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domenica 19 marzo 2017

Il treno del sole (Di Vittorio Agostino) - Una storia anche sanfilese.

Quest’articolo è apparso, a firma di Vittorio Agostino, sul “Notiziario Sanfilese” (il bollettino dell’Associazione culturale “Universitas Sancti Felicis” di San Fili) del mese di ottobre del 2008.
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Stazione di San Fili inizi anni Novanta.
Foto by Pietro Perri.
Agli inizi degli anni settanta, fino alla metà degli anni ottanta, lavoravo alle dipendenze delle Ferrovie dello Stato e precisamente presso la stazione di Torino P.N. per poi essere trasferito nella mia regione: alla stazione di Cosenza.
Nei giorni in cui ero di servizio, la mia attenzione era rivolta in modo particolare verso un treno chiamato il “treno del sole” il quale si portava dietro quella che fu chiamata l’emigrazione di massa, che dal Sud trasportava l’emigrante verso il Nord ed in modo particolare a Torino, “la città” cosiddetta “industriale”.
Ebbene, il treno era nero di fuori come quasi tutti i treni, e dentro al treno... gli abiti, i volti, i capelli... il Meridione in fuga si portava il nero di cui era fatto e ammantato.
Scendono alla stazione di Torino con pochi fagotti, i volti stanchi, non vedono intorno che gesti e sguardi d’intesa disapprovanti, e arrivano alla metropoli con la paura dentro. E’ una paura diversa da quella annidata in loro da secoli. Paura di farsi notare, di dar disturbo, di essere mal sopportati.
Così le persone, al contatto con la grande città, perdono di colore, inghiottiti dalla folla anonima, annullati da una società che certamente li renderà migliori, diversi, ma che per ora, li tiene in sospetto.
Si sentono sperduti, sprofondati nel mare della solitudine cittadina.
Trovano qualche sorpresa: vie illuminate, larghi viali alberati, macchine lucide e veloci... ma non c’é il sole. Un’aria densa, umida, come nuvole scese in terra, tra i balconi, dentro i cortili e case una sull’altra e gente che passa e non ti guarda. Forse, quelle persone, pensavano...
Però ordine e pulizia, e orari da rispettare e persone falsamente gentili, alcune.
Case antiche, da vedere il parco del Valentino... a primavera? e del colle di Superga il panorama della città con la vista delle imponenti montagne dalle cime coperte di neve.
A rompere la monotonia dei primi mesi e mitigare la  nostalgia, giungono incontri decisivi (amici e compaesani) e a poco a poco l’adattamento alla nuova vita in un alternarsi di scoperte e di attese fiduciose.
Del resto lasciare la propria terra dove si è nati per trasferirsi in un luogo completamente diverso per clima, costume, mentalità, è una decisione che pesa.
Meridionali trascurati, non compresi, dimenticati: e allora? allora da quella terra incapace di nutrire i suoi figli, si partiva e si parte a cercare (nelle città industriali del Nord Italia) una possibilità di lavoro, con il miraggio di un benessere apparentemente facile a conquistare.
Il problema dell’occupazione e dell’inserimento in una società diversa non sempre benevola, anzi talvolta ostile, dove è difficile trovare casa e molti vengono accolti da parenti o amici che già da qualche tempo li hanno preceduti, sono sempre guardati con diffidenza dai coinquilini se non addirittura respinti con i famosi cartelli affissi ai portoni: “qui non si affitta ai meridionali”.
Secondo me la verità è che dopo l’impresa dei Mille, il Meridione della Penisola fu annesso al non ancora compiuto Regno d’Italia. Una unione non sentita abbastanza dalle due parti del Paese e che ancora fa considerare alcuni come un peso morto per il resto d’Italia.
Fortunatamente oggi questo fenomeno d’importazione della manovalanza meridionale esiste in modo lieve, anzi l’emigrazione attuale consiste nell’esportazione di menti: medici, ricercatori, insegnanti ecc., che trovano lavoro presso le strutture del Nord, donando alle stesse qualità ed importanza.
Infatti non è un caso che il primario di otorino dell’ospedale Borgo Trento di Verona è cosentino: il dott. Mosciaro. Non è un caso che il primario di oncologia dell’ospedale di Pavia è di Rende, non è un caso che il rettore del politecnico di Torino è calabrese, per non parlare di giornalisti e tanti altri ancora.
Oggi le cose sono cambiate: quel treno che ieri si chiamava il “treno del sole” (brutto e nero) oggi si è fatto un nuovo look, e si chiama eurostar o intercity (bello e splendente).
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... un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.
... /pace ma... “si vis pacem para bellum”!

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