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sabato 21 dicembre 2013

San Fili, Giuseppe Calendino e la chiesetta di santa Liberata.

Anche a San Fili qualcuno - tanto e tanto tempo fa - credeva nel sovrannaturale: in Dio, nei santi e nella gerarchia (decisamente derivante dalla mitologia greco/romana) celeste.
Un esempio? ... l'alto numero di edifici sacri ancora persistenti sul territorio comunale.
Qualcuno ancora utilizzato (Chiesa Madre o dell’Annunziata e chiesa della Madonna del monte Carmelo), qualcuno sconsacrato e dimenticato… almeno nell'uso per cui era stato concepito (chiesa di san Vincenzo Ferrer e chiesa di san Giovanni) e qualcuno semplicemente dimenticato.
Su quest'ultimo caso - ed anche perché richiestomi da un amico (su Facebook… il noto network) - non posso non segnalare quello della chiesetta di campagna in cui c'imbattiamo a poche centinaia di metri dal bivio di villa Miceli... direzione, venendo da cosenza, centro abitato di San Fili.
E' una chiesetta forse senza nome (... se l'ha... non lo so!) ultima nata - come edificio sacro - ma in compenso... prima morta… tenuto conto che la sua vita d’edificio di culto non ha festeggiato neanche il mezzo secolo di vita.
Gli inglesi (reminescenze computeristiche) direbbero non senza ragione... “last in first out” (ultima ad entrare prima ad uscire)!
La chiesetta - edificio sempre sacro? - di villa Miceli è stata ardentemente voluta da Giuseppe Calendino… cugino diretto di mio padre Salvatore… Perri.
Si dice che a Giuseppe Calendino una notte venne in sogno santa Liberata che lo pregò (ordinò?) di costruire una chiesa in suo onore nel luogo in cui sorgeva agli inizi del XX secolo un “calvario”… nei pressi di villa Miceli poco distante dalla sua abitazione.
Detto fatto: un sasso alla volta recuperato nelle campagne circostanti ed aiutato dalle donne e dagli uomini di buona volontà presenti nella zona, centimetro dopo centimetro l’edificio prende forma.
Agli inizi degli anni Quaranta santa Liberata ebbe il suo tetto anche nel territorio di San Fili… nei pressi di villa Miceli… all’uort’e griddri.
La chiesa è realizzata con pietre, mattoni e calce. La gente vi lavorò - felice come deve essere felice chi lavora per il suo Dio se lo stesso non è il dio denaro - senza nulla ottenere come dovuta paga se non un più che meritato angolo nel promesso paradiso.
Vi lavorò, contribuendo con qualche trasporto di pietre, anche mia madre letizia Rende e mia nonna Concetta Muto che all’epoca abitavano in contrada Cucchiano della confinante Rende.
Mia madre ricorda anche una messa cui assistette negli anni cinquanta all’interno di tale struttura religiosa. Io? … ricordo forse l’ultima messa che vi celebrò l’indimenticato don Luigi Magnelli nella prima metà degli anni Settanta… poi il nulla.
Difficile oggi definirla una chiesa tale edificio in quanto se la definiamo tale dobbiamo definirla anche morta.
Ormai dell’esistenza di tale edificio poco interessa persino agli eredi di colui che ne volle la realizzazione: Giuseppe Calendino.
Tale chiesa, infatti, si può senza dubbio affermare a che non è sopravvissuta al suo benefattore (ideatore e edificatore)… forse per il fatto che lo stesso ha quasi oltrepassato il secolo di vita.
Oggi? … l’edificio si presenta decisamente abbandonato: vetri rotti e forse anche il tetto da rifare… il portone bloccato da detriti e materiali da riporto vari e quel che è più peggio… la gente che vi passa davanti e non si chiede neanche a cosa servisse in altri tempi tale pittoresca costruzione… quasi una chiesetta in cartone realizzata per movimentare la scena di un paesino s’una collina d’un presepe.
San Fili? ... è anche questo!
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… un caro abbraccio a tutti dal sempre vostro affezionato Pietro Perri.

... /pace!

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