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martedì 9 febbraio 2016

C’era una volta a San Fili il Carnevale: un ricordo personale. (1/3)

Nella foto a sinistra: San Fili mese di Febbraio 2007 nei pressi dell’ex piazza Rinacchio (attuale piazza Adolfo Mauro): un attimo della sfilata di maschere organizzata dall’associazione culturale “Universitas Sancti Felicis” di San Fili.

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Articolo pubblicato sul Notiziario Sanfilese del mese di febbraio del 2016. Ovviamente a firma Pietro Perri.

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“Fevraru”, amavano dirci i nostri avi, “eni nu mise curtu e amaru” ovvero è un mese che seppure sia il più breve dei mesi presenti nel nostro calendario essendo di fatti il mese centrale della stagione invernale finiva, e finisce, per essere il più brutto (amaro) mese dell’anno.

Tutto ciò però nella visione degli aduli che comunque devono garantire il sostentamento della famiglia ed un mese come febbraio ha ben poco da offrire a bocche da sfamare se non con un credito da pretendere nelle stagioni primaverile ed estiva. Inutile dire che stiamo parlando d’una società prettamente agricola. Appunto della società in cui vivevano i nostri avi.

Per i fanciulli (anche un po’ cresciuti) oggi come allora la questione era alquanto diversa: Febbraio era ed è il mese della neve (le migliori nevicate a San Fili ad esempio le abbiamo avute intorno alla metà do questo stupendo... corto e amaro mese) e... del Carnevale.

La neve ed il Carnevale per noi sanfilesi normalmente sono due appuntamenti forieri di delizie del palato.

La neve ci delizia con il gelato naturale realizzato amalgamando solo soffice neve con del miele di fichi, Un gelato naturale chiamato scirubetta (forse a richiamare, etimologicamente una delle tante colonizzazioni straniere che ha subito la Calabria nel corso dei secoli: la colonizzazione araba.

Mentre il Carnevale delizia il nostro palato (il palato dei Sanfilesi doc, ovviamente) con la chjina (tipico dolce locale realizzato quasi con materiali/ingredienti di recupero e quindi da considerare, si fa per dire, dolce povero in cui la fa da padrone anche in questo caso il miele di fichi), insaccati vari del maiale e via dicendo.

Alla neve sono poi legati nel borgo di San Fili divertimenti vari quali realizzazione di pupazzi e sfide a paddrun’e nive. Senza comunque sottovalutare il fatto che per i ragazzi delle scuole elementari e medie del paese la neve si tramuta magicamente in una giornata, spesso anche due o tre, dal gustoso sapore del… OGGI NIENTE SCUOLA!

La nostra apprezzabile razione di neve quest’anno (n.d’a.: siamo nel 2016) noi Sanfilesi l’abbiamo avuta poco dopo la prima metà del mese di gennaio. Per quanto riguarda il Carnevale invece abbiamo dovuto attendere, come tutti nel resto d’Italia, la prima settimana del mese di febbraio: il 4 per il giovedì grasso, il 7 per il vero e proprio Carnelevaru, il 9 per il martedì grasso ed il 14 per... Carnelevarune.

Il Carnevale più antico che io ricordi risale alla fine degli anni Sessanta del XX secolo. Credo fosse tra il 1965 ed il 1968.

All’epoca la mia famiglia abitava in contrada Volette: mio padre, da colono mezzadro, lavorava una proprietà dell’ingegnere Giuseppe (Peppino) Blasi... mio compare di battesimo.

Avevo appena cinque o sei anni e, tenuto per mano da mio padre, accedevo su piazza Rinacchio con indosso quella che ricorderò per sempre come la prima maschera di carnevale che avrei indossato. La prima ed una delle poche.

Che ci crediate o no... non ho mai amato tanto travestirmi a Carnevale. E neanche nel resto dei giorni dell’anno.

La maschera, comprata da mio padre credo al negozio di Riccardo Bonanata o al negozio di Pasquale Gentile, era un semplice fogliettino di cartone, neanche tanto duro e quindi facile a rompersi, che riproduceva il viso di un re con annessa corona.

Agli estremi lati della maschera c’erano due forellini collegati l’uno con l’altro da un elastico che ci saremmo fatti passare al di sopra delle orecchie. Due fori per gli occhi ed un naso sagomato che si rialzava dal resto della maschera.

Inutile dire che quasi tutti riconoscevano subito chi si nascondesse dietro la maschera anche se, forse per compiacere il poverino, all’inizio facevano finta di non riuscirci.

(continua).

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Un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

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