, assieme alla levatina e al sale necessario, nella “majiddra”,
e il tutto si lasciava riposare (a crisce ovvero a lievitare) per un due
o tre ore. Tale tempo era legato principalmente alla temperatura dell'ambiente
in cui era lasciato a riposare l'impasto.
Diviso il tutto in piccoli pani, gli
stessi li si lasciava lievitare per un ulteriore periodo coperti e posti in
fila su una apposita tavola. Questa fase faceva in modo che il pane, uscendo
cotto dal forno, non presentasse una crosta troppo spessa e dura.
Nel frattempo si era preparato
opportunamente il forno: nel forno si era bruciato per un paio d'ore una
consistente quantità di frasche e i mattoni interni dello stesso avevano preso
la classica colorazione tendente al bianco fuoco.
Giunti a questo punto si toglieva la brace
dal forno e quindi si passava a pulirne adeguatamente il letto “scupannulu”
usando “pezze mbuse mbinte cu fiarru filatu a na piartica 'e castagna”...
ossia “cu ru scupulu du furnu”. Tutto ormai era pronto per mettere a
cuocere nel forno il pane.
Ad entrare nel forno prima di tutto erano
le “pitte” (quasi a prova generale dell'intera operazione)
successivamente eventuali “tortani” e il pane propriamente detto. Sulla
parte superiore dei pani veniva incisa una croce con un affilatissimo coltello:
ciò se da una parte ne garantiva una cottura ottimale (evitando, nel forno, un
eccessivo rigonfiamento dello stesso e quindi una pessima cottura), da un'altra
parte era di buon auspicio e comunque, in una comunità cattolica come la
nostra, di ringraziamento al Signore Dio per averci benedetto in questo giorno
di letizia.
E' anche e soprattutto per questo motivo
se ancora oggi, dalle nostre parti, si considera "peccato" mettere la
forma del pane capovolta sulla tavola... non ritenendosi giusto coprire il
simbolo di Cristo.
Oltre “aru scupulu pe ru furnu” i
nostri anziani in questa stupenda e profumata giornata, per la gestione delle
varie fasi della preparazione del forno e della cottura del pane, utilizzavano
diversi altri attrezzi quali “u furcune” (necessario per smuovere la
brace all'interno del forno e quindi ravvivare con altre frasche la fiamma
all'interno dello stesso), “u grastiaddru” (necessario per tirare la
brace fuori dal forno), e la pala per infornare i vari pani, “pitte” e
“tortani”.
La bocca del forno, in fase di cottura del
pane, veniva chiusa “cu ra purteddra”. Il pane nel forno restava il
tempo adeguato per ottenerne una cottura ottimale. Tutto intorno si
sprigionava, nel frattempo, un odore tanto stupendo quanto indescrivibile.
E com'era bello, appena sfornate le pitte,
spaccarne una e addentarne un pezzo su cui si era precedentemente spalmato un
po' di “scarrafuagli” (“salimora”, ciccioli). Così come
indescrivibili nell'impareggiabile sapore erano quelle piccole “pitte” (o
grandi taralli che dir si voglia) ottenute col residuo dell'impasto, raccolto
nella “majiddra”, a cui si era aggiunto del grasso per ammorbidirlo e
dell'aranzu per aromatizzarlo.
Sapori d'altri tempi che, statene certi,
non ritorneranno mai più.
Il pane, cotto e quindi tolto dal forno,
veniva riposto in apposite ceste in attesa d'essere portato in casa per
adagiarlo, il secondo giorno, sulla “panera”.
Oggi addentare un pezzo di pane acquistato
il giorno prima a molti di noi ci fa un po' senso così come ci viene un attacco
di nervi quando ci rendiamo conto che il nostro fornitore ci ha fregati
vendendoci per fresco un pane che, presumibilmente, gli era rimasto del giorno
precedente. Tutto ciò, comunque, avviene nell'era del consumismo egoistico e
sfrenato, dove la maggioranza di noi sta più o meno bene ed una ristretta
minoranza (così come mi è capitato verso la fine degli anni ottanta di vedere a
Milano) è costretta, per sopravvivere, a girare nei bidoni dei rifiuti dei vari
ristoranti... senza che nessuno vi faccia caso e prenda opportune iniziative
per debellare questo ennesimo scandalo della nostra società moderna e
perbenistica.
Oggi addentare un pezzo di pane acquistato
il giorno prima fa un po' senso: tanto tempo fa (neanche molto dopotutto), la
famiglia media della nostra comunità dormiva con sopra la testa (opportunamente
fissata al soffitto) la cosiddetta "panera" realizzata dai
nostri falegnami (chi non aveva la "panera", si
arrangiava cu nu cannizzu), particolare supporto in cui veniva
riposto il prodotto, ormai raffreddato, dell'infornata. D'estate, inutile
dirlo, era un continuo "crick-crock" che ti accompagnava per l'intera
nottata.
Erano questi i tempi in cui in una stanza
dormivano sette o otto persone, in cui i bisogni si facevano in un catino o
all'aria aperta, in cui, nella stessa stanza in cui si dormiva, spesso si
cucinava e vi si discorreva... erano, grazie a Dio, altri tempi. Ma non sarebbe
bello se oggi, ricordandoci appunto di quello che siamo stati, apprezzassimo di
più quello che siamo diventati?
Erano questi i tempi in cui il pane dei
sanfilesi aveva un ottimo sapore anche se ci si limitava a condirlo con un po'
d'olio, sale, origano e, ma questo solo per i buongustai, concludendo il tutto “cu
na bella stricata d'agliu crudu 'ncoppa”.
Quindici giorni in cui, passati i primi
due o tre, si bagnava il pane prima di portarlo a tavola e si benediceva il
Signore per avercelo garantito... e dopo sei o sette giorni non si faceva
neanche caso a quella caratteristica muffa verdastro azzurrognola che prendeva
vita nelle sue cavità: era, di fatto, anche quella una medicina naturale. Buona
parte, se non tutti, dei pani messi in commercio ai giorni nostri quella
particolare muffa non la fanno neanche se li si lascia in un ripostiglio per
due o tre mesi... chissà perché!
E chissà perché oggi si sente parlare
sempre più, anche nella nostra piccola comunità, di tanti mali brutti ed
innominabili!
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