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lunedì 19 ottobre 2009

Parra cumu mammata t'à fattu... rumure de n'accetta scugnata... ara scugna (in primavera).

Il dialetto calabrese (cosentino o sanfilese)... questo stupendo sconosciuto.
Passeggiando e discorrendo del più e del meno con un mio caro compaesano (Michelangelo Luchetta) uno dei tanti nostri discorsi è caduto proprio sull'accetta (ascia) scugnata dell'antieroe sette/ottocentesco sanfilese... u surd'e Carlucciu.
Di questo personaggio, u surd’e Carlucciu (riportato nelle pagine del sito "San Fili by Pietro Perri" all'indirizzo http://www.sanfili.net/u_surde_carlucciu.html), ne avevo già trattato in un mio precedente  scritto pubblicato tra l'altro su un quindicinale locale (mi riferisco a "L'occhio", quindicinale diretto dalla bravissima Marisa Fallico, 1993/2000). In tale racconto riferisco che lo stesso portava sotto il manto n’accetta scugnata.
Quante volte comunque la mia generazione, magari senza chiedercene neanche il giusto significato, nel pieno di un battibecco ci siamo detti "...s'unn'a finisci ti scugnu u nasu!", purtroppo alcune volte passando anche alle vie di fatto.
... scugnata, che simpatico termine del dialetto cosentino (e ovviamente sanfilese). Oggi finalmente mi sono chiesto esattamente cosa significasse tale parola e mi sono, altrettanto finalmente, deciso di prendere in mano uno dei vari dizionari calabresi che ho nella mia piccola biblioteca personale.
Alla voce “scugnare” leggiamo nel Vocabolario del Dialetto Calabrese di Luigi Accattatis: “v. tr. Scommettere, sconnettere e più promiam. Levare il conio: scugnare lu zappune, la gaccia (n.d'a.: gaccia è un sinonimo dialettale di accetta); Levare il conio (n.d.r.: in dialetto calabrese cugna) che tiene confitta nel manico di legno la zappa o l’accetta di ferro || e per Rompere per forza: - ‘nu petrammune; Rompere un terreno pietroso || rifl. Se scugnare lu nasu; Grondar sangue dal naso, soffrir di epistasi || Se - li dienti; andar sangue dalle gengive || e - ad unu li dienti, o, lu nasu; Dare altrui un ceffone tanto forte da fargli grondare sangue dai denti o dal naso || fig. Scugnare ‘na persuna; Vincere la ritrosia di una persona, Rabbonirla, Renderla condiscendente || Part. p. Scugnatu: Zappune -; Zappa non infissa nel manico”.
Sempre dal Dizionario Calabrese di Luigi Accattatis apprendiamo che con “scugna” veniva dai nostri anziani identificata anche la primavera: “s.f. Primavera, Il nuovo anno solare: «….. Disseru: passamu Stu viernu, ed alla scugna nne parramu» (C. C. dissero: facciamo decorrere questo inverno, e ne parleremo alla bella stagione)”.
Scugnare ovviamente è un derivato del termine cugna... ma cosa significa o cos'è una cugna?
La cugna (conio, cuneo) altro non è se non una zeppa (na zippa), nel caso dell'accetta posta opportunamente a bloccare il metallo dell'ascia nel manico che serve a sorreggere la stessa.
Pertanto con il termine scugnare potremo intendere letteralmente l'entrare dentro qualcosa (ad esempio con una zeppa) o dentro qualcuno (con un bel pugno che lasci il segno).
La stessa primavera (sicuramente per questo era detta scugna dai nostri nonni) difatti entrava nell'anno con la sua vitalità spaccando le tenebre, la desolazione ed il freddo dell'inverno.
E' stupendo il nostro dialetto e, per alcuni versi, in parte non sarebbe sbagliato ri-studiarlo. Sicuramente il dialetto calabrese (e perché no, sanfilese) è molto più ricco, colto e vario di quello lombardo... tanto caro al ministro Umberto Bossi.
La foto dell'accetta ed il disegno della zeppa (o cuneo, o cugna) sono prese da alcuni definizioni presenti nell'Enciclopedia Libera di Wikipedia.

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